Advertise with Googlier.com DeA http://www.donnealtri.it donne e altri Tue, 20 Oct 2026 17:07:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.3 A Genova incontro il 22 ottobre sulle “femministe del mercoledì” http://www.donnealtri.it/2026/10/a-genova-incontro-il-22-sulle-femministe-del-mercoledi/ Tue, 20 Oct 2026 16:59:11 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8750 Giovedì 22 ottobre, si discuterà a Genova del libro Il gruppo del mercoledì. Una storia femminista, a cura di Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Letizia Paolozzi, Stefania Vulterini (Futura, 2025).

L’iniziativa è stata organizzata dalla “Rete di donne per la politica” e si svolgerà alle ore 17.30
presso RainbowLab, Vico Gibello 17r.

Dialogheranno sui temi del volume

LETIZIA PAOLOZZI, curatrice

VIOLA LO MORO, Libreria Tuba

Coordina e legge Oriana Cartaregia

Il libro – scrivono le organizzatrici – è una preziosa testimonianza di quanto le pratiche femministe del partire da se, del coltivare il dubbio e del praticare il conflitto come arricchimento e non annullamento, possono essere esempio positivo e vitale in un epoca così oscura.
Le curatrici Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Letizia Paolozzi, Stefania Vulterini
riprendono scritti e riflessioni (alcune già a suo tempo pubblicate su riviste) scaturiti da un gruppo di dieci donne che nell’arco di quindici anni, dal 2008 al 2022, ha costituito una comunità ove la cura delle relazioni e il rispetto reciproco sono stati fondanti del metodo di lavoro.
Un percorso politico originale segnato da numerosi lutti, cinque tra loro ci hanno lasciato negli anni, che lungi dal diventare motivo di abbandono alla tristezza diventano spunto di riflessione su svariati argomenti: la crisi della sinistra, il fine vita, l’emergere di nuove soggettività del mondo Lgbt, il dibattito sulla gestazione per altri, la maternità, la violenza sulle donne, il COVID, i luoghi delle donne…
Il libro, oltre ad essere il racconto di una storia di amicizia tra donne molto diverse tra loro, è soprattutto testimonianza di una pratica di lavoro politico incarnato nei corpi e coltivato nel pensiero. Ci auguriamo possa essere per le nuove generazioni di ragazze, come nella bella postfazione Viola Lo Moro auspica, un “esempio di come oggi si può ancora esistere, nel piacere della relazione femminista, nel mondo, ragionare e proporre uno scarto laterale dal già detto, dal già fatto”.

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In una parola / Democrazia, un nome da reinventare http://www.donnealtri.it/2026/10/in-una-parola-democrazia-un-nome-da-reinventare/ Tue, 20 Oct 2026 16:35:41 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8746 Pubblicato sul manifesto il 20 ottobre 2026.

Una “situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile”. Dietro le proteste giovanili che dilagano in Italia, dopo la Francia, la Spagna, l’Albania – ma guardiamo anche all’India degli “scarafaggi” e a tanti altri paesi – c’è il fallimento della democrazia. Cacciari dixit in un’intervista a Flavia Amabile su La Stampa di ieri. Il filosofo denuncia i limiti di iniziativa sociale e economica nei confronti del malessere sia delle generazioni più giovani, sia di ampi ceti popolari e intermedi che vedono peggiorare inesorabilmente la qualità delle loro vite. Si dovrebbe aggiungere una debolezza persino più grave di ordine culturale, politico in senso lato.
Viviamo in tempi nei quali vari tipi di “de profundis” sul ruolo delle democrazie liberali, a cominciare da quella “più antica” ora “guidata” da Trump contro se stessa, si moltiplicano di giorno in giorno. Le librerie nelle sezioni della saggistica si riempiono di titoli sull’argomento, più o meno inquietanti.
Ho cominciato il ponderoso testo del nobel in economia Daron Acemoglu (Che cosa è successo alla democrazia liberale?, Rizzoli, 2026) e mi stavo incuriosendo sul concetto di liberalismo proletario che l’economista lancia nel secondo capitolo quando sulla Domenica del Sole24Ore mi sono imbattuto nella recensione, severa ma non troppo, di Sebastiano Maffettone. Secondo il quale il nuovo programma liberale ma molto sbilanciato “a sinistra” avanzato dal libro ha una dimensione “utopica”, e solleverà riserve di praticamente tutte le categorie di “esperti” del tema (politologi, economisti, giuristi, sociologhi) ma bisogna leggerlo per «l’autorevolezza dell’autore» e perché la sua «proposta generale è nell’insieme interessante e attuale».
Un altro testo che tempo fa mi aveva colpito è il breve intenso saggio scritto da un teorico come Michael Walzer: Che cosa significa essere liberale (Raffaello Cortina Editore, 2023). Steso al tempo dei lockdown durante il covid, senza avere a disposizione troppi libri e biblioteche universitarie, Walzer avanzava di getto la tesi che “liberale” non definisca tanto una teoria e ideologia politica autosufficiente, ma sia un irrinunciabile “aggettivo”, capace di migliorare tendenze evidentemente giudicate come più fondate, ma in sé non sufficienti a evitare pericolosi esiti dogmatici: ecco allora il “democratico liberale”, il “socialista liberale”, e di seguito “nazionalisti e internazionalisti”, “comunitari”, “femministe”, “professori e intellettuali”, e gli “ebrei liberali” (quest’ultima voce declinata con passione personale).
Che l’intenzione “democratica” della parola “liberale”, non debba essere gettata via lo pensa anche un marxista come Emiliano Brancaccio, con la sua provocatoria Scienza dell’utopia intitolata Libercomunismo (Feltrinelli, 2026).
La mia impressione dilettantesca è che nella condivisibile idea di coniugare libertà individuali e capacità di azione politica, programmatica, pubblica e collettiva, non si vada alla radice di ciò che è mancato nelle teorie del socialismo e del comunismo, e in quelle liberali.
Penso alle idealizzazioni di un soggetto collettivo, la classe operaia, il proletariato, appunto, che ha finito per annullare le singole persone, e di un soggetto individuale astratto, privo del suo corpo sessuato, oltre che appartenente a una determinata condizione sociale e identitaria, possessore di “diritti” che si stanno rivelando altrettanto “astratti” di fronte alla forza bruta degli attuali reggitori del mondo e del capitale.
Non sarebbe un rimedio per la democrazia un inedito liberalismo proletario che sommasse i catastrofici difetti di queste due grandi idee.

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Microcritiche / Elaborare il lutto al tempo dell’Ia http://www.donnealtri.it/2026/09/microcritiche-elaborare-il-lutto-al-tempo-dellia/ Wed, 23 Sep 2026 21:50:22 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8741 SHEEP IN THE BOX – Film di Hirokazu Kore-eda. Con Rimu Kuwaki e Haruka Ayase, Daigo, Giappone 2026. Musiche Yuta Bando, fotografia Ryuto Kondo.

Si riconosce la mano del regista giapponese sia nelle riprese della natura, sia nelle problematiche familiari – rapporti genitori/figli – anche se il film è proiettato nel futuro e tratta chiaramente dell’Intelligenza Artificiale.
Siamo in un piccolo centro giapponese vicino al quale passa lo Shinkansen, il treno che va a 600 km orari e unisce Osaka e Tokyo in 4 ore. Alcune aziende promettono il superamento del lutto attraverso l’elaborazione di copie robot, con fattezze umane identiche alla persona scomparsa.
Il film può essere considerato un’indagine umana sulla famiglia – vista in prospettiva dall’occhio di un bambino – sul lutto, sulla perdita e sulle reminiscenze, sui sensi di colpa e sui complessi sviluppi che uniscono e dividono l’infanzia e la genitorialità.
La coppia composta da Otone, architetto, e dal marito Kensuke Komoto, proprietario di un’impresa di costruzioni, viveva in una bella casa con il figlio Kakeru, quando questi rimane vittima di un incidente stradale. I genitori disperati si sentono entrambi in colpa per non averlo controllato sufficientemente. Decidono di rivolgersi ad una di queste aziende, che vorrebbe essere considerata una struttura ecologica o post-umana, in cui gli umanoidi possono emanciparsi dal dolore che li ha generati.
Ma il piccolo umanoide è, almeno inizialmente, il surrogato di un lutto non elaborato. Ed è proprio il lutto uno dei nuclei fondamentali del film, e la sostituzione del figlio morto con un robot non costituisce una reale soluzione alla perdita, ma rende gradualmente visibile la distanza tra il ricordo del figlio morto e la sua riproduzione artificiale.
Nel racconto troviamo un classico impianto metaforico: l’albero come casa primordiale, l’arca, il luogo in cui l’artificiale si ricongiunge all’organico, mentre l’acquario può essere la variante della natura in scatola. Il robot non mangia e non può fare il bagno con il padre quasi fosse la negazione di un’intimità impossibile.
È focalizzato anche il momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, dove Kakeru-robot deve donare agli adulti la forza per lasciarlo andare.
Le espressioni dello sguardo della madre mi hanno ricordato un altro film di Kore-eda, indubbiamente il più bello, “Father and Son” del 2013, dove le coppie genitoriali sono due e scoprono, a un certo punto dopo sei anni, che i loro figli erano stati scambiati nella culla. Le sensazioni di amore materno si alternano con il voluto distacco affettivo, come in “Sheep in the box” quando è chiaro che il figlio umanoide sta per raggiungere i suoi simili emancipandosi dai genitori.
Naturalmente non si po’ non pensare al film “A.I. Intelligenza artificiale” di Steven Spielberg del 2001, ma pensato precedentemente da Stanley Kubrick, una sorta di favola “alla pinocchio” sull’artificiale che chiede di essere riconosciuto e amato. Laddove Spielberg faceva del piccolo David una creatura condannata all’impossibile desiderio di diventare umano, Kore-eda pone la questione a rovescio: potrebbe essere l’umanoide, a non voler diventare come noi. Il suo destino potrebbe non essere l’imitazione dell’uomo, bensì l’inaugurazione di una diversa forma di vita più legata alla natura.
Il titolo del film di Kore-eda fa riferimento al Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, dove un pilota, per un incidente aereo, incontra inaspettatamente un bambino che gli chiede «Mi disegni una pecora?». Stupito e dopo vari tentativi non riusciti, il pilota disegna una scatola, dicendo che la pecora desiderata è all’interno: il disegno viene accettato. Poco per volta fanno amicizia ed il bambino spiega di vivere su un lontano asteroide.

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In una parola / Disuguaglianze, le parole che mancano http://www.donnealtri.it/2026/09/in-una-parola-disuguaglianze-le-parole-che-mancano/ Wed, 23 Sep 2026 21:35:08 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8737 Pubblicato sul manifesto l’8 settembre 2026 –

Sono stato invitato a una “Festa dell’Unità” del Pd a Firenze, che in realtà era una “Festa nazionale dei giovani democratici”. Per discutere il libro Quando c’era l’Unità. La storia vista dal giornale fondato da Antonio Gramsci, pubblicato (editori “strisciarossa” e All Around) nel 2025, costituito da 40 articoli scritti sul sito strisciarossa, diretto da Pietro Spataro, da altrettanti colleghi e colleghe ex Unità, lungo l’anno precedente, centenario della nascita dell’”organo del Pci”.
C’erano con me Marisa Nicchi, conosciuta quando la “svolta” mise fine al Pci (era tra le promotrici della mozione femminista La nostra libertà è nelle nostre mani, collegata al “no” di Ingrao, Natta e Tortorella) e Luca Bottura, ai tempi redattore dell’Unità e dell’inserto satirico Cuore, autore della prefazione al volume.
I temi li ha assegnati Stefania Lio, vicesegretaria del Pd toscano e vicepreside in un liceo dopo studi filosofici. Riassumerei così: la sinistra deve affrontare le disuguaglianze, vedendo quante persone ne soffrono e insieme la complessità vissuta da ogni singola persona (come le subisce per esempio una donna, giovane e che vive in una periferia?). Realtà da descrivere, rappresentare.
E qui conta il ruolo della comunicazione e dell’informazione. Che l’Unità era in grado di svolgere per la politica in modo efficace?
Ho scritto per il libro dell’uccisione di Guido Rossa a Genova da parte delle Br. Oltre a ricordare l’attentato, il dolore di un’intera comunità e il principio della fine del “terrorismo rosso”, avevo accennato agli anni che cominciavano a vivere il tramonto della “città operaia”.
Ma gli operai che avevo conosciuto a Genova, compresi gli ex operai nella redazione del giornale, dal capocronista al redattore del “sindacale”, e ancora di più gli autorevoli capi dei consigli di fabbrica, con alle spalle decenni di lotte sindacali, reagivano alle disuguaglianze, alle ingiustizie, facendo leva su una grande consapevolezza della propria forza professionale e politica.
Qualcosa che potrebbe parlarci oggi, quando sembra prevalere una cultura della vittima che rivendica “diritti” e “inclusione”, come se la legge potesse produrre cambiamenti radicali se non si conquistano prima dentro di sé e nelle relazioni, solidali e conflittuali, con altri.
Di un concetto simile, da una prospettiva diversa, attuale e determinante, ha parlato Marisa, ricordando l’esperimento di una pagina di cronaca quotidiana, uscita per un anno nel ’97 e dedicata, con la “testatina” L’una e l’altro, al mutamento nelle relazioni tra i sessi aperto dal femminismo (ne ha scritto nel libro Letizia Paolozzi, che la dirigeva).
Le donne – ha insistito Nicchi – rompendo con il pur glorioso emancipazionismo, hanno dato “una lettura diversa dell’uguaglianza: parità non significa omologarsi al maschile, ma affermare il valore politico della propria differenza”.
Luca Bottura, interpellato sui giovani, ha detto che sono stati derubati del futuro dalle generazioni precedenti. Informazione e comunicazione, legate alla politica, sono essenziali per rispondere alla “nostalgia di futuro” di cui soffriamo. E l’Unità è stata un’esperienza unica, spesso “più lucida del suo partito”. Ma chi legge oggi – a proposito delle notizie sulla trattativa per un passaggio della testata al Pd – i giornali cartacei?
Il Pd sbaglierebbe poi a presentarsi come “erede del Pci”.
Il discorso si era aperto sulle scelte ancora mancanti per contrastare una destra vincente.
Una cosa mi ha sorpreso e l’ho apprezzata: il giovane del Pd che mi ha accolto ha raccontato che in una decina stanno facendo il giro delle carceri toscane. Occupandosi della condizione di chi ci vive.

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In una parola / Se l’autorità di una donna ci fa problema http://www.donnealtri.it/2026/09/in-una-parola-se-lautorita-di-una-donna-ci-fa-problema/ Wed, 16 Sep 2026 06:49:38 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8732

Emma Bonino e Luciana Castellina, molti anni fa…

Pubblicato sul manifesto il 15 settembre 2026 –

Spiego subito quel “ci” nella terza riga del titolo. È riferito, me compreso, a noi maschi. Si è scritto e discusso molto sulla personalità, il carattere, le scelte politiche e umane di Emma Bonino. Su Facebook, negli scambi tra donne e uomini con alle spalle l’esperienza del femminismo e la “militanza” a sinistra, sono volate anche parole dure. Bonino come protagonista della battaglia per l’aborto e il divorzio, nella spinta della “seconda ondata” del femminismo anni ’70. Bonino, con Pannella e i radicali, schierata su posizioni liberali e liberiste, ostile ai sindacati, sempre dalla parte di Israele e degli Usa, qualunque guerra facessero.
Ne ha scritto in queste pagine, con la signoria e lo spessore umano e politico di cui è capace, Luciana Castellina. Donna autorevole che non ha certo taciuto i dissensi profondissimi, ma che ha riconosciuto il valore e l’autorità dell’altra, e il reciproco «legame affettuoso».
Su Fb Ida Dominijanni ha svolto un ragionamento simile su Bonino, criticando a fondo però i “compagni maschi” che invece hanno detto prima di tutto i dissensi con la leader radicale scomparsa, con espressioni dure, sprezzanti, e anche qualche mala parola. «Trovo nelle vostre argomentazioni – ha scritto tra l’altro Dominijanni – i segnali preoccupanti non so se di una regressione culturale o dell’ennesima dimostrazione che del rapporto fra rivoluzione femminile e politica tradizionale, di destra e di sinistra, non riuscite proprio a capire i fondamentali, esattamente com’era già ai tempi del divorzio e dell’aborto».
Io mi affido alle parole, sempre su Fb, di un uomo, Claudio Vedovati, che cerca di vedere il perché del problema che “ci fa” l’autorità di una donna.
Dapprima una osservazione sulla sua politica «…centrata intorno ai corpi, fondamento politico dell’esistenza. Forti, fragili, offesi, negati, imprigionati, felici, dove la vita da difendere è sempre quella di ogni singolo essere umano. L’inviolabilità della persona che si fonda sulla possibilità di ciascuno di disporre del proprio corpo».
E poi il giudizio sulla durezza verbale maschile che «non si spiega con le categorie della critica o con la differenza di idee. È un fatto personale, e per questo più profondamente politico. È il riemergere dal profondo della misoginia maschile. Quella che ha spinto i maschi a dire, tante volte, alle femministe – o anche a una sola donna – “ora esagerate”. Il patriarcato – continua Vedovati – è stato la cancellazione della donna come soggetto. Il femminismo radicale degli anni ’70 ha rotto il giocattolo. Le donne si sono sottratte. Da allora troppo pochi maschi hanno fatto i conti con il risentimento e la rabbia provate per la fine del sostegno delle donne al patriarcato. Alcuni hanno capito così male che hanno parlato di “guerra tra i sessi”. Veniva invece al mondo una cosa imprevista, la libertà femminile».
Infine «il populismo ha riaperto il vaso di Pandora, ma la misoginia è maschile, non è di destra o di sinistra. Il femminismo normalizzato, addomesticato, riportato nell’alveo dei tanti movimenti di emancipazione da integrare, ha consentito alla misoginia di rimanere sottotraccia, per anni. Ma ora non riesce più a starci. La forza simbolica del riconoscimento di autorità a una donna come Bonino è immensa, proprio perché ci riporta al taglio fatto dalle donne negli anni ’70, che è ancora percepito da tanti come inaccettabile. A quello spostamento, a quelle donne bisogna tornare. Tutto questo fa chiarezza. Sarà bene farci i conti prima che tutta la politica sia risucchiata nel campo populista. Il passo è breve».
Sì, bisognerebbe proprio trovare il modo di pensarci e discuterne, non solo su Fb.

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Microcritiche / Tre relazioni lungo un secolo con l’amico albero http://www.donnealtri.it/2026/09/microcritiche-tre-relazioni-lungo-un-secolo-con-un-amico-albero/ Sun, 06 Sep 2026 23:02:44 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8725 SILENT FRIEND – Film di Ildikó Enyedi. Con Tony Leung, Luna Wedler, Enzo Brumm, Léa Seydoux, Martin Wuttke, Marlene Burow, Sylvester Groth, Germania, Francia, Ungheria, 2025. Fotografia di Gergely Pálos, musiche di Gábor Keresztes e Kristóf Kelemen.

Nel film la regista ungherese mette insieme tre storie che si svolgono in tre diversi periodi del Novecento – in tre formati diversi: pellicola in bianco e nero a 16 mm, a colore 35 mm e in digitale: la fotografia di Gergely Pálos. Tutte le storie accadono presso la stessa Università in una cittadina medioevale in Germania: tre destini, tre epoche, tre tentativi commoventi di dialogare con il mondo vegetale.
Nel 2020 un neuroscienziato infantile arriva da Hong Kong come visiting Professor all’epoca in cui si sta espandendo il coronavirus. Inizia a studiare un maestoso Gingo Biloba (l’amico silenzioso di circa un secolo) che è nel giardino botanico di fronte all’Università usando gli elettrodi per registrarne l’attività neuronale e la risposta agli stimoli, ma anche per riflettere sull’umanità.
Nel 1972 Hannes, un timido studente di lettere è incaricato da una sua amica di curare con molta precisione il suo geranio sulla finestra di casa in una sua assenza. Hannes subirà un profondo cambiamento nell’osservazione quotidiana della pianta.
Nel 1908 si assiste all’esame di accesso di Grete, prima donna ammessa alla Facoltà di Botanica dell’Università che, più tardi, scoprirà attraverso la fotografia l’universo nelle piante anche in quelle più umili.
Enyedi in una intervista a proposito di questo film, che si può definire una sinfonia temporale e sensoriale che ci intende connettere con la natura, così afferma: «Può aiutarci a scendere dalla spaventosa e vertiginosa posizione in cima alla piramide verso un luogo più giusto e più accogliente: essere parte di questo mondo.»
La sessualità delle piante, tematizzata sin dal confronto accademico di Grete con i professori di inizio Novecento, ritorna poi come trama nascosta che attraversa tutto il film: «La sensualità vegetale, misconosciuta e insieme temuta, diventa specchio e metafora di una riflessione più ampia sulle relazioni di potere, di genere, di sguardo», afferma Lucia Tedesco in “Lost in cinema”.
“Silent Friend” è stato premiato consegnando a Luna Wedler il “Premio Mastroianni” durante la 82ma Mostra del Cinema di Venezia.

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In una parola / I volti tragici e rimossi della guerra http://www.donnealtri.it/2026/09/in-una-parola-i-volti-tragici-e-rimossi-della-guerra/ Sun, 06 Sep 2026 22:54:11 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8721 Pubblicato sul manifesto il primo settembre 2026 –

« “Prima del 2022 mi prostituivo a San Pietroburgo. Lì sono diventata dipendente da metanfetamina. Poi sono tornata a Zaporizhzhya e ora lavoro con i soldati”. Sveta ha 36 anni. Ha i denti mangiati dalla droga e smania per una dose. “Guarda vedi, non li ho praticamente più”: apre la bocca in un finto sorriso. La guerra, in Ucraina, non ha soltanto distrutto città. Ha cambiato il valore dei corpi, il loro prezzo, la loro disposizione. Oltre a ferire e uccidere ha modificato il mercato del sesso, la geografia della dipendenza, il modo in cui un virus come l’Hiv piaga la società».
Ho citato l’attacco del lungo articolo di Marta Serafini che “apre” la Lettura del Corriere della Sera uscita domenica scorsa (Sveta, Katya e le altre. Le ragazze dei soldati). Una inchiesta che racconta la guerra da un punto di vista che non siamo abituati a considerare stando alle cronache più o meno sempre uguali: droni e missili da una parte e dall’altra, civili uccisi, negoziati che non si riaprono, aumento della tensione bellica tra Europa, Nato e Russia. Con tutto ciò che non sappiamo di che cosa corre tra Washington, Mosca e Pechino.
Il punto di vista è quello di donne che scelgono o sono costrette dagli eventi (qualche volta dai compagni) a prostituirsi. Senza dimenticare i casi delle spie che si fingono prostitute per carpire informazioni al nemico a vantaggio del proprio paese. Qui si può leggere un eroismo? Il paesaggio descritto è prevalentemente tragico. Con il dato poco noto del probabile notevole aumento delle infezioni di Hiv nel paese invaso e in guerra da più di 4 anni.
La sessualità maschile assume forme apparentemente opposte da che guerra è guerra. C’è un “bisogno” che viene riconosciuto più del solito. Accanto agli accampamenti di chi combatte ecco le baracche dove si va a fare l’amore a pagamento. Ma una “regola” che si ripete inesorabilmente è anche quella feroce dello stupro delle donne del nemico.
Viene in mente la citazione fatta dallo storico Tony Judt nel primo capitolo del suo Dopoguerra: lo scrittore Milovan Djilas, che collaborava con Tito nell’esercito partigiano jugoslavo, venuto a sapere dell’altissimo numero di donne tedesche stuprate dai soldati sovietici che avanzavano verso Berlino, interpellò lo stesso Stalin. Ecco la risposta, annotata da Djilas: «Ma lo sa, lei che è uno scrittore, cosa sono la sofferenza umana e il dolore dell’uomo? Non è in grado di comprendere un soldato che, dopo essere passato attraverso il sangue, il fuoco e la morte, vuole divertirsi con qualche donna e compiere qualche sciocchezza?».
Sappiamo che non erano solo i soldati sovietici a compiere quel tipo di “sciocchezze”, e possiamo immaginare che l’opinione di Stalin non fosse assente in tutti gli altri stati maggiori. Più recentemente lo stupro è stato finalmente considerato un crimine di guerra e crimine contro l’umanità. Da un diritto internazionale che vediamo ormai quanto poco conti.
Guerra è una parola volutamente astratta. Per pensarci davvero bisogna immaginare il volto del soldato che uccide guardando il volto del singolo nemico. O quello di chi stupra e quello di chi è stuprata. La guerra in Ucraina, come tutte le altre in corso nel mondo, unisce la tragedia tecnologica delle armi automatiche a lunga gittata, dei droni che inseguono il singolo soldato, agli scontri nelle trincee e nel corpo a corpo.
Tragica è anche l’assenza del volto di chi massacra a distanza, manovrando i droni come in un video-game. Ma l’obiettivo non è una figurina elettronica. È un uomo che ascolta con paura il ronzio dell’arma volatile che lo cerca, che spera nella rete da pesca sistemata a protezione del rifugio, o della strada che sta percorrendo.

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In una parola / Che cosa ha veramente detto AOC ? http://www.donnealtri.it/2026/08/in-una-parola-che-cosa-ha-veramente-detto-aoc/ Tue, 25 Aug 2026 22:04:34 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8715 Pubblicato sul manifesto il 25 agosto 2026 –

Ieri su Domani la discussione sul “woke” si è arricchita di un lungo articolo di Christian Raimo. Se potete leggetelo perché soprattutto la parte in cui elenca le molte contraddizioni di Conte e del M5stelle proprio sul terreno dei diritti basilari – “sociali”? – delle persone, a cominciare dai migranti, merita attenzione, anche per arricchire il famoso “programma” di cui l’opposizione dovrà dotarsi. (Nell’intervento su Repubblica del capo degli ex “grillini” si cercherebbe invano, se ho letto bene, una parola “programmatica” sulla situazione di chi arriva nel nostro paese in cerca di lavoro o perché scappa da condizioni poco vivibili tra guerre, povertà, catastrofi climatiche, persecuzioni politiche, ecc.).
Mi ha convinto meno il giudizio su un “fraintendimento” o “manipolazione” delle frasi di Alexandra Ocasio-Cortez, giunte dagli Usa, all’origine dell’italico dibattito. Certo la “strumentalizzazione” c’è stata, perché è vero che AOC in quell’intervista non aveva abiurato rispetto al “woke”. Resta però il fatto che aver citato la frase, non sua, ma di un consigliere comunale che disse: “il woke 1.0 era una follia”, significava aprire una riflessione pubblica sulla faccenda.
Ma che cosa ha veramente detto la leader della sinistra democratica americana?
E qui improvviso uno scarto. Citando non le sue parole sul “woke”, ma quelle dette, con l’ausilio di un video sui propri auto-medicamenti, sulla decisione di congelare i propri ovuli per rimandare nel tempo una gravidanza che potrà essere desiderata. (Prospettiva messa in relazione al fatto che nel 2028 Ocasio-Cortez forse cercherà di correre per la presidenza del suo Paese, e questo sconsiglierebbe l’idea di mettere anche al mondo una creatura).
Possibilità che per AOC andrebbe garantita a tutte, visti i costi dell’intervento. (Da noi Renzi si è precipitato a promettere una legge apposita).
Ma la citazione mi serve per farne un’altra. Quella dell’articolo firmato da due femministe italiane, Ilaria Durigon e Sara Gandini, uscito ieri sul blog che Gandini tiene sul Fatto Quotidiano : « Le parole di Ocasio-Cortez hanno ricevuto un largo consenso, con commenti di sostegno da parte di donne di destra e di sinistra. Anche in Italia la discussione che si sta aprendo sembra mettere d’accordo tutti nella convergente invocazione all’“autodeterminazione delle donne”, espressione che viene puntualmente strumentalizzata e usata allo scopo di occultare i condizionamenti sociali e economici».
Durigon e Gandini vedono il pericolo che così si insegua di fatto « l’attitudine del capitalismo e del neoliberalismo di dissimulare i propri fini con un marketing liberale che occulta l’assoggettamento e mostra la capacità di integrare, ideologicamente, nello scambio economico, motivazioni che economiche non sono: la generosità, l’altruismo, il desiderio di maternità, la cura».
Certo, una donna deve essere libera di scegliere, visto che la scienza e la tecnica lo consentono (non senza certe conseguenze sintomatiche e qualche rischio che non tutto finisca al meglio) di ricorrere alla crioconservazione degli ovuli. Ma se una donna desiderasse invece di concorrere alla massima carica politica e istituzionale facendo anche figli? Non dovrebbe essere libera di farlo? E tanto più se si trattasse, “semplicemente”, di armonizzare il desiderio di riprodurre con quello di lavorare con il tempo per vivere una vita buona?
Non sarebbe un “altro mondo possibile” migliore? Anche per noi maschi eventualmente padri?
Così come riguarda tutti un’altra domanda di Durigon e Gandini: «a vantaggio di chi stiamo ingaggiando questa lotta in nome della manipolazione tecnica dei corpi femminili».

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Microcritiche / L’Ulisse di Pasolini, in crisi (ma diversamente da quello di Nolan) http://www.donnealtri.it/2026/08/microcritiche-lulisse-di-pasolini-in-crisi-ma-diversamente-da-quello-di-nolan/ Sun, 23 Aug 2026 17:20:21 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8711 ITACA – IL RITORNO – Film di Uberto Pasolini. Con Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Thom Rhys Harries, Charlie Plummer, Marwan Kenzari, Claudio Santamaria, Francia, Grecia, Italia, Gran Bretagna 2024.

In questo periodo di Ulissemania, perfino la Rai TV, sulla terza rete, ha proiettato un film del 2024 che era passato un po’ inosservato ma sono sicura che Nolan l’abbia visto: “Itaca – il ritorno” di Uberto Pasolini Dall’Onda, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore, pronipote di Luchino Visconti da parte di madre e lontano parente di Carlo Ponti da parte di padre. Destino segnato.
Pasolini ha voluto raccontare la storia di Odisseo (interpretato da Ralph Fiennes) in modo abbastanza simile a quella che abbiamo tutti conosciuto a scuola, ma da un’angolazione piuttosto differente e più adatta ai tempi di oggi. La difficoltà del reduce di ritornare alla sua vita normale. Nel Novecento sono stati prodotti molti film americani sui reduci delle varie guerre e sull’incapacità di un soldato a rientrare nella sua vita precedente e ritrovare il suo vecchio sé, perché la guerra cambia gli uomini e può persino alienarli dagli affetti.
Nella situazione di Penelope (interpretata da Juliette Binoche) a Itaca, Pasolini riflette sul peso della assenza maschile; la ritrae quindi come madre forse eccessivamente apprensiva e suo figlio Telemaco (interpretato da Charlie Pummer) ventenne attaccato oltremodo alla madre, incapace di tener testa ai proci, – che bivaccano da troppo tempo nel suo regno – e di affermare la sua virilità.
Un’Odissea piuttosto dello spirito, senza viaggi, senza mostri, senza dei. C’è solo la rappresentazione di un uomo sfinito che torna a casa dopo anni di lontananza, e una moglie tenace che lotta per mantenere la speranza nel suo ritorno, mentre il figlio va verso l’età adulta diviso a metà tra l’amore per sua madre e il peso del mitico padre.
Pasolini ci presenta un pezzo più teatrale che cinematografico mostrando questa famiglia che è stata separata da tanti anni e dalla guerra, che si riunirà faticosamente spinta dall’amore, ma anche dal senso di colpa e dalla violenza. Ulisse, inizialmente, prova vergogna all’idea di essere l’unico sopravvissuto della sua spedizione e preferisce rimanere nell’ombra, non trovando la forza di reagire. Il servo Eumeo (interpretato da Claudio Santamaria) e il suo cane gli danno fiducia. Qui pure c’è Argo l’unico essere che lo riconosce e credo che Nolan vi si sia ispirato.
Gli attori hanno un piglio molto drammatico, una vera tragedia greca, anche se con un happy end. Ralph Finnies mostra tutte le incertezze e le fragilità di un grande condottiero che ha paura di non essere più ben accetto dalla moglie amata, né dal suo popolo. Cosa diranno dei guerrieri che erano con me? Non sono stato in grado di proteggerli?
Penelope dal canto suo è una pacifista, anche a costo di menzogne, non può vedere la sua casa ridotta a un macello e il marito diventato una furia vendicatrice che contagia anche Telemaco.
Si prevede quindi un percorso lungo e faticoso quello di cimentare la coppia ma l’amore trionferà.
Il film è stato presentato al 49mo Toronto International Film Festival e le riprese erano iniziate in Grecia nella primavera 2023, svolgendosi prevalentemente a Corfù e nel Peloponneso.
Sono un po’ perplessa di fronte a questo film perché conoscevo Pasolini come un regista ironico e minimalista mentre qui si dimostra l’opposto. Comunque non è male l’idea di concentrare tutto il film solo sulla difficoltà del rientro.

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In una parola / La politica, il vittimismo e i “retroscena” http://www.donnealtri.it/2026/08/in-una-parola-la-politica-il-vittimismo-e-i-retroscena/ Sun, 23 Aug 2026 17:02:09 +0000 https://www.donnealtri.it/?p=8707

Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola

Pubblicato sul manifesto il 18 agosto 2026 –

Ieri il Corriere della Sera dedicava più della metà dello spazio in prima ai successi sportivi azzurri in Europa. Siamo una “superpotenza” in questo campo, annotava Aldo Cazzullo, e poi un lungo elenco di atlete e atleti italiani che hanno la pelle scura, figli e figlie di immigrati o di matrimoni misti. Un’Italia, una “nazione” (luogo dove si nasce) ben diversa dalla fortezza di purosangue italici assediata da orde barbariche e terroristiche che insidiano i “nostri valori”.
La politica, a destra, e direi anche a sinistra, non dovrebbe guardare meglio a questi mondi giovanili?
Su Domani Lorenzo Castellani – un liberaldemocratico relativamente critico? – accusava «la politica e il suo piccolo sistema mediatico» di essere assorbita dal caso Lavitola, Ranucci & c., dimenticando la realtà del paese con i suoi problemi di reddito, istruzione, cure mediche, lavoro ecc.
C’è del vero. Eppure l’attenzione che la bomba davanti alla abitazione del giornalista di Report e quanto ne è seguito suscitano non sono solo uno «spiacevole caso da ombrellone», che ha scatenato «l’ennesima risma di pozzi avvelenati tra palazzi, redazioni e social network».
Prendiamo per plausibili le “motivazioni” attribuite al, o confessate per ora dal, “mandante” Lavitola: l’attentato serviva per aumentare la popolarità di Ranucci in previsione di una sua politica “discesa in campo”, largo. Oppure per aiutarlo a farsi aumentare la scorta.
(Sapendo che c’è chi pensa, in specie tra i giornalisti della redazione di Report, che ci sarebbe ora da trovare il “mandante del mandante”, e che tutta l’operazione sarebbe un diversivo manovrato da poteri oscuri per occultare la verità e liberarsi di un giornalista scomodo per molti piani del potere).
Quello che colpisce è il legame tra ipotesi di moltiplicazione della “audience” personale e politica di Ranucci e la sua rappresentazione come “vittima”. Qui sembra essere platealmente confermato che il vittimismo diventa sempre di più il meccanismo simbolico alla radice delle politiche deboli – e intrise di paure e violenze – di cui siamo testimoni.
Giorgia Meloni ha costruito il mito di se stessa “underdog”, ed è un continuo lamentarsi delle prevaricazioni altrui, alludendo alla triste sorte di una parte politica che, perbacco, non è mai stata libera di esercitare la sua “egemonia” ! Del resto lo stesso strafottente e violento Trump da quando è sulla scena non fa che lamentare brogli e ingiusti attacchi contro la sua persona e ora si dipinge vittima, nientemeno, di una congiura “comunista”.
Purtroppo anche tra chi si batte per cause giuste la tendenza è spesso quella di sottolineare ingiustizie, privazioni, mancanza di “diritti”, subalternità, anziché affermare la propria forza e il proprio desiderio di libertà e felicità.
Ma il caso da ombrellone dice qualcosa di preoccupante anche su quel “piccolo sistema mediatico”, che però vede coinvolti personaggi e testate per molti anni al centro delle dinamiche relazionali tra politica e media. Oggi è facile sui “social” fare dello spirito sulle “vongole sgusciate” di Paolo Mieli o sulla ricerca di “scoop” di Stefano Cappellini ai tavoli del “Cefalù”.
Alle spalle di questi esiti c’è però la storia molto lunga di un giornalismo politico – in particolare tra Corriere e Repubblica – che ha preteso di “dettare la linea” alla politica, soprattutto a sinistra (guarda caso ora la curiosità era per la possibilità che qualcuno scalzasse gli attuali leader dell’opposizione, Schlein per prima…), relegando la cronaca più ai “piccanti retroscena” che a un’indagine seria su che cos’è, cos’era, o dovrebbe essere la politica e il suo rapporto con la società e le persone.

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