Advertise with Googlier.com ANANKENEWS https://anankenews.it/ LA CONOSCENZA RENDE LIBERI Wed, 04 Nov 2026 19:04:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.11 254642195 “IL BUON COMBATTIMENTO” – DOTT. MARCO CALZOLI https://anankenews.it/il-buon-combattimento-dott-marco-calzoli/ https://anankenews.it/il-buon-combattimento-dott-marco-calzoli/#respond Wed, 04 Nov 2026 19:04:29 +0000 https://anankenews.it/?p=18404 Vita ascetica

 Redazione-   Leggiamo in Esodo 17 il brano della roccia della salvezza: … 2Il popolo protestò contro Mosè: “Dateci acqua da bere!”. Mosè disse loro: “Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?”. 3In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai […]

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Vita ascetica

 Redazione-   Leggiamo in Esodo 17 il brano della roccia della salvezza: … 2Il popolo protestò contro Mosè: “Dateci acqua da bere!”. Mosè disse loro: “Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?”. 3In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. 4Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. 5Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! 6Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.

8Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. 9Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”. 10Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. 11Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. 12Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

14Allora il Signore disse a Mosè: “Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalèk sotto il cielo!”. 15Allora Mosè costruì un altare, lo chiamò “Il Signore è il mio vessillo” 16e disse:

 

“Una mano contro il trono del Signore!

Vi sarà guerra per il Signore contro Amalèk,

di generazione in generazione!”.

 

 

         Si tratta della sezione che racconta gli avvenimenti di Israele a Refidim. E non c’era acqua da bere per il popolo. Allora il popolo mormorò di nuovo e pretese acqua da bere. Israele dimostrò ancora di non avere fede in Dio. Mosè chiarificò una cosa: il popolo contese con lui, e questo voleva dire tentare Dio stesso. al v. 2 “mettere alla prova” (Dio) è nell’originale ebraico al piel, che è un intensivo, esprime la dura cervice del popolo ebraico.

          Inoltre il verbo “protestò”, wayyareb, non indica solamente una protesta, un litigio, ma ha implicazioni giuridiche (rib era la lite giudiziaria). Per di più “perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire …” (v. 3) è una domanda introdotta con lammah: domande costruite così contengono una affermazione e sono usate per affermare la ragione di una richiesta o protesta. Quindi l’affermazione non è una domanda, ma esprime il nocciolo della lite contro Mosè e quindi contro Dio.

         Al v. 3 “perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” traduce l’originale ebraico che è alla lettera “… morire di sete me, i miei figli e il mio bestiame”. Prima si parlava al plurale, mentre al v. 3 si parla in prima persona singolare, si tratta di una figura retorica detta eterosi (cambio immotivato di declinazione o coniugazione), per enfatizzare il concetto.

        Tanta era la protesta che Mosè stava in pericolo di vita (“…mi lapideranno”), così come molti profeti di Dio, anche Davide sarebbe stato lapidato, anche se non a morte. Nel Nuovo Testamento Stefano sarebbe stato ucciso con le pietre. Ma Dio non lasciò Mosè senza risposta. Dio sarebbe stato sulla roccia. Quindi Dio si manifestò sulla roccia, che Mosè percosse con il bastone e da cui scaturì acqua per far bere il popolo.

            Isaia 53, 4 avrebbe detto che il Messia sarebbe stato percosso. Salmo 78, 20: “Certo! Egli percosse la roccia e ne scaturì acqua e strariparono torrenti”. Secondo l’interpretazione cristiana, gli agiografi dell’Antico Testamento si riferivano a Cristo. Precisamente al capitolo 19 del Vangelo di Giovanni si narra che il soldato romano trafisse il costato di Cristo in croce, e ne uscì sangue e acqua.

            Secondo i Padri della Chiesa, dal sonno di Adamo nacque Eva, mentre dal sonno della morte di Cristo nacque la chiesa. L’acqua e il sangue sono simboli dei sacramenti, che fanno continuamente la chiesa.

           Senza la morte di Cristo, la chiesa non sarebbe stata mai. La chiesa è detta anche comunità dei redenti, in quanto Cristo offre sé stesso in sacrificio a Dio Padre per il perdono dei peccati degli uomini.

             Deuteronomio 32, 4 descrive Dio in questa maniera:

Egli è la roccia; perfetta è l’opera sua;

tutte le sue vie sono giustizia;

è un Dio verace e senza malizia;

Egli è giusto e retto.

           Quindi nella Bibbia, in filigrana, vi è sempre la concezione della divinità di Cristo. I profeti hanno parlato di Cristo e la esatta interpretazione dell’Antico Testamento può essere fatta unicamente in chiave cristologica.

           È Cristo la roccia-Dio, che viene percosso, ucciso. Giovanni 20, per bocca di Tommaso, chiama Cristo: “Signore mio e Dio mio!”. Nel Vangelo secondo Giovanni (10,17-18) Gesù afferma di avere il potere di offrire la propria vita e di riprenderla, non per imposizione, ma per libera scelta e in obbedienza al Padre, sottolineando il suo amore e la sua missione salvifica, oltre che la eguaglianza con Dio.

           E il cristiano è chiamato alla stessa fine terrena di Cristo e alla medesima gloria, la risurrezione finale e la partecipazione completa a Dio. Nella chiesa primitiva i santi cercavano volontariamente il martirio, perché morire di quella morte equivaleva a accedere direttamente al paradiso senza passare per il purgatorio.

            Il martirio è considerato nel cristianesimo un “battesimo di sangue” perché rappresenta l’estrema testimonianza di fede (martire dal greco martys, “testimone”), in cui l’uccisione violenta per amore di Cristo sostituisce il sacramento dell’acqua, conferendo grazia e salvezza. È visto come un’identificazione totale con il sacrificio di Gesù. Come chi viene battezzato riceve il perdono totale delle colpe e la remissione di ogni pena conseguente al peccato, andando direttamente in paradiso se muore subito dopo, così è per il martirio rosso.

             Proseguiamo nella lettura. Gli amalechiti vennero a lottare contro Israele perché quest’ultimo aveva acqua. In quelle zone non vi è il deserto sabbioso (come quello del Sahara), ma un tipo di deserto stepposo, quindi praticabile e abitabile, ma sempre scarseggiava l’acqua, che era un bene molto prezioso. Quindi Giosuè emerse dal popolo e combatté contro il nemico, mentre Mosè teneva in mano il bastone di Dio. Aronne e Cur sostenevano le mani di Mosè: Mosè era profeta, Aronne, fratello maggiore di Mosè, deteneva il ruolo sacerdotale, Cur apparteneva alla tribù regale, quella di Giuda.

           Ora i carismi di profeta, sacerdote e re vengono attribuiti a Cristo, e anche ad ogni cristiano, che è alter Christus (Tertulliano). Questo significa che si possono sconfiggere gli assalti del Maligno unicamente se siamo uniti a Cristo. Tutti i cristiani sono chiamati al combattimento, e se non al martirio di sangue, almeno al martirio bianco, quello che il mondo riserva in maniera non cruenta al vero seguace di Cristo, con piccoli e grandi assalti, a volte quotidiani, dalla facile ironia all’emarginazione.

           Nel v. 14: “Scrivi questo per ricordo nel libro”. È il primo passo della Bibbia in cui compare il verbo ebraico katab, “scrivere”. “Nel libro” è la traduzione esatta, in ebraico abbiamo be-ha-sefer, cioè con l’articolo determinativo ha-. Si tratta probabilmente della Bibbia, o dei suoi primi abbozzi.

             Nel V. 16 “una mano contro il trono del Signore!” non è chiaro. Nell’originale ebraico abbiamo: ki-yad ‘al-kes yh. Il problema si concentra sulla resa del sostantivo kes, che può essere inteso sia come “vessillo” (“perché, ki, una mano sul vessillo di Dio”) sia come “trono”. La traduzione greca dei Settanta rende “… nella mano nascosta il Signore combatte …”, perché i traduttori greci forse combinano le parole ebraiche (ks, yh) in un unico vocabolo, ksyh, “nascosta”.

             È significativo che tale vittoria di Israele si è combattuta nella scrittura (v. 14) e nella costruzione di un altare (vv. 15-16). Ora la scrittura è “il libro”, quindi la Parola di Dio. L’altare è il sacrificio a Dio.

            Si tratta della Santa Messa, che, come dà testimonianza già Giustino nel II secolo, è strutturata mediante la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. I Padri della Chiesa affermano che sia la Parola di Dio sia l’Ostia consacrata sono Cristo.

           È la Messa, infatti, la preghiera più importante del cristiano, fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Essa rende presente corpo, sangue, anima e divinità di Cristo nei doni consacrati (pane e vino), in cui Cristo è presente veramente e realmente.

            E la Messa contiene anche una formula detta embolismo, che funziona da esorcismo:

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.

        Dai primi secoli del cristianesimo i seguaci di Cristo si ritirano dal mondo per combattere il buon combattimento della fede ed entrare in paradiso, che costa lacrime e sangue. I nemici del cristiano sono tre: carne, mondo, diavolo.

         L’ascetismo nella Chiesa siriaca rappresenta una delle forme più antiche, radicali e peculiari di spiritualità cristiana, sviluppatasi principalmente tra il IV e il V secolo nella regione della Mesopotamia e dell’Osroene (attuale Siria/Iraq). Caratterizzato da una profonda intensità mistica, l’ascetismo siriaco vedeva la vita ascetica come una realizzazione anticipata della vita paradisiaca, spesso focalizzata su un forte impegno escatologico.

           L’ascesi siriaca mirava spesso a uno stile di vita “angelico”, libero dai bisogni materiali, in cui il digiuno (spesso estremo) e la castità non erano solo rinunce, ma mezzi per superare la natura umana e unirsi a Dio.

           La tradizione ascetica siriaca, influenzata da Efrem il Siro, Giovanni d’Apamea e dal Liber Graduum, è profondamente biblica, poetica e focalizzata sull’interiorità e sulla purificazione del cuore, spesso con meno influenze filosofiche greche rispetto al monachesimo egiziano.

           Il IV secolo inaugura una delle stagioni più importanti della letteratura siriaca. Abbiamo due figure di spicco: Afraate e Efrem. Prima di loro abbiamo Bardesane di Edessa (154-222 d.C.): è stato un eminente scrittore, filosofo, astrologo e poeta siro, figura chiave del primo cristianesimo in area siriaca. Vissuto alla corte di Edessa, ha coniugato cultura greca e sapienza orientale, noto per la sua opera “Contro il Fato” e come pioniere dell’innodia siriana, combattendo le dottrine gnostiche

          Dopo di lui, Afraate e Efrem sono i più antichi autori siriaci di cui abbiamo le opere. Afraate, della cui vita non sappiamo molto, è il primo esponente di un sistema siriaco del quale ci è pervenuta un’opera, le 23 Esposizioni, che egli scrisse durante la prima metà del IV secolo. Le Esposizioni tracciano una panoramica su vari argomenti.. Le esposizioni sono in acrostico, ma non sono 22 (come le lettere dell’alfabeto siriaco), in quanto la ventitreesima inizia un’altra opera poi non conclusa.

            Nei primi anni del IV secolo non sono avvenute quelle dispute teologiche che hanno portato alla divisione tra chiesa siriaca orientale e chiesa siriaca occidentale. È ancora un periodo unificato.

           Sia per Afraate (in prosa) che per Efrem (in poesia) si parla di una letteratura che fa largo ricorso al testo biblico e alla sua esegesi. Si tratta sostanzialmente di una letteratura tipologica: si riprendono personaggi e episodi dell’Antico Testamento e si leggono come anticipazioni del Nuovo. Inoltre nei due autori ci si attende una letteratura che utilizza delle immagini molto evocative assieme a simboli (raze): tutti fanno riferimento al testo biblico e vengono trasposti nell’attualità siriaca.

          La letteratura siriaca è caratterizzata da una profonda visione simbolica, spesso espressa attraverso il concetto di “raza” (plurale raze), termine che racchiude i significati di segreto, mistero, simbolo e sacramento. Nella tradizione siriaca, in particolare con autori come Efrem, il simbolo non è una semplice allegoria, ma una realtà che rivela e allo stesso tempo nasconde il mistero divino. Un altro tipo di livello simbolico è il “tipo” (quando una persona o un evento veterotestamentari sono riletti in chiave cristologica, essi quindi sono figure del Nuovo).

         Raza è una parola di origine persiana che indica un “mistero” o “simbolo”. Efrem evita definizioni dogmatiche statiche, preferendo una visione dinamica in cui i simboli (presi dalla Bibbia o dalla natura) uniscono gli opposti e rivelano il mistero di Cristo. I simboli siriaci aiutano a contemplare la realtà divina senza rinchiuderla in definizioni razionali limitanti.

           Afraate si collocava nell’Impero persiano, quando le persecuzioni contro i cristiani vengono intensificate. La religione dominante era lo zoroastrismo. Molti hanno ipotizzato che militasse all’interno di un ambiente giudeo-cristiano, per i riferimenti innumerevoli alla Bibbia. In Afraate e in Efrem (che è forse più aggressivo) vi è anche un forte antisemitismo, perché stiamo in una realtà in cui le due religioni simili, ebraismo e cristianesimo, erano in competizione tra di loro.

          Si parla molto della sesta Esposizione di Afraate in cui egli fa riferimento ai Figli del Patto. Quando oggi si menziona il monachesimo il nostro pensiero va agli anacoreti solitari del deserto oppure a quelli che si ritrovano in un cenobio. Ma nel contesto siriaco la questione è diversa: c’erano comportamenti ascetici assai singolari, per esempio lo stilitismo (i monaci vivevano sulle colonne), dendritismo (negli alberi), oppure si adornavano con catene, e così via. All’interno di questi comportamenti singolari vi era il “figlio del patto”, un tipo di asceta che si colloca all’interno dell’ambito cittadino, anziché lontano dalla civiltà. Viveva in gruppi, inizialmente praticando il celibato, ma poi questo uso venne meno, e probabilmente anche Afraate era un figlio del patto. Così come Efrem.

        Dal V secolo la chiesa siriaca regolarizzò questi comportamenti ascetici e tese a normalizzare anche i Figli del Patto, che avrebbero assunto una forma di diaconato, mentre le donne del Patto cantavano in chiesa.

          Figli del patto è in siriaco Bnāt Qyāmā, da una radice che significa di per sé “stare in piedi”, e poi da alcuni resa con “patto”.

            Nella Esposizione XII.26 di Afraate è scritto:

Chiunque legga le sacre Scritture, le prime e le ultime, entrambi i Testamenti, e li legga (aderendovi) con convinzione, quegli (si mette in grado) di apprendere e di insegnare. Se intende sollevare delle controversie su ciò che non riesce a capire, la sua mente non accoglie l’insegnamento. Se invece trova delle parole troppo difficili per lui e non coglie il senso, così deve dire: “Ciò che è scritto è scritto bene ma non sono riuscito ad acquisirne la conoscenza”. Se riguardo a parole troppo dure per lui, pone domande a saggi eminenti che fanno continue discussioni e ricerca nel loro insegnamento, quando, su una sola parola, dieci saggi gli diranno dieci interpretazioni diverse, allora accolga quella che meglio lo soddisfa, e per quelle che non lo soddisfano non si metta a canzonare i saggi, poiché la parola di Dio è simile a una perla il cui aspetto è bello da qualunque lato la si volti.

        Nella letteratura siriaca l’immagine della perla è molto produttiva, si rifà anche a Matteo (13,45-46):

Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva e l’ha comprata.

 

       Nella Bibbia vi è la traccia di Dio, che è sovrabbondante rispetto a ogni parola umana, quindi la Bibbia serba più significati.

         Per l’asceta di qualsiasi epoca la Bibbia è il messaggio di Dio al cuore. Nella liturgia eucaristica la Parola parla dell’Amato, al quale l’asceta consacra ogni proprio respiro, combattendo strenuamente da tutto ciò che vuole allontanarlo da Lui.

            Il combattimento spirituale è la via necessaria alla salvezza finale. Ricordiamo la frase di Matteo 11, 12: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”.

Bibliografia

  • P. Bettiolo, Lineamenti di patrologia siriaca; in: Antonio Quacquarelli (a cura di), “Complementi interdisciplinari di patrologia”, Roma 1989, pp. 503-603;

  • F. Briquel-Chatonnet, M. Debie (eds.), Le Monde syriaque. Sur les routes d’un christianisme ignore, Paris 2017;

  • S. Brock, An Introduction to Syriac Studies, Piscataway (NJ) 2006;

  • S. Brock, A. M. Butts, G. A. Kiraz & L. Van Rompay (a cura di), Gorgias Encyclopedic Dictionary of the Syriac Heritage, Piscataway (NJ) 2011;

  • S. Brock, La spiritualità nella tradizione siriaca, Roma 2006;

  • S. Chialà, La perla dai molti riflessi. La lettura della Scrittura nei padri siriaci, Magnano 2014;

  • T. B. Dozeman, Esodo, Brescia 2021;

  • D. King (ed.), The Syriac World, London 2019;

  • G. Lenzi (a cura di), Afraate. Le Esposizioni, 2 voll., Brescia 2012.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 64 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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“FONTI DELLA STORIA GRECA PIÙ ANTICA” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO https://anankenews.it/fonti-della-storia-greca-piu-antica-prof-ssa-gabriella-toritto/ https://anankenews.it/fonti-della-storia-greca-piu-antica-prof-ssa-gabriella-toritto/#respond Tue, 03 Nov 2026 19:52:20 +0000 https://anankenews.it/?p=18401 Partenone

Redazione-  Le fonti monumentali dell’età cretese-micenea fra il quindicesimo e il decimo secolo avanti Cristo dimostrarono che quella civiltà faceva già uso della scrittura. Dopo la loro recente decodificazione ciò che tuttavia ci è giunto degli scritti minoici-micenei, se ci ha fornito delucidazioni sul ceppo etnico a cui quei popoli appartenevano, ben poco hanno chiarito […]

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Redazione-  Le fonti monumentali dell’età cretese-micenea fra il quindicesimo e il decimo secolo avanti Cristo dimostrarono che quella civiltà faceva già uso della scrittura. Dopo la loro recente decodificazione ciò che tuttavia ci è giunto degli scritti minoici-micenei, se ci ha fornito delucidazioni sul ceppo etnico a cui quei popoli appartenevano, ben poco hanno chiarito sulla loro storia e sulla loro civiltà. Quegli scritti non poterono essere usati neppure dalle generazioni vissute dopo il rapido eclisse di quella civiltà e di quella scrittura dato che l’arte della scrittura tornò ad essere familiare ai Greci solo dopo l’adozione dell’alfabeto fenicio fra il nono e l’ottavo secolo avanti Cristo.

Precedentemente al secolo VIII avanti Cristo non fu possibile conservare alcun ricordo se non attraverso la tradizione orale, la quale fornì il materiale indispensabile agli storici e ai poeti dei secoli posteriori. La tradizione orale però vale molto poco dal punto di vista storico a causa dell’estrema facilità con cui i fatti tramandati oralmente vengono svisati, confusi, dimenticati, esagerati nel corso di pochi anni, a volte di pochi mesi e nel passaggio da un luogo all’altro e da un narratore all’altro. Il suo valore, già relativo, diminuisce ancora di più a causa dello scarso interesse e senso storico di quei narratori più antichi nei cui componimenti, sia in versi sia in prosa, si fissò di volta in volta la tradizione orale.

Fra i componimenti scritti più antichi ci sono certamente le tavole genealogiche, le quali in parte contengono ricordi di tempi precedenti all’uso della scrittura. Alcuni si rivelano del tutto fantastici, costruiti in base a fatti quasi esclusivamente mitologici in cui i nomi di déi e di eroi si alternano indifferentemente con nomi di personaggi umani veri o immaginari. Distinguere gli uni dagli altri è per noi quasi impossibile.

Accanto alla tradizione genealogica si affermò la tradizione poetica nella poesia epica. Il valore della tradizione epica tuttavia è storicamente inesistente perché i canti omerici furono di certo trasmessi a memoria, dunque oralmente, per varie generazioni. Bisognerà attendere l’ottavo secolo a. C.  prima di avere una redazione scritta di quei canti. Inoltre al poeta epico importava solo l’episodio in sé mentre gli erano indifferenti i motivi, le conseguenze dei fatti narrati. Quel poeta era sempre pronto a sacrificare la verità storica allo scopo artistico della sua composizione, attingendo ora alle leggende ora ai miti e, quando questi non bastavano, creando di propria fantasia.

Pertanto accade che di fronte ad una tradizione epica lo storico si trovi nella penosa condizione di dover scegliere il vero dal probabile, dal falso e dall’ improbabile con criteri che si rivelano sempre arbitrari, quantunque siano prudenti e guardinghi.

L’epopea omerica si pone però al fianco dei dati degli scavi archeologici come una fonte per la ricostruzione dei costumi, della vita sociale ed economica, delle condizioni culturali e religiose delle genti greche nell’età micenea. Non bisogna tuttavia dimenticare che spesso Omero, autore dell’Iliade e dell’Odissea, attribuì all’età e al popolo, narrati nei suoi versi, condizioni, costumi, conoscenze proprie del suo tempo, della sua gente.

Fra i documenti scritti più antichi di cui gli storici greci di età posteriore poterono disporre – e in parte ne disponiamo ancora oggi – sono da annoverare le liste di sacerdoti, di re, di magistrati, di vincitori di giochi. Per la parte più antica di esse valgono le osservazioni già fatte in merito alle tavole genealogiche. Difficilmente si può attribuire un valore storico ai nomi dei personaggi precedenti l’ottavo secolo. Si può però ritenere autentiche le liste degli efori spartani che iniziano dal 754 avanti Cristo, quella degli arconti ateniesi, con inizio dal 682,  mentre meno attendibile risulta, nella parte più antica, la lista dei vincitori olimpici risalente al 776 avanti Cristo.

Per avere una vera e propria storiografia in Grecia bisogna aspettare il 500 a. C., tant’è che degli avvenimenti precedenti al sesto secolo non restarono che scarsi e frammentari ricordi nei poeti ad essi contemporanei. Tirteo è la sola fonte contemporanea delle guerre messeniche, come Callino dell’invasione dei Cimmeri nell’Asia Minore, Mimnermo delle guerre delle città ioniche contro i re di Licia, e Alceo delle lotte dei partiti in Mitilene.

Solone ci dà egli stesso, nelle sue elegie, le più precise informazioni sulle condizioni di Atene e sulla Costituzione da lui data alla città. A proposito di Solone è stato bene scritto da De Santis che egli fu “il primo uomo politico della Grecia, anzi di tutto il mondo europeo, che possiamo dire di conoscere”.

In Grecia i più antichi scrittori di storia furono i cosiddetti logografi, ovvero narratori in prosa, contrapposti ai narratori poetici, la cui produzione è quasi completamente andata perduta. Il lavoro dei logografi può essere considerato una continuazione dell’epica di cui non solo uguaglia il dialetto ionico e il frasario ma di cui ripete spesso anche il contenuto, dal momento che soggetto delle narrazioni dei logografi furono quegli stessi miti e leggende già sfruttati dall’epopea.

Per le età più recenti e vicine a loro, i logografi facevano anche ricorso a documenti ufficiali. Sicché le narrazioni da essi compilate acquisiscono un valore storico man mano che si avvicinano all’età dello stesso logografo. La schiera di tali narratori inizia con Cadmo di Mileto, la cui personalità però risulta assai incerta. Cadmo di Mileto sarebbe stato il più antico scrittore greco di prosa. Dopodiché ricordiamo Ecateo di Mileto, Acusilao di Argo, Carone di Lampsaco, Ferecide di Atene, fioriti nella prima metà del quinto secolo. Successivamente l’attività letteraria si lega a Ellanico di Mitilene.

Tutta la letteratura storica o contemporanea dei logografi del VI e della prima metà del V secolo avanti Cristo è andata ormai perduta. Essa tuttavia risultò accessibile agli storici che scrissero successivamente. D’altra parte i logografi non riportarono nei loro scritti avvenimenti di importanza capitale come le  “Guerre Persiane” sia perché alcuni di essi scrissero anteriormente al 490, 480 avanti Cristo sia perché la trattazione di tale argomento non si addiceva alla loro natura. Scrissero ordinariamente storie locali, di singole città o popoli. Sappiamo però che Carone di Lampsaco, fiorito intorno al 450 a.C. aveva scritto una storia della Persia in due libri che, sebbene nota prima che Erodoto componesse la sua storia, non fu – per quel che noi sappiamo – da Erodoto consultata.

La principale fonte delle guerre persiane è per noi Erodoto nella seconda parte dei suoi nove libri di Storie e, per quanto i pochi decenni trascorsi avessero già notevolmente intaccato con la fantasia e con la leggenda la verità dei fatti, tuttavia il racconto di Erodoto rappresenta una fonte di primo ordine poiché lo storico poté attingere a vari documenti, in special modo a epigrafi e poté parlare con chi era stato partecipe o testimone diretto di quelli avvenimenti. Lo stato delle fonti peggiorò nei cinquant’anni che andarono dalla vittoria su Serse allo scoppio della guerra del Peloponneso.

Dello stato delle cose si lamentò anche Tucidide, ricordando che nessun contemporaneo aveva scritto relativamente a quel periodo, eccetto che Ellanico, e facendo precedere alla sua Storia della Guerra del Peloponneso un compendio storico sullo sviluppo dello Stato ateniese, dalle guerre persiane in poi. La ricostruzione storica tucididea, sebbene insufficiente, è tuttavia quanto di meglio ci resta sul periodo, come quella di Erodoto. Così abbiamo intera l’opera di Tucidide, primo storico che abbia lasciato la narrazione degli avvenimenti cui aveva assistito e partecipato, ovvero la guerra del Peloponneso, dal principio all’anno 411.

Continuatori di Tucidide furono due suoi contemporanei più giovani: Senofonte e Cratippo, e, una generazione più tardi, Teopompo. Dell’opera di Cratippo, andata anch’essa perduta, sono stati recentemente recuperati larghi frammenti nei papiri egiziani; invece sono del tutto perdute le Storie Elleniche di Teopompo di Chio che continuò la storia di Tucidide fino all’anno 394 a. C.. Sono andate pure perdute le sue Storie Filippiche che narravano in 58 libri i fatti del regno di Filippo di Macedonia. Invece ci sono pervenute le Elleniche di Senofonte, comprendenti la storia dal 411 a 362 (battaglia di Mantinea).

Così oggi noi possiamo conoscere da fonti contemporanee tutto il periodo fra il 431 e il 362 avanti Cristo.

Intorno alla metà del IV secolo scrisse anche Eforo, nativo di Cuma in Ansia Minore, autore di una Storia Universale che dall’invasione dorica arrivava fino al 340 avanti Cristo. L’opera è andata perduta ma ad essa attinsero largamente tutti gli storici posteriori.

F.to Gabriella Toritto

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IL PARADOSSO DI ZENONE APPLICATO ALLE PENSIONI https://anankenews.it/il-paradosso-di-zenone-applicato-alle-pensioni/ https://anankenews.it/il-paradosso-di-zenone-applicato-alle-pensioni/#respond Mon, 02 Nov 2026 20:05:32 +0000 https://anankenews.it/?p=18398 IL PARADOSSO DI ZENONE

Redazione-  Zenone di Elea, filosofo greco del V secolo a.C., famoso per i suoi paradossi tra cui il più famoso “Achille e la Tartaruga”, affermava che se il “piè veloce” Achille vuole raggiungere la lentissima tartaruga, che lo precede di un tratto “S”, egli dovrà percorrere: innanzitutto quella distanza “S”, poi il tratto “S1” percorso […]

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IL PARADOSSO DI ZENONE

Redazione-  Zenone di Elea, filosofo greco del V secolo a.C., famoso per i suoi paradossi tra cui il più famoso “Achille e la Tartaruga”, affermava che se il “piè veloce” Achille vuole raggiungere la lentissima tartaruga, che lo precede di un tratto “S”, egli dovrà percorrere: innanzitutto quella distanza “S”, poi il tratto “S1” percorso dalla tartaruga mentre Achille percorreva il tratto “S”, poi il tratto “S2” percorso dalla tartaruga mentre Achille percorreva il tratto “S1” e così via all’infinito, senza avere quindi la possibilità di raggiungere la tartaruga.
Se facciamo una trasposizione dove Achille è l’operaio, l’impiegato, un lavoratore italiano, e la tartaruga il raggiungimento della pensione, possiamo dire che in pensione non ci andremo mai.
Infatti, dal primo gennaio 2027 si potrà andare in pensione a 67 anni e 1 mese con la pensione di vecchiaia, mentre nel 2028 l’età pensionabile arriverà a 67 anni e 3 mesi. Ci vorranno 42 anni e 11 mesi di contributi indipendentemente dall’età nel 2027, mentre nel 2028 i contributi dovranno essere di 43 anni e 1 mese (1 anno in meno per le donne).
Inoltre, secondo il documento di previsione della Ragioneria dello Stato, alle dirette dipendenze del Ministero delle Finanze diretto da Giorgetti della Lega, nel 2029 si potrà andare in pensione alla veneranda età di 67 anni e 6 mesi sia per gli uomini che per le donne, non considerando il “lavoro di cura” e non retribuito che ogni donna si sobbarca nella propria vita. E non finisce qui, perché nel 2031 ci sarà un ulteriore incremento di 2 mesi. Stesse sorte subiranno le pensioni ordinarie 43 anni e 4 mesi di contribuzione nel 2029 e 43 anni e 6 mesi nel 2031, con 1 anno in meno per le donne.
Ma mentre l’inflazione reale del nostro Paese raggiunge livelli altissimi, ad ottobre l’ISTAT la calcola al +3,1% su base annua, ma calcola anche l’aumento dei prezzi, sempre su base annua al +5,4%, il Governo della Meloni ci “regala” la beffa più perfida. Nel 2027 il coefficiente di trasformazione scenderà da 5,608 a 5,514 con una perdita dell’1,68%. Se consideriamo il coefficiente nel 2024 la perdita netta è del 3.65%. In sostanza si andrà in pensione più tardi con un assegno sempre più misero. Conti alla mano, una pensione che nel 2024 valeva 1.500 euro mensili lordi, nel 2027 varrà 1.449,36 mensili con una perdita di circa 658 euro lordi annui. Nell’intero periodo di “pensione attesa”, vale a dire la pensione secondo l’aspettativa di vita, si raggiunge una perdita di oltre 14.000 euro per le donne e oltre 11.500 per gli uomini, dimostrando ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, della disparità di trattamento tra uomini e donne.
È necessario ricordare che la legge Fornero fu voluta e votata nel 2011, da tutto l’arco costituzionale ad eccezione della Lega, che però oggi con il suo Ministro (Giorgetti) la applica senza eccezioni non rispettando quanto promesso in campagna elettorale dal suo partito. Su questo, però, è utile ripercorrere il duetto Meloni-Salvini che a turno appoggiavano i governi di unità nazionale e dove, e sempre a turno, facevano opposizione per accaparrarsi gli oppositori alle leggi barbare volute sia dai fascisti di “destra” (Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega) che dai fascisti di “sinistra” (Partito Democratico, 5 Stelle e altri gruppetti minori).
Dal 2011 (anno di applicazione della Fornero) ci sono stati 3 rinnovi del Parlamento Italiano: 2013, 2018, 2022. In questi 15 anni di legge Fornero hanno governato tutti e tutti avevano promesso, in campagna elettorale, la cancellazione di questa legge ingiusta.
I fatti ci dicono che nonostante le promesse, questa legge fatta con le “lacrime di coccodrillo” della signora Fornero è ancora in vigore e tutti i partiti che hanno governato e hanno avuto la possibilità di abrogarla hanno desistito. Per i lavoratori italiani la pensione è una chimera: sempre più anni sia di anzianità che di contribuzione e sempre con meno soldi aumentando solo l’indigenza di chi ha lavorato e fatto sacrifici per tutta la vita.
È necessario ribadire nuovamente un concetto fondamentale: il diritto alla pensione a 60 anni deve essere condizione inalienabile per un paese civile, come pure una pensione che permetta di vivere dignitosamente. Il capitalismo sta distruggendo la vita di milioni di persone, soprattutto le fasce più deboli come i pensionati che ormai sono costretti a lavorare anche in pensione per poter arrivare a fine mese.

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” CALVINO E LE STORIE DEI TAROCCHI ” DOTT.SSA ROBERTA FAMELI https://anankenews.it/calvino-e-le-storie-dei-tarocchi-dott-ssa-roberta-fameli/ https://anankenews.it/calvino-e-le-storie-dei-tarocchi-dott-ssa-roberta-fameli/#respond Sat, 31 Oct 2026 20:05:56 +0000 https://anankenews.it/?p=18394 Tarocchi

Dall’incontro con Paolo Fabbri agli esperimenti con Ariosto, come nacque Il castello dei destini incrociati. Redazione-  Si arriva in un castello dopo aver attraversato un bosco e ci si accorge di non avere più la voce. Anche gli altri ospiti, seduti attorno alla tavola, tacciono. Eppure ognuno ha qualcosa da raccontare. Sul tavolo c’è un […]

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Tarocchi

Dall’incontro con Paolo Fabbri agli esperimenti con Ariosto, come nacque Il castello dei destini incrociati.

Redazione-  Si arriva in un castello dopo aver attraversato un bosco e ci si accorge di non avere più la voce. Anche gli altri ospiti, seduti attorno alla tavola, tacciono. Eppure ognuno ha qualcosa da raccontare. Sul tavolo c’è un mazzo di tarocchi: le figure diventano il mezzo per provare a comunicare ciò che è accaduto.

È la situazione da cui prende avvio Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Ho scoperto questo libro attraverso lo studio dei tarocchi, una passione che mi ha avvicinata alla loro presenza nella letteratura. Mi interessavano i significati delle carte; nell’opera ho incontrato uno scrittore intento a ricavare dalle figure personaggi, azioni e relazioni.

Per capire come sia nato il suo interesse occorre tornare al luglio 1968. A Urbino, durante un seminario internazionale sulle strutture del racconto, Calvino ascolta il semiologo Paolo Fabbri parlare di cartomanzia e di linguaggio degli emblemi. Da quell’intervento ricava uno spunto preciso: il senso di una carta può dipendere dalle figure che la precedono e la seguono.

Nella nota al libro Calvino descrive il lavoro che segue. Comincia con i tarocchi di Marsiglia: osserva le figure e prova ad accostarle come scene di una vicenda. Quando riconosce una storia in una successione di carte, la scrive. Il materiale si accumula, ma manca una struttura capace di accogliere tutti i racconti.

A interessarmi è il rapporto fra la libertà di immaginare e la precisione richiesta dal disegno. Chi legge può seguire le associazioni del narratore, accettarle oppure trovarle discutibili. Le carte rimangono sulla pagina, accanto alle parole: consentono di confrontare ciò che viene raccontato con gli elementi da cui lo scrittore è partito.

Una sequenza funziona da sola, ma non trova posto accanto alle altre. Calvino cambia le regole, modifica la struttura e rielabora le storie, fino a essere vicino alla rinuncia. La nota restituisce questa fatica senza nasconderla dietro il risultato concluso. Aiuta a comprendere quanto lavoro occorra per dare una forma leggibile a un’intuizione.

A quel punto interviene la proposta dell’editore Franco Maria Ricci: scrivere un testo per un volume sui tarocchi viscontei. Calvino pensa dapprima di utilizzare le pagine già composte, ma si accorge che le miniature quattrocentesche suggeriscono un mondo diverso dalle stampe marsigliesi. Prova allora a costruire sequenze ispirate all’Orlando furioso di Ariosto e riesce a trovare l’incrocio centrale intorno al quale disporre altre storie.

Il castello dei destini incrociati esce così nel 1969, nel volume d’arte Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York. Nel 1973 Einaudi lo pubblica insieme alla Taverna dei destini incrociati, nata dai precedenti esperimenti con i tarocchi di Marsiglia. L’ordine delle due parti nel libro non coincide quindi con l’inizio del lavoro: la Taverna occupa il secondo posto, ma le sue prime prove precedono il Castello.

Nel Castello le sequenze si intersecano: una stessa carta appartiene a più racconti e assume una funzione diversa secondo la direzione in cui viene letta. Ogni storia deve accordarsi con le altre. La disposizione sulla pagina permette di seguire gli incroci e di riconoscere il vincolo che guida l’invenzione.

Nella Storia dell’Orlando pazzo per amore il procedimento diventa evidente. Calvino riprende il paladino che perde il senno per Angelica e ne ricostruisce la vicenda attraverso le carte. Il Matto rappresenta Orlando nella follia; il Tre di Coppe richiama l’ampolla che custodisce la sua ragione. Uno dei calici, però, è rovesciato: il narratore ne ricava il dubbio che quel senno non si sia conservato neppure nel luogo in cui era custodito. Un particolare del disegno introduce così un’incertezza nella storia.

Il percorso si conclude con l’Appeso, chiamato anche Penduto. Orlando compare a testa in giù e da quella posizione propone una diversa comprensione del mondo. La postura entra nella vicenda del paladino e ne orienta l’esito. Quanto fidarsi di questa consapevolezza resta una domanda aperta: a esprimerla è un personaggio che ha attraversato la follia. La figura sostiene una lettura, senza cancellare ciò che la rende problematica.

Il narratore è anche uno degli ospiti: interpreta i gesti e cerca di ricostruire le vicende attraverso le carte. Chi legge dipende dalle sue ipotesi, senza poter ascoltare direttamente la voce dei personaggi. Il loro silenzio può far riflettere anche sulla difficoltà di comprendere ciò che un altro vuole raccontare. I segni sono davanti a tutti, ma ammettono letture diverse; riconoscere questa distanza richiede di lasciare aperta la possibilità di aver frainteso.

Anche sul piano educativo, il libro offre uno spunto concreto. Costruire due racconti che condividano un’immagine obbliga a spiegare quale funzione essa assuma in ciascuno e quali particolari giustifichino la scelta. Con illustrazioni adatte all’età, un’esperienza simile può portare gli alunni a confrontare le interpretazioni e a rivedere i passaggi meno convincenti. Il valore del confronto sta nella richiesta di motivare: una lettura diversa merita ascolto, ma deve poter mostrare su quali elementi si fonda.

Per seguire l’esperimento di Calvino è utile osservare le riproduzioni presenti nel libro. La loro presenza permette di percorrere il testo in due modi: seguendo la successione delle frasi oppure fermandosi sulla disposizione del mazzo. È la richiesta di partecipazione che modifica il ritmo della lettura. Si può verificare un dato, risalire alla carta condivisa da due vicende e capire come lo stesso elemento sostenga sviluppi diversi.

È questo che ha reso prezioso per me l’incontro con il Castello: poter esaminare da vicino una scelta narrativa. Davanti al Tre di Coppe, la domanda riguarda quel recipiente capovolto e la conseguenza che il narratore ne trae. Posso seguirlo oppure esitare, tornando a osservare il disegno. La lettura acquista così un tempo più lento, nel quale anche un particolare secondario richiede attenzione.

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LA CULTURA CHE FA CRESCERE: PERCHE’ I GIOVANI CERCANO NUOVI LINGUAGGI E COME I GENITORI POSSONO ACCOMPAGNARLI IL RUOLO CHIAVE DEGLI STIMOLI CULTURALI NELLA CRESCITA PERSONALE. INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, MEMBRO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA E DELL’INTERNATIONAL PSYCHOANALYTICAL ASSOCIATION https://anankenews.it/la-cultura-che-fa-crescere-perche-i-giovani-cercano-nuovi-linguaggi-e-come-i-genitori-possono-accompagnarli-il-ruolo-chiave-degli-stimoli-culturali-nella-crescita-personale-intervento-di-a/ https://anankenews.it/la-cultura-che-fa-crescere-perche-i-giovani-cercano-nuovi-linguaggi-e-come-i-genitori-possono-accompagnarli-il-ruolo-chiave-degli-stimoli-culturali-nella-crescita-personale-intervento-di-a/#respond Fri, 30 Oct 2026 19:57:18 +0000 https://anankenews.it/?p=18391 La cultura che fa crescere

Redazione-  In un’epoca segnata da profonde incertezze, dalla crisi del ceto medio alle emergenze ecologiche, fino ai conflitti internazionali, le giovani generazioni, secondo gli studi scientifici più recenti, si trovano spesso a fronteggiare e vivere una certa perplessità verso il futuro. “Proprio questo contesto, evidenzia  Lucattini in questa intervista, spinge oggi molti ragazzi a rifugiarsi […]

L'articolo LA CULTURA CHE FA CRESCERE: PERCHE’ I GIOVANI CERCANO NUOVI LINGUAGGI E COME I GENITORI POSSONO ACCOMPAGNARLI IL RUOLO CHIAVE DEGLI STIMOLI CULTURALI NELLA CRESCITA PERSONALE. INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, MEMBRO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA E DELL’INTERNATIONAL PSYCHOANALYTICAL ASSOCIATION proviene da ANANKENEWS.

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La cultura che fa crescere

Redazione-  In un’epoca segnata da profonde incertezze, dalla crisi del ceto medio alle emergenze ecologiche, fino ai conflitti internazionali, le giovani generazioni, secondo gli studi scientifici più recenti, si trovano spesso a fronteggiare e vivere una certa perplessità verso il futuro.

“Proprio questo contesto, evidenzia  Lucattini in questa intervista, spinge oggi molti ragazzi a rifugiarsi sempre di più nel mondo virtuale, provocando un distacco graduale dallo studio, dalla scuola e dagli impegni della vita reale. Tuttavia, anziché cedere a una narrazione puramente difensiva o rassegnata, diventa urgente invertire la rotta. È necessario tornare a parlare di studio come volano di emancipazione e ascensore sociale, contrastare la dispersione scolastica e riscoprire la cultura non come mero frammento del passato, ma come struttura portante della vita sociale e della crescita personale”, spiega la Dott.ssa Adelia Lucattini.

“Oggi, però, gli stimoli tradizionali non bastano più, le nuove generazioni crescono in un contesto iperconnesso e dinamico, che richiede linguaggi, format e approcci culturali profondamente rinnovati”.

Ma come si può riattivare nei giovani il legame con il territorio e la fiducia nel domani, offrendo loro alternative concrete alla necessità di emigrare? Ne abbiamo parlato oggi con la Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, di fronte a un’epoca d’incertezza che come leggiamo dalla cronaca quotidiana e vediamo in televisione sempre più spesso, spinge molti giovani a rifugiarsi nel virtuale, come possiamo capovolgere questa narrazione “rinunciataria” e restituire allo studio la sua forza di straordinario ascensore sociale?

Alle frustrazioni suscitate da una realtà percepita come incerta e minacciosa. È fondamentale riattivare il desiderio di conoscere, la curiosità e il piacere della scoperta, che sono alla base dell’investimento affettivo nello studio. La famiglia e la Scuola devono offrire sostegno emotivo, modelli positivi in cui identificarsi e opportunità concrete di crescita. Studiare significa non soltanto acquisire conoscenze, ma sviluppare autonomia di pensiero, rafforzare l’identità e acquisire gli strumenti per trasformare la propria condizione sociale. La cultura può tornare a essere un potente ascensore sociale se i giovani sentono che il loro impegno viene riconosciuto e può aprire possibilità reali (Pediatric Research, 2026).

L’immersione digitale fin dalla prima infanzia sembra aver tolto ai ragazzi i punti di riferimento pratici per orientarsi nella vita di tutti i giorni. Attraverso quali leve psicologiche ed educative possiamo riabituarli al valore della realtà e contrastare l’abbandono scolastico?

 

I ragazzi hanno bisogno di riscoprire il piacere dell’esperienza concreta, delle relazioni e della conoscenza. Da un punto di vista psicoanalitico, un uso eccessivo del digitale può favorire il ricorso a gratificazioni immediate, rendendo più difficile tollerare l’attesa, la frustrazione e la fatica necessarie per apprendere. È importante, quindi, rafforzare la capacità di autoregolazione, la fiducia in sé stessi e il desiderio di conoscere, attraverso esperienze culturali, sportive, creative e relazionali. Genitori e insegnanti devono offrire una presenza affettiva stabile, ascolto e modelli identificativi positivi, valorizzando i progressi anziché soltanto i risultati. Per contrastare l’abbandono scolastico, è fondamentale che i giovani ritrovino nella scuola un luogo di appartenenza, riconoscimento e realizzazione personale, dove sentirsi protagonisti del proprio futuro (Behavioral Sciences-Basel, 2026).

 

Oggi si fa un gran parlare di tecnologia, spesso in modo superficiale, mentre la cultura pare messa in secondo piano. Perché abbiamo smesso di investire sulla cultura come pilastro della vita sociale e che impatto ha secondo Lei questo vuoto sulla crescita emotiva dei giovani?

Negli ultimi anni, si è progressivamente privilegiata una visione utilitaristica della conoscenza, dando maggiore importanza alle competenze immediatamente spendibili e all’innovazione tecnologica, a discapito della formazione culturale e umanistica. Da un punto di vista psicoanalitico, la cultura svolge una fondamentale funzione simbolica attraverso la lettura, l’arte, la musica e il teatro, i giovani possono dare forma alle proprie emozioni, elaborare i conflitti interiori e riconoscersi nelle esperienze degli altri. La cultura alimenta il mondo interno, sviluppa la capacità di pensare e favorisce la costruzione dell’identità. Il suo impoverimento rischia di lasciare i ragazzi più soli di fronte alle proprie angosce, con minori strumenti per comprenderle e trasformarle. Investire nella cultura significa, quindi, investire nella salute mentale, nella creatività e nella capacità delle nuove generazioni di immaginare e costruire il futuro con le proprie forze, in modo costruttivo e creativo, in modo anche da poter tornare a sperare di poterlo avere un buon futuro (Social Science & Medicine, 2025).

Molti ragazzi sentono di dover abbandonare le proprie radici per potersi realizzare. In che modo il legame con il territorio e le tradizioni può trasformarsi in un’opportunità di crescita professionale e personale anziché in un limite?

Le proprie radici rappresentano una risorsa affettiva e identitaria fondamentale. Sono costituite dalla famiglia, dagli amici, dalla città in cui si è cresciuti, dai luoghi familiari e del cuore, dalle tradizioni e dai ricordi che accompagnano la nostra storia personale. In una prospettiva psicoanalitica, questi legami contribuiscono a costruire quel senso di continuità del Sé che permette di affrontare i cambiamenti senza perdere il sentimento della propria identità. Avere radici solide non significa necessariamente restare, ma sentirsi liberi di partire, tornare e scegliere dove costruire il proprio futuro. Partire, però, dovrebbe essere una scelta autenticamente libera, non una necessità imposta dalla mancanza di opportunità formative, professionali ed economiche. Oggi, per molti giovani, l’emigrazione è soltanto apparentemente volontaria, si parte per realizzarsi, ma spesso perché non esistono alternative concrete nel proprio territorio. Questa condizione può generare una sofferenza psicologica profonda, legata alla separazione dagli affetti, al senso di sradicamento e alla percezione di essere stati costretti ad abbandonare una parte di sé, come accadeva anche agli emigranti economici del passato. È quindi fondamentale valorizzare il patrimonio culturale e umano dei territori, creando opportunità attraverso la ricerca, l’innovazione, l’imprenditorialità e le nuove professioni. Le radici devono rappresentare una risorsa da cui partire per crescere, non qualcosa a cui si è costretti a rinunciare per potersi realizzare (Industry and Higher Education, 2026).

 

Di quali stimoli culturali e sociali abbiamo davvero bisogno oggi per riaccendere nei giovani la passione di apprendere e il desiderio di costruire il proprio futuro al meglio?

I giovani hanno bisogno di stimoli culturali che sappiano coinvolgerli emotivamente, suscitare curiosità e dare significato all’apprendimento. La lettura, il teatro, la musica, l’arte, il cinema, ma anche la ricerca scientifica, gli incontri con persone di esperienze diverse e la partecipazione a progetti sociali possono diventare occasioni preziose di crescita. In una prospettiva psicoanalitica, è fondamentale alimentare il desiderio di conoscere, quella spinta profonda alla curiosità, all’esplorazione e alla scoperta che viene definita pulsione epistemofilica ovvero desiderio di conoscere, e che rappresenta una delle motivazioni affettive alla base dell’apprendimento. È altrettanto importante che i ragazzi possano sperimentare, confrontarsi, sbagliare e sentirsi riconosciuti nelle proprie capacità. Genitori, insegnanti e istituzioni culturali devono saper ascoltare i loro interessi, coinvolgerli attivamente e offrire modelli identificativi positivi. La passione per la conoscenza nasce quando imparare diventa un’esperienza affettivamente significativa e i giovani sentono di poter trasformare ciò che apprendono in progetti concreti di vita (Frontiers in Psychology, 2026).

Quali consigli si sente di dare alle famiglie per sostenere i giovani nell’esplorazione di nuovi stimoli culturali e professionali, vincendo l’incertezza verso il futuro?

 

-Coltivare il desiderio di conoscere. Assecondare le curiosità dei figli, anche quando sono lontane dagli interessi familiari, attraverso letture, incontri con esperti e laboratori fin da piccoli;

-Trasformare la cultura in una prospettiva professionale. Esplorare le opportunità offerte dal patrimonio artistico, storico, ambientale e produttivo del territorio, valorizzandolo attraverso la ricerca e l’innovazione;

-Favorire l’incontro con modelli identificativi positivi. Far conoscere ai giovani ricercatori, professionisti, imprenditori e artisti che hanno saputo innovare e realizzarsi nel proprio ambiente e  territorio;

-Sostenere esperienze di autonomia e responsabilità. Incoraggiare la partecipazione a progetti culturali, associazioni e iniziative locali, rafforzando l’autostima e il senso di appartenenza;

-Mantenere vive le radici affettive senza ostacolare la formazione della propria identità. Trasmettere la storia familiare, le tradizioni e il legame con i luoghi del cuore, favorendo l’autonomia senza rotture con le proprie origini comprese le lingue madri e i diletti veicolo di saggezza e sapienza secolare;

-Aiutare a costruire progetti professionali che prevedano anche la possibilità di restare. Esplorare insieme le opportunità formative e lavorative del proprio paese o città, affinché partire, restare o tornare siano scelte libere e non necessità imposte dal bisogno, causa di spaesamento e nostalgie.

Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

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“XXI EDIZIONE PREMIO HOMBRES ITINERANTE” DI VALTER MARCONE https://anankenews.it/xxi-edizione-premio-hombres-itinerante-di-valter-marcone/ https://anankenews.it/xxi-edizione-premio-hombres-itinerante-di-valter-marcone/#respond Thu, 29 Oct 2026 19:57:22 +0000 https://anankenews.it/?p=18388 Premio Hombres, XXI edizione

Redazione-  Alfabeto di visioni ,incontro di parole, immagini , suoni.Voci da un mondo antico e sempre nuovo alla ribalta di un premio . Un cammino intenso a tappe nel tempo e sul territorio di una Marsica che ha ancora l’impronta dei “ cafoni” siloniani ma allo stesso tempo, nell’evoluzione della Storia di puesto nostro paese […]

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Premio Hombres, XXI edizione

Redazione-  Alfabeto di visioni ,incontro di parole, immagini , suoni.Voci da un mondo antico e sempre nuovo alla ribalta di un premio . Un cammino intenso a tappe nel tempo e sul territorio di una Marsica che ha ancora l’impronta dei “ cafoni” siloniani ma allo stesso tempo, nell’evoluzione della Storia di puesto nostro paese accellerata e spesso sciagurata, un dna progettuale. Capace di andare oltre il presente in una proiezione futuristica in cui arte, cultura storia , economia, vita vissuta di una terra avara che ha visto trasformazioni epocali , da pescatori ad agricoltori dopo il prosciugamento del lago Fucino, che diventa “hombres” . Personifato dal nomignolo di quel Fulvio Palombo personaggio autentico originario del piccolo borgo abruzzese di Pereto. Una figura della comunità locale che possedeva una forte visione culturale dello stare insieme, pur rimanendo ai margini del potere politico, economico o culturale.

Tutto con il suggello del “concorso” ,ossia partecipazione di voci e storie dal mondo . Un concorso denominatio appunto “ Premio Hombres itinerante ,in più sezioni , giunto alla ventunesima edizione.. Un concorso in cammino non solo in senso figurato, che non resta in un posto fisso .in un unico luogo, ma si sposta e si sviluppa toccando diversi borghi d’Italia per valorizzare le piccole realtà locali, la loro cultura e incontrare nuove voci. Grazie alla intuizione, alla volontà e all’impegno in vita di Enzo D’Urbano. Un instancabile promotore di cultura che proprio quella cultura visiva a lui congeniale, voleva liberare dall’ingessatura accademica per restituirla alla quotidianità delle persone che vivono nei luoghi dei quali sono in definitiva l’anima. Quindi un premio aperto non solo ad artisti affermati ma anche a nuovi talenti emergenti che si mettono in gioco nel rapporto con il pubblico .

Un concorso per premiare l’autenticità delle espressioni artistiche ,aperto e accogliente di ogni forma di espressione che continua a vivere proprio in questo premio grazie a suo figlio Tiziano D’Urbano Basile presidente del Premio Hombres Itinerante e a .Dimitri Ruggeri, direttore artistico della sezione Videopoesia e Poesia Performativa,

Aperto a molte esperienze ed espressioni artistiche tra le quali la videopoesia. Una sperimentazione poetica contemporanea attraverso il Premio Internazionale di Videopoesia, istituito nel 2019, e la nuova sezione sperimentale di Poesia Performativa, introdotta nel 2026. Il progetto, sviluppato e affidato fin dalle origini alla direzione artistica del poeta e performer Dimitri Ruggeri, esplora le relazioni tra parola poetica, immagine in movimento, suono, voce, corpo e pratiche performative.

La videopoesia viene riconosciuta come linguaggio artistico autonomo, nel quale il testo non è semplicemente accompagnato da immagini, ma partecipa a una costruzione espressiva fondata sull’interazione tra differenti codici. La poesia si espande oltre la pagina, assumendo forme audiovisive e intermediali.

Ma non solo videopoesia ma anche fotografia di reportage sociale , sperimentazione concettuale, narrativa breve .

Ventunesima edizione dunque con una cerimonia di premiazione delle opere delle varie sezioni che si è tenuta a L’Aquila, al Palazzetto dei Nobili sabato 17 ottobre . A L’Aquila , quest’anno Capitale della cultura che da sempre crocevia di culture ,strumenti di rinascita per esaltare il valore aggiunto di un premio definito “ itinerante” ossia capace di raggiungere realtà geograficamente distanti, i piccoli borghi appenninici per legarli assieme in un arcipelago di radici che parlano del presente costruito non solo dal passato ma anche dall’anelito al futuro, fatto di solidarieta culturale

Una edizione quella di quest0anno, la ventunesima, che fa memoria del cammino del Premio espresso anche in un suo motto : “«Essere la forza del passato, del presente, del futuro”

La XXI edizione del Premio Hombres Itinerante introduce due riconoscimenti dedicati a personalità

che si siano distinte per il proprio contributo al mondo della cultura e delle arti: il Premio alla

carriera «Arte e Umanità» e il Premio «Cultura e Territorio».

I riconoscimenti ampliano la vocazione culturale del Premio, valorizzando tanto i percorsi individualidi ricerca e creazione artistica quanto l’impegno nella promozione della cultura e delle relazioni tra persone e comunità. Riconoscimenti nati all’interno del Premio molti anni fa e lasciati in sospeso per alcuni anni che tornano proprio per ricordare la capacità di legare il valore delle opere di un protagonista della storia culturale , la dimensione intellettuale e il territorio.

Il Premio «Arte e Umanità» nasce nel 2010 per iniziativa dello scrittore e poeta Dimitri Ruggeri, nell’ambito della Biennale Marsica, manifestazione multidisciplinare da lui ideata e diretta

artisticamente ad Antrosano di Avezzano. La Biennale si configurava come uno spazio di incontro tra poesia, letteratura, arti visive, fotografia,cinema e performance, con l’obiettivo di promuovere la sperimentazione artistica e valorizzare il territorio attraverso la produzione culturale contemporanea.In questo contesto fu istituito il riconoscimento «Arte e Umanità», concepito per rendere omaggio a figure capaci di coniugare il valore della propria opera con una significativa dimensione intellettuale. Insomma una specie di sintesi di quello che è il Premio .Il 24 luglio 2010 il premio venne conferito a Vittoriano Esposito, poeta, saggista e critico letterario, tra i maggiori studiosi dell’opera di Ignazio Silone.

Nel 2026, a sedici anni dalla sua istituzione, il riconoscimento viene ripreso e assume la

denominazione di Premio alla carriera «Arte e Umanità», trovando una nuova collocazione

all’interno del Premio Hombres Itinerante. L’iniziativa nasce dall’intesa tra Dimitri Ruggeri, direttore artistico della sezione Videopoesia e Poesia Performativa, e Tiziano D’Urbano Basile, presidente del Premio Hombres Itinerante. Il riconoscimento conserva la propria identità originaria, sviluppandola nella forma di un premio alla carriera rivolto a personalità che abbiano lasciato un segno significativo nella cultura e nelle arti.

La personalità scelta e premiata è Giovanni Fontana (nato a Frosinone il 27 giugno 1946) è un poliartista, poeta sonoro, performer e architetto italiano, considerato una delle figure di spicco a livello internazionale nel campo delle avanguardie intermediali e della poesia fono-visuale. È il teorico e l’ideatore di “poesia pre-testuale ed epigenetica”. La sua scrittura non si limita alla pagina stampata, ma nasce come un “progetto” o uno spartito visivo pensato per prendere vita attraverso l’oralità, il gesto e la performance fisica .Ha scardinato le strutture narrative tradizionali inventando i “romanzi sonori” (come Tarocco Meccanico e Chorus), testi caratterizzati da forti tessiture ritmiche e polifonie vocali. Ha collaborato attivamente con i principali esponenti delle Nuove avanguardie e ha scritto testi per importanti compositori, tra cui il Maestro Ennio Morricone (per l’Elegia per l’Italia del 2011) e Roman Vlad.La sua lunga e prolifica carriera, che lo ha portato a esibirsi in festival e musei di tutto il mondo, è stata celebrata da prestigiosi riconoscimenti dedicati alla poesia contemporanea e di ricerca: Premio Alberto Dubito alla Carriera (2021),Premio Elio Pagliarani (2024)Attualmente risiede e lavora ad Alatri, continuando a esporre le sue opere verbo-visive e a frequentare palcoscenici internazionali con performance sonore .

La poesia epigenetica ridefinisce il testo poetico non come un oggetto fisso e statico sulla pagina, ma come un organismo vivente in continua evoluzione. Il termine è preso in prestito dalla biologia (dove l’epigenetica studia come l’ambiente influenza l’espressione dei geni senza modificarne il DNA). Nella visione di Fontana, il testo scritto rappresenta il “genotipo” (la mappa genetica), mentre la performance dal vivo rappresenta il “fenotipo” (il corpo che cambia e si adatta all’ambiente). La parola stampata sulla pagina non è l’opera d’arte definitiva. È una partitura visuale, un progetto aperto che richiede di essere attivato.L’opera d’arte si compie e si realizza solo nel momento dell’azione poetica. Avviene attraverso il corpo, la voce, il gesto dell’artista e l’uso dello spazio.Fonde e contamina generi diversi. La dimensione letteraria si unisce a quella teatrale, all’arte visiva, alle installazioni e alla musica. La performance non è mai identica a se stessa. Ogni lettura cambia e si modella in tempo reale in base all’acustica del luogo, alle reazioni del pubblico e allo stato emotivo e fisico del performer. La voce e il corpo del poeta vengono spesso amplificati, campionati, distorti o supportati da dispositivi elettronici, espandendo le possibilità espressive del linguaggio umano.

Durante la stessa serata è stato assegnato anche il Premio “Cultura e Territorio” alla giornalista, poetessa ed editrice Alessandra Prospero .

Il Premio «Cultura e Territorio» nasce nell’ambito del Premio Hombres Itinerante per valorizzare

personalità che si siano distinte nella promozione della cultura, nella costruzione di relazioni e nello

sviluppo di iniziative artistiche e culturali capaci di contribuire alla crescita delle comunità.

Il riconoscimento si fonda su una concezione del territorio non soltanto come luogo geografico, ma

come spazio di identità, memoria, incontro e produzione culturale.

Particolare attenzione è rivolta a quelle esperienze nelle quali l’impegno individuale abbia favorito la partecipazione, il dialogo tra linguaggi e generazioni e la diffusione delle pratiche artistiche e

culturali. Il Premio «Cultura e Territorio» intende così riconoscere il valore di chi opera per rendere la cultura accessibile, condivisa e radicata nella vita delle comunità, contribuendo al tempo stesso ad aprirle a esperienze e prospettive più ampie.

Alessandra Prospero fondatrice e titolare di Daimon Edizioni, casa editrice indipendente con sede all’Aquila, Alessandra Prospero porta avanti un progetto editoriale fondato sulla ricerca, sulla valorizzazione degli autori e sulla diffusione della cultura libraria. Un impegno che non si esaurisce nella pubblicazione delle opere, ma si estende alla promozione della lettura, all’organizzazione di incontri e alla creazione di occasioni di confronto tra scrittori, artisti e pubblico.

È inoltre fondatrice e direttrice responsabile di PoesiaFemminileSingolare, testata giornalistica di settore dedicata alla cultura, con particolare attenzione alla poesia, alla letteratura e alle diverse espressioni artistiche.

Nata nel 2013 come progetto di promozione poetica, PoesiaFemminileSingolare si è progressivamente sviluppata in una realtà editoriale e giornalistica che coniuga informazione, approfondimento e divulgazione culturale, offrendo spazio ad autori, artisti, iniziative e protagonisti del panorama culturale contemporaneo.Alla direzione della testata e all’attività editoriale si affiancano la scrittura e il giornalismo, in un percorso professionale che trova nella parola, nelle sue molteplici forme, il principale strumento di espressione e di relazione.

Nel 2022, a Teverola, in provincia di Caserta, le è stato assegnato il Premio Speciale “I Versi non scritti…”, nell’ambito della VI edizione del Premio Internazionale di Poesia organizzato dall’associazione Sì Teverola ODV. Il riconoscimento ha valorizzato il suo impegno nella divulgazione poetica e culturale e la capacità di coniugare creatività artistica e imprenditorialità editoriale.

Nel novembre 2025, a Chieti, è stata insignita del Premio Roberto D’Orazio, durante la quarta edizione della manifestazione dedicata alla memoria dell’imprenditore teatino. Il premio, conferito per il contributo alla diffusione della cultura e per il sostegno alle nuove voci editoriali attraverso Daimon Edizioni, ha rappresentato un ulteriore riconoscimento del lavoro svolto nell’ambito dell’editoria e della promozione letteraria.

Il concorso ha registrato una qualità artistica elevatissima e l’intento di creare incontri, racconti e visioni attraverso le opere degli autori partecipanti è stato pienamente raggiunto . Questi i vincitori e segnalati nelle sezioni del concorso

SEZIONE POESIA

Opera I classificata: “Rimpianto” di Susanna Andreone

Opera II classificata: “A mia madre” di Nicola Cardioli

Opera II classificata: “Là dove il destino arde” di Elisabetta D’Isep

Opera III classificata: “Risveglio” di Patrizia Sparacia

Opera III classificata: “Matta” di Pasqualina Pallini

Menzione speciale per l’opera: “Semi di domani” di Michele Barbato

Menzione speciale per l’opera: “Nessuno” di Gennaro Del VecchioEZIONE RACCONTI

Opera I classificata: “La mia città nascosta” di Maria Rosaria Fonso

Opera II classificata: “L’ultima Zagara” di Salvatore Grieco

Opera III classificata: “Mandecone e filimena di guerra” di Angelo Coccaro

Menzione speciale per l’opera “L’amico di Gaza” di Corrado Tringali

Menzione speciale per l’opera “Lo zio tulipano” di Remo Mari

Menzione speciale per l’opera “Mattino” di Cinzia De Monte

Menzione speciale per l’opera “Vista dal fiume” di Giorgio Baro

Menzione speciale per l’opera “Oltre il muro” di Giuseppe Di Fonzo

Opera I classificata: “Ti ho rivisto dentro l’anima” di Giulia Andrea Pansera

Opera II classificata: “L’anima della capinera” Di Antonella Riccardi

Opera III classificata: “Il peso della luce” Di Stefano Peressini

Menzione speciale per l’opera “Fiore nell’ombra” di Marco Perna

Menzione speciale per l’opera “L’INdividuo INcompresente” di Stefano Servili

SEZIONE GIORNALISMO

Opera I classificata: “Malía lab: la magica creazione di Flavia Amato

Il piccolo borgo calabro dove si intrecciano sogni” di Sabina Aversa

Opera II classificata: “Cubaparecido, o come di un embargo d’esuli al largo” di Roberto Scaglione

SEZIONE FOTOGRAFIA A TEMA LIBERO

Opera classificate:

“L’ultimo binario” di Eligio Scatolini, “Acqua e lavoro” di Giacomo Felli, “Famo du spaghi” di Pietro Bugli

SEZIONE FOTOGRAFIA A TEMA OBBLIGATO

Opera vincitrice: “L’ultima spiaggia” di Roberto Scaglione

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” UN FUTURO RUBATO ” DI VALTER MARCONE https://anankenews.it/un-futuro-rubato-di-valter-marcone/ https://anankenews.it/un-futuro-rubato-di-valter-marcone/#respond Wed, 28 Oct 2026 18:50:33 +0000 https://anankenews.it/?p=18384 Violenze giovani Milano

Redazione-  Un futuro rubato e una violenza su cui riflettere. “Basta indifferenza sui giovani” ,lo dice Sergio Mattarella Presidente della Repubblica alla cerimonia di consegna del diploma ai Cavalieri del Lavoro 2026 . Durante la cerimonia per la nomina dei nuovi Cavalieri del Lavoro, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riportato l’attenzione sulle condizioni […]

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Violenze giovani Milano

Redazione-  Un futuro rubato e una violenza su cui riflettere. “Basta indifferenza sui giovani” ,lo dice Sergio Mattarella Presidente della Repubblica alla cerimonia di consegna del diploma ai Cavalieri del Lavoro 2026 .

Durante la cerimonia per la nomina dei nuovi Cavalieri del Lavoro, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha riportato l’attenzione sulle condizioni dei giovani, che non devono essere trattati dalla società con indifferenza ma come un tema sensibile a tutte le istituzioni  Dopo “ Un saluto particolarmente intenso ai giovani Alfieri che, dopo un eccellente percorso nelle medie superiori, ora sono chiamati all’impegno degli studi universitari”, il Presidente continua : “ Questo appuntamento – nel 125esimo anniversario dalla istituzione dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro per iniziativa di Giuseppe Zanardelli, il grande statista di cui ricorre, in questi giorni l’anniversario di duecento anni dalla nascita – collega la qualità dell’impresa e del lavoro a quella dello studio. Rappresenta un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza, o almeno la naturale trasmissione tra adulti e giovani che è vitale per costruire il futuro.”

L’incontro tra le generazioni che sembra completamente scomparso nei fatti di questi giorni che hanno visto , come raccontano le cronache  episodi di gratuita violenza a Milano, Torino Bologna  da parte di giovani e giovanissimi  sia di seconda generazione che italiani .Nel pomeriggio di sabato 17 ottobre, a Milano si è svolta una manifestazione convocata sui social organizzata dal movimento “Italia in Piazza”, attivo nelle proteste contro il carovita. Una manifestazione  sulle difficoltà che incontrano le famiglie  italiane  afflitte da una inflazione  con percentuali di crescita a due cifre che in poco tempo ha fatto raddoppiare il costo del carrello della spesa. Una manifestazione  che con un filo rosso lega i problemi delle famiglie a quelli dei giovani studenti fuori sede che non riescono a pagare i fitti , degli studenti che vivono le loro giornate di studio in edifici  con gravi problemi e carenze,  dei trasporttori che devono pagare il gasolio  ad un prezzo  mai visto con perdite  contingenti .

Una manifestazione che ad un tratto ha cancellato tutti questi bisogni, tutte queste legittime proteste per affermare solo la violemza. Per richiamare l’attenzione non più sui problemi che quella ed altre manifestazioni volevano porre all’attenzione del Governo , della politica e comunque della società.

La protesta  a Milano è stata però rapidamente messa da parte  almeno nella cronaca per dare il sopravvento alle azioni  di gruppi di giovani, tra i quali  anche  dodicenni  che seppure in modo frammentato, si sono mossi all’interno di una specie di guerriglia urbana che aveva per obiettivo solola vioenza sulle cose.

“Siamo stati convocati su tik tok , ci hanno detto che c’erano scarpe e magliette da prendere. Non penso di aver fattoi qualcosa di riprovevole”. Questa la dichiarazione di un giovanissimo  ma questa anche l’evidenza di un fatto straordinario. La sottovalutazione di un appello sui social seppure  intercettato da intelligence e polizia,la presenza quindi di uno scarso numero di poliziotti a fronteggiare comportamenti che avevano bisogno di ben altri contenimenti. Scontri con la polizia, danni a strade e vetrine a Milano sono stati  ragazzi e ragazze giovanissimi, spesso minorenni, che non appartenevano a movimenti o gruppi politici. Erano qualche centinaio e si sono staccati, come successo anche a Bologna e Torino, da manifestazioni pacifiche principali. Hanno giocato  si fa per dire lanciando pietre, bombe carta e bottiglie contro la polizia, che li ha inseguiti e caricati a lungo avanti e indietro in piazza del Duomo.

Il bilancio   di sabato 17 ottobre è di 197 persone identificate e accompagnate negli uffici di polizia per le violenze: 28 persone sono state arrestate, di cui 12 minorenni e 6 stranieri. Sono 43 i denunciati e 141 i feriti tra le forze dell’ordine. A Milano ci son stati – secondo i numeri rilevati – circa 5mila manifestanti, a Torino 3mila, a Bologna 2mila, a Brescia 600 e a Bergamo 800. .

E non è bastato . Il tutto si è ripetuto almeno a Milano  il giorno successivo , domenica.il centro di Milano è stato teatro di nuovi episodi di violenza, saccheggi e danneggiamenti ad arredi urbani e attività commerciali, come durante le manifestazioni del giorno precedente.  A differenza del sabato, domenica non erano previste manifestazioni autorizzate; gruppi di giovani con il volto coperto (molti dei quali minorenni) si sono radunati autonomamente nel centro città . Scontri e atti  vandalismo si sono concentrati in via Torino e nelle vie limitrofe.  Sono state lanciate pietre e cestini contro le vetrine di negozi (tra cui il punto vendita Champion e un Carrefour), oltre a danneggiamenti a pensiline ATM, veicoli e arredi urbani. Il sindaco Giuseppe Sala ha lanciato un allarme parlando di un’escalation pericolosa e di una sottovalutazione della situazione, mentre la Presidenza del Consiglio (con Giorgia Meloni) ha convocato un vertice sulla sicurezza. Che ha preso decisioni tampone e comunque r univoci  che si ripetono ogni volta che ci sono manifestazioni di violenza ma che valgono poco perchè non affrontano il vero problema. È stato disposto l’invio immediato di  500 soldati  dell’Esercito  nella città di Milano fino al 31 dicembre. Opereranno all’interno del programma “Strade Sicure” affiancando Polizia e Carabinieri per incrementare la vigilanza e il controllo del territorio. Il Governo ha escluso l’ipotesi iniziale di conferire loro poteri speciali di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria .Viene introdotta una nuova fattispecie di reato per chiunque prenda parte a un gruppo di cinque o più persone compiendo atti di violenza, lancio di oggetti atti a offendere o danneggiamenti in contesti di piazza. La reclusione prevista va  da 2 a 5 anni  (e sale da 4 a 12 anni per promotori e organizzatori).

Scrive Massimo Recalcati :”Questi i fatti e le polemiche Sarebbe molto di più di un errore grossolano confondere le manifestazioni di piazza degli studenti per difendere i loro diritti con gli atti vandalici che hanno devastato Milano e altre città; sarebbe del tutto ingiusto verso i nostri figli che coraggiosamente protestano per un mondo che non lascia loro alcun avvenire; sarebbe semplicemente un gesto di malafede intellettuale. Restano tuttavia nei nostri occhi insieme alla grande partecipazione popolare alle manifestazioni pacifiche degli studenti e dei sindacati, la barbara devastazione delle nostre città. Non bisogna, infatti, sottovalutare il fenomeno di questa violenza erratica che in Italia come in Francia genera caos e confonde del tutto illegittimamente il conflitto politico con l’aggressione violenta alla dimensione democratica del nostro ordinamento civile.

Ma sono i giovani ad essere i veri colpevoli di questa confusione? Da dove viene la violenza fuori legge che esplode ogni volta che si tengono legittimi raduni di piazza? Io credo che vi sia una profonda responsabilità delle vecchie generazioni e dei loro maestri.

Si tratta ormai di un’onda lunga, lunghissima. Per un verso la vandalizzazione di Milano e di una libreria come la Feltrinelli che ha contribuito in modo decisivo a fare la cultura della sinistra italiana nel nostro Paese, rivela la sua natura pre-politica o semplicemente teppistica. Ma il ragionamento deve costringersi a farsi più ampio e provare a cogliere, per esempio, il nesso tra questa violenza e il fanatismo che sta imperversando nel nostro Paese come se fossero due facce della stessa medaglia anti-democratica. (1)

Dunque fermarsi a condannare la  violenza non basta. Sulle violenza bisogna riflettere e questi comportamenti vanno interpretati dagli adulti. Innanzitutto da un Governo che ha il compito , quindi il dovere di salvaguardare l’ordine pubblico e la sicurezza avendo preposto il ministro dell’interno e gliapparati tecnici  giudiziari, la preparazione degli agenti di polizia  messi sulle piazze appunto a garantire l’ordinato svolgimento delle manifestazioni.

Ma quando parliamo di violenza pur condannando fermamente ogni manifestazione in questo senso  occorre   tenere conto fondamentalmente che dietro quelle piazze ci sono esigenze e bisogni reali che la politica non vuole ascoltare, di cui non vuole gtenere conto dentro una narrazione delle cose che dice continuamente che tutto va bene .

E invece no. Va quasi tutto male .Per esempio proprio in riferimento alle parole del Presidente della Repubblica sulla formazione non possiamo dimenticare la morte di studenti  nei progetti di formazione-lavoro  Lorenzo Parelli 18 anni,  Giuliano De Seta, 16 anni  e non possiamo non tener conto del fatto che le condizioni di studio , negli edifici fatiscienti e negli alloggi a prezzo insostenibile  sono una “ violenza” Ecco allora come in u no specchio i giovani sono costretti ad assorbire dal mondo adulto  questo virus che lavora in profondità e a cui Paolo Crepet da una  cura : (gli adulti “” devono andare in piazza e prendersi le responsabilità. Se la cosa degenera, te ne vai”

” Io sto dalla parte dei ragazzi, vanno ascoltati”.Un virus infiltrato in Parlamento con gli scontri “ verbali e fisici “ quotidiani e soprattutto nella campagna di odio che sempre da più parti viene evidenziata. Occorre trovare un nemico e scaricare  su di lui batterie di munizioni che sembrano a salve  ,in termini di comunicazione , ma fanno male , molto male  come  “ siete sempre i soliti comunisti” del ministro  dell’università, oppure “ sono le sinistre che non condannano la violenza”, o peggio “ ma vatti a lavare “.

Un panorama pericoloso e desolante : violenza genera violenza.

Una protesta  quella delle manifestazioni in Italia in queste settimane che non è isolata nel contesto internazionale .In cinquasette paesi dalle Americhe all’Indonesia.  secondo il Global Protest  Tracker  del Carnage  Endowmen for International Peace . E quindi in Europa occidentale dalla Spagna alla Francia passando per l’Italia ci sono proteste  anti governative  per aspettative economiche deluse, sfiducia nelle istituzioni, ingiustizie sociali, corruzione, clientelismo, rivendicazioni su diritti di donne, condizioni dei giovani, vita nelle periferie ,  minoranze

Dice ancora Mattarella nel suo intervento : “I valori del lavoro sono, del resto, alla base della Repubblica così come i valori dell’educazione e dell’istruzione. Diritto al lavoro e diritto alla scuola si realizzano necessariamente insieme.È nella coesione che una società cresce meglio e di più.”

Tutta la società dunque impegnata per quei valori  del lavoro  e dell’istruzione, della formazione.   Ma come viene trattato il lavoro. Da tempo  si discute sul salario minimo , una regolamentazione che non si riesce a mettere nero su bianco per un lenzuolo troppo corto che viene tirato da ogni parte. Di fatto il salario minimo legale nazionale  in Italia  non esiste per legge a differenza della maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea .La protezione della retribuzione si affida ai (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, siglati dai sindacati e dalle associazioni datoriali. I principali CCNL prevedono una paga oraria lorda indicativa tra i 9 e gli 11 euro, ma il sistema risulta molto frammentato .L’Italia fa parte di un piccolo gruppo di Stati membri dell’UE (insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia) che non hanno una legge nazionale sul salario minimo. (2) Gli stipendi medi italiani rimangono tra i più bassi delle grandi economie dell’Unione Europea, spesso al di sotto della media UE e lontani da Germania e Francia . E anche quando ci sono stati aumenti sono stati sempre inferiori alla percentuale dell’infrazione senza  contare i meccanismi del fiscal drag che  penalizzano ancora di più le retribuzioni . Con il risultato  dell’impoverimento della classe media  che scende in piazza  con pacifiche manifestazioni e si ritrova con le prorprie ragioni oscurate dalla violenza .

E poi le morti sul lavoro. Una tragedia dolorosissima alla quale non si riesce a mettere uno stop In Italia, i dati ufficiali dell’INAIL indicano un totale di 1.198 decessi sul lavoro  nel 2025,  con un lieve calo del 3% rispetto al 2024 (1.090–1.189 casi totali di lavoratori). Secondo le rilevazioni dell Osservatorio Sicurezza sul Lavoro  e Anbiente Vega  nei primi mesi del 2026 l’emergenza resta grave, con centinaia di vittime registrate soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura .

Dunque la legittimazione della protesta , non passa solo  per la condanna della violenza ma passa anche e soprattutto per l’ascolto delle esigenze e dei bisogni. Dell’intera società lavoratori, famiglie, agricoltori, trasporatori,classe media   e soprattutto giovani.

Non c’è stata volontà ,in questi anni di interpetare la violenza e le misure adottate hanno deligittimato la protesta  giusta e utile.  La risposta è stata solo e unicamente repressiva con l’inasprimento delle pene, la creazione di nuove fattispecie di reati, la gestione della sicurezza zoppicante.

Dice ancora Sergio Mattarella : “ Le preoccupazioni del presente devono specchiarsi nell’impegno a progettare il futuro.In questo percorso rappresenta, per il nostro Paese, un grave peso il bilancio negativo delle migrazioni giovanili.Lo ha sottolineato il Presidente della Federazione, Salerno, che ringrazio molto per le considerazioni che ha proposto e per questa sottolineatura: dobbiamo dar vita a condizioni per rendere attraente ai giovani il ritorno.Molti rientrerebbero volentieri se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi adeguatamente realizzare.La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione.Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società.” (3)

Un futuro rubato nel nostro paese per quei giovani costretti ad emigrare. L’ultimo rapporto del CNL dice che 4 giovani emigrati su 5 tornerebbero in Italia se gli stipendi fossero più alti.Adeguati al costo della vita.Tra il 2011 e il 2024 sono emigrati dall’Italia circa 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, una cifra che corrisponde al 7% del totale dei giovani residenti in Italia nel 2024. Oltre il 42% dei giovani emigrati tra il 2022 e il 2024 è in possesso di una laurea (percentuale in costante crescita rispetto agli anni passati). : Secondo i dati riportati da studi di settore (come quelli diffusi tramite il Sole 24 Ore ), circa il 28% parte per necessità lavorativa o per migliorare la qualità della vita, il 23% per motivi di formazione o carriera, mentre l’87% giudica positivamente la scelta fatta all’estero .

Ma anche un futuro rubato a quei giovani  che vicono nelle periferie urbane e che sono figli di immigrati . Di seconda generazione e italiani guardano al destino dei loro genitori e immaginano che per loro ci saràpoco o nulla di quelle speranze che hanno determinato in un modo o nell’altro la vita dei loro genitori. Quasi la metà dei ragazzi che crescono in contesti periferici ritiene di non avere prospettive chiare, sentendosi traditi dalle promesse del contesto sociale e istituzionale. Circa 7 adolescenti su 10 restano chiusi in casa nel tempo libero e il 72% non pratica attività sportiva o ricreativa strutturata, a causa della carenza di centri di aggregazione, biblioteche di quartiere accessibili o aree verdi sicure. I ragazzi nati o cresciuti in Italia da famiglie straniere vivono una doppia tensione: il conflitto generazionale con i genitori e l’esclusione simbolica o materiale da un riconoscimento pieno nella società italiana, faticando a trovare spazi di rappresentanza e dignità La combinazione di fatica quotidiana, mancanza di ascolto e assenza di orizzonti genera frustrazione, che a volte sfocia in forme di chiusura o episodi di aggressività nelle piazze, a cui spesso si risponde solo con logiche di decoro o sicurezza anziché con investimenti educativi. (4)

Un futuro rubato. Che genera violenza su cui torneremo a riflettere .

(1)”La lezione di Milano”,  Repubblica: https://drive.google.com/…/1JsOajh…/view…

(2)Il Lussemburgo guida la classifica europea con oltre 2.700 euro lordi mensili, seguito da Irlanda, Germania, Paesi Bassi e Belgio I salari minimi legali più bassi dell’UE si registrano in Bulgaria e in altri Paesi dell’Europa orientale (dove partono da circa 551 euro o meno) .

(3)https://www.quirinale.it/it/discorso/intervento-presidente-repubblica-sergio-mattarella-occasione-cerimonia-consegna-insegne-cavaliere-ordine-merito-lavoro-cavalieri-lavoro-nominati-3

(4)https://www.savethechildren.it/press/periferie-nelle-grandi-citta-una-minore-su-dieci-vive-nelle-aree-piu-fragili-tassi-dihttps:/

/www.vita.it/giovani-violenti-periferie-dimenticate-senza-futuro-cresce-la-rabbia/

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LA CULTURA PEDAGOGICA COME PATRIMONIO CONDIVISO: AL VIA GLI INCONTRI DELLA COMMISSIONE APEI https://anankenews.it/la-cultura-pedagogica-come-patrimonio-condiviso-al-via-gli-incontri-della-commissione-apei/ https://anankenews.it/la-cultura-pedagogica-come-patrimonio-condiviso-al-via-gli-incontri-della-commissione-apei/#respond Tue, 27 Oct 2026 18:05:22 +0000 https://anankenews.it/?p=18380 La cultura pedagogica come patrimonio condiviso

Redazione-  La cultura dell’educazione cresce quando le conoscenze diventano accessibili, le esperienze possono essere condivise e il pensiero pedagogico entra nel dialogo con la società. Da questa prospettiva prendono avvio gli Incontri di divulgazione pedagogica della Commissione Nazionale Scrittori di Libri Pedagogici APEI, coordinata dalla Dott.ssa Vanessa Aprile, educatrice – pedagogista e scrittrice, nell’ambito dell’Associazione […]

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La cultura pedagogica come patrimonio condiviso

Redazione-  La cultura dell’educazione cresce quando le conoscenze diventano accessibili, le esperienze possono essere condivise e il pensiero pedagogico entra nel dialogo con la società. Da questa prospettiva prendono avvio gli Incontri di divulgazione pedagogica della Commissione Nazionale Scrittori di Libri Pedagogici APEI, coordinata dalla Dott.ssa Vanessa Aprile, educatrice – pedagogista e scrittrice, nell’ambito dell’Associazione Pedagogisti Educatori Italiani, presieduta a livello nazionale dal Dott. Alessandro Prisciandaro.

L’iniziativa intende valorizzare la produzione editoriale di educatori e pedagogisti, riconoscendo nei loro libri un patrimonio di conoscenze, riflessioni ed esperienze da mettere a disposizione della collettività. Attraverso il confronto con gli autori, la Commissione si propone di diffondere una cultura pedagogica capace di raggiungere pubblici differenti e di abitare i luoghi nei quali si costruiscono le relazioni: la scuola, la famiglia, i servizi educativi, le associazioni, gli spazi culturali e le comunità.

Ad aprire il percorso sarà, giovedì 29 ottobre 2026 alle ore 18:30, l’educatrice e pedagogista Assunta Di Basilico, componente della Commissione Nazionale Scrittori di Libri Pedagogici APEI e della commissione Nazionale Scuola e Disabilità.

L’incontro si svolgerà online su Google Meet e offrirà l’occasione per avvicinarsi al suo libro di prossima pubblicazione con la casa editrice Costa Edizioni, “Grammatica Pedagogica del Sentire (GPS). Pedagogia delle emozioni ed educazione emotiva dentro una vita reale”, un’autobiografia psicopedagogica che intreccia narrazione personale e riflessione educativa.

La scelta di promuovere incontri dedicati alla letteratura pedagogica risponde a un’esigenza culturale precisa: rendere riconoscibile il contributo che le professioni educative possono offrire alla comprensione della persona e delle trasformazioni sociali. I libri raccolgono il lavoro di chi studia, osserva, accompagna percorsi di crescita e si interroga sulle responsabilità dell’educare. Mettere queste opere in circolazione significa consentire alle conoscenze maturate nella ricerca e nell’esperienza professionale di incontrare le domande della vita quotidiana.

La divulgazione assume così un valore educativo e pubblico. Un linguaggio comprensibile può avvicinare famiglie, docenti, studenti e cittadini a temi complessi, mantenendo attenzione alla precisione dei concetti e alla profondità delle riflessioni. Comprendere una relazione, riconoscere un bisogno, interrogarsi sul significato di un comportamento o sulle conseguenze di una scelta sono possibilità che riguardano ciascuno, in ogni fase dell’esistenza.

È questa l’idea di una cultura pedagogica diffusa: un sapere che raggiunge le persone nei diversi contesti di vita e contribuisce a sviluppare ascolto, consapevolezza e responsabilità. La lettura diventa uno degli strumenti attraverso cui alimentare tale cultura, offrendo parole per comprendere l’esperienza e prospettive con cui riconsiderare ciò che spesso viene dato per scontato.

L’incontro con gli autori aggiunge a questo processo una dimensione di partecipazione. Permette di conoscere le domande da cui nasce un libro, le motivazioni che ne sostengono la scrittura e il percorso attraverso cui l’esperienza viene elaborata in pensiero. Le opere diventano punti di partenza per un confronto nel quale la competenza professionale dialoga con le sensibilità e gli interrogativi dei lettori.

In questa cornice si colloca “Grammatica Pedagogica del Sentire (GPS)” di Assunta Di Basilico. Il volume assume la vita reale come materia di una rilettura pedagogica: i vissuti, gli incontri, le difficoltà e i cambiamenti vengono ripercorsi per comprenderne il significato nella formazione della persona. La narrazione autobiografica si intreccia così con domande che riguardano l’identità, l’educazione emotiva, la qualità delle relazioni e la possibilità di apprendere dalla propria storia.

L’elaborazione pedagogica dell’opera prende forma nel passaggio dal racconto dell’accaduto alla riflessione su ciò che quell’esperienza ha insegnato, modificato o reso comprensibile. Dare parola a un’emozione, riconoscere l’influenza di una relazione, rileggere una scelta e osservare una trasformazione diventano occasioni per interrogare il proprio percorso di crescita.

La dimensione autobiografica permette di avvicinare questi temi attraverso la concretezza di una storia. Il lettore incontra situazioni e vissuti nei quali può riconoscere risonanze della propria esperienza, pur nella diversità dei percorsi personali. È in questo incontro tra racconto e riflessione che il libro cerca una via per raggiungere anche chi non possiede una formazione specialistica: rendere i contenuti pedagogici comprensibili attraverso il linguaggio della vita, mantenendo al centro le domande sul significato educativo del vivere.

Il titolo richiama questa intenzione. La “grammatica del sentire” suggerisce la ricerca di parole e connessioni con cui riconoscere il mondo emotivo e comprenderne il rapporto con i comportamenti, i legami e le scelte. L’acronimo GPS evoca un orientamento: la possibilità di fermarsi, rileggere il cammino e trovare nella consapevolezza di sé elementi utili per proseguire.

L’autobiografia psicopedagogica diventa, in questa prospettiva, una forma di mediazione culturale. Attraverso una vicenda personale apre interrogativi condivisibili: che cosa ci hanno insegnato gli incontri? Quali esperienze hanno cambiato il nostro modo di guardarci? Come impariamo a esprimere ciò che proviamo e ad ascoltare ciò che l’altro vive? Sono domande che consentono alla storia narrata di entrare in relazione con quella di chi legge.

Il contributo dell’opera al percorso della Commissione risiede proprio in questa possibilità di avvicinare il pensiero pedagogico alle persone attraverso una scrittura che collega esperienza, emozione e comprensione. Accanto ai saggi teorici, agli studi e ai testi metodologici, anche una narrazione autobiografica elaborata in chiave educativa può offrire occasioni di riflessività e partecipazione.

Gli incontri della Commissione Nazionale Scrittori di Libri Pedagogici APEI intendono valorizzare questa pluralità di voci e di forme editoriali, dando visibilità al lavoro degli autori e favorendo il dialogo tra professioni educative e società. Ogni libro può contribuire a costruire un patrimonio culturale comune quando trova occasioni di lettura, discussione e approfondimento.

Portare la pedagogia ovunque significa riconoscere che ovunque vi siano persone, relazioni e possibilità di crescita esiste una responsabilità educativa. Dare spazio ai libri che la esplorano significa investire nella capacità delle comunità di comprendere, accompagnare e prendersi cura dei propri percorsi umani.

Il primo appuntamento è fissato per giovedì 29 ottobre 2026, alle ore 18:30, online su Google Meet

👉 Collegati su Google Meet https://meet.google.com/xnz-dexa-uii

Un libro raggiunge il suo valore sociale quando il pensiero che custodisce entra nella vita delle persone e genera nuove possibilità di comprensione. È da questo incontro che una cultura dell’educazione può diventare patrimonio di tutti.

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SOGNI D’ORO, LA MAGIA CHE NUTRE L’ANIMA DEI BAMBINI https://anankenews.it/sogni-doro-la-magia-che-nutre-lanima-dei-bambini/ https://anankenews.it/sogni-doro-la-magia-che-nutre-lanima-dei-bambini/#respond Mon, 26 Oct 2026 19:02:13 +0000 https://anankenews.it/?p=18371 Cover libro Sogni D'Oro

Redazione-  Ci sono storie che vanno oltre le parole, diventando rifugi emotivi nei quali i bambini possono sentirsi accolti, protetti e liberi di immaginare. È in questo spazio delicato che si inserisce “Sogni d’oro – Le piccole storie della buonanotte”, il libro di Daniela Argiolas, pubblicato da Edizioni del Faro. Attraverso personaggi fantastici, avventure tenere […]

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Cover libro Sogni D'Oro

Redazione-  Ci sono storie che vanno oltre le parole, diventando rifugi emotivi nei quali i bambini possono sentirsi accolti, protetti e liberi di immaginare.

È in questo spazio delicato che si inserisce “Sogni d’oro – Le piccole storie della buonanotte”, il libro di Daniela Argiolas, pubblicato da Edizioni del Faro.

Attraverso personaggi fantastici, avventure tenere e atmosfere incantate, l’autrice accompagna i piccoli lettori in un universo dove amicizia, gentilezza, coraggio, solidarietà e amore diventano esperienze da scoprire attraverso la fantasia.

Da una prospettiva psicologica, la lettura condivisa rappresenta molto più di un semplice passatempo: la voce di un adulto può trasmettere sicurezza, favorire il riconoscimento delle emozioni e rafforzare quel legame affettivo che costituisce una base importante per la crescita.

Daniela Argiolas

La fiaba offre inoltre ai bambini uno spazio simbolico nel quale esplorare paure, desideri e possibilità, imparando gradualmente a conoscere sé stessi e gli altri.

Esiste anche una dimensione filosofica in questo rituale serale: rallentare significa restituire valore alla presenza, riscoprire la bellezza delle piccole cose e comprendere che non tutto ciò che conta deve necessariamente fare rumore.

In un mondo dominato dalla fretta, una storia raccontata prima di dormire diventa un gesto silenzioso di cura, capace di lasciare tracce profonde nella memoria affettiva.

La visione dell’autrice sembra racchiudersi nel desiderio di restituire alle parole la loro funzione più autentica: creare legami, alimentare la meraviglia e accompagnare i bambini nella scoperta del mondo interiore.

Come afferma Daniela Argiolas, sintetizzando il significato della sua opera: «Vorrei che ogni storia diventasse una piccola carezza per il cuore dei bambini, un invito a sognare, a credere nella gentilezza e a scoprire che l’amore si nasconde anche nei gesti più semplici. Perché accompagnare un bambino verso il sonno significa anche donargli un ricordo di serenità da custodire nel tempo».

Daniela Argiolas

La scrittrice Argiolas invita così adulti e bambini a ritrovare il piacere di condividere il tempo, trasformando la buonanotte in un appuntamento con la fantasia e con le emozioni più autentiche.

Perché l’infanzia non è soltanto una stagione della vita: è il luogo interiore nel quale impariamo, per la prima volta, a fidarci, ad amare e a sognare. E alcune storie, quando sono accompagnate dall’affetto, continuano a illuminare quel luogo anche molto tempo dopo l’ultima pagina.

“Sogni d’oro – Le piccole storie della buonanotte” di D.Argiolas è pubblicato da Edizioni del Faro. ISBN 978-88-5512-609-0. Prezzo: 13 euro.

Il libro è disponibile sul sito dell’editore:

https://www.edizionidelfaro.it/libro/sogni-doro

Regalare “Sogni d’oro – Le piccole storie della buonanotte” significa donare molto più di un libro: è un gesto d’amore da dedicare ai propri figli, ai nipotini e a tutti i bambini che abitano il cuore, perché le storie più belle non si limitano a far sognare, ma seminano emozioni destinate a fiorire per tutta la vita.

Cover Libro Sogni D'Oro

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QUANDO IMPARARE DIVENTA POSSIBILE: LA NEUROPEDAGOGIA TRA MENTE, EMOZIONI E RELAZIONE https://anankenews.it/quando-imparare-diventa-possibile-la-neuropedagogia-tra-mente-emozioni-e-relazione/ https://anankenews.it/quando-imparare-diventa-possibile-la-neuropedagogia-tra-mente-emozioni-e-relazione/#respond Mon, 26 Oct 2026 17:38:32 +0000 https://anankenews.it/?p=18368 Dott.ssa Assunta Di Basilico

Redazione-  Prima di una risposta corretta, di una pagina imparata o di una competenza acquisita, c’è una persona che cerca di comprendere. C’è un bambino che incontra una parola sconosciuta, un adolescente che teme il giudizio dei compagni, un alunno che si arrende davanti a un compito perché ha già sperimentato troppe volte la sensazione […]

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Dott.ssa Assunta Di Basilico

Redazione-  Prima di una risposta corretta, di una pagina imparata o di una competenza acquisita, c’è una persona che cerca di comprendere. C’è un bambino che incontra una parola sconosciuta, un adolescente che teme il giudizio dei compagni, un alunno che si arrende davanti a un compito perché ha già sperimentato troppe volte la sensazione di non farcela. Dentro questi momenti si intrecciano pensiero, emozioni, memoria, aspettative e relazioni.

Comprendere come si apprende significa entrare con competenza in questa complessità. Significa interrogarsi su ciò che rende un’esperienza accessibile, su quali ostacoli possano interromperla e su quali condizioni permettano alla curiosità di trasformarsi in partecipazione.

È in questo spazio di ricerca e di responsabilità educativa che si colloca la neuropedagogia: un orientamento interdisciplinare che mette in dialogo la pedagogia con le neuroscienze e la psicologia, per approfondire la comprensione dei processi di sviluppo e di apprendimento.

Nel panorama internazionale, questo confronto si sviluppa soprattutto attraverso le neuroscienze educative e il campo di studi denominato Mind, Brain and Education. Il suo interesse riguarda le relazioni tra cervello, mente ed educazione, con una questione centrale: come possono le conoscenze scientifiche contribuire a migliorare le esperienze formative?

La risposta richiede il confronto tra discipline, l’osservazione dei contesti e la verifica degli interventi. La conoscenza dei processi cerebrali acquista significato educativo quando incontra la storia della persona, le sue caratteristiche e le condizioni concrete nelle quali vive e apprende.

L’esperienza lascia tracce: il valore della plasticità cerebrale

Uno dei concetti che alimentano questo dialogo è la plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di modificare la propria organizzazione e il proprio funzionamento in relazione all’esperienza e all’apprendimento. Questa possibilità accompagna l’intero arco della vita, con caratteristiche e vincoli differenti nelle diverse fasi dello sviluppo.

Per l’educazione, riconoscere la plasticità significa attribuire valore alle opportunità offerte alla persona: alle occasioni di esercizio, alla qualità dei sostegni, alla continuità delle esperienze e alla possibilità di affrontare gradualmente compiti nuovi. Occorre, allo stesso tempo, mantenere aspettative realistiche e rispettose della variabilità individuale.

Una difficoltà scolastica domanda quindi di essere osservata e compresa. Quali passaggi risultano complessi? Quali conoscenze devono essere consolidate? Quali strumenti consentono all’alunno di procedere?

Espressioni come «non è portato» o «non cambierà» possono trasformare una difficoltà circoscritta in un giudizio che accompagna la persona. Lo sguardo pedagogico mantiene invece aperta la ricerca delle condizioni che favoriscono lo sviluppo: una spiegazione più chiara, un esempio concreto, un tempo adeguato, un’attività suddivisa in passaggi riconoscibili.

Educare comporta anche questo: osservare ciò che ancora non emerge e progettare occasioni perché possa prendere forma.

Attenzione e memoria: comprendere la fatica per accompagnare l’autonomia

Seguire una spiegazione, ricordare una consegna e portare a termine un’attività richiede la collaborazione di diversi processi cognitivi. Tra questi assumono rilievo le funzioni esecutive, che comprendono la memoria di lavoro, il controllo inibitorio e la flessibilità cognitiva.

La memoria di lavoro permette di mantenere e utilizzare temporaneamente le informazioni necessarie a un compito. Il controllo inibitorio contribuisce a regolare risposte impulsive e interferenze. La flessibilità cognitiva consente di cambiare strategia, considerare alternative e adattarsi a una richiesta nuova. Il loro sviluppo prosegue durante l’infanzia e l’adolescenza, estendendosi oltre quest’ultima.

Nella quotidianità scolastica queste capacità intervengono quando un alunno aspetta il proprio turno, organizza il materiale, affronta un problema o rivede una soluzione.

Quando un’attività rimane incompleta, l’osservazione educativa può aiutare a individuare il punto nel quale il percorso si interrompe. L’alunno ha compreso la consegna? Riesce a ricordarne i passaggi? Sa da dove cominciare? Ha bisogno di un esempio o di un sostegno nell’organizzazione?

Da queste domande possono nascere scelte più precise: rendere visibili le fasi del lavoro, proporre obiettivi intermedi, verificare la comprensione e ridurre gradualmente l’aiuto. L’autonomia si costruisce attraverso opportunità sostenibili, accompagnamento e progressiva assunzione di responsabilità.

Emozioni e relazione: ciò che accade intorno al compito conta

Ogni esperienza scolastica possiede anche una dimensione emotiva. La curiosità, il timore dell’errore, il senso di appartenenza e le aspettative personali possono influenzare il modo in cui uno studente affronta una richiesta.

La qualità della relazione educativa merita pertanto un’attenzione intenzionale. Ascoltare una domanda, concedere tempo per rispondere, formulare una correzione comprensibile e riconoscere un progresso sono azioni che contribuiscono a definire il significato dell’esperienza scolastica.

Una valutazione riguarda un lavoro svolto; il modo in cui viene comunicata può incidere anche sulla disponibilità dello studente a riprovare. Per questo è essenziale distinguere la qualità di una prestazione dal valore della persona e offrire indicazioni che permettano di capire come migliorare.

In tale prospettiva, l’educazione emotiva può diventare un percorso strutturato per riconoscere i vissuti, arricchire il linguaggio con cui esprimerli e comprendere le conseguenze dei propri comportamenti nelle relazioni.

Una fiaba, la scrittura espressiva, un dialogo guidato o una scena teatrale possono offrire occasioni di esplorazione: che cosa prova il personaggio? Quali elementi aiutano a comprenderlo? Come potrebbe affrontare il conflitto? Che cosa cambia osservando la situazione dal punto di vista dell’altro?

Il valore pedagogico di queste proposte dipende dalla chiarezza degli obiettivi, dalla conduzione e dall’osservazione dei risultati. Descrivere meglio un’emozione, ascoltare una prospettiva diversa o formulare una risposta più rispettosa sono progressi sui quali costruire il lavoro educativo.

Inclusione: progettare a partire dalle differenze

La variabilità appartiene all’apprendimento. Gli alunni arrivano a scuola con esperienze, conoscenze, risorse e bisogni differenti. Una progettazione inclusiva considera questa pluralità fin dall’organizzazione delle attività.

Il contributo della ricerca sui processi linguistici, sulla lettura, sulla matematica e sull’attenzione può aiutare a comprendere alcune difficoltà. Per scegliere gli interventi occorre integrare tali conoscenze con la ricerca educativa, le competenze professionali e la valutazione delle risposte nei contesti reali.

L’osservazione deve riguardare anche l’ambiente: una consegna ambigua, un materiale poco accessibile, tempi insufficienti o limitate possibilità di partecipazione possono creare ostacoli ulteriori.

Progettare significa allora definire obiettivi chiari, predisporre sostegni adeguati e riesaminare le scelte sulla base dei progressi e delle difficoltà osservate. La collaborazione tra docenti, educatori, pedagogisti, famiglie e professionisti coinvolti favorisce la continuità del percorso, nel rispetto delle rispettive competenze.

L’inclusione prende forma in queste decisioni quotidiane: nella possibilità di comprendere una richiesta, partecipare a un’attività e vedere riconosciuto il proprio contributo.

Il rigore scientifico come responsabilità educativa

L’interesse per il cervello e per il suo funzionamento richiede particolare attenzione al linguaggio. Espressioni come “attivare il cervello” o “potenziare i neuroni” possono conferire autorevolezza a proposte delle quali non sono stati dimostrati gli effetti dichiarati.

Anche i neuromiti, convinzioni scorrette sul rapporto tra cervello e apprendimento, possono orientare impropriamente le pratiche. Tra gli esempi ricorrenti vi sono l’idea che utilizziamo soltanto il dieci per cento del cervello e la convinzione che ogni studente debba ricevere un insegnamento adattato a uno stile fisso, visivo, uditivo o cinestetico.

Presentare contenuti attraverso linguaggi diversi può essere utile in relazione agli obiettivi e alle caratteristiche del materiale. Attribuire invece a ciascun alunno un’etichetta stabile rischia di restringere le opportunità di apprendimento.

Una proposta educativa va quindi interrogata con precisione: quale obiettivo persegue? Per quali destinatari è stata studiata? Quali risultati sono stati osservati? In quali condizioni? Un’attività coinvolgente può avere valore culturale, relazionale o espressivo; attribuirle effetti specifici sulla memoria o sull’attenzione richiede prove adeguate.

Il rigore scientifico sostiene la qualità dell’educazione e la fiducia delle famiglie. Aiuta a scegliere con consapevolezza, a comunicare correttamente e a riconoscere i limiti delle conoscenze disponibili.

Conoscere l’apprendimento, custodire la possibilità

La neuropedagogia offre un contributo quando rende più accurate le domande degli adulti e più consapevoli le loro decisioni. Il confronto tra discipline può sostenere una scuola capace di osservare le difficoltà tempestivamente, valorizzare le risorse e costruire esperienze accessibili e significative.

La pedagogia dà a questo confronto una direzione: comprendere la persona nella sua interezza, accompagnarne lo sviluppo e promuoverne la partecipazione. Il sapere scientifico entra così nella responsabilità quotidiana di chi insegna, educa e progetta.

Ogni bambino e ogni adolescente incontra, nel proprio percorso, momenti nei quali ha bisogno di qualcuno che sappia riconoscere una fatica e indicare una possibilità.

Il futuro di chi apprende si costruisce anche nello sguardo di chi educa: uno sguardo capace di comprendere la difficoltà e continuare a cercare la strada.

Dott.ssa Assunta Di Basilico
Educatrice socio-pedagogica e pedagogista
Laureata magistrale in Psicologia del lavoro e delle organizzazioni
Mediatrice familiare e scolastica · Musicoterapeuta · Arteterapeuta
Presidente dell’Associazione Essere Oltre ETS

Socia APEI – Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani

Componente delle Commissioni Nazionali APEI: Scuola, Disabilità e Libri–Editoria

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