Ricorderemo la caldissima estate del 2026 come quella nella quale abbiamo capito che il nostro stile di vita è diventato una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza. Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 15 settembre 2026
Dopo quasi tre mesi di pausa, mi sono chiesto da quale argomento ripartire con Revolution, la trasmissione-podcast quotidiana che conduco per Radio3: le notizie non mancano certo in questi giorni di settembre.
C’è l’evoluzione della guerra in Iran, che si estende allo Yemen, con le milizie Houthi che prendono il controllo anche dello stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. E così i due stretti principali dai quali transita petrolio diventano uno strumento militare di Teheran nella resistenza agli Stati Uniti: la Repubblica islamica restringe direttamente i transiti da quello di Hormuz, gli Houthi ora possono fare lo stesso tra Yemen e Gibuti.
Ci sono i mercati in tensione, con il petrolio che va sopra i 108 dollari e gli indici azionari che oscillano tra nuova inflazione, politica economica americana fuori controllo e bolla dell’intelligenza artificiale.
E poi c’è appunto l’AI, con i fondatori delle principali aziende del settore che preparano quotazioni in Borsa per raccogliere decine di miliardi di dollari mentre ci raccontano anche che, forse, prima di diventare redditizia l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti con un attacco chimico o biologico senza antidoti o con agenti artificiali che prendono il controllo di Internet o di qualche batteria di droni.
Tutte questioni importanti, certo, che non mancherà occasione di approfondire. Eppure sembrano tutti dettagli, minuzie, rispetto a una vicenda più grande, più urgente. O meglio, sono tutti aspetti secondari dell’unica grande storia che ha dominato la nostra estate e che c’entra con la fonte dell’energia che ci serve e le nostre scelte di consumo. Mai, dai tempi del Covid, avevamo vissuto in maniera così diretta e condivisa una minaccia esistenziale al nostro stile di vita e alla nostra incolumità: il caldo.
Secondo il servizio di monitoraggio dell’Unione europea, Copernicus, agosto 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia, alla pari con luglio 2023. Ma il fatto che abbiamo già avuto così caldo deve preoccuparci, non rassicurarci: significa che queste temperature stanno diventando la nuova normalità.
La temperatura media della Terra a livello globale ad agosto 2026 è stata 1,65 gradi più calda che nell’epoca pre-industriale. L’ultima volta che avevamo superato la soglia critica, fissata dall’accordo di Parigi del 2015 in 1,5 gradi sopra la media pre-industriale, era stato a novembre 2025.
Ma queste sono medie, che includono terra e mare, oceani e poli. Ognuno può trovare il record che gli conferma la percezione della sua estate: le temperature nell’Europa occidentale sono state 2,54 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Per dare un’idea, la terribile estate del 2003, la prima in cui i giornali parlavano della strage di anziani per il caldo, aveva registrato temperature sopra la media di 1,98 gradi.
Le statistiche lasciano sempre un po’ indifferenti, ma credo che in molti abbiamo sperimentato la stessa sensazione tra luglio e agosto: che la temperatura fosse una minaccia, che le nostre funzioni corporee fossero in parte compromesse dal caldo, e quelle cerebrali ridotte. Tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre scelte organizzative di vita, gli spostamenti, la quantità di minuti sotto il sole. I servizi del genere Studio Aperto che hanno alimentato decenni di satira, con i consigli su come evitare le ore più calde e bere tanto, non fanno più ridere.
Chi poteva, è fuggito dalle città, ma trovare rifugio non era poi così facile: le località di mare che per anni consentivano di godere della brezza e di un po’ di sollievo, ora sono calde quanto i centri urbani. Senza aria condizionata non si può sopravvivere. Ma che senso ha comprare una seconda casa lontana per chiudersi dentro con il condizionatore?
L’estate 2026 è stata la prima a essere dominata dalla politica dell’aria condizionata, che ha animato feroci dibattiti in Francia e non solo. Otto Paesi hanno introdotto indicazioni di legge sulle temperature: Bangladesh, Cambogia, Malesia, Singapore e Sri Lanka hanno stabilito che negli uffici sono consentite solo temperature tra i 24 e i 26 gradi. Alle Seychelles il governo ha chiesto di spegnere l’aria condizionata almeno un giorno a settimana.
Il Pakistan ha introdotto vincoli di legge alle misure contro la dispersione termica, sempre più stringenti per i nuovi edifici. La domanda globale di elettricità per l’aria condizionata è cresciuta del 50% in dieci anni, dal 2015, ed è arrivata a 2.900 Terawatt-ora, più dell’intera domanda di energia elettrica dell’Unione Europea. Nel 2024, anno con ondate di calore molto intense, le spedizioni globali di condizionatori hanno raggiunto 200 milioni di unità.
E questo è solo l’inizio. Perché soltanto il 40 per cento della popolazione mondiale ha accesso all’aria condizionata, ma l’80 per cento ne sperimenta il bisogno.
Quanto a noi europei, sappiamo già cosa ci aspetta: un futuro all’americana o alla giapponese, dove il tasso di penetrazione dell’aria condizionata è al 90 per cento, mentre oggi in Europa è al 23 per cento. Significa edifici con finestre sigillate, troppo freddi in estate, troppo caldi in inverno, in un ribaltamento costante della percezione climatica.
È una delle tante evoluzioni che ci attendono e che renderanno la nostra vita un po’ più simile a quella della pandemia, con la differenza che giardini e terrazzi non saranno spazi di sicurezza dalla minaccia, com’era al tempo del virus, ma i più pericolosi e meno allettanti.
Le cronache dell’estate 2026 recuperano, in modo forse inconsapevole, lessico e toni da pandemia: a Roma il comune ha dovuto spingere anziani e persone fragili verso i cinema, non tanto per i film ma per l’aria condizionata, a Sanremo hanno usato il teatro del festival come un rifugio di emergenza, a Firenze hanno organizzato rifugi climatici, da Bari a Torino, comuni, prefetture e farmacie si sono preoccupati di come far arrivare farmaci e viveri ad anziani che non potevano uscire senza rischiare la vita.
In Sicilia, a Palermo, in caso di temperature insostenibili anche a settembre si passerà alla didattica a distanza, come durante la pandemia.
Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, su 39.351 mila edifici scolastici censiti, appena 2.835 dichiarano di avere l’aria condizionata, di quasi 13.000 non abbiamo dati, gli altri ne sono privi. Il ministero guidato da Giuseppe Valditara ha annunciato 20 milioni di euro, cioè appena 842 euro di media per ciascuno dei 23.739 edifici che non dichiarano di avere un impianto attivo.
In molte parti d’Italia si è discusso di rinviare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre, lo ha chiesto pure il sindaco di Benevento Clemente Mastella. Ma in un anno ci devono essere almeno 200 giorni di lezione, e se cominci tardi poi come puoi arrivare a fine giugno o inizio luglio quando farà ancora più caldo?
E i genitori come gestiscono figli minori in città ancora calde a fine estate per settimane e settimane senza scuola?
Se mettiamo insieme i pezzi, è facile capire perché l’estate 2026 rappresenta un punto di non ritorno. Non tanto per la consapevolezza di quello che sta succedendo, ma perché per la prima volta ci siamo accorti che la crisi climatica impatta ogni aspetto delle nostre esistenze. Non soltanto la scelta tra auto elettrica o a benzina.
A questo proposito, sembra davvero anacronistico che il governo Meloni abbia fatto quasi un decreto a settimana e speso oltre due miliardi di euro per tagliare di poco le accise sui carburanti, in modo da non aggravare la spesa per le vacanze delle famiglie e da evitare troppi rincari dovuti all’incremento nei costi dei trasporti.
Qualche decina di euro in più di costo della benzina per un paio di mesi è ben poca cosa rispetto allo sconvolgimento da caldo e ai costi che comporta, non soltanto per i consumi elettrici.
Chiunque abbia in famiglia bambini piccoli o parenti anziani potrà senza fatica contare quante centinaia, più spesso migliaia, di euro comporta ormai la mera sopravvivenza a luglio e agosto.
Molti lavori, già a inizio estate, sono stati dichiarati incompatibili con le temperature in certe fasce orarie: dagli operai dell’edilizia ai rider, attività economica che svanisce e Pil che si riduce.
Le scuole spariscono a metà giugno, ci sono pochi, costosi, centri estivi. Ma quale organizzazione di una famiglia con due genitori che lavorano è compatibile con un centro estivo che finisce alle 16, quando perfino i parchi sono ancora inaccessibili per le alte temperature?
E come si assistono gli anziani non del tutto autosufficienti in città invivibili, dove i servizi si diradano come se fossimo ancora negli anni Ottanta delle lunghe villeggiature fuori porta, con le badanti che – giustamente – hanno diritto anche loro a un po’ di ferie?
Chi non ha risorse è condannato a subire il caldo e le sue conseguenze, chi ha budget elevati a disposizione vede comunque svanire il valore di case al mare diventate fornaci mentre comincia la corsa a montagne sempre più lontane in cerca del fresco.
Il nostro stile di vita fondato sulle energie fossili ha fatto collassare l’ambiente in cui viviamo e adesso l’ambiente deformato dalle emissioni climalteranti sta facendo collassare il nostro stile di vita.
Il fatto che non si parli soltanto di questo, e che la politica cerchi in ogni modo di rimuovere o rinviare il problema, inizia a sembrare una strana forma di suicidio collettivo.
La nostra civiltà si è fondata sull’inquinamento, ora sperimentiamo la barbarie del caldo.
Ferdinando Cotugno è il più noto giornalista climatico in Italia, scrive per Domani e altre testate.
L’estate del 2026 è stata la più calda delle serie storiche. Per dare un termine di paragone, un agosto italiano medio fra il 1950 e il 1980 era di poco più di 20 gradi.
Nel 2026 la temperatura media di agosto è stata di 25,6 gradi, quindi 5 gradi in più rispetto alle estati che può ricordare un cinquantenne, un sessantenne, un settantenne: quelle che usiamo come base per misurare il cambiamento.
È uno sbalzo termico enorme. Questi sono dati del Consiglio nazionale delle ricerche, il CNR, e questa è una di quelle volte, non tantissime, in cui le nostre percezioni e i dati sono perfettamente allineati.
Numeri e corpi ci dicono la stessa cosa: in questa estate ha fatto un caldo insopportabile, peraltro con un’estensione temporale sempre più lunga.
Quando parliamo di estate, ormai parliamo di un periodo che quest’anno, per le ondate di calore, è andato dalla fine di maggio all’inizio di settembre.
Qui siamo nel campo delle osservazioni della società, quindi un po’ meno esatto di quello dei dati. Però sì, la mia sensazione è che questa sia stata un’estate da punto di non ritorno anche per la percezione climatica.
Ho sentito normalizzarsi sempre più l’idea del lockdown climatico, l’idea che ci sia una specie di coprifuoco: uscire durante un’ondata di calore è diventato qualcosa di percepito come pericoloso, che è necessario evitare, che fa star male.
Questo ha riportato il clima nelle preoccupazioni quotidiane delle persone dopo un anno relativamente tranquillo, privo di grandi incidenti climatici.
Ricordiamo che negli anni precedenti tutti gli autunni e le primavere erano stati caratterizzati da grandi disastri. Poi c’è stato un anno tranquillo e purtroppo in Italia lo si è usato per spazzare via il tema del clima dall’attenzione.
Ma la realtà vince sempre e quindi il clima si è imposto da solo sull’agenda e nelle percezioni. Secondo me sarà molto presente nelle elezioni amministrative. Nella politica nazionale si parlerà tanto di energia e di caro energia, ma credo poco di mitigazione e cambiamento climatico.
Nelle amministrative, invece, il verde urbano, il refrigerio urbano, la gestione dell’adattamento urbano saranno il tema. Anche perché si è capito quanto possa essere trasformativo un sindaco o una sindaca. Dagli esempi positivi, Londra e Parigi, e da quelli negativi, come Milano, si vede la differenza.
Secondo me si voterà per questa differenza e sulla credibilità di chi porterà un piano solido per cambiare una città e renderla più adatta alla lotta alla crisi climatica.
Anche perché città climaticamente inabitabili per quattro mesi l’anno sono città che vedono deperire il proprio patrimonio, le proprie prospettive, anche il valore degli immobili. Quindi secondo me ci sarà una domanda trasversale di buone idee, buone pratiche, misure di adattamento, strumenti. Se ne parlerà tanto.
Secondo me dobbiamo distinguere il negazionismo in senso stretto, che trovo, e anche i dati lo mostrano, piuttosto marginale nella nostra società. Marginale, ma purtroppo sovra rappresentato nelle istituzioni − il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è un negazionista climatico − e nei media italiani.
Però non è nemmeno questo il punto. Il punto è uno scontro fra interessi energetici e interessi collettivi. In questo scontro non c’è nessun negazionista: ci sono gruppi di interessi diversi, con priorità diverse. Non c’è una scala morale di priorità, ma ci sono priorità che corrispondono a interessi più generali, con una proiezione più lunga nel tempo, e ci sono interessi invece molto più ristretti.
Purtroppo questi interessi, che non sono interessi negazionisti, sono interessi fossili, che è una cosa attiva, ma diversa. In Italia stanno vincendo perché hanno molto ascolto nel governo e nei mezzi di comunicazione. Anche la scelta di Giorgia Meloni di andare di nuovo nella direzione di una maggiore estrazione di gas e petrolio in Italia non è tanto una scelta negazionista: è una scelta in cui un gruppo di interesse ha vinto sull’interesse generale.
Secondo me è questo lo scontro ed è così che dobbiamo leggerlo. Questa lettura si può fare a livello di un paese tutto sommato piccolo come l’Italia e si può poi traslare sull’Unione europea, su scala mondiale, sul conflitto fra Stati Uniti e Cina. Sono visioni diverse dell’economia, dell’energia, della società, con effetti diversi. Purtroppo la visione fossile, la visione di chi oggi estrae, continua a estrarre ed estrarrà sempre più idrocarburi, non è compatibile con l’abitabilità di questo pianeta.
Questo ce l’ha detto anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sull’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare il riscaldamento a un grado e mezzo: un obiettivo sostanzialmente fallito, che ci lascia come unica opzione l’overshoot, cioè superare la soglia di sicurezza, stare chissà quanti decenni al di sopra e poi ritornare al di sotto.
Questa è la nostra migliore opzione al momento. È un’opzione che ci ha garantito non il negazionismo climatico: tutte queste sciagure non arrivano per il negazionismo climatico, ma per una serie di interessi economici. Secondo me a questi interessi economici non va nemmeno dato l’alibi del negazionismo climatico.
Settimana News
Adista
È un «traguardo storico» quello raggiunto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” con il superamento della soglia delle 50mila firme necessarie per depositare in Parlamento il testo di una Proposta di Legge (PdL) d’iniziativa popolare sulla Difesa civile non armata e nonviolenta, in attuazione degli artt. 11 e 52 della Costituzione. Nonostante il disinteresse dei media mainstream e le difficoltà iniziali, la mobilitazione di movimenti della società civile e degli enti locali ha impresso una svolta insperata alla mobilitazione. La raccolta prosegue fino al 18 settembre per rafforzare il mandato politico in vista del dibattito parlamentare e lanciare un segnale chiaro alle forze politiche per il 2027. La PdL – che chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – sarà consegnata in nei prossimi giorni in Senato, dove ci si augura possa iniziare al più presto il suo iter parlamentare.
Con lo sguardo puntato sulle elezioni del 2027, i promotori della Campagna ritengono di aver fornito «un banco di prova su cui chiamare a pronunciarsi le forze politiche: destinare risorse alla prevenzione dei conflitti, alla mediazione e alla cooperazione, invece che alla sola crescita della spesa militare, è una scelta di campo che riguarda il futuro del Paese».
Politica
«L’obiettivo è portare sul tavolo della politica e nel dibattito nazionale il tema di un’altra difesa possibile», spiega Mao Valpiana (presidente del Movimento nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile”), «spostando fondi pubblici dalla preparazione della guerra alla costruzione della pace».
Questo importante obiettivo è «il segnale di una sensibilità diffusa nel nostro Paese contro la guerra e le spese militari. Ci aspettiamo ora che il Parlamento, invece di altre misure per il riarmo, discuta la proposta di legge e risponda alla domanda che sale dai cittadini e dalle cittadine», aggiunge anche Giulio Marcon (co-portavoce di Sbilanciamoci!).
Sulla stessa lunghezza d’onda Laura Milani (presidente della CNESC): «In questo momento storico, in cui si tende a normalizzare la guerra, a militarizzare la società e a far passare la corsa al riarmo come l’unica via per garantire la sicurezza, è un segnale straordinario che così tante persone abbiano voluto firmare per questa legge di iniziativa popolare. È un invito forte a un cambiamento di prospettiva sul modo di intendere la difesa e su come costruire vere politiche di pace».
«Siamo pronti ad affrontare il confronto con il Parlamento e con l’opinione pubblica sul modello di difesa necessario per il nostro Paese», afferma infine Alfio Nicotra (coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace Disarmo). La nostra proposta «arriva alle Camere prima della tanto annunciata “riforma Crosetto” dello strumento militare nazionale. Mentre il militarismo mostra su tutti i fronti il proprio fallimento, incapace di risolvere i conflitti e di dare sicurezza ai popoli, il movimento per la pace propone una difesa reale della nostra società e della nostra democrazia, fedele ai principi sanciti dagli articoli 11 e 52 della Costituzione. Questo schieramento vasto e unitario, che ha fatto della nonviolenza e del disarmo il proprio manifesto politico, rappresenta una risorsa importante per la nostra democrazia. In tempi in cui il riarmo viene spacciato come unica soluzione alla guerra mondiale a pezzi, non era facile scrivere una pagina diversa. Invece l’abbiamo scritta, ed è per noi il primo passo nella direzione giusta».
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Letture del Giorno
Prima Lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 15,1-11
Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!
A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 117 (118)
R. Rendete grazie al Signore perché è buono.
Oppure:
R. Alleluia, alleluia, alleluia.
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre». R.
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore. R.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto. R.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,36-50
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
Attuare poco per volta le misure per il clima ha un costo che non pagano quelli che sostengono questa tesi, ma i villaggi cancellati, le popolazioni del Pacifico, i contadini dell’Asia meridionale, i braccianti del Mezzogiorno, gli anziani senza climatizzazione nel pieno del calore urbano. Il dominio del profitto.
Jacqueline Peel e Wesley Morgan
1. Nairobi, 2 settembre
Ci sono date che finiscono nei libri di storia con il rumore delle guerre e dei crolli finanziari, e date che ci passano accanto in silenzio pur pesando molto di più. Il 2 settembre 2026 appartiene alla seconda categoria. Quel giorno, da Nairobi, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha pubblicato un rapporto intitolatoLimiting Overshoot(il superamento del limite tollerabile). Non è l’ennesimo allarme. È qualcosa di diverso e, per chi ha seguito trent’anni di negoziati climatici, di più grave: è un atto notarile.
Per la prima volta un’agenzia delle Nazioni Unite smette di chiedersi se la soglia di 1,5 gradi verrà superata e comincia a chiedersi quanto salirà il picco, quanto durerà il superamento e se esistano condizioni realistiche per tornare indietro. Il linguaggio ufficiale èovershoot,peakand decline: sfondare, toccare il massimo, rientrare. È la grammatica di una sconfitta trasformata in piano di lavoro.
António Guterres ha commentato chiedendo che il superamento sia il più contenuto e il più breve possibile, e che l’unica cosa a superare ogni misura sia semmai l’ambizione politica. La direttrice esecutiva dell’UNEP, Inger Andersen, è stata più asciutta: se restiamo sopra 1,5 gradi nel lungo periodo, non esistono esiti buoni. Nessuno. Non è una frase da conferenza stampa, è una constatazione tecnica travestita da avvertimento morale.
2. Che cosa dice davvero il documento
Vale la pena leggere le cifre, perché è lì che il rapporto smette di essere un testo diplomatico e diventa un atto d’accusa. Anche nello scenario più favorevole costruito sugli impegni oggi presentati dai governi, il picco atteso di riscaldamento si colloca intorno a 1,8 gradi. Con le politiche effettivamente in vigore, non con quelle annunciate, la stima mediana per fine secolo si attesta intorno ai 2,6 gradi, in una forbice che va da 1,9 a 3,6. Dalla firma dell’Accordo di Parigi il mondo ha immesso in atmosfera oltre 400 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
Il rapporto richiamal’Emissions Gap Reportdel 2025, che fissava l’asticella: per restare su una traiettoria compatibile con 1,5 gradi e un superamento limitato, le emissioni globali di gas serra dovrebbero scendere del 55 per cento rispetto ai livelli del 2019 entro il 2035. Nel 2024 sono invece cresciute del 2,3 per cento, arrivando a 57,7 miliardi di tonnellate equivalenti. Non è un rallentamento insufficiente. È una direzione sbagliata.
Una precisazione tecnica serve a evitare confusioni che la propaganda sfrutta volentieri. Il 2024 ha già chiuso con una media annua intorno a 1,53 gradi sopra i livelli preindustriali, ma un singolo anno caldo non equivale al superamento della soglia: quella si misura sul riscaldamento di fondo, oggi stimato intorno a 1,4 gradi. È proprio questa distinzione che rende la notizia più seria, non meno: significa che il superamento strutturale è ormai atteso entro pochi anni, con stime che indicano il 2029 o il 2030.
3. Il tempo è l’unica variabile non negoziabile
Fra tutte le cifre del rapporto, la più politica è quella indicata da Joeri Rogelj, uno degli autori: ogni cinque anni di ritardo nella riduzione delle emissioni aggiunge almeno un decimo di grado al picco del riscaldamento. Tradotto: ogni legislatura sprecata ha un prezzo fisico, misurabile, che qualcuno pagherà.
Questo rovescia il modo in cui in Italia e in Europa si discute di clima. Da anni ci viene raccontata una contrapposizione tra chi vorrebbe fare troppo in fretta e chi predica gradualità, tra transizione ideologica e realismo industriale. Il rapporto dell’UNEP dimostra che quella contrapposizione è falsa. La gradualità non è una posizione prudente: è una posizione costosa, e il costo non lo paga chi la sostiene. Lo pagano, in ordine, le popolazioni delle isole del Pacifico, i contadini dell’Asia meridionale, i braccianti che lavorano sotto il sole a quaranta gradi nelle campagne del Mezzogiorno, gli anziani soli nelle case senza climatizzazione durante le ondate di calore urbane.
Il ritardo, insomma, non è un incidente della politica. È una redistribuzione. Sposta risorse e sicurezza dal futuro al presente e dai molti ai pochi, e lo fa con la lentezza rassicurante delle procedure amministrative.
4. Il conto arriva a Trishuli Bazar
Il 26 agosto 2026, sul confine tra Tibet e Nepal, una massa di ghiaccio, roccia e detriti si è staccata a oltre cinquemila metri di quota e ha generato una piena improvvisa lungo il sistema del Bhote Koshi e del Trishuli. In mezz’ora il livello del fiume si è alzato di nove metri. Un pilota di elicottero ha raccontato di onde alte cinque o sei metri. A Devighat, nel distretto di Nuwakot, secondo le ricostruzioni locali si sono salvate pochissime case. Ponti, mercati, scuole, quindici impianti idroelettrici: cancellati.
I bilanci restano provvisori e discordanti, come sempre accade quando la tragedia colpisce aree remote e Stati diversi. Ai primi di settembre l’autorità nepalese per la gestione dei disastri parlava di oltre milleduecento morti fra i due Paesi e di migliaia di dispersi. Alcune organizzazioni hanno accusato le autorità cinesi di sottostimare le vittime, un’accusa che va registrata come tale e non trasformata in fatto accertato. Una rete internazionale di oltre ottantacinque scienziati ha ricostruito in meno di ventiquattro ore la dinamica dell’evento, escludendo che il solo distacco glaciale potesse spiegare la violenza della colata e indicando il ruolo dell’indebolimento della roccia dovuto allo scioglimento del permafrost e all’acqua di fusione.
Non è possibile attribuire un singolo disastro al riscaldamento globale con la stessa certezza con cui si attribuisce una tendenza. Ma è possibile dire che quel tipo di evento appartiene alla famiglia di fenomeni che il riscaldamento rende più probabili e più violenti, e che gli abitanti di Rasuwa non hanno contribuito quasi in nulla alle emissioni che stanno destabilizzando le loro montagne. È questa l’asimmetria che tiene insieme la questione climatica e la questione della giustizia: chi decide non paga, chi paga non decide.
Il presidente di Palau, Surangel Whipps Jr, ha reagito al rapporto ricordando quanto le nazioni del Pacifico avessero lottato per far entrare la soglia di 1,5 gradi nell’Accordo di Parigi, e osservando che chiedere più ambizione non basta più. Chi vive su un atollo non discute di scenari: guarda il mare che sale sul proprio orto.
5. Il conto italiano: quarantotto miliardi in un anno
Chi vuole capire perché il mondo ha superato la soglia non deve guardare alle dichiarazioni, ma ai bilanci pubblici. In Italia il quadro è documentato con precisione da Legambiente, che monitora la materia dal 2011. Secondo il rapporto Stop sussidi ambientalmente dannosi presentato nel marzo 2026, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato 48,3 miliardi di euro a sussidi ambientalmente dannosi, distribuiti su settantasei voci fra attività, opere e progetti legati direttamente o indirettamente alle fonti fossili e alle attività inquinanti. In quindici anni la somma complessiva supera i 436 miliardi.
La composizione conta più del totale. Il settore energetico assorbe oltre 14 miliardi. Ci sono 3,6 miliardi di agevolazioni IVA, 2,9 miliardi di quote di carbonio assegnate gratuitamente nel sistema ETS e circa 2 miliardi in prestiti e garanzie pubbliche messe a disposizione da SACE e Cassa depositi e prestiti a favore di impianti e infrastrutture fossili. I contributi agli impianti alimentati da fonti fossili sono passati da 1.019 milioni nel 2023 a 1.176 milioni nel 2024. Solo nel 2024, secondo la stessa fonte, l’inadeguatezza di canoni e royalties nel settore oil and gas, aggravata da esenzioni e tetti massimi, è costata allo Stato 547,4 milioni di mancati introiti rispetto ad altri Paesi.
Il dato ufficiale, pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica il 16 luglio 2026 nell’ottava edizione del Catalogo dei sussidi, adotta un perimetro contabile più stretto e per il 2025 indica 22,4 miliardi di sussidi dannosi, di cui 20,6 miliardi destinati specificamente ai combustibili fossili attraverso quarantaquattro misure. Nel 2020 erano 13 miliardi. Le due contabilità non coincidono, e la differenza dei criteri va detta con onestà. Ma la direzione che segnalano è la stessa, e la denuncia di Legambiente sulle diciotto voci non quantificate nel Catalogo resta senza risposta.
Qui la discussione smette di essere ambientale e diventa costituzionale. La legge costituzionale numero 1 del 2022 ha inserito nell’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, e ha aggiunto all’articolo 41 che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente. Ogni miliardo di denaro pubblico che consolida la rendita fossile va misurato su quel testo. Non è una metafora: è una norma di rango costituzionale.
6 La rimozione del carbonio e la tentazione dell’alibi
Il rapporto dell’UNEP indica come unica via di rientro un percorso che vada oltre la neutralità carbonica, fino a emissioni nette negative: sottrarre all’atmosfera più anidride carbonica di quanta se ne immetta. Sul piano fisico è ineccepibile. Sul piano politico è il punto più pericoloso dell’intero documento, e va detto proprio perché il documento stesso lo mette in guardia: la rimozione del carbonio deve aggiungersi agli sforzi di azzeramento, non sostituirli.
La tentazione è evidente. Una tecnologia futura che promette di riparare i danni è lo strumento retorico perfetto per rinviare le decisioni presenti. Piantare alberi, ripristinare ecosistemi, accelerare l’alterazione delle rocce, aumentare l’alcalinità degli oceani: sono approcci diversissimi per maturità, costo e rischio, e nessuno di essi è oggi dimostrato alla scala di gigatonnellate che gli scenari presuppongono. Nel frattempo intorno alla rimozione del carbonio si sta costruendo un mercato, con crediti, certificazioni e attori finanziari. Un mercato ha bisogno di scarsità e di domanda, non necessariamente di risultati climatici verificabili.
Il rischio è che si ripeta lo schema già visto con le compensazioni: un’industria del rinvio finanziata da chi continua a estrarre, che vende all’opinione pubblica la promessa di una riparazione futura in cambio del permesso di non cambiare nulla adesso. Rob Jackson, climatologo di Stanford estraneo al rapporto, ha usato un’immagine efficace: non siamo riusciti a fermare il treno delle emissioni, e ora gli scenari ci chiedono di fermarlo e poi di farlo tornare indietro. È la nostra migliore speranza. È anche, ha aggiunto, tutt’altro che probabile.
7. Antalya, novembre: chi ospita, chi presiede, chi vende
Dal 9 al 20 novembre 2026 la COP31 si terrà ad Antalya, in Turchia, con una divisione di ruoli senza precedenti nella storia dei negoziati climatici: la Turchia mantiene la presidenza formale, l’ospitalità e l’Action Agenda, mentre l’Australia esercita la presidenza dei negoziati, con l’autorità di gestire il processo, nominare i facilitatori, preparare i testi e formulare la decisione finale. Il ministro australiano Chris Bowen sarà presidente dei negoziati. Una pre-COP si terrà alle Figi e un incontro di leader a Tuvalu fra il 5 e l’8 ottobre.
Questa geometria è stata presentata come una vittoria del multilateralismo e come un riconoscimento del Pacifico. In parte lo è. Ma va guardata anche per quello che è: l’Australia, che guiderà le trattative sull’uscita dalle fonti fossili, è uno dei maggiori esportatori mondiali di carbone e di gas naturale liquefatto. La Turchia, che ospita e presiede formalmente, è un Paese la cui espansione economica poggia largamente sul carbone e sul gas. Non è un’accusa di malafede: è la descrizione di un conflitto di interessi strutturale che attraversa l’intero processo negoziale e che nessuna procedura, finora, ha saputo neutralizzare.
8. Non è il clima ad aver tradito
La parolaovershootha una qualità sedativa. Suona tecnica, quasi contabile, e permette di dire che abbiamo sforato un obiettivo come si sfora un budget trimestrale. Ma dietro quella parola non ci sono scostamenti di bilancio: ci sono villaggi cancellati in una valle dell’Himalaya, isole che perdono acqua potabile, raccolti bruciati, città che d’estate diventano invivibili per chi non può permettersi di andarsene.
La cosa più importante che il rapporto dell’UNEP dice, senza dirla, è che il superamento della soglia non è stato un fallimento della scienza né un limite della tecnologia. La scienza aveva indicato la traiettoria con decenni di anticipo. Le tecnologie esistevano e sono diventate progressivamente più economiche. Ciò che è mancato è stata la volontà di sottrarre potere a chi guadagna dall’estrazione, e quella volontà è mancata perché il potere di quegli interessi si è tradotto in sussidi, esenzioni, garanzie pubbliche, quote gratuite e ostruzione diplomatica documentata.
Un grado e mezzo non è evaporato. È stato speso, voce per voce, e le voci hanno un nome e un importo. Il rapporto delle Nazioni Unite ci dice che si può ancora limitare l’altezza del picco e accorciarne la durata, e che ogni decimo di grado risparmiato è vita risparmiata. Ma per farlo occorre smettere di trattare la crisi climatica come una questione di comportamenti individuali e cominciare a trattarla per quello che è: una questione di proprietà, di rendita e di democrazia.
La domanda da portare ad Antalya, e prima ancora nelle nostre assemblee elettive, non è se crediamo alla scienza del clima. È molto più semplice e molto più scomoda: chi paga i quarantotto miliardi, e chi li incassa.
primaloro.cm
FONTI
Lo spunto iniziale di questo articolo è un testo circolato in italiano attraverso la newsletter Other News (Roma), traduzione dell’articolo di Jacqueline Peel e Wesley Morgan pubblicato da The Conversation nel settembre 2026. I dati citati in quel testo sono stati qui verificati sulle fonti primarie e integrati con documentazione successiva.
]]>«Gesù è ebreo e lo è per sempre». Ma soprattutto, sessant’anni dopo Nostra aetate, la Chiesa compie un ulteriore passo: la religiosità degli ebrei di oggi, e non soltanto l’ebraismo biblico dal quale è nato il cristianesimo, conserva un valore teologico per i cristiani.
È probabilmente questo il passaggio più innovativo del nuovo documento pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare che cambiò radicalmente i rapporti tra cattolici ed ebrei. Un testo che arriva in una delle fasi più difficili del dialogo ebraico-cristiano degli ultimi decenni, pesantemente condizionato dalla guerra a Gaza e dalle opposte letture del conflitto mediorientale, mentre in molte parti del mondo sono tornati a moltiplicarsi episodi di antisemitismo. Attacchi alle sinagoghe, cimiteri ebraici profanati, scritte antisemite, aggressioni e discriminazioni hanno accompagnato questi anni di fortissima tensione. Lo stesso documento riconosce senza infingimenti che i conflitti divampati in Medio Oriente hanno lasciato il segno anche nei rapporti tra cristiani ed ebrei e che «molti ponti di comunicazione hanno vacillato», pur sostenendo che i pilastri costruiti in sessant’anni di dialogo siano rimasti saldi.
È dentro questo scenario che Leone XIV rilancia Nostra aetate e torna alla domanda di fondo: come coniugare la fedeltà alla propria identità religiosa con l’apertura all’altro? E come continuare a parlare di fratellanza universale in società attraversate dalla guerra, dalla violenza, dalle chiusure identitarie e dalla secolarizzazione?
Per rispondere, il documento torna innanzitutto all’origine di quella svolta. Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965, nacque inizialmente non come documento generale sulle religioni, ma come risposta alla tragedia dell’antisemitismo culminata nella Shoah. Fu Giovanni XXIII, dopo il celebre incontro con lo storico ebreo Jules Isaac, reso possibile dalla mediazione di Maria Vingiani, ad affidare al cardinale Augustin Bea – un vero gigante teologico – il compito di elaborare un testo capace di risanare il rapporto tra la Chiesa e il popolo ebraico. Da quel nucleo iniziale sarebbe poi nata una dichiarazione molto più ampia, destinata a diventare uno dei cardini del dialogo della Chiesa con le religioni non cristiane.
Il punto di partenza resta inequivocabile: il cristianesimo non può essere compreso separandolo dall’ebraismo. Agli israeliti, ricorda il documento citando san Paolo, «appartengono i patriarchi» e da loro Cristo proviene «secondo la carne». Dal popolo ebraico sono nati gli apostoli e i primi discepoli che hanno annunciato il Vangelo. Da qui la formula ripresa dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo: «Gesù è ebreo e lo è per sempre». La sua appartenenza al popolo d’Israele non costituisce cioè un semplice dato biografico o storico, ma entra nella comprensione cristiana dell’Incarnazione. L’eredità ebraica portata da Gesù «forma parte della struttura teologica del cristianesimo stesso».
Ma il nuovo documento va oltre. Ed è qui che emerge il passaggio forse più significativo. Non è soltanto l’Israele biblico ad avere rilevanza per la Chiesa. Anche l’ebraismo sviluppatosi nei secoli, e dunque l’ebraismo rabbinico e contemporaneo, entra nell’orizzonte teologico cristiano. Il testo afferma infatti che «la religiosità degli attuali ebrei – e non solo quella legata al Primo Testamento – è rilevante per i cristiani» e riprende Francesco per ricordare che «Dio continua a operare nel popolo dell’Antica Alleanza».
La conseguenza è notevole: la religiosità ebraica viene definita «un effetto della Parola rivelata», ancora «viva ed efficace», e per questo un «valore attuale e dinamico» capace persino di arricchire la fede cristiana. Il dialogo con l’ebraismo, dunque, non serve semplicemente a conoscere meglio l’altro né si esaurisce nella diplomazia religiosa. Serve al cristiano anche per comprendere più profondamente la propria identità.
Il secondo grande nodo riguarda l’Alleanza. Il documento ribadisce senza esitazioni che «l’alleanza di Dio con il popolo ebraico è irrevocabile». Un’affermazione già consolidata nel magistero, ma della quale vengono tratte con particolare nettezza le conseguenze teologiche. L’Alleanza non appartiene a una fase superata della storia della salvezza e non può essere ridotta a una memoria del passato: conserva un significato presente.
Resta però aperta la questione più delicata: se l’Alleanza con Israele rimane irrevocabile, significa che esistono due strade parallele verso la salvezza, una cristiana e una ebraica? La risposta del documento è negativa. La Chiesa continua ad affermare Cristo come unico redentore e non accoglie la teoria delle «due vie» autonome di salvezza.
È precisamente su questo crinale che il testo cerca un equilibrio: da una parte supera ogni interpretazione secondo cui Israele avrebbe esaurito la propria funzione con la nascita della Chiesa; dall’altra non modifica la centralità cristologica della dottrina cattolica. L’Alleanza con il popolo ebraico resta irrevocabile e teologicamente significativa, mentre Cristo resta, per la fede cristiana, l’unico redentore. Ne deriva una relazione che il documento considera unica rispetto a quella con tutte le altre religioni. Cristiani ed ebrei, afferma il testo riprendendo Leone XIV, «non possono fare a meno gli uni degli altri» e sono chiamati a percorrere insieme il cammino «sino alla fine del tempo terreno».
Una formula che sposta definitivamente il dialogo dal terreno della semplice cortesia interreligiosa a quello dell’identità. Per la Chiesa il rapporto con l’ebraismo non è accessorio, diplomatico o contingente. È interno alla domanda su se stessa, sulle proprie origini e sulla propria fede. Il Vaticano sceglie dunque di rilanciarlo mentre il conflitto mediorientale ha fatto vacillare molti dei ponti costruiti negli ultimi sessant’anni: le divergenze politiche possono diventare radicali, il dialogo può attraversare crisi profonde, ma il legame teologico tra cristianesimo ed ebraismo non dipende dalle congiunture geopolitiche. Perché, prima ancora di ogni altra considerazione, «Gesù è ebreo e lo è per sempre».
Il Messaggero
]]>Il 7,8% delle donne in Italia nel 2025 ha dichiarato di aver subito una violenza sessuale prima dei 16 anni. L’abuso sessuale ha riguardato poco meno di un milione e 650 mila italiane (l’8,2%) e quasi 73mila straniere (3,4%). Un dato che è diminuito rispetto al 2014 quando la percentuale raggiungeva il 10,6%.
La maggior parte delle violenze sessuale avviene tra gli 11 e i 16 anni, ma l’8,2% delle vittime italiane ricorda che il primo episodio risale a prima dei 6 anni.
La percentuale delle donne sale addirittura al 14,9% se alle violenze sessuali si sommano anche gli abusi fisici. Dunque tre milioni di ragazze italiane (15,3%) e oltre 244mila straniere (11,4%) almeno una volta hanno subito una qualsiasi forma di violenza che comprende sia quella fisica, sia quella sessuale prima dei 16 anni. E’ il quadro delineato dal report dell’Istat ‘Violenza contro le donne dall’infanzia all’età adulta – Anno 2025’. Parenti, amici e amici di famiglia sono la maggior parte dei responsabili delle violenze, quasi tutti di sesso maschile. La violenza sessuale compiuta da familiari è più rara, ma quando accade si ripete con più frequenza. Più del 58% delle vittime, da piccola, non ha parlato con nessuno delle violenze subite. Circa il 9% delle donne ha subìto violenze fisiche prima dei 16 anni: si va dalle spinte agli strattonamenti e gli schiaffi, fino ad essere prese a calci, essere percosse con oggetti, bruciate o ferite con un’arma. La violenza più grave – sostiene l’Istat – è soprattutto per mano dei genitori. Considerando le forme di violenza più gravi, il 47,5% delle vittime straniere è stato colpito, picchiato o ferito dal padre e il 43,5% dalla madre; tra le vittime italiane il padre ne è l’autore in circa il 40% dei casi e la madre nel 28%
La quota di donne che hanno subìto violenze fisiche o sessuali da adulte, pari al 31,9% per le italiane e al 27,4% per le straniere, quasi raddoppia se si sono subite violenze fisiche o sessuali anche da piccole (57,2% per le italiane e 56,8% per le straniere). Un dato del tutto simile a quello rilevato nel resto d’Europa. I dati diffusi dall’Istat sono stati definiti “impressionanti” dalle parlamentari M5S Stefania Ascari, Anna Bilotti, Alessandra Maiorino e Daniela Morfino, aggiungendo che raccontano una realtà che “troppo spesso inizia tra le mura di casa” ed anche per questo chiedono che l’educazione sessuale ed affettiva nelle scuole. Anche la senatrice Michela Biancofiore presidente del Gruppo Civici d’Italia-Udc-Noi Moderati-Maie-Centro Popolare al Senato ha bollato come “allarmanti” i dati Istat perchè “dietro queste cifre ci sono infanzie ferite e una responsabilità alla quale nessuna istituzione può sottrarsi“. Per la senatrice del Pd Valeria Valente “altro che violentatori sconosciuti magari extracomunitari, come farebbe piacere a qualche forza politica: l’orco è in casa”. “Il dato è in calo rispetto al 2014, ma non può certo lasciarci tranquilli”, riflette la deputata di Fratelli d’Italia, Cristina Almici.
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«L’edificio è crollato proprio come durante un bombardamento, però senza esplosione». Lo racconta Alaa Halilo, un gazawi che abita a 200 metri dalla palazzina di sei piani collassata la notte scorsa nella zona di Tal al-Hawa, a Gaza City. «Era stata colpita all’inizio del conflitto ed era già fatiscente. Si era inclinata, dopo che le fondamenta e il primo piano erano stati danneggiati. Non era più agibile. Da un po’ di tempo, però, vedevamo che era abitata e, onestamente, eravamo scioccati dal fatto che quelle famiglie avessero deciso di stare lì. Sembra che avessero perso la speranza di trovare un’alternativa dove vivere», riferisce l’uomo ad Avvenire. Poi, riporta quello che si dice nel suo quartiere. «Quello che abbiamo saputo da alcuni vicini è che era appena stato celebrato un matrimonio. Il motivo dell’elevato numero di persone disperse nel crollo è che alcuni familiari erano arrivati per rendere visita agli sposi». Secondo le squadre di soccorso, sotto le macerie sono morte almeno ventuno persone, tra cui otto bambini, ma diverse decine restano ancora sepolte. A Gaza la guerra uccide i civili senza bisogno che qualcuno spari o sganci nuove bombe. Basta aspettare. In tutta la Striscia, dove il 76,6% delle unità abitative è stato distrutto o danneggiato dal conflitto (371.888 su 485.361, secondo rilevazioni e stime di Onu, Ue e Banca Mondiale), sarebbero «centinaia» gli edifici dichiarati inagibili eppure ancora abitati. Lo ha riferito, dopo il crollo di stanotte, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Ramiz Alakbarov. Con l’avvicinarsi dell’inverno e delle piogge, c’è ancora più allarme per la possibilità di cedimenti improvvisi.
«Per quindici minuti, dopo il crollo, la zona è rimasta avvolta da polvere e fumo». Lo racconta in una serie di messaggi Whatsapp, un’altra gazawi di nome Mahy Adwan che abita ancora più vicino, ad appena una trentina di metri dal palazzo collassato. In un video che ha girato dalla finestra si vedono le prime luci d’emergenza delle squadre di soccorso all’opera e si sente una donna urlare. «Stavamo dormendo e quando abbiamo avvertito il boato abbiamo pensato che la nostra casa fosse stata colpita da un bombardamento. Quell’edificio, di fronte al nostro era già pericolante e a rischio di crollo. Al momento, da quello che sappiamo, 68 persone risultano ancora disperse sotto le macerie. Le squadre di soccorso lavorano senza sosta dalle 2 e mezzo di stanotte». Poi aggiunge: «Ci abitavano molte donne con i loro figli, perché non avevano altro posto dove andare. Credo fossero sei o sette famiglie, un centinaio di persone in tutto». Le squadre di emergenza hanno diffuso i nomi. Erano la famiglia Al-Ajla, gli Al-Jabari, gli Al-Hallas, gli Adas, poi gli Al-Satri, gli Abu Ras, gli Al-Sa’ada. «Eravamo vicini», conclude Mahy Adwan, «ma non li conoscevo direttamente. Vedevo i bambini giocare per strada e le madri uscire con loro».
Avvenire
]]>Il Messaggero
È morto a 112 anni, ad Avigliano in provincia di Potenza, l’uomo più anziano d’Italia. Vitantonio Lovallo, per tutti “Zitòn”, era nato nel 1914 e viveva a Sarnelli, una frazione della città lucana. Aveva compiuto gli anni lo scorso 25 marzo. In seguito alla sua morte cede il titolo di Decano Maschile d’Italia ad Angelo Peressini e d’Europa al portoghese a Joaquim Varela.
L’ultimo saluto
«Con profonda commozione saluto Vitantonio Lovallo, il nostro caro Zitòn, che con i suoi 112 anni ha rappresentato una memoria viva e preziosa della nostra comunità – dice all’ANSA il sindaco di Avigliano, Giuseppe Mecca -. La sua lunga vita, attraversata con semplicità, forza e amore per la famiglia e per la sua terra, resterà nel cuore di tutti noi». I funerali saranno celebrati giovedì 17 settembre, alle 10.30, nella chiesa di San Vincenzo Ferrer a Sarnelli. Dopo il rito, la salma sarà accolta nel cimitero di Lagopesole.
La sua storia
Nacque il 25 marzo 1914, ma fu registrato all’anagrafe il 28 marzo, ad Avigliano in Basilicata, dove la famiglia viveva in una stanza di pietre insieme ai propri animali. Si sposò nel 1936 (sua moglie è morta nel 2015 all’età di 98 anni) ed ebbe quattro figli, due femmine e due maschi (uno dei quali morto a pochi mesi dalla nascita per una meningite). Durante la seconda guerra mondiale fu mandato al fronte dove fu poi fatto prigioniero in Grecia dai tedeschi nel 1943, internato nel campo di Stalag VIII C e costretto ai lavori forzati fino al 1945. Lavorò dall’età di 16 anni, inizialmente facendo il pastore e aiutando la famiglia nei terreni coltivati a grano o mais, e successivamente come mulattiere. Per tutta la vita continuò a lavorare, all’età di 103 anni portava ancora al pascolo le sue pecore ogni mattina e fino all’età di 106 anni si è occupato personalmente del suo vigneto. Nel maggio 2026, direttamente dai vertici dell’associazione, riceve la medaglia degli 80 anni di Coldiretti come tributo alla sua forza in quanto socio più longevo.
I colloqui si sono concentrati sulla possibilità di formalizzare la cooperazione attraverso un accordo bilaterale, volto a stabilire un quadro più strutturato per lo svolgimento di attività congiunte, lo scambio di esperienze e l’approfondimento del dialogo istituzionale.
Successivamente all’incontro, Papajorgji e la sua delegazione sono stati ricevuti in udienza speciale dal Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, al Palazzo del Quirinale.
Nel suo intervento, la Presidente della Corte costituzionale ha elogiato i rapporti tra Albania e Italia, nonché il sostegno dell’Italia al processo di integrazione europea del Paese.
Il Presidente Mattarella è stato scelto dalla World Jurist Association e dalla World Law Foundation per ricevere il “Peace and Liberty Award” (Premio per la Pace e la Libertà). Il riconoscimento sarà conferito durante il World Law Congress, che si terrà in Albania dal 3 al 5 maggio 2027.
Papajorgji era accompagnata dal Capo di Gabinetto Valbona Bala; della delegazione facevano parte anche rappresentanti delle istituzioni giudiziarie albanesi, della World Jurist Association e della World Law Foundation.
]]>Verso la Gmg, Farrell a Seul: mostriamo Gesù a tanti giovani oggi nel deserto
Con una Messa nel giorno della festa dell’Esaltazione della Croce, il prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha aperto oggi, 14 settembre, nella città di Incheon (Corea del Sud), l’incontro internazionale di quattro giorni che prepara la Giornata Mondiale della Gioventù del 2027. Il porporato: “Iniziamo un pellegrinaggio che ci conduce fino all’agosto del prossimo anno”
Vatican News
“Tanti giovani vengono morsi dai ‘serpenti brucianti’ del peccato, della tristezza, della depressione e dell’incredulità. Anche per loro la salvezza non sta in strategie umane, non sta nei beni materiali, non sta nelle nuove tecnologie, ma nell’alzare lo sguardo e accoglier da Dio il perdono, l’amore e la vita”. Lo ha detto il cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, nell’omelia della Messa che ha presieduto oggi, 14 settembre, a Incheon-Seul, in occasione dell’apertura dell’Incontro internazionale di preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, che si terrà a Seul nell’agosto del 2027. L’evento, che è in corso nella città di Incheon, da oggi fino al 17 settembre, è organizzato dal Comitato organizzatore locale della GMG di Seul in collaborazione con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, responsabile per l’organizzazione delle GMG.
Il cardinale si è soffermato sulla prima Lettura della liturgia della festa dell’Esaltazione della Croce che racconta l’episodio dei “serpenti brucianti” che mordevano il popolo durante un difficile momento di prova nel deserto. Una situazione non dissimile rispetto a quella che sperimentano “anche oggi, tanti giovani che si trovano nel deserto della vita, attraversano momenti di prova difficili, di smarrimento, di ribellione, di vuoto”. In questo passaggio del Vecchio Testamento, il Signore salva il suo popolo suggerendo a Mosé di issare un serpente su un’asta: chiunque fosse stato morso dai serpenti e avesse fissato quello sul bastone di Mosé, sarebbe soppravvissuto. Un episodio che – come ribadisce la seconda Lettura tratta dal angelo di Giovanni – prefigura l’innalzamento di Cristo sulla croce a salvezza di tutti gli uomini.
Dopo aver ricordato che proprio la croce è il simbolo che caratterizza tutte le Giornate Mondiale della Gioventù, il porporato ha sottolineato che l’appuntamento di Seul 2027 sarà proprio l’occasione per alzarla contro i malesseri che affliggono i giovani. “Dunque, anche noi innalzeremo Gesù crocifisso, perché tanti giovani credano in Lui e abbiano la vita eterna. Tutto quello che faremo durante la Gmg servirà a questo. E lo faremo senza paura, senza vergogna e senza compromessi. Non possiamo vergognarci di Gesù; non possiamo vergognarci della croce!”.
Anche quest’anno, come sempre prima di una Giornata Mondiale della Gioventù a livello internazionale, circa 300 delegati provenienti da più di 100 Paesi e appartenenti a Conferenze episcopali, Movimenti e Associazioni internazionali, si sono riuniti per l’incontro Internazionale in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù. La quattro giorni di Incheon-Seul si è aperta con il saluto iniziale dell’arcivescovo di Seul, monsignor Peter Chung Soon-taek, e alla presenza del nunzio apostolico in Corea, monsignor Giovanni Gaspari.
Il cardinale Farrell ha espresso gratitudine all’Arcidiocesi di Seul per l’accoglienza, ricordando che a partire dal 18.mo secolo la fede cattolica in Corea è fiorita grazie a una genuina ricerca della verità di studiosi coreani. Ha inoltre invitato i delegati presenti a prepararsi a un pellegrinaggio che culminerà nell’agosto 2027: la preparazione nelle diocesi, nelle parrocchie, in tutto il mondo, comincia ora. Non si tratta semplicemente di un viaggio o di un’esperienza di una settimana. La Gmg è un momento per stare insieme e per vivere la fede come un’unica Chiesa. È un momento per preparare le anime e per incoraggiare tutti i cristiani nelle comunità, nelle case, nelle famiglie, a vivere la fede. E questo pellegrinaggio raggiungerà infine il suo culmine a Seul.
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