Non si tratta solo di mancanza di attenzione, ma del sentirsi interrotti, corretti o fraintesi prima ancora di riuscire a dire cosa si ha dentro.
Nel ritmo delle giornate, tra orari e impegni, ascoltare davvero richiede tempo, presenza e curiosità.
L’ascolto ai bambini non coincide con il “dare sempre ragione”, ma con il dare spazio a ciò che il bambino prova, anche quando non sa ancora nominarlo.
Se il bambino si sente ascoltato, sviluppa fiducia e impara a nominare ciò che prova.
Se si sente invisibile, può chiudersi, diventare oppositivo o esprimere il disagio con comportamenti che confondono.
L’ascolto ai bambini è una pratica relazionale: permette al bambino di riconoscere le emozioni, regolarle e sentirsi visto.
A livello neuropsicologico, la sintonizzazione emotiva sostiene processi di autoregolazione e di connessione con l’adulto di riferimento.
Se i conflitti sono frequenti, se il bambino fatica a esprimersi o se in famiglia c’è molta tensione, può essere utile un percorso di sostegno genitoriale o un breve ciclo di consulenze psicologiche.
A volte bastano pochi incontri per ritrovare strumenti e un linguaggio comune.
Ascoltare non significa dare sempre ragione, ma offrire uno spazio sicuro in cui le emozioni possano essere riconosciute.
L’ascolto ai bambini è un atto educativo e affettivo: aiuta i più piccoli a costruire fiducia, autonomia e parole per dirsi.
Se desideri un confronto su come portarlo nella tua famiglia, puoi contattarmi qui.
Anche pochi minuti al giorno possono fare la differenza.
Dedica momenti brevi ma autentici: spegni lo smartphone, guarda tuo figlio negli occhi e ascoltalo senza interromperlo.
È la qualità del tempo, più che la quantità, a rafforzare la connessione.
Evita di forzarlo. Spesso i bambini comunicano attraverso il gioco, il disegno o il corpo.
Puoi commentare ciò che fa (“vedo che sei concentrato sul disegno”) senza fare troppe domande.
Questo crea un clima di sicurezza che lo aiuta ad aprirsi con calma.
Quando un bambino è arrabbiato, ha bisogno di essere contenuto, non punito.
Parla con voce ferma ma calma, riconosci l’emozione (“capisco che sei arrabbiato”) e stabilisci limiti chiari.
Dopo, quando si è tranquillizzato, potete parlare insieme di cosa è successo.
Quando senti che i conflitti si ripetono spesso, che la comunicazione è bloccata o che tuo figlio mostra segnali di chiusura, ansia o regressione.
Un percorso di sostegno genitoriale può offrire strumenti pratici e alleggerire il clima familiare.
Sì, anche i più piccoli colgono tono di voce, gesti e presenza.
Ascoltare significa rispondere ai loro segnali con coerenza, accoglienza e curiosità.
È così che si costruisce il linguaggio emotivo fin dai primi anni di vita.
La maternità è spesso celebrata come uno dei momenti più felici e appaganti nella vita di una donna. Tuttavia, il periodo del post partum, con la depressione post partum come uno dei principali rischi, può rivelarsi un momento di grande vulnerabilità e fragilità. Questa realtà, pur essendo comune, rimane troppo spesso un tabù nella nostra società.
Tra aspettative irrealistiche e pressioni sociali, molte madri si trovano a lottare in silenzio con sentimenti di inadeguatezza, stanchezza cronica e, in alcuni casi, con vere e proprie condizioni psicologiche come la depressione post partum.
Dopo il parto, il corpo e la mente di una madre attraversano una fase di cambiamenti intensi. La gioia dell’arrivo di un figlio si mescola con la fatica fisica, la privazione del sonno e le responsabilità crescenti.
Nonostante ciò, il mito della “madre perfetta” persiste: una figura instancabile, sempre amorevole e capace di gestire ogni difficoltà senza mostrare segni di cedimento.
Molte madri si sentono in colpa per non essere all’altezza delle aspettative sociali. Questo senso di vergogna le porta spesso a nascondere il loro disagio. Il rischio è quello di evitare di chiedere aiuto e di chiudersi in sé stesse per paura di essere giudicate.
L’albo illustrato “Ci sono mamme” (che puoi comprare su Amazon.it) scritto da me e illustrato da Viola Gesmundo ha l’intento di sfatare i tabù che ruotano intorno alla maternità e di dare voce a tanti tipi di mamme: mamma pioggia, mamma orso, mamma altalena, di cristallo, ecc.
“Ci sono mamme” è anche un invito ad una conversazione collettiva. Riconoscere e accogliere la vulnerabilità è il primo passo per costruire una rete di sostegno che possa davvero fare la differenza nella vita delle madri e delle loro famiglie.
Guarda la video-recensione da parte di una delle nostre lettrici:
Se senti il bisogno di parlare con qualcuno e desideri supporto per affrontare la complessità della maternità, sono qui per aiutarti. Non esitare a contattarmi per una consulenza psicologica personalizzata. Insieme possiamo trovare un percorso che ti permetta di vivere questo momento con più serenità.
]]>L’articolo parla del mio nuovo libro “Ci sono mamme“, contenente i miei testi e le bellissime illustrazioni di Viola Gesmundo, che sarà disponibile in libreria dal 19 maggio 2021.
E’ già possibile prenotarlo su Amazon o sul sito della casa editrice: Matilda editrice.
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Arriva un giorno in cui vostro figlio vi spiazza con delle domande dirette sulla sessualità e sulla morte.
In modo del tutto spontaneo vi chiede: “Come si fanno i bambini?”; “Perché si muore?” ; “Come sono nato?”; “Da dove sono uscito?”; “Perché la nonna non torna più?”.
Ma come bisogna rispondere a queste domande difficili dei bambini?
Può capitare che queste domande vi colgano alla sprovvista generandovi imbarazzo.
Verso i tre quattro anni il bambino inizia a maturare e a focalizzare la sua curiosità su dei grandi quesiti.
Probabilmente nella sua mente ha già iniziato a pensarci da un po’. Ma poi arriva il momento che da una riflessione introspettiva il bambino senta il bisogno di confrontarsi con un adulto.
Ma perché le definiamo domande difficili?
La difficoltà non sta tanto nella domanda del bambino, ma nell’atteggiamento che il genitore assume dinanzi alle domande.
Il genitore le vive come domande difficili perché non sa come rispondere.
Forse per l’educazione ricevuta o perché il bambino è ancora piccolo e voi proprio non vi aspettavate che queste domande arrivassero così presto.
Il genitore in difficoltà può affrontare le domande del bambino in quattro modi differenti:
essere evasivo, fa finta di non aver ascoltato;
spostare l’attenzione del bambino su altro;
rimandare la spiegazione “adesso sei troppo piccolo per sapere certe cose, quando crescerai te lo spiegherò”;
dare risposte bizzarre o erronee: “per fare i bambini si va dal dottore e lui pensa a tutto” o ancora “quando mamma e papà si baciano la mamma resta incinta”.
In che modo il bambino vive questi atteggiamenti che non danno risposte alle sue curiosità?
L’evasività delle risposte porta il bambino a pensare che non vale la pena essere curiosi, tanto non riceverà mai delle risposte soddisfacenti. Tutto questo può avere ripercussioni negative sul suo apprendimento. Risposte erronee invece, possono dare una visione irrealistica del mondo circostante. Il bambino può perdere fiducia nei genitori.
Nonostante possa essere difficile rispondere alle domande che un figlio pone, una risposta sensata e corretta bisogna trovarla e darla se non si vuole soffocare la sua curiosità, la sua voglia di conoscere, di scoprire, di farsi delle domande su quello che lo circonda.
Inoltre, è importante essere sinceri per non far perdere al bambino la fiducia nei propri genitori.
Allora come trovare le parole giuste per rispondere?
Bisogna cercare di capire che il bambino non si sente affatto imbarazzato ma che l’imbarazzo è del genitore.
Essere consapevoli del proprio imbarazzo è già un primo buon passo per superarlo e per poter parlare con vostro figlio in un modo tranquillo e sincero.
Per vostro figlio è importante sapere quella risposta proprio da voi, non dalla maestra e neanche da un libro.
Per rispondere è meglio trovare parole semplici ma dirette. Non bisogna fare troppi giri di parole o usare parole astruse che non potrebbe capire.
Non è necessario entrare nei dettagli o approfondire temi connessi alla domanda o di saturare l’argomento. Rispettate i tempi e le curiosità del bambino. Se vorrà approfondire l’argomento sarà lui stesso a porvi altre domande in futuro.
Bisogna essere sinceri ma attraverso un linguaggio adatto a un bambino piccolo che comprenda oltre alla verità degli aspetti rassicuranti e gioiosi.
Alcuni esempi di domande di domande difficili che il bambino può porre.
Come si fanno i bambini?
Una delle domande più frequenti riguarda il concepimento e la nascita. Spesso la curiosità è stimolata da qualche situazione reale che il bambino vive: la nascita di un fratellino, una parente incinta.
Mentre mamma e papà si abbracciavano affettuosamente gli spermatozoi (o semini) del papà hanno cominciato ad entrare dentro la mamma per incontrare gli ovuli.
Mentre si abbracciavano, il pene (o pisellino) del papà si è mosso dolcemente dentro la mamma finche ad un certo punto sono usciti tantissimi spermatozoi (o semini) che hanno iniziato a correre velocissimi per raggiungere l’ovulo che la mamma ha dentro sé. Solo uno spermatozoo è riuscito a raggiungere l’ovulo della mamma e a vincere la gara. Quando lo spermatozoo riesce ad entrare nell’ovulo inizia la vita di un bambino. Anche la tua vita è iniziata proprio così.
Come sono nato?
Anche qui una risposta semplice basterà a soddisfare le sue curiosità
I bambini crescono nella pancia della mamma in una parte ben protetta che non si vede e che si chiama utero. Dentro l’utero, il bambino galleggia in un liquido tiepido ma quando è abbastanza grande nell’utero non ci sta più e ha bisogno di uscire così inizia a spingere e pian piano scivola lungo il canale (o porticina) che la mamma ha tra le sue gambe. A volte i bambini non riescono ad uscire così, allora il dottore fa addormentare la mamma e le fa un piccolo taglio per tirare fuori il bambino.
Perché si muore?
Si muore perché la vita funziona così. Quando una persona è molto anziana e ha vissuto tanto, fatto moltissime esperienze ha molta voglia di riposare.
Non è vero ci sono persone che muoiono da giovani?
Sono dei casi rarissimi poco fortunati. Solitamente si muore quando si è molto vecchi.
Mamma anche tu morirai? Io non voglio!
La mamma morirà quando tu sarai grande e molto più alto di me. Questo succederà tra tantissimo tempo e non devi preoccupartene ora. Comunque ricorda che anche se le persone muoiono, restano sempre vive nel nostro cuore.
Al di là del proprio credo, le spiegazioni religiose o riferite al cielo possono aiutare?
Non sempre le spiegazioni di tipo religioso possono aiutare. La maggior parte delle volte spiegare che la nonna è in cielo e ci guarda sempre può incutere dei timori.
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L’altro giorno mio figlio era nervoso anziché consolarlo l’ho sgridato duramente. Gli ho dato perfino una sberla. Ho reagito proprio come mio padre reagiva con me (Signor P.).
Mi riprometto di non essere come mio padre, invece poi faccio proprio come faceva lui (Signor A.).
Vorrei essere diversa da mia madre ma poi ricado negli stessi meccanismi. Perché mi comporto come mia madre si comportava con me? (Signora E.)
Il mio passato mi perseguita. Perché mi comporto come i miei genitori? (Signor F.).
Ecco quattro vignette cliniche che spiegano quello che accade molto frequentemente quando ci si ritrova a diventare genitori. Reagiamo con i nostri figli nello stesso modo in cui facevano i nostri genitori. Sembra quasi che il nostro passato ritorni nel presente, non dandoci la possibilità di essere diversi. Cerchiamo di capire meglio il funzionamento di questi meccanismi attraverso delle domande.
Ma perché quando ci rapportiamo con i nostri figli, ci ritroviamo a dare le stesse risposte o avere degli atteggiamenti simili ai nostri genitori?
Una possibile risposta ci arriva dai MODELLI OPERATIVI INTERNI, concetto elaborato da un famoso psicoanalista britannico di nome John Bowbly (1907-1990).
Cosa sono i Modelli Operativi Interni?
Tutti noi già primo anno di vita interiorizziamo e acquisiamo uno schema relazionale affettivo cioè un “modo di stare con gli altri” che resta attivo per tutta la vita.
Tale schema deriva dalle risposte che l’ambiente (soprattutto i genitori) hanno dato alle nostre prime richieste.
Alcuni esempi sono: “Come rispondeva nostra madre al nostro pianto? Come reagiva ai nostri capricci? E quando ci facevamo male come ci consolava?”
I bambini che hanno sperimentato una relazione con il proprio genitore basata su cure adeguate acquisirà una sicurezza inconscia rispetto alla relazione con gli altri e sarà in grado di prendersi cura dei propri figli futuri in modo analogo. I bambini che, al contrario, hanno sperimentato relazioni connotate da ostilità, discontinuità o che hanno avuto figure incapaci di fornire cura e protezione difficilmente potranno prendersi cura in modo adeguato dei propri figli. Alcuni genitori non riescono addirittura a tenere in braccio i propri figli in modo adeguato.
Come si attivano questi Modelli Operativi Interni?
Quando un bambino presenterà uno stimolo X (es. il pianto) il genitore darà una risposta Y (es. un abbraccio) che deriva dall’attivazione inconscia del proprio Modello Operativo Interno.
Nella maggior parte dei casi, le risposte che il genitore fornirà e il modo in cui accudirà il proprio bambino sarà simile al modo in cui veniva accudito.
Attraverso quale metodo scientifico sono stati individuati questi Modelli Operativi Interni?
Questi modi di rispondere alle “esigenze” dei nostri bambini sono stati individuati grazie ad un metodo scientifico (Strange Situation), che monitorava le risposte del bambino durante la separazione e il riavvicinamento dal proprio genitore. Essi corrispondono a schemi relazionali che vengono definiti “MODELLI DI ATTACCAMENTO” (Ainsworth, 1978).
Quanti modelli di attaccamento esistono?
Ci sono tre principali modelli di attaccamento:
È possibile cambiare i propri Modelli di Attaccamento o essi restano gli stessi per tutta la nostra vita?
Solitamente i modelli di attaccamento restano invariati a meno che facciamo delle esperienze significative (es. psicoterapia, nascita di un figlio, relazione significativa con il proprio partner, ecc.) che ci permettono di lavorare sulle esperienze relazionali del nostro passato e di elaborarle. La psicoterapia è molto efficace nel cambiare questi schemi proprio attraverso la nuova relazione che si instaura con il proprio terapeuta. In questo modo è possibile cambiare il proprio Modello di Attaccamento e fornire ai nostri figli risposte diverse rispetto a quelle che i nostri genitori ci davano quando eravamo piccoli. Anche il sostegno alla genitorialità può essere un percorso utile dove riflettere sul tipo di relazione che si sta istaurando con i propri figli e vedere i collegamenti con la relazione che i nostri genitori avevano con noi. Una possibilità quella del sostegno alla genitorialità dove elaborare e modificare i propri modelli operativi interni.
Ci sono adulti che pur avendo avuto durante l’infanzia esperienze negative riescono da grandi a comportarsi in modo adeguato con il proprio bambino?
Sì le ultime ricerche nell’ambito dell’attaccamento parlano di una nuova categoria “Adulti Guadagnati”. Sono adulti che riescono a spezzare la catena intergenerazionale dell’attaccamento insicuro. Genitori che riescono nonostante il loro attaccamento a leggere in modo corretto i segnali del bambino e a rispondere in modo adeguato.
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Sin dalla nascita i bambini sono predisposti alle relazioni sociali, inizialmente in modi “semplici” (pensiamo agli scambi precoci madre neonato), per poi creare interazioni sempre più complesse con gli altri.
La condizione di isolamento imposta dal Coronavirus intacca la natura relazionale del bambino, mettendo in discussione aspetti profondi e radicati della sua mente.
Da un giorno all’altro è stato detto ai bambini che non potevano più andare a scuola, che dovevano stare lontano dai nonni e dagli amici.
Molti genitori e insegnanti si domandano come faranno i bambini a superare ed elaborare l’impatto che il Coronavirus sta avendo sulle loro vite.
I bambini, rispetto a noi adulti, hanno altri strumenti per comunicare le emozioni, il malessere e per elaborare le esperienze vissute.
Questi strumenti sono:
Molti bambini non manifestano segni evidenti ed espliciti di disagio, sembrano essersi adattati a questa situazione, ma è possibile che il disagio venga comunicato per altre vie e che esso sia comprensibile solo se possiamo interpretare i disegni dei bambini.
In questo articolo, scritto in collaborazione con la collega Dott.ssa Elena Catino Psicologa Clinica e Psicoterapeuta dell’Età Evolutiva che lavora presso il Policlinico Umberto I di Roma, ci siamo soffermate proprio su questo: l’importanza che il disegno ha durante l’infanzia e come interpretare i disegni dei bambini.
Ci siamo poste delle domande e abbiamo analizzato due disegni fatti sul Coronavirus: il disegno di Serena, una bambina di dieci anni, e il disegno di Gaetano, un bambino di sette anni.
Attraverso il disegno il bambino esprime sé stesso e comunica con gli altri.
Esprime le proprie emozioni e il modo in cui percepisce la realtà che lo circonda, come si sente nei contesti in cui vive. Anche una piccola macchia o un tratto può dirci molto sul suo mondo interiore, esprimendo da un punto di vista concreto le competenze grafiche che sta acquisendo.
Attraverso l’analisi del disegno siamo in grado di capire le sue abilità grafiche, il mondo interiore del bambino, il rapporto che i bambini hanno con la propria famiglia, come entrano in relazione con il mondo (per es. se sono introversi o estroversi).
È possibile interpretare i disegni dei bambini anche sulla base dei colori che vengono scelti per realizzare il disegno. Il colore viene interpretato come simbolo dell’energia vitale e dell’affettività.
Il grafismo cambia enormemente nel corso dello sviluppo, parallelamente alle abilità motorie, cognitive e relazionali. Così avremo semplici forme che assomigliano a un animale o a un omino in un bimbo di tre anni, sino all’uso della prospettiva e alla ricchezza di particolari in un bambino di età scolare. Il desiderio e la motivazione all’attività grafica sono molto presenti a tutte le età. I bambini amano disegnare. Per i piccoli costituisce un momento di apprendimento. Per esempio, imparano le cose della vita quotidiana, a comprendere le persone in modi diversi, mettendo alla prova le nascenti capacità motorie. Nei bambini più grandi il disegno costituisce un vero e proprio racconto attraverso il quale esprimere sé stessi, la propria interiorità e il mondo circostante.
In età evolutiva si verifica il fenomeno della “trasparenza infantile”: il bambino disegna ciò che sente/pensa più che la realtà. Questo rende il disegno uno strumento potente per l’ elaborazione e la comunicazione degli eventi stressanti. Inoltre, il disegno è quasi sempre indirizzato a qualcun altro: come una lettera, ha un destinatario. Spesso i bambini, soprattutto molto piccoli, hanno il bisogno di mostrare ciò che hanno disegnato. Il disegno racchiude aspetti relazionali: il bambino può esprimere i propri vissuti ed emozioni a un interlocutore.
Non sempre è necessario esplicitare sul piano verbale i contenuti, né interpretare i disegni dei bambini. I bambini, per loro stessa natura, comunicano in modi più indiretti. Non con il linguaggio appunto, ma attraverso il gioco e l’attività grafica. Non esiste tuttavia una indicazione generale e valida per tutti: dipende dal contesto (terapeutico e non), dall’età del bambino, dalla relazione con l’interlocutore e dalla maturità dello sviluppo.

Il disegno di Serena sembra rappresentare il tentativo di prendere il controllo su una situazione che ha destabilizzato le nostre vite, togliendoci il senso di sicurezza (dato dalla routine, scuola, ecc.).
Serena sembra aver immaginato una battaglia nel tentativo di giungere ad una risoluzione del problema, un probabile tentativo di arginare l’angoscia.
Lei stessa intitola il disegno “Coronavirus-Battaglia contro il male”.
Il Coronavirus è rappresentato come un qualcosa di “morbido”, ma allo stesso tempo impenetrabile: tutte le persone intorno non riescono a oltrepassare i confini del virus per raggiungere, e quindi salvare, la persona che vi è intrappolata. In questo disegno è interessante notare l’accostamento tra il “morbido” e l’impossibilità di cura. Il morbido, infatti, fa pensare a qualcosa di buono per un bambino: un orsetto, una copertina, un abbraccio, qualcosa di piacevole al tatto e, potremmo dire, di modellabile. Nel caso del Coronavirus invece queste caratteriste sono co-presenti con l’idea di pericoloso, brutto, impenetrabile, duro, con qualcosa che, diversamente da un abbraccio, ci avvolge per fare paura. Serena raffigura esclusivamente persone con una funzione di cura (medici, infermieri), gli unici a poter tentare di “penetrare” il virus. Questa rappresentazione lascia fuori gli affetti familiari, la scuola, come conseguenza dell’esposizione (continua) ai media (radio, televisioni, ecc.). In questo senso il disegno di Serena ci sembra un riflesso della sovraesposizione alle informazioni mediatiche.

Molto diverso è il disegno di Gaetano, sette anni. Il bambino sceglie di rappresentare questa condizione con un sole (protagonista del disegno). Lo fa in un momento particolare, durante l’ultimo giorno di scuola, nel momento del “saluto” agli amici, agli insegnanti e alla vita quotidiana. Gaetano sa di dover lasciare i suoi affetti ed un contesto esterno (passeggiate, giochi all’aperto, ecc.).
Allora questo sole può diventare “cattivo”, con i denti neri, che sembrano i palazzi dove sarà necessario stare per tanto tempo, pezzi di oggetti spigolosi o appuntiti. Visto nel suo complesso, questo sole splende e fa paura allo stesso tempo. C’è un’ambivalenza di emozioni. Sembra che il sole si trasformi nel virus e il virus nel sole. Il sole che dovrebbe riscaldare e illuminare diventa una minaccia. Gli occhi del sole/virus hanno un’ espressione minacciosa e aggressiva. In queste contraddizioni e ambivalenze l’emotività di Gaetano si esprime con forza.
Ringrazio Serena e Gaetano per avermi prestato i loro bellissimi disegni, i loro genitori per l’autorizzazione a pubblicarli.
Per la collaborazione alla stesura di questo articolo ringrazio la Dott.ssa Elena Catino, Dirigente Psicologo presso il Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale Neuropsichiatria Infantile, Policlinico Umberto I
Via dei Sabelli 108, Roma
Mail: e.catino@policlinicoumberto1.it

Quando sta per nascere un bambino, soprattutto se si tratta della prima gravidanza, i cambiamenti all’interno della coppia possono essere molti.
La presenza di un terzo individuo, anche se non è ancora nato, va a modificare l’equilibrio affettivo dei due partner.
La gravidanza, se in alcuni casi può consolidare il rapporto, in altre situazioni può anche causare momenti di stress:
1. L’attenzione che prima si riversava solo su di sé e sul partner, si sposta sul nascituro;
2. i cambiamenti corporei a cui il corpo della donna inevitabilmente va incontro, possono far diminuire l’attrazione sessuale del proprio partner;
3. può accadere che la donna non si senta abbastanza sostenuta e abbia timore di una scarsa partecipazione da parte del compagno;
4. l’uomo può sentirsi escluso dal rapporto totalizzante che la donna istaura con il proprio feto e successivamente con il bambino;
5. i cambiamenti psicologici che la donna vive possono creare ansia o instabilità emotiva.
Anche a livello strettamente individuale accade qualcosa.
Il proprio mondo interno viene un po’ scombussolato. Il bambino nel grembo va a “stuzzicare” nella nostra mente le parti infantili.
È come se ci ricordassimo di alcune cose dimenticate della nostra infanzia e del modo in cui i nostri genitori si prendevano cura di noi. Alcune cose possono piacerci, altre meno. In questo periodo si ha la possibilità di elaborare nuovamente il proprio ruolo di figlio. Vale a dire che in qualche modo, attraverso la gravidanza e successivamente con la nascita, i futuri genitori si permettono di “rivivere” la propria infanzia, cercando di recuperare in essa, quanto non hanno ottenuto dai propri genitori. I due coniugi rivedono le loro esperienze passate, le rielaborano, cercando il proprio modo di essere genitore.
I reciproci adattamenti che i due partner vivono sono molteplici e la capacità di sostenerli dipende molto dalla solidità della coppia.
La maturità della relazione coniugale influenza anche l’accettazione o meno di un figlio.
Ad ogni modo, dei cambiamenti sono necessari per creare uno spazio fisico, affettivo ed emotivo adeguato ad accogliere il futuro bambino. Come tutti i momenti di transizione, bisogna imparare a riconoscere gli aspetti positivi e negativi della nuova situazione e riuscirne a parlarne, anche se a volte può essere difficile o doloroso.
Il rapporto di coppia durante la gravidanza è alla ricerca di nuovi equilibri che non dovrebbero tardare ad arrivare. Nel caso la coppia non riuscisse a trovare questo nuovo equilibrio e non riuscisse a gestire le difficoltà e le conflittualità coniugali è necessario rivolgersi ad uno psicologo-psicoterapeuta per ricevere un adeguato sostegno psicologico e affrontare al meglio questo delicato momento della vita.
Bibliografia
Righetti P. L. e Sette L. (2000) Non c’è due senza tre, Torino
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Questi sintomi se da un punto di vista fisico si legano principalmente ai cambiamenti ormonali che il vostro corpo vive (es. aumento di steroidi e progesterone), quali spiegazioni psicologiche hanno?
Il primo trimestre è caratterizzato da molti cambiamenti come l’ambivalenza emotiva: in alcuni momenti siete felici per la gravidanza e la accettate di buon grado, un momento dopo, invece, vi ritrovate a piangere e ad avere paura.
Questi stati d’animo non vi devono spaventare perché segnalano il grande lavoro che la vostra mente sta facendo per adattarsi alla nuova realtà.
Durante tutti i nove mesi, infatti, c’è una vera e propria ristrutturazione di sé.
Ma perché avviene tutto questo?
Così come l’utero si ingrandisce per fare spazio all’embrione e al feto, anche la mente deve ampliarsi per formare il “Sé materno” e creare uno spazio mentale per il bambino e per la sua relazione con lui.
Un’altra manifestazione evidente nei primi mesi è il sonno: l’incessante bisogno di dormire di più e la sensazione di essere sempre stanche.
Il cambiamento psicologico dell’ipersonnia per gli psicoanalisti sta a indicare l’inizio della “regressione”.
La regressione permette alla donna di superare l’ambivalenza di cui abbiamo parlato sopra (conflitto fra accettazione e rifiuto della maternità) ed è gestita attraverso il sonno che fa “tacere” questi stati d’animo.
La regressione quindi, ha una valenza positiva e alla donna serve anche per entrare in contatto con il suo mondo interno e sviluppare l’attaccamento al feto.
È come se la madre facesse un viaggio a ritroso concedendosi di tornare indietro nelle fasi di sviluppo, fantasticamente quasi di diventare ovulo, embrione e poi feto e quindi di nascere con il suo bambino.
Ritornare a vivere le proprie fasi infantili può essere a tratti spiacevole o doloroso, in quanto, possono emergere conflitti e situazioni emotive del passato.
In prima linea c’è il rapporto con la propria madre:da una parte vi identificate con lei per il ruolo che state per svolgere (anche voi madri!), da altra parte invece, potete avvertire un’aggressività nei suoi confronti per i conflitti non risolti.
Altri sintomi tipici del primo trimestre sono la nausea e il vomito.
Da un punto di vista psicologico possono derivare:
La donna dunque, in questi primi mesi di gravidanza si confronta sia con la fatica fisica che psicologica. I momenti piacevoli seppur presenti non sono in primo piano e, devono aspettare il secondo trimestre per occupare la scena.
Per tali motivi c’è bisogno di dare alla donna grande ascolto e comprensione. Se i messaggi che il suo corpo invia vengono accolti e interpretati in modo corretto dal partner (o da chi le sta accanto) può essere un’importante occasione di crescita per la coppia e la famiglia. Nel caso in cui i cambiamenti psicologici in gravidanza, dovessero creare una situazione di malessere che tende a perdurare nel tempo e a incidere negativamente sulla coppia, sulla propria vita e sul benessere del futuro bambino è bene chiedere un sostegno psicologico per affrontare al meglio questo periodo così importante.
Bibliografia
Righetti P. L. e Sette L. (2000) Non c’è due senza tre, Torino
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Tra queste nuove competenze ce n’è una davvero essenziale e delicata per lo sviluppo emotivo del bambino, di cui, purtroppo, poco si parla e su cui mi vorrei soffermare.
Parliamo di rêverie materna, come l’ha denominata Wilfred Bion, famoso psicoanalista britannico.
La rêverie è la capacità della madre di contenere le angosce del proprio bambino, di dargli un significato e di restituirgliele già digerite (e quindi più tollerabili); per dirla in altri termini, è la capacità materna di “prestare la propria mente” al bambino.
La madre, infatti, ha una mente già formata per comprendere sé stessa e le proprie emozioni. Il neonato, invece, non ha ancora gli strumenti per capire le sue angosce, le sue paure e i suoi pianti. Ed è per questo motivo che i pensieri del bambino, per prendere forma, hanno bisogno della mente di una madre che dia un continuo significato a quello che lo circonda. È come se il bambino dicesse “mamma prenditi le mie paure e aiutami a pensare“.
Facciamo un esempio che riguarda i primi mesi di vita di un neonato.
La situazione è questa: c’è un neonato in preda a una crisi di pianto perché ha dei doloretti al pancino. Questo gli fa paura perché non sa da dove arriva quel dolore e perché si sente in quel modo.

Ipotizziamo ora due tipi di madri che reagiscono alle angosce del bambino in modo differente l’una dall’altra. Per facilitare l’esposizione chiamiamo le due mamme A e B.
Mamma A:
Comprende tempestivamente i motivi del pianto e non si lascia spaventare dallo stato di agitazione in cui verte il neonato. Questa madre, con molta calma e serenità, prende in braccio il suo bambino, lo accarezza e poi gli sussurra: “Hai solo qualche doloretto al pancino, stai tranquillo, presto passerà!”.
Mamma B:
Sentendo strillare il suo bambino, questa madre entra in ansia e inizia a dirgli: “Ma che hai? Perché fai così? Non piangere più, ti prego, smettila!”.
La madre del primo esempio (A) è stata in grado di contenere e tenere dentro di sé la paura del suo bambino e di restituirgliela in modo meno spaventoso. Tra l’altro, ha dato alla paura un nome specifico, “doloretto al pancino”.
La madre del secondo esempio (B), invece, non solo non contiene la paura del neonato, ma l’amplifica e gliela restituisce con maggiore violenza (la paura adesso è doppia: la sua e quella della mamma). Tra l’altro, questo bambino avverte un senso di solitudine nella gestione delle sue emozioni; capisce presto che la madre non è capace di sostenerlo.
La mamma A, grazie alla sua struttura psichica, sta aiutando il suo bambino ad avere dei pensieri (“quando mi sento così è perché ho i doloretti”), dandogli anche la possibilità di mettere dentro di sé una mamma stabile, che sa accogliere le sue paure senza “frantumarsi” (il bambino potrà far riferimento alla madre interna durante i momenti di separazione). Per poter fare questo, però, la madre deve essere in grado di rappresentare già nella propria mente gli stati del bambino: si tratta di un’altra capacità su cui ritornerò in un altro momento, che viene chiamata “funzione riflessiva” o “mentalizzazione” (Fonagy, Target, 2001) senza la quale il bambino sperimenterebbe “cose che non hanno senso” in uno stato di “terrore senza nome” (Bion, 1962). Questo è quello che può aver provato il neonato della mamma B.
Bisogna tenere a mente però che, questa divisione tra le due mamme, non è sempre così netta e rigida. Può succedere a tutte le mamme A di avere dei momenti come quelli della mamma B, e viceversa. La cosa importante è che queste risposte negative non si ripetano in modo costante e continuato nel tempo. Solo in quest’ultimo caso possono indicare gravi carenze di rêverie materna e compromettere un sano sviluppo psicologico del bambino.
Bibliografia:
Fonagy P., Target M. (2001), Attaccamento e funzione riflessiva, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza, Armando editore, Roma.
Waddel Margot (2000), Mondi interni. Psicoanalisi e sviluppo della personalità. Bruno Mondadori.
]]>Dopo aver disinfettato si è creata una schiuma che ho cercato di mandare via con la pressione del doccino.
Spingevo l’acqua e la schiuma nello scarico.
L’acqua non andava via. Continuava a girare intorno a quel foro senza volerne sapere di andarsene rapidamente. Faceva dei giretti. Restava là attorno. A volte il moto sembrava arrestarsi. Poi all’improvviso, quando l’acqua era pronta, scappava via rapidamente facendosi inghiottire beatamente dalle tubature.
Ho cominciato a litigare con lei.
L’ho spinta con la mano, l’ho schiacciata sperando che la pressione accelerasse il suo moto, e poi mi sono arresa. “Qui ci vuole uno sgorgante bello forte, c’è qualcosa che non va, perché l’acqua è così lenta?”.
“L’acqua ha i suoi tempi!” mi dice mia figlia di nove anni quasi rimproverandomi.
“Cosa?” le chiedo.
“L’acqua ha i suoi tempi per scorrere, devi solo aspettare”.
Quella frase mi fa riflettere.
Visualizzo la mia impazienza, stavo imponendo i miei tempi all’acqua?
I tempi dell’acqua sono diversi dai miei.
Penso alla situazione che stiamo vivendo: costretti a casa senza poter incontrare gli altri.
“Ma quando partirà questo virus?” mi chiede mia figlia di cinque anni.
“Ma quando finirà tutto questo?”, “Tra quanti mesi potremo tornare alla «normalità»?” ci chiediamo un po’ tutti.
Penso ai tempi delle stagioni. In inverno la natura si addormenta, si ferma. Gli alberi sono spogli, molti animali in letargo. La natura sa quello che deve fare, riposa per poi ritornare più rigogliosa e colorata in primavera.
Eppure, molte volte non ho saputo godermi la pioggia, gli alberi silenziosi, la staticità dei paesaggi. Ho desiderato che fosse subito primavera. Mi sono persa il presente.
Ho pensato ai lunghi viaggi in macchina per andare in vacanza e al modo di affrontarli di quando ero bambina e di molti bambini: “Ma quando arriviamo?” (domanda posta nonostante siano passati solo cinque minuti dalla partenza e ripetuta a intervalli regolari di quindici minuti).
Il viaggio in macchina era già la vacanza. Non dovevo per forza arrivare per sentirmi felice. I paesaggi fuori dai finestrini volevano solo essere ammirati. Le parole e i dialoghi in macchina si combinavano in intrecci nuovi che andavano goduti.
Potevo scoprire cose nuove della mia famiglia e di me stessa durante i viaggi.
Una volta mio padre mi chiese di inventare una poesia sulle Alpi che si imposero ai nostri occhi. Mio padre lavorava molto e non aveva tempo per ascoltarmi. Durante quel viaggio fu possibile. Mi ascoltò anche se i suoi occhi guardavano la strada. Insieme creammo una poesia che includeva montagne, cielo e nuvole.
Ho pensato alle donne durante l’ultimo periodo della gravidanza: “ma quando nasce, non riesco più ad aspettare!”
Mi è venuto in mente quando incontro un nuovo paziente. All’inizio del percorso psicologico, ma anche durante, i pazienti pongono spesso la domanda: “Dottoressa ma quanto dura la terapia?”; “Quando guarirò?”; “Quanto tempo ci vuole per eliminare i sintomi?”.
I percorsi terapeutici a volte sono lunghi e non è detto che la meta sia la fine del percorso.
Riuscire a stare nel processo, nella relazione con il terapeuta, accettare che ci vuole del tempo per stare meglio, accrescere la pazienza, sono già capacità nuove che il paziente sta sviluppando e che fanno parte della cura.
Tutte queste situazioni sembrano avere delle analogie sempre più forti con il momento che stiamo vivendo a causa del Coronavirus. Un periodo di sospensione che non sappiamo quando finirà e che non riusciamo più a tollerare.
Tutti vorremmo che questa paura andasse via, che questa domenica senza fine finisse, che questo “qui e ora” bloccato in una fotografia si muovesse. Tutti vorremmo che il virus non facesse più vittime. Vorremmo poter ritornare subito a quella che eravamo abituati a definire “vita normale”: scuola, lavoro, amici, passeggiate senza ansia.
Anch’io vorrei che il Coronavirus si mescolasse con l’acqua e la schiuma e venisse risucchiato dallo scarico.
Eppure, quello che vogliamo in tempi brevi non è realizzabile. Accelerare i tempi potrebbe essere pericoloso.
Quindi non penso che la domanda giusta sia “ma quando finirà tutto questo?”
Questa domanda, seppur lecita, ha in sé l’irrequietezza di non saper attendere, di non saper accettare i tempi che un processo richiede.
Forse potremmo provare a sostituire la domanda “ma quando finirà tutto questo?” con “come posso vivermi tutto questo?”.
“Come posso affrontare questo viaggio lento, questo viaggio che fa paura, questo viaggio inaspettato?” “Cosa mi può dare questo viaggio?”
Questo tipo di domande potrebbe favorire una posizione di maggiore accettazione, calma e pazienza.
I viaggi, anche quelli più lunghi, stancanti e faticosi, finiscono. Questo è certo. Ritorneremo a socializzare con gli altri, al lavoro e i nostri figli riprenderanno ad andare a scuola.
Se riusciamo a “stare nelle cose”, a “stare nel presente”, l’acqua scorrerà anche senza il nostro intervento.
Ora potrebbe sembrarci tutto fermo e ciò ci opprime. Ci sentiamo bloccati.

Eppure, le relazioni con gli altri si sviluppano anche per altri canali e il nostro mondo interno si muove. Come dicevo non è sempre possibile rendercene conto, ma tutto si muove come l’acqua che lentamente scorre.
L’acqua ha bisogno dei suoi tempi per scorrere così come il Coronavirus ha bisogno dei suoi tempi per essere combattuto, i medici hanno bisogno di tempo per creare un vaccino, ci vuole del tempo per rivedere amici e parenti in sicurezza.
Noi stessi abbiamo bisogno dei nostri tempi per adattarci alla situazione, per imparare a vivere con emozioni spiacevoli o nuove, per trovare le risorse migliori per far fronte psicologicamente a tutto questo. Probabilmente una volta che l’emergenza del Coronavirus sarà finita, avremo bisogno di tempo per stare meglio e per ritornare alla “normalità”.
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