Ricordate il cattivissimo critico gastronomico Anton Ego conquistato dalla ratatouille cucinata dal topo-chef Rémy? Quella caponata incantava il pestifero scrittore riportandolo, con la potenza evocativa del sapore, alla sua timida infanzia. Questo neonato amaro siciliano, il Nepèta, ha fatto lo stesso con me. Mi ha riportato agli anni in cui da ragazzetti, dopo la partita al balòn, ci facevamo riempire i bicchierini di granita con metà al gusto di limone e metà alla menta. Era un’imitazione smaccata dei «grandi» che in quei tempi al bar bevevano ancora il Grigioverde. Un intruglio di grappa e menta che scomparve negli anni Settanta e che tutti noi mai assaggiammo davvero. Ecco, di base il Nepèta è tutto lì, limone e menta. Però, dire così è dire poco: perché è vero che sia un sapore che ci riporta al passato. Eppure oggi suona come nuovissimo.
Nepèta prende il nome dalla Nepitella, una sorta di Hierba buena siciliana. In realtà parecchio diffusa, nelle sue numerose varianti (tra cui l’erba gatta), anche in altre regioni: molti la chiamano mentuccia. Quindi, una gloria locale, i limoni di Siracusa. E poi, alcune erbe tipiche da amaro in quantità moderata: quelle rese note sono l’Artemisia, l’arancia amara, la Genziana. Il tutto è molto accattivante anche perché lo zucchero (12%) non appare dominante o stucchevole persino se si beve il Nepèta puro. È un amaro, ma si presta molto bene anche ad un aperitivo con la semplice aggiunta di ghiaccio o in long drink con un’acqua tonica o altre sode.
Mauro Leoni
Assaggiare e, se piace, poter comprare soltanto su internet. A prima vista, il supplizio di Tantalo. Ma la buona notizia per il whisky in Italia è che la Società è tornata. La Scotch malt whisky society nasce eccentrica: nel 1983 un gruppo di appassionati cominciò ad acquistare barili dalle distillerie per metterli in bottiglie elegantissime anche da vedere. Tutti malti a gradazione piena, tutti provenienti da singoli barili. L’identità delle distillerie è nascosta dietro a fiorite descrizioni dei caratteri del whisky, ma non troppo: se proprio non volete abbandonarvi semplicemente ai sapori e agli aromi, un codice vi rivelerà che cosa esattamente state bevendo.
La società nel 2004 fu acquistata da Glenmorangie, poi nel 2015 fu ceduta a un misterioso gruppo di investitori privati. Quel che conta, però, è che ora Smws ha deciso di riaprire due «bar partner» in Italia – locali che organizzano degustazioni -, e che è in buone mani: quelle del grande collezionista e conoisseur Mauro Leoni, “Glen Maur”, evangelista del malto sin dal 2000. Che nell’impresa ha coinvolto anche il figli Alessandro. Purtroppo, i whisky non sono comunque acquistabili se non direttamente dal sito della Society: come dire che se ci prendete gusto, non potete portarvi a casa la vostra nuova fiamma ma dovete ordinare e poi aspettare qualche giorno. In compenso, i prezzi sono abbordabili e le bottiglie da collezione. I due bar in cui la società fa base sono entrambi a Milano: l’eccellente Octavius bar di piazza Gae Aulenti e il Mulligan’s irish pub di via, luogo di culto per il whisky in Italia. Prossimo appuntamento, il 2 maggio, all’Octavius: “Islay vs Speyside”.
Lo ammetto e qui mi pento. Prima di assaggiare il gin 8025 ero prevenuto: «Un altro gin al sapore di bosco», mi dicevo. Non che non avessi qualche scusante: da qualche anno, spinti dalla gin craze italiana, tutti i distillatori delle zone alpine (e quindi, molti) avevano preso a buttare nell’alambico abeti bianchi e rossi, cembri o cirmoli, mughi e larici. Qualsiasi cosa avesse pigne e aghi. Per fare un gin di territorio, uscire dalle botaniche solite, dare un souvenir a chi, anche in montagna, si mantiene fedele al diletto spirito metropolita.
Alberto Franchi e Markus Prinoth
Risultato, torrenti di gin pesantemente balsamici, resinosi come una pastiglia Valda. Che riuscivano nell’intento di trasformare il più mixologico dei distillati in uno spirito impervio da miscelare e, guarda un po’, quasi sempre consigliato come drink da bere da solo. E invece, 8025 mi ha vinto. E’ equilibrato, ben bilanciato da una nota d’agrume che dona una personalità spiccata ma non eccessiva. Il balsamico poco invadente nel naso, in bocca si trasforma in mandorla amara prima di chiudersi all’improvviso con un effetto di secchezza molto piacevole. Poi, torna la conifera, ma leggera come una brezza.
Il gin nasce sulle Dolomiti. Chi da Ortisei prenda la funivia del Seceda arriva alla baita Sofie. Ed è lì che trova Markus Prinoth, l’uomo che volle fare il gin. Insieme con Alberto Franchi della distilleria Villa Laviosa di Terlano, dopo 4 anni di prove hanno creato l’8025: Ginepro, Cirmolo, mugo e altre 15 erbe raccolte a 8025 piedi di altitudine, 2410 metri. In estate, bevetelo in un Gin Rickey che vi spalancherà le narici. In un Pink gin, l’Angostura fornisce ricchezza e complessità (ma secondo l’avvocato Ranzoni «lo pasticcia»). In un Last word, l’8025 fa un gioco suo con il limone che potrebbe richiedere uno zic di zucchero in più. Nel Pegu club, il gin montano stravolge l’aspettativa ma poi scopre di amare il curaçao e ci si accoppia carnalmente. Alpi e Antille. Chi l’avrebbe detto…
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«Poco ma sicuro: ad apprezzare la grappa ce lo insegneranno da fuori. Qualche milanese, o romano, andrà a Chicago o a Singapore e scoprirà che lì usare la grappa nei cocktail è normalissimo. Lo dirà in giro, e così anche noi scopriremo la grappa». La profezia dell’avvocato Luca Ranzoni per ora si è avverata per metà: la grappa ha cominciato a correre per il mondo. Ora, resta che noi ce ne si accorga. Chi ha deciso di accelerare, e far ballare la grappa anche sui banconi dei cocktail bar di livello è stata la Bonollo di Mestrino, nel padovano, il maggior distillatore italiano di grappa: qualche mese fa ha tenuto a battesimo la Gra’it, la prima grappa concepita per la miscelazione. Con una bartender competition giocata tra Chicago, New York, Miami, Austin e Los Angeles. La gara tra bartender è una tecnica di inoculazione classica di un prodotto: se ne parla, si inventano nuovi drink, si fanno correre il nome e gli hashtag sui social. Per la cronaca, ha vinto Giorgia Crea, romana sbocciata a Miami. con il suo A care affair. Ma la domanda è: Gra’it funziona? Bottiglia verde dominata da medaglia con il Leone di San Marco, sul bancone è in grado di farsi notare.
A Care affair di Giorgia Crea
Il difficile del miscelare la grappa (ma soltanto se si è pigri) è il trovare qualcosa che mantenga l’equilibrio con la poderosa spinta del sapor di vinaccia. La scelta di Bonollo, basata sui distillati di 8 vitigni simbolo nazionali, è stata quella di contenere quel sapore Alfa. Bevuta da sola, la Gra’it all’inizio sconcerta: è diversa. Al naso è delicata, quasi timida e anche al palato arriva al dunque con cautela. La gradazione è standard (40,3°) ma l’alcol punta a non farsi notare. Proprio quello che volevano in Bonollo, io credo. Il drink simbolo è un grappa tonic con una soda al pompelmo rosa al posto della tonica. Ma sarebbe un peccato limitarsi ai long drink: Gra’it può dare molto anche in drink strutturati.
]]>Fulvio Piccinino
Chi sa sempre tutto può ironizzare sul boom del gin italiano. Con un centinaio di nuovi marchi nati dalla sera alla mattina per cogliere l’attimo. Chi invece sa davvero, come Fulvio Piccinino, si è messo a studiare. E ha scoperto che la storia del distillato a base di ginepro in Italia è antica, assai più di quel che sospettiamo. Precedente anche ai primi spiriti dell’olandese Franciscus de la Boë, a cui generalmente si attribuisce «l’invenzione» del gin.
Piccinino è il nostro maggiore storico dell’alcol, un pozzo di scienza a cui la rinascita del vermouth piemontese deve molto. La settimana prossima uscirà il suo ultimo libro, «Il gin italiano» (Graphot), in cui «senza voler far classifiche o stabilire primati» la storia del distillato rivive dalla sua nascita nelle ricette alchemiche e farmacistiche in cui il gin (non soltanto) italiano ha vissuto la sua prima era. Tipico dell’Italia era l’utilizzo di alcol di vino e non di cereali, cosa oggi assai di moda. E’ ciò che accadeva nei piemontesi rosoli di ginepro, privi di zucchero e arricchiti da botaniche come il macis, diffusissime anche nei gin di oggi. Ma ancora prima si può prendere il ricettario alchemico di Alessio Piemontese, del 1555: «Tra le varie ricette a base di lucertola o di scorpioni – racconta Piccinino – ce n’è una in cui il gin è in dose 4 volte superiore alle altre botaniche, che peraltro sono quelle ricorrenti nei gin. Il risultato è “un alcole chiarissimo e puro come acqua di fonte”».
Nella seconda metà dell’800 si diffondono le gineprine, ma i primi manuali di miscelazione italiana, quello di Ferruccio Mazzon (1920) e quello di Elvezio Grassi (1936) parlano già abitualmente di gin. Del resto, almeno due dei tre cocktail che celebravano il fascismo, il «Dux» e il «Mussolini», erano a base di gin senza incorrere nell’esterofobia del regime. Di quegli anni sono anche alcuni dei gin rinati in questi anni come il Bordiga e il Luxardo. A Piccinino, grazie una volta di più: è la sicurezza di sempre.
Per chi voglia sentire dalla sua voce questo racconto affascinante, lui presenta il suo libro lunedì 12 marzo alle 14 al Fico cocktail bar di Bologna (via Paolo Canali 8)
]]>La distilleria Bruichladdich, casa del gin The Botanist
In Scozia per il gin. Chi l’avrebbe mai detto? Lassù, fino a ieri, il turismo di spirito era solo quello del whisky. Nato oltre mezzo secolo fa anche per merito degli italiani, quando alcuni pionieri di casa nostra si misero a perlustrare le distillerie per portarne a casa barili che allora sarebbero (quasi) tutti finiti nei blended, le miscele provenienti da distillerie diverse.
The gin trail
«Ma allora era molto diverso – racconta Giorgio D’Ambrosio, uno dei grandi protagonisti di quei tour -. Le distillerie mica avevano i visitor centre… ». Oggi i centri ci sono, sono tanti, e meritano il viaggio. Ma il boom del gin scozzese ormai impone deviazioni anche ai più intransigenti maniaci del malto. Che, oltretutto, forse riusciranno a persuadere mogli o fidanzate ad accompagnarli: in dicembre, a Glasgow, è nata una Gin Spa, in cui tutti i prodotti sono basati sulle botaniche che insaporiscono il ginepro. E poi, c’è una Strada del gin, il Gin trail, che è una mappa da cui partire (ma se ne trovano parecchie altre). Ovviamente, tutto parte dalle distillerie: in principio fu l’Hendrick’s di Girvan,
Glasgow, The Gin Spa
il gin che ha cambiato la storia del gin. Mentre The Botanist aggiunge leggenda a leggenda: è prodotto a Islay dalla distilleria in cui dal 1881 si crea il Bruichladdich, il Port Charlotte e il torbatissimo Octomore. Altra stella di Scozia è Caorunn. Nasce dagli alambicchi che continuano a produrre anche il whisky Balmenach, nato nel 1824. Ma il fenomeno del gin scozzese è imponente al punto che ormai, lo racconta l’Herald Scotland, c’è chi ne produce in Inghilterra lasciando intendere che sia invece nato in Caledonia.
]]>Rullino i tamburi: il birrificio dell’anno è Cr/Ak Brewery di Campodarsego, pochi chilometri a nord di Padova. Lo hanno deciso gli 84 giudici scelti da Unionbirrai, l’associazione dei birrifici artigianali, dopo aver assaggiato la bellezza di 1650 birre (il 20% in più dell’anno scorso) suddivise in 41 categorie e create da 279 produttori. Il tutto a Rimini, per la XIII edizione del «Beer attraction», il più importante appuntamento del settore.
Il birrificio padovano, nato nel 2014 dal lavoro di Marco Ruffa, Anthony Pravato
La squadra di Cr/Ak esulta dopo la vittoria
e Claudio Franzolin è noto per il virtuosismo nell’uso dei luppoli. Ma da Rimini Cr/Ak ha riportato a casa ben sette premi, di cui tre medaglie d’oro. Le prime due abbastanza tipiche della loro tradizione: Mundaka (Session IPA) e Neipa (New England Ipa, dai creatori definita «un succo tropicale di luppolo»). Ma anche una poderosa Cantina Bv05, Barley wine da 14 gradi alcolici invecchiata tra i 18 e i 24 mesi in botti che contennero il Borgo delle Casette, un blend fatto sui Colli euganei di Cabernet Sauvignon con saldo di Franc e Carmenere. Anche qui il luppolo c’è, ma il vino d’orzo è tutto un altro mondo birrario. A proposito di vino e birra, le Italian grape ale sono davvero diventate grandi. Nate una decina di anni fa, si tratta di birre in cui viene aggiunto mosto o vino e nel 2015 il prestigioso ente Usa Bjcp le ha menzionate come categoria di birra tipica italiana: da allora non si sono più fermate e oggi – come si è visto anche al Beer attraction – la maggior parte dei birrifici le produce. Anzi, a Rimini da quest’anno la categoria si è sdoppiata: birre da vino bianco e da vino rosso.
A George Clooney il giochetto è piaciuto. Come non capirlo: il tequila inventato con i suoi due amici “di casa” – guarda un po’, si chiama Casamigos – è stato venduto a Diageo nel giugno scorso per 700 milioni di dollari, più altri 300 che dovrebbero arrivare in base alle vendite dei prossimi anni. Un miliarduccio, insomma.
Non male per un hobby nato solo nel 2013 con un investimento di 600mila euro (ciascuno). Ora gli amigos ci riprovano con il mezcal, l’altro grande distillato messicano a base di agave. Clooney e i soci Rande Gerber e Mike Meldman hanno infatti annunciato che si dedicheranno al mezcal con la ricetta (100% agave Espadin) di una distilleria famigliare. Poi ti dicono che rosichi: se George Clooney ha già vinto l’Oscar, è stato dichiarato per anni l’uomo più sexy del mondo ed è pure stato fidanzato con Elisabetta Canalis, il super tequila non poteva inventarlo qualcun altro? Un mondo ingiusto.
Gli spiriti di agave hanno ormai definitivamente cambiato pelle e sono diventati prodotto globale vero. Tra il 2002 e il 2017 sono cresciuti del 121% ma forse il segnale della svolta è arrivato con la maggior acquisizione alcolica degli ultimi anni: il 22 gennaio il gigante Bacardi ha comprato per 5,1 miliardi di dollari Patron, la casa che produce il tequila super premium più venduto al mondo, (ri)fondata dal magnate Usa John DeJoria. Tequila e Mezcal devono necessariamente essere prodotti in Messico. Ma non è un caso che sia Patron che Casamigos siano state fondate da non messicani. La vodkizzazione, che è la globalizzazione in campo alcolico, avanza.
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Guerra alla cannuccia. Venti minuti di utilizzo, 200 anni di guai. A lei chi ci pensa? Le borse della spesa sono cambiate, gli imballi evolvono. Ma davanti a un julep o a un Mojito la guardia si abbassa. Ed eccoci con la cannuccia in bocca. Comoda, almeno fino a quando non compiamo i tre anni. Soprattutto, quando non te le aspetti, ecco che le cannucce ci tornano incontro a ricordarci i matti che siamo. Sarà che a me è successo a Cap Ferret, la penisola che chiude il bacinod’Arcachon. Verso l’Atlantico è mare grande, onde assordanti, natura primordiale. Eppure, un arretrare della sabbia, una conca appena protetta, ed ecco che mi son saltate negli occhi. A decine: rosse, gialle, con la testa di Pluto. Perché sono finite tutte lì? Correnti, maree, chissà. Ma anche per questo ho gioito leggendo dell’ostracismo di Pernod Ricard nei confronti delle cannucce. Il gruppo è uno delle maggiori spirit company al mondo: oltre ai Pastis, in portafoglio ha una decina di brandy tra cui i cognac Martell e Bisquit, le vodke Absolut e Stolichnaya, i gin Beefeater, Monkey 47, Plymouth. E poi, ben 16 scotch (pure il Glenlivet, il Glendronach, lo Strathisla, il Chivas regal). Per tacere del Jameson, del Four roses e di innumerevoli marchi ancora. Ma ora Pernod Ricard ha detto basta: durante i suoi eventi, le cannucce saranno bandite. Di cosa parliamo? La multinazionale francese passerà dalle attuali 913 tonnellate di cannucce/anno a zero entro il 2020. Il parlamento scozzese ha formalmente esultato, noi pure. Già mi pare di sentirlo: tutto greenwashing, eco cosmesi. Bravi lo stesso.
La passione di Giosuè Carducci per il «ribollir de’ tini» è arcinota. Tanti versi, tanti racconti riguardo al diletto vino (tra tutti il Lambrusco che, dice Paolo Monelli, Carducci «avrebbe accompagnato anche al pesce e ai formaggi»): per esempio, per le collaborazioni a «Cronaca bizantina» il grand’uomo si faceva pagare in vernaccia. A barili. E il fatto che crebbe a Bolgheri, sia pure 120 anni prima della nascita dei Super Tuscan, credo qualcosa voglia dire.
Però, la sera del 5 ottobre 1881 accadde qualcosa. Il poeta era con Delia, Adele Bergamini, rossa di capelli e di occhi celeste, sua musa, amante e guida alla scoperta di Roma. Carducci bevve (e ribevve) del gin: mai stato uomo da un solo bicchiere. Il ginepro appena scoperto meritava il suo canto, e il canto risuonò:
Quanto azzurro d’amori e di ricordi,
Gin, infido liquor, veggo ondeggiare
Nel breve cerchio onde il mio gusto mordi:
O dolci selve di ginepri, rare,
A cui fischian nel grigio ottobre i tordi
Lungo il patrio, selvaggio, urlante mare!
La poesia si intititola “Gin e ginepri” ed è inclusa nella raccolta delle lettere del premio Nobel (volume XIII) pubblicata da Zanichelli. Ma la domanda è: quale sarà stato «l’infido liquor» del poeta? Con ogni probabilità, gin italiano: gli alti dazi dell’epoca avevano creato un fiorente industria delle versioni nazionali degli spiriti più noti. Di loro, però, abbiamo un’eccellente memoria contemporanea: la «Gineprina d’Olanda Imea». L’ha prodotta Fulvio Piccinino, il massimo storico italiano del vermouth e degli spiriti di casa nostra, con una ricetta del 1896. Olanda, perché allora il riferimento per il gin era quel paese più che l’Inghilterra. Le botaniche, oltre al ginepro, sono anice, chiodi di garofano, cannella e macis.
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