Il presidente uscente Lula ha vinto in modo netto il dibattito presidenziale contro il suo avversario di estrema destra, Flávio Bolsonaro, in vista del ballottaggio del 25 ottobre 2026.
Per quasi due ore, Lula da Silva e Flávio Bolsonaro — i due candidati approdati al ballottaggio — hanno esposto le loro visioni contrapposte per il futuro del Brasile. Il confronto ha visto un netto vantaggio per Lula, che ha messo in luce la sua vasta esperienza, la padronanza dei temi, la prontezza di spirito e la capacità di mettere l’avversario di fronte alle sue stesse contraddizioni.
Fin dalle prime battute, Lula ha evidenziato i punti deboli del candidato di estrema destra sul fronte della sicurezza. Bolsonaro ha sostenuto di voler adottare una politica di “tolleranza zero”, classificare le organizzazioni criminali come gruppi “narco-terroristici” e abbassare a 16 anni l’età della responsabilità penale. Il presidente uscente ha prontamente sottolineato diverse contraddizioni: durante la presidenza del padre, Jair Bolsonaro — tra il gennaio 2019 e il gennaio 2022 — in Brasile sono entrate in circolazione, con l’avallo dello Stato, quasi un milione di armi da fuoco e un miliardo di munizioni. Come si può, dunque, dichiarare di voler perseguire una linea dura contro la criminalità organizzata, favorendo al contempo la proliferazione di armi nel Paese?
Interrogato su questioni economiche e sociali, Lula ha richiamato i risultati ottenuti durante i suoi mandati. Ha ricordato che, al suo insediamento nel 2003, il Paese era di fatto in bancarotta, privo di riserve nazionali e con un debito pubblico elevatissimo. Nel corso dei suoi due mandati, non solo ha estinto il debito di 30 miliardi di dollari verso il Fondo Monetario Internazionale, ma ha anche lasciato in eredità riserve nazionali per 270 miliardi di dollari, raggiungendo nel 2010 una crescita economica del 7,5%. Ha promosso politiche incentrate sulla ridistribuzione della ricchezza, sull’istituzione della figura del “micro-imprenditore” — che ha coinvolto 17,5 milioni di persone — e sull’estensione dell’accesso al sistema bancario a 40 milioni di brasiliani precedentemente esclusi. Le sue iniziative di inclusione sociale hanno aperto le porte dell’istruzione universitaria alle fasce più povere e alle minoranze; inoltre, sotto la sua guida è stata realizzata la più ampia demarcazione di terre indigene dai tempi della presidenza di Fernando Henrique Cardoso. Il suo avversario, dal canto suo, ha offerto soltanto la promessa di aiutare i brasiliani a saldare i propri debiti, lanciando al contempo un attacco personale contro Lula e accusandolo di corruzione: “Toglierò a Lula per dare a voi”.
In risposta a questa promessa elettorale, Lula ha richiamato alla memoria i trascorsi di Flávio Bolsonaro, caratterizzati da posizioni ostili alle politiche sociali. Nel 2009, tra i 55 membri dell’Assemblea legislativa dello Stato di Rio de Janeiro, Bolsonaro fu l’unico deputato a votare contro una legge che avrebbe esteso il congedo di maternità per le dipendenti pubbliche. Messo alle strette su questo punto, il candidato di estrema destra si è rifiutato di rispondere, preferendo sviare il discorso con una raffica di accuse contro il suo avversario. Ha sostenuto, ad esempio, che il tasso di criminalità fosse aumentato vertiginosamente durante il terzo mandato di Lula. Tuttavia, secondo il portale *Aos Fatos* – che ha condotto un’accurata verifica delle dichiarazioni di entrambi i candidati – “tale indicatore non ha registrato un’impennata durante il terzo mandato di Lula; al contrario, il tasso è in calo dal 2021”. Il presidente uscente ha dato prova di grande prontezza di spirito in quello che verrà senza dubbio ricordato come il momento saliente del dibattito. Rifiutandosi di rispondere alle domande incalzanti di Lula in merito agli scandali di corruzione in cui è coinvolto, Bolsonaro ha tentato di spostare l’attenzione chiedendo: “Può spiegare perché il 73% dei detenuti ha votato per lei?”. La replica è stata immediata: “Magari mi avessero votato tutti, al 100%… incluso suo padre!” – un riferimento all’ex presidente di estrema destra, condannato a 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato seguito alla sua sconfitta elettorale nel 2022.
Per quanto riguarda la sanità, il candidato Bolsonaro ha promesso di creare un sistema di cartelle cliniche elettroniche; tuttavia, la testata *Aos Fatos* ha rivelato che “in Brasile esistono già sistemi che assolvono a questa funzione”. Ha inoltre proposto di prendere a modello per il Paese l’ospedale Einstein, suggerendo di nominarne il direttore a Ministro della Salute. Lula ha colto al volo questa dichiarazione rivelatrice, affermando: “Vuole privatizzare il Sistema Sanitario Unificato (SUS) del Paese”, che si fonda sui principi di accesso universale, gratuità delle cure e servizi medici completi.
Anche il potere d’acquisto ha occupato un ruolo centrale nel dibattito. In risposta alle promesse del candidato di estrema destra, Lula ha fatto riferimento ai dati statistici: durante il mandato di Jair Bolsonaro, l’aumento cumulativo dei prezzi dei generi alimentari ha superato il 56%, mentre sotto la sua stessa amministrazione si è limitato al 16%. Su questo punto, il candidato Flávio Bolsonaro ha annunciato l’intenzione di far approvare una legge che consenta ai brasiliani di vendere prodotti online e gestire negozi di e-commerce; tuttavia, il portale di fact-checking *Aos Fatos* ha rivelato che ciò è possibile già dal… 2016.
Anche la politica estera ha avuto un peso rilevante nel confronto. Lula ha interrogato il suo avversario in merito ai legami con l’amministrazione Trump, chiedendo se avesse intenzione di cedere i giacimenti minerari e le terre rare del Paese ad aziende statunitensi. Evitando una risposta diretta, Bolsonaro ha invece difeso il suo sostegno allo “Scudo delle Americhe” (*Shield of the Americas*), un’iniziativa in ambito militare e di sicurezza lanciata da Washington nel continente. Tale iniziativa si allinea a una riaffermazione della Dottrina Monroe, che mina la sovranità dei singoli Stati, e coinvolge, tra gli altri, i governi di estrema destra di Argentina, Cile, Ecuador ed El Salvador.
Il presidente Lula ha dimostrato chiaramente la propria superiorità su tutti i fronti durante questo dibattito, tenutosi in vista del ballottaggio delle elezioni presidenziali. Di fronte agli incessanti attacchi personali del suo avversario, Lula ha messo in luce i risultati del proprio operato, ha smascherato le contraddizioni del candidato di estrema destra e ha ricordato al popolo brasiliano che i fatti contano più delle promesse.
*Rebelión* ha pubblicato questo articolo con il permesso dell’autore, sotto una licenza Creative Commons che ne consente la ripubblicazione su altre testate.
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Buongiorno a tutte e a tutti. Questa mattina, nella sede della CGIL nazionale, alla presenza del segretario nazionale Landini dell’Ambasciatrice di Cuba in italia, Mirta Granda Avehoff, del Presidente Nazionale dell’ARCI, Walter Massa, del componente della segretaria nazionale dell’ANPI, Fabrizio de Sanctis, Gianluca Mengozzi responsabile reti internazionale ARCI e del sottoscritto è stata lanciata la Campagna nazionale Energia per la vita- Accendiamo la luce su Cuba. Come è noto a voi tutti Cuba, attraversa una dura crisi energetica è spesso colpita da black out che impediscono lo svolgimento normale della vita della società in tutti i suoi campi. Il popolo cubano sta soffrendo dell’inumano rafforzamento del blocco statunitense al quale si sono aggiunti la pandemia, la crisi economica mondiale e le ricorrenti catastrofi naturali che flagellano la regione caraibica: non possiamo ignorare le sofferenze di un popolo che ci ha dimostrato la sua generosa solidarietà durante la pandemia. Vi invito a dare massima diffusione a questa nostra campagna, di organizzare iniziative con le altre realtà che hanno deciso di lanciare questa azione solidale con la Rivoluzione cubana. CUBA HA BISOGNO DEL NOSTRO AIUTO, DELLA NOSTRA ENERGIA. In allegato i documenti da stampare e diffondere dappertutto.
Italo Giongo
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Un’indagine del Ministero dell’Interno cubano (Minint), resa nota oggi, ha stabilito la partecipazione diretta di organizzazioni violente del sud della Florida in un’operazione terroristica frustrata contro la nazione caraibica.
Parlando in un programma speciale trasmesso dalla televisione nazionale, il colonnello Victor Alvarez, vice capo dell’Organo Specializzato della Direzione Generale di Investigazione Criminale del Ministero dell’Interno, ha spiegato che tali eventi sono stati ripetutamente denunciati alle autorità statunitensi.
Álvarez ha spiegato che la cattura lo scorso dicembre di Ardenys García Álvarez, 40 anni, dopo la sua infiltrazione nel nord della provincia occidentale di Matanzas, ha portato a un’indagine che ha confermato i suoi obiettivi e identificato i suoi finanziatori e complici.
García Álvarez, originario della provincia di Cienfuegos (centro-sud), è emigrato illegalmente negli Stati Uniti nel 2014 e ha contrabbandato armi e munizioni a Cuba nel dicembre 2023, utilizzando una moto d’acqua, con l’obiettivo di compiere azioni terroristiche, ha dichiarato.
Il funzionario ha presentato materiali audiovisivi che mostrano la persona principale coinvolta negli Stati Uniti mentre effettua addestramento militare e pratica di tiro con armi da combattimento, anche con mezzi speciali come i mirini telescopici.
L’indagine ha dimostrato che questa azione è stata pianificata, organizzata, sostenuta e finanziata da un gruppo di terroristi cubani con sede negli Stati Uniti, alcuni dei quali hanno compiuto altre azioni di questo tipo a Cuba.
Ha inoltre sottolineato che questi atti sono stati ripetutamente denunciati alle autorità e alle forze dell’ordine statunitensi.
Il programma televisivo ha presentato le confessioni di Ardenys García Álvarez e di altre reclute, tra cui suo padre, che hanno confermato lo scopo di utilizzare le armi introdotte illegalmente (cinque pistole, molte munizioni e altri mezzi) per attaccare obiettivi economici e unità militari.
Avevano anche intenzione di acquistare una fattoria per stabilire una base operativa.
Secondo Eduard Roberts, procuratore capo della Direzione per la lotta alla corruzione e all’illegalità, la natura degli atti indagati li qualifica come molto gravi e comportano pene severe.
Si tratta di trasgressioni contro l’ordine politico, economico e pubblico, crimini contro la sicurezza dello Stato e crimini associati al terrorismo, tenendo conto delle motivazioni, dei mezzi utilizzati e degli obiettivi che avevano in mente, ha spiegato.
Alcune delle persone coinvolte nell’organizzazione, nella pianificazione e nel finanziamento di queste azioni sono incluse nella lista nazionale delle persone implicate in atti di terrorismo contro Cuba, tra cui Willy González, capo dell’organizzazione paramilitare Nueva Nación Cubana en Armas (Nuova Nazione Cubana in Armi).
Nel video, maggiori dettagli
Fonte: CubaSi
]]>(Resoconto integrale degli atti – Ufficio del Presidente della Repubblica)
Caro Generale Raúl Castro Ruz, leader della Rivoluzione cubana;
Caro compagno Lazo, Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare;
Cari deputati:
Quest’ultima sessione dell’Assemblea del 2023 può segnare l’inizio di una nuova tendenza nel comportamento dell’economia cubana. Correggere le profonde distorsioni e le deviazioni strutturali che ostacolano il rendimento economico è una parola d’ordine per superare la situazione estremamente complessa che stiamo affrontando oggi a causa dell’impatto combinato dell’assedio statunitense, della crisi delle relazioni economiche internazionali e dei nostri stessi errori. Ancora una volta, tutto dipenderà dalla nostra capacità di eseguire e attuare adeguatamente le misure qui descritte.
L’abbiamo chiamata economia di guerra, perché deve operare in uno scenario di politica di massima asfissia, progettata e applicata contro un piccolo Paese dal più potente impero della storia.
Siamo, inoltre, una nazione del Terzo Mondo impoverito, un territorio storicamente svantaggiato come eredità del colonialismo, dove la lunga e multiforme crisi mondiale, aggravata da conflitti, guerre e squilibri inerenti alla disuguaglianza generata dal capitalismo neoliberista e che ha approfondito la recente pandemia, sta avendo il massimo impatto.
Richiamo l’attenzione di coloro che preferiscono evitare il termine “blocco”. Se solo fosse così facile eliminarlo dalla nostra vita quotidiana e cancellare le sue minacce e i suoi effetti sulla società cubana. Farlo equivarrebbe a comportarsi come coloro che oggi fingono di negare il genocidio israeliano a Gaza, mentre le bombe sioniste cadono su quartieri, scuole e ospedali, con lo scopo criminale di sterminare il loro popolo.
Come ho detto al VII Plenum del Comitato Centrale del Partito, le misure di asfissia economica degli ultimi anni sono bombe che mirano ad abbattere le colonne che sostengono la resistenza cubana. È quindi importante trovare modi e mezzi per evitare che esplodano.
È improbabile che l’ostilità dell’impero confinante cambi nel 2024. Nella loro mai abbandonata determinazione a distruggere la Rivoluzione e a provocare un “cambio di regime”, gli Stati Uniti permettono e favoriscono azioni di destabilizzazione, di discredito e di guerra mediatica volte a incoraggiare le rivolte sociali.
Vengono persino riattivate minacce di atti terroristici, che le autorità fingono di non vedere o riconoscere. Come se fosse possibile ignorare il fatto che gli Stati Uniti facilitano e finanziano l’addestramento, con supporto logistico, di gruppi armati che diffondono messaggi di violenza con tutti i mezzi a loro disposizione.
Oggi vogliamo ribadire qui che la determinazione ad affrontarli è ferma e che le informazioni che abbiamo diffuso in questi giorni fanno parte dell’allarme.
La storia registra numerosi atti e crimini perpetrati da elementi legati all’estrema destra a Miami, nei quali non si può escludere la partecipazione di agenzie statunitensi.
L’incoraggiamento e la materializzazione di piani terroristici contro Cuba si basano sulla sensazione di impunità che prevale in questi settori. Ci sono i casi di Luis Posada Carriles e Orlando Bosch che, nonostante il riconoscimento pubblico dei loro crimini, registrato persino in documenti declassificati e in interviste rilasciate a importanti media statunitensi, hanno concluso la loro vita pacificamente a Miami, sotto la protezione delle autorità statunitensi.
Non c’è corrispondenza, ma piuttosto incoerenza nel discorso e nell’impegno sostenuto dagli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo e nell’azione permissiva che mantengono nei confronti di persone di origine cubana che, dal territorio statunitense, incoraggiano, pianificano, finanziano, organizzano e realizzano piani violenti contro Cuba e le sue sedi diplomatiche, compresa la nostra sede, situata molto vicino alla Casa Bianca.
Chiediamo che le autorità statunitensi indaghino e agiscano, che facciano giustizia contro gli elementi che professano il terrorismo e le azioni violente, che non hanno smesso di applicare questi metodi nel bel mezzo dell’inasprimento del blocco.
L’incoraggiamento di azioni violente contro Cuba da parte della politica statunitense non è assurdo; al contrario, è stato ricorrente nel contesto bilaterale ed è un modello di comportamento provato dalla storia.
Come disse Fidel nel 1998, in un commovente e indimenticabile atto di omaggio alle vittime dell’attentato a un aereo di linea cubano al largo delle Barbados: “Ciò che coloro che commettono grandi crimini contro i popoli nell’ebbrezza della loro impunità e della natura effimera del loro potere non possono mai immaginare è che la verità prima o poi fa sempre breccia”.
Tre anni di amministrazione democratica che ha agito in totale aderenza al suo predecessore repubblicano confermano che l’ostilità contro Cuba non è di partito, ma è una politica radicata nelle pretese egemoniche di un impero incapace di accettare la sovranità del suo piccolo vicino.
Se qualcuno avesse dei dubbi, basta leggere le disposizioni del Titolo II della Legge Helms-Burton che, tra gli altri aspetti, stabilisce la permanenza del blocco economico fino a quando il governo rivoluzionario non sarà rovesciato, il Partito Comunista di Cuba, le organizzazioni politiche e di massa scompariranno e le proprietà saranno restituite o sarà ricevuto un indennizzo da tutti coloro che hanno posseduto proprietà a Cuba.
Stabilisce inoltre che, durante il periodo che intercorre tra il rovesciamento del potere rivoluzionario e la restituzione delle proprietà, ci sarà a Cuba un governo di transizione scelto e imposto dal governo statunitense che certificherà se le disposizioni di questa legge perversa sono state rispettate.
Nonostante queste prove inconfutabili dell’assoluta arroganza imperiale, non mancano coloro che vogliono chiedere o suggerire a Cuba gesti o concessioni per “aiutare” il governo statunitense ad assumere un comportamento più benevolo e costruttivo.
Spesso non conoscono o semplicemente non vogliono sentire l’impatto del blocco. Alcuni non lo menzionano nemmeno come aspetto centrale del conflitto tra i due Paesi e degli impedimenti che esso impone al nostro sviluppo.
Per più di trenta volte consecutive la maggioranza dei governi del mondo ha approvato, con un voto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la risoluzione cubana contro il blocco.
L’arroganza imperialista disprezza questo sostegno globale, distoglie la faccia dalle richieste del mondo e mantiene la sua politica criminale, che giustifica con una costruzione discorsiva di due pesi e due misure, menzogne e calunnie, che, dietro una falsa preoccupazione e un impegno per i problemi del popolo cubano, nasconde le sue reali intenzioni di distruggere la Rivoluzione a qualsiasi costo.
Con la solidarietà e la comprensione di una parte significativa della comunità internazionale, Cuba sta affrontando gli effetti del blocco.
Oggi tocca a noi affrontare la concomitanza di questi problemi con le conseguenze della pandemia e della crisi globale. Lo faremo con determinazione e fermezza, con intelligenza e integrità, con ottimismo e fiducia, condividendo gli sforzi e i contributi di tutti noi, nel mezzo di un contesto avverso, ma sicuri che supereremo le sfide con il duro lavoro, il talento e la creatività, in altre parole, con una resistenza creativa.
Come il dinosauro di Monterroso, il blocco sarà ancora lì, ora mille volte più forte, a fermare i nostri sogni, a frapporre ostacoli, a impedire lo sviluppo e la prosperità che meritiamo, perché il governo degli Stati Uniti continua a essere appesantito dalla mancanza di volontà politica di muoversi verso una relazione con Cuba che sia rispettosa e in linea con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Lo sforzo è quello di tagliare l’accesso ai capitali e ai finanziamenti, soffocare l’economia e quindi mutilare la capacità del governo di rispondere ai bisogni fondamentali della popolazione.
L’effetto di questa politica è visibile nella depressione di diversi servizi essenziali, tra cui l’elettricità, la sanità, l’istruzione, l’approvvigionamento idrico, i servizi comunali, i trasporti pubblici, la produzione di alimenti e medicinali, che richiedono l’importazione di attrezzature, parti, combustibili o materie prime, per i quali le scarse risorse finanziarie a nostra disposizione non sono sufficienti.
Anche se la gestione economica dello Stato fosse la più efficiente ed efficace del mondo, cosa di cui nessun governo può vantarsi, molti dei nostri problemi persisterebbero a causa del blocco, e si esprimono nella contrazione delle forniture per il consumo della popolazione, nel livello di inflazione e nell’insufficiente potere d’acquisto della maggioranza del popolo. Questo è l’obiettivo della guerra economica e i risultati si stanno chiaramente concretizzando, anche se sono inferiori all’obiettivo che l’imperialismo si è prefissato dopo il trionfo della Rivoluzione.
Insieme alle costanti azioni di sovversione e disinformazione contro Cuba, l’obiettivo è quello di spaccare il Paese, provocare la decomposizione sociale e generare ingovernabilità, un obiettivo in cui hanno fallito completamente.
Miei compatrioti:
Durante i dibattiti di questi giorni si è parlato in modo critico e autocritico degli errori commessi. Anche questi errori fanno parte della complessità del processo decisionale in un contesto di tensioni estreme.
In una sorta di tempesta perfetta, il desiderio di superare la situazione avversa, la correlazione tra le variabili economiche, l’impegno a preservare le conquiste sociali e la disponibilità di valuta estera, molto limitata e talvolta inesistente, si sono molto spesso uniti in una sorta di tempesta perfetta. Tutto ciò è stato terreno fertile per decisioni non integrali, che causano fraintendimenti logici e impatti negativi dovuti alla loro applicazione in condizioni sfavorevoli, che molti considerano la causa di tutti i problemi, senza essere in realtà gli unici o addirittura i più determinanti.
In questi giorni abbiamo parlato di sforzi che non si sono ancora tradotti in soluzioni, di misure che non hanno dato frutti, di previsioni che non si sono realizzate.
Così come abbiamo riconosciuto gli errori di progettazione e l’inadeguata attuazione della Task Force, abbiamo messo in discussione l’approvazione di nuovi attori economici senza precise regole di azione, che avrebbero potuto evitare numerose deviazioni.
È inoltre importante sottolineare che la mancanza di controllo e di difesa delle regole approvate e il funzionamento inadeguato degli enti statali responsabili della loro esecuzione hanno rafforzato gli errori. Ora è necessario fare progressi nella graduale rettifica.
La coincidenza di questi problemi e la loro accumulazione nel tempo hanno facilitato la presenza di fenomeni e manifestazioni negative nella società cubana che non vogliamo.
Ancora una volta è giunto il momento di rettificare. La rettifica è un processo inerente alla Rivoluzione.
Dall’ideologia e dalle azioni del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz e del Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz abbiamo imparato l’importanza di correggere tempestivamente qualsiasi situazione che possa compromettere il futuro della costruzione socialista.
Questo è un pensiero che si è consolidato per diversi anni. Nel 1986, il Comandante in capo aveva promosso un profondo processo di correzione degli errori e delle tendenze negative, che non poté essere completato a causa dell’inizio del Periodo Speciale, quando il Paese dovette concentrarsi sull’affrontare quella difficile fase per salvare le conquiste della Rivoluzione e del socialismo.
Nel 2000, Fidel stesso ci esortò a cambiare tutto ciò che doveva essere cambiato, con il senso del momento storico, e cinque anni dopo, nel 2005, dall’Università dell’Avana, avvertì che avremmo potuto distruggere noi stessi la Rivoluzione se non avessimo corretto gli errori e le deviazioni.
Da parte sua, anche il generale dell’esercito Raúl Castro Ruz ha richiamato l’attenzione su importanti distorsioni che si sono manifestate nel nostro processo. I suoi riferimenti alla lotta contro la corruzione, l’abusivismo e l’indisciplina sociale diventano assolutamente validi nelle circostanze attuali.
Compatrioti:
Siamo protagonisti e testimoni di decisioni cruciali. Qui sono state affrontate le questioni più importanti per il presente e il futuro della nazione.
I dibattiti di questa sessione dell’Assemblea nazionale sono entrati nel vivo dei problemi del Paese, prendendo in considerazione possibili vie d’uscita e soluzioni alla situazione attuale.
L’efficacia delle misure che dovremo attuare nel 2024 per accelerare la ripresa economica dipende da quanto faremo per generare più ricchezza, con incentivi al lavoro e una più adeguata distribuzione delle risorse. Il successo della sua attuazione dipenderà anche dai progressi nell’eliminazione delle principali distorsioni che oggi compromettono le possibilità di crescita economica e di sviluppo del Paese nel breve, medio e lungo periodo.
Nessuna misura risolve tutte le sfide, e anche tutte insieme possono, in un primo momento, aumentare alcuni problemi.
La sfida consiste nell’applicarle in modo organizzato, valutandone l’impatto, adattando il processo in modo sistematico e garantendo un trattamento differenziato per coloro che possono essere maggiormente colpiti, ossia individui e famiglie in situazioni di vulnerabilità, bambini, adolescenti e giovani, donne e anziani, oltre a pensionati e pensionandi.
Queste e altre decisioni che sicuramente deriveranno da quelle attuali, dovrebbero, a medio termine, mettere ordine negli indicatori macroeconomici e porre il Paese in una situazione più favorevole per poter andare avanti nel 2024, aprendo le porte alla speranza e alla prosperità che ci spettano.
Ho sentito e letto sui social network opinioni di ogni tipo su misure che sono state appena abbozzate. È comprensibile. Si tratta di decisioni complesse, così come è complesso il momento. Spiegazioni più ampie e dettagliate saranno fornite nei prossimi giorni sui nostri media e sulle nostre piattaforme. Ma affermo con forza che non si tratta di un pacchetto neoliberista contro il popolo, né di una crociata contro le micro e le piccole imprese, né dell’eliminazione del paniere alimentare di base, come la controrivoluzione sta già mettendo in giro sui social network.
Non mancano coloro che pensano che la fine dell’anno sia solo per le buone notizie. Niente ci renderebbe più felici che annunciare l’aumento dei salari e la disponibilità di valuta estera e di carburante sufficienti a porre fine al peso della penuria. Purtroppo, sappiamo tutti che questo non è possibile.
Questa Rivoluzione ha iniziato dicendo al popolo, nel momento di maggiore celebrazione e gioia, quanto segue: “La gioia è immensa. Eppure, c’è ancora molto da fare. Non illudiamoci di credere che in futuro tutto sarà facile; forse in futuro tutto sarà più difficile”.
Queste erano le parole di Fidel nelle prime ore del trionfo rivoluzionario del 1959. È così che abbiamo agito nei 65 anni trascorsi, ed è così che agiremo noi, i continuatori della Rivoluzione! (Applausi).
Siamo consapevoli della gravità della situazione economica e che per risolverla dobbiamo agire. Sarebbe una brutta, bruttissima notizia se rimanessimo paralizzati o se insistessimo nel seguire una strada che si è rivelata impraticabile perché insostenibile.
Félix Martínez ha giustamente ricordato un avvertimento del Generale dell’Esercito durante una sessione dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nel dicembre 2010, quando disse: “Anche se abbiamo avuto l’eredità teorica marxista-leninista, dove la fattibilità del socialismo è scientificamente provata e l’esperienza pratica dei tentativi di costruirlo in altri Paesi, la costruzione della nuova società nell’ordine economico è, a mio modesto parere, Ogni passo deve quindi essere attentamente considerato e pianificato prima del successivo, dove gli errori vengono corretti tempestivamente e velocemente per non lasciare la soluzione al tempo, che li aumenterà e alla fine ci costerà ancora più caro.
I vertici del Partito e del Governo, dai Comuni alla Nazione, hanno affrontato la questione con sincerità, trasparenza e chiaro senso di responsabilità. Qui sentiamo il Primo Ministro esprimere insoddisfazione per il fatto che ciò che era stato pianificato non è stato realizzato e che le misure e le decisioni prese in precedenza non hanno dato risultati positivi.
Possiamo testimoniare la volontà espressa dal Governo di preservare il massimo grado possibile di giustizia sociale e il nostro impegno sempre e per sempre con il popolo cubano.
Indubbiamente, alcune cose potevano essere fatte prima. Ma in un sistema socialista, in un Paese come il nostro con un blocco intensificato, in un’economia pianificata e in una democrazia con la partecipazione del popolo, le decisioni richiedono un livello di consenso e di maturità per essere attuate.
Il Paese ha uno Stato con un alto livello di responsabilità a cui non si sottrae. Questo governo propone, informa, consulta e si aspetta che i suoi deputati e tutto il popolo lo sostengano nell’attuazione delle decisioni che possono condurci alla via d’uscita più rapida dalla complessa situazione attuale.
All’ideazione e alla progettazione di queste decisioni hanno partecipato dirigenti e funzionari del Partito e del governo, affiancati da studiosi, accademici, esperti, professori universitari, e si è tenuto conto anche dell’opinione popolare su tutto ciò che deve essere cambiato.
L’eliminazione graduale di alcuni sussidi e i cambiamenti nella politica fiscale, tra gli altri, mirano a correggere deviazioni e distorsioni insostenibili nelle attuali condizioni dell’economia. Si tratta di aggiustamenti che consentiranno un uso necessario e migliore delle scarse risorse finanziarie disponibili.
Membri del Parlamento:
Sulla base di uno sforzo personale e collettivo, guardando verso l’interno e sviluppandoci come risultato del lavoro, per l’anno 2024 si prevede una crescita dei livelli di attività decisiva per il Paese, anche se ancora insufficiente a coprire la domanda.
Sarà fondamentale richiedere l’adempimento delle funzioni delle istituzioni statali in tutti i settori e il lavoro organizzato delle comunità e dei comuni.
Occorre prestare particolare attenzione alla produzione alimentare, risolvere le esigenze territoriali di ogni località, recuperare il turismo, arrestare il declino dell’industria saccarifera, assumere il controllo della valuta estera e del mercato dei cambi da parte dello Stato e riorganizzare il sistema finanziario, garantendo livelli di autofinanziamento e gestione della valuta estera a chi la genera.
Per quanto riguarda l’impresa statale socialista, occorre procedere più rapidamente alle trasformazioni essenziali volte a modificare gradualmente i meccanismi di allocazione delle risorse e il quadro istituzionale in cui operano, con l’obiettivo di avanzare nella loro reale autonomia, recuperare i livelli di efficienza delle principali attività economiche e realizzare il loro sviluppo sostenibile, nonché il loro effettivo collegamento con il settore non statale.
Il sistema imprenditoriale deve essere disposto a fare tutto il possibile per stimolare la produzione di beni e servizi che consentano l’espansione dell’offerta, facendo un uso corretto dei poteri che gli sono stati concessi. La popolazione si aspetta che gli imprenditori cubani si impegnino al massimo per il loro Paese.
È inoltre importante sviluppare le PMI statali, concepite come strutture più flessibili e dinamiche con una maggiore capacità di adattamento alle sfide attuali.
Per quanto riguarda le forme di gestione non statali, vorrei ricordare che fanno parte del settore imprenditoriale del modello economico e sociale approvato nella Costituzione della Repubblica. In questo senso, devono essere incoraggiate per avere le condizioni per contribuire, nel modo previsto, allo sviluppo economico e sociale del Paese.
Ribadiamo ancora una volta che le politiche pubbliche dello Stato e del Governo devono essere rispettate da tutti i settori e che affronteremo con determinazione il tentativo del nemico di rompere l’unità e di mettere il settore non statale dell’economia contro la Rivoluzione.
Per affrontare con successo questi tentativi, sono necessarie regole chiare e coerenti, adeguate agli obiettivi di tutti gli attori economici, per evitare distorsioni e tendenze negative.
Non mi soffermerò ulteriormente su questi temi, poiché il Primo Ministro e il Ministro dell’Economia li hanno già ampiamente trattati. Ora spetta a noi creare le condizioni per l’attuazione delle decisioni, spiegando, argomentando e, soprattutto, facendo in modo che ognuna di esse serva allo scopo superiore di superare le difficoltà economiche del Paese.
Compagne e compagni:
Vorrei ora sottolineare i progressi nell’esercizio legislativo. A questo proposito, l’agenda di questa sessione dell’Assemblea è stata fruttuosa. Abbiamo approvato tre importanti leggi nel rispetto del calendario e per attuare il contenuto costituzionale.
Vorrei sottolineare in particolare la nuova Legge sulla Salute Pubblica, che ratifica il principio della Salute Unica e la responsabilità dello Stato nel garantire l’accesso ad essa, nonché la gratuità dei servizi di cura, protezione e recupero.
Questo provvedimento normativo aggiorna il funzionamento del Sistema Sanitario Cubano, sulla base dei progressi della scienza e dell’innovazione in questo settore sociale strategico.
La Legge sviluppa in modo esaustivo i contenuti dei diritti sanciti dalla Costituzione, riconoscendo la dignità umana come valore supremo, così come il diritto alla vita, all’integrità fisica e morale, alla libertà, alla giustizia, tra gli altri. Riconosce inoltre la responsabilità della società e delle famiglie nel godimento di questi diritti fondamentali.
È stata inoltre approvata, per la prima volta nel sistema giuridico cubano, la Legge del Sistema di Attenzione alle Denunce e alle Petizioni del Popolo. Questa normativa sviluppa anche i postulati costituzionali. Anche se da sola non risolverà i problemi e le insoddisfazioni della popolazione, senza dubbio snellisce, perfeziona e istituzionalizza questa attività con maggiori garanzie per i cittadini.
Per quanto riguarda la legge sulla Procura militare, essa completa quanto già stabilito nell’organizzazione della Procura generale della Repubblica, adegua l’organizzazione, la struttura e il funzionamento della Procura militare ai requisiti costituzionali e ne rafforza il ruolo nelle forze armate.
Questa legge completa un ciclo istituzionale del sistema giudiziario degli organi dello Stato, in particolare quelli legati alle indagini, al controllo e all’esercizio dell’azione penale.
In questa sessione è stato approvato anche il riadattamento del calendario legislativo per il 2024.
Nell’anno che si sta concludendo sono state approvate leggi importanti per la nazione, che ratificano la volontà dello Stato di continuare a sviluppare e perfezionare l’attività legislativa, in accordo con la Costituzione e il rafforzamento istituzionale del Paese.
Vale la pena sottolineare nell’agenda di questa Assemblea l’analisi dell’attuazione di due regolamenti approvati da questo Parlamento, il Codice di famiglia e la Legge di procedura penale.
Nell’analisi del Codice di famiglia, è stata rilevata l’opera di giustizia sociale che questo regolamento contiene, in una materia così rilevante come i diritti di tutte le persone e per tutti i tipi di famiglie.
Il lavoro svolto dalle istituzioni incaricate della sua applicazione è significativo; tuttavia, è necessario che continuino a prepararsi per renderlo più efficace e per contribuire a una maggiore conoscenza e comprensione nella società.
Nel caso della legge di procedura penale, le valutazioni effettuate indicano la necessità di continuare a studiarla per migliorarla in futuro, sulla base delle esperienze derivanti dalla sua applicazione.
Questa legge ha contribuito a fornire migliori garanzie al processo penale e ha obbligato i suoi operatori ad agire di conseguenza, il che richiede una preparazione permanente per la sua effettiva applicazione.
I miei compatrioti:
La presidenza del Gruppo dei 77 e della Cina, che Cuba ha assunto da gennaio, ha richiesto un grande sforzo alle nostre istituzioni e al Paese in generale. Riflette il nostro impegno a difendere le cause dei Paesi del Sud globale e la nostra volontà di mobilitare le nostre energie per garantire la più efficace rappresentanza degli interessi dei Paesi in via di sviluppo nell’arena internazionale.
Ha dimostrato l’autorità e la leadership della diplomazia cubana, la sua aderenza ai principi, la promozione del dialogo e della cooperazione e la capacità di costruire consenso e difendere l’unità dei Paesi in via di sviluppo nei numerosi eventi multilaterali dell’anno.
Continueremo a denunciare con fermezza il massacro commesso oggi da Israele, la potenza occupante, contro il popolo palestinese (Applausi). Ribadisco oggi che Cuba non sarà mai tra gli indifferenti; difenderemo sempre il diritto all’autodeterminazione di questo eroico popolo e ad avere uno Stato indipendente e sovrano, con i confini precedenti al 1967 e con Gerusalemme Est come capitale.
Per questo, l’impunità che gli Stati Uniti garantiscono a Israele deve finire! Il genocidio deve finire! Per una Palestina libera, la voce di Cuba si alzerà sempre (Applausi).
Il Vertice dei Capi di Stato e di Governo del Gruppo dei 77 e della Cina, tenutosi qui all’Avana a settembre, ha rafforzato la voce del Gruppo come attore chiave nelle discussioni internazionali. L’incontro ha confermato la solidarietà, l’ammirazione e il rispetto per Cuba.
Il recente vertice dei leader del Gruppo dei 77 e della Cina nell’ambito della Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico COP28 a Dubai ha confermato questa leadership con i suoi eccellenti risultati.
Questo evento, senza precedenti nella storia del Gruppo, ha contribuito a rafforzare il ruolo del blocco nei negoziati sul clima.
In rappresentanza del Gruppo, Cuba ha partecipato ai massimi livelli al Vertice di Parigi per l’analisi dei problemi monetari e finanziari, al Vertice dei BRICS e a diverse riunioni nel contesto del Segmento di Alto Livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Questo attivismo costruttivo in politica estera si è riflesso anche nella nostra partecipazione al processo di pace tra il governo colombiano e l’Esercito di Liberazione Nazionale, il cui Tavolo di dialogo ha tenuto quest’anno uno dei suoi cicli nella capitale cubana.
Abbiamo continuato a rafforzare i legami di amicizia e cooperazione con i popoli e i governi di diverse latitudini.
Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per impedirlo, a cui si sono uniti diversi elementi anticubani in Europa e negli stessi Stati Uniti, Cuba è stata rieletta, con un ampio sostegno, nel Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite.
Anche l’elezione di Cuba al Consiglio esecutivo dell’UNESCO, con un voto molto ampio, è stata molto soddisfacente.
La IV Conferenza della Nazione e dell’Emigrazione è stata molto fruttuosa. Ha ratificato l’impegno permanente a procedere verso un rapporto sempre più stretto, naturale e integrale con i cubani che vivono in altri Paesi.
Cari compatrioti:
Prima di concludere, chiedo un applauso di congratulazioni e di riconoscimento per gli educatori cubani nella loro giornata (applausi prolungati). Per coloro che sono qui, che non sono pochi, e per tutti coloro che hanno esercitato o esercitano la bella professione dell’insegnamento, consapevoli di avere tra le mani l’opera più trascendentale e importante della società: la formazione delle future generazioni.
Innanzitutto, congratulazioni per la Giornata dell’Educatore agli insegnanti di alfabetizzazione (Applausi) e, insieme a loro, un applauso riconoscente per coloro che hanno resistito alle difficoltà, alle carenze e persino all’insensibilità di chi dimentica che essere insegnante è essere creatore. Grazie di cuore a voi che, con il vostro lavoro e la vostra dedizione, sostenete uno dei pilastri fondamentali dell’opera della Rivoluzione.
Questa è la Rivoluzione! Quando pronunciamo questa frase, che riassume 65 anni di creazione eroica, pensiamo innanzitutto alla Salute e all’Educazione. Sono i due bracci dell’immensa opera fondamentale, basilare, sulla quale stiamo costruendo, contro ogni previsione, l’ideale di una nazione che ha l’essere umano al centro delle sue preoccupazioni e dei suoi affanni. E sarà sempre così, perché la Rivoluzione esisterà sempre, perché è stata fatta per questo!
Poiché la nazione ammira e riconosce il ruolo e il posto degli operatori della sanità e dell’istruzione per il suo presente e il suo futuro, essi saranno i primi a beneficiare di pagamenti aggiuntivi, come ha detto il Primo Ministro nel suo discorso.
Alla vigilia di una commemorazione trascendentale: la celebrazione del 65° anniversario del trionfo della Rivoluzione, Cuba saluterà l’anno con la gioia che nemmeno le peggiori tempeste della natura o dell’impero sono riuscite a toglierci.
Celebriamo la nostra volontà di cambiare ciò che deve essere cambiato per mantenere e superare le conquiste sociali che la Rivoluzione ha trasformato in diritti per il popolo!
Celebriamo la nostra indipendenza, la nostra sovranità e la nostra libertà!
Questa è la Rivoluzione di Fidel, di Raúl, di Ramiro, di Guillermo, di Machado, dell’eroica Generazione del Centenario della nascita dell’Apostolo, le cui idee continuano a ispirarci, ed è la Rivoluzione di tutti noi che siamo in questa sala per affermare la volontà dell’eroico, dignitoso e ribelle popolo che ci onoriamo di rappresentare!
Qualche giorno fa, rileggendo un discorso del Comandante in Capo agli studenti universitari, in occasione dell’avvicinarsi dell’anniversario della FEU, mi sono imbattuto in alcune parole che potrebbero spiegare il mistero di questa Rivoluzione che è sopravvissuta a 65 anni di assedio e minacce di ogni tipo, senza perdere i suoi sogni e le sue speranze per un mondo migliore.
Fidel disse il 20 dicembre 1982: “I rivoluzionari sono sempre stati accusati di volere cose impossibili, di volere cose utopiche. Una volta Martí fu accusato di essere un sognatore, e Martí rispose che i sogni di oggi saranno le leggi del futuro. In genere si è detto che questi compiti erano irraggiungibili, che erano impossibili; ma nella mia vita di rivoluzionario posso dire che ciò che si realizza è spesso più dei sogni.
Quindi, insieme, rendiamo possibile il sogno di sconfiggere la politica di persecuzione e di accerchiamento di Cuba e l’ideale di prosperità per il popolo, che ha mosso i rivoluzionari cubani in tutti i tempi. Rendiamo possibili i sogni e anche l’impossibile!
Grazie, Generale dell’Esercito, per essere con noi e per incoraggiarci sempre a conquistare il prossimo obiettivo. Lei, che 65 anni fa entrò nella Caserma Moncada e consegnò i suoi soldati senza sparare un solo colpo, con il morale imbattuto del nuovo Esercito Ribelle, ci ha insegnato tante volte che Sì, possiamo se avanziamo uniti! E così faremo!
Questa è la Rivoluzione, l’idea incrollabile che tutti i sogni sono realizzabili!
Questa è la Rivoluzione, la Rivoluzione del suo degno popolo cubano!
Allora la volontà di lavorare, l’ansia di avanzare, la volontà di migliorare e la profonda convinzione che vinceremo!
¡Patria o Muerte!
¡Venceremos!
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Oswaldo Payá e Harold Cepero sono morti in un incidente stradale a causa dell’incoscienza di Angel Carromero
Articolo di SALIM LAMRANI
1. Nel luglio 2012, Angel Carromero, cittadino spagnolo, vicesegretario generale dell’organizzazione Nuevas Generaciones, movimento giovanile del Partito popolare spagnolo conservatore (PP) e consigliere del Comune di Madrid, e il cittadino svedese Jens Aron Modig, leader della Lega della Gioventù Democratica Cristiana (KDU), legato alla destra svedese, si sono recati a Cuba con visti turistici.
2. La missione loro affidata dai rispettivi partiti politici consisteva nel ricercare e finanziare alcuni esponenti della dissidenza interna e preparare piani d’azione contro il Governo cubano.
3. Il Codice Penale penalizza severamente questo tipo di attività, illegale a Cuba come nella maggior parte dei paesi del mondo.
4. Oswaldo Payá, leader del Movimento Cristiano di Liberazione (MCL), ha ricevuto la somma di 4.000 dollari, secondo Modig.
5. Il 22 luglio, Carromero e Modig erano in macchina con i dissidenti cubani Oswaldo Payá e Harold Cepero Escalante del MCL e rimasero vittime di un incidente stradale nei pressi della città di Bayamo.
6. Persero la vita i due avversari cubani, che si trovavano dietro, senza cinture di sicurezza.
7. I due cittadini stranieri, che erano davanti con le cinture di sicurezza allacciate, sono sopravvissuti all’incidente.
8. Payá è morto al momento dell’incidente a causa di un trauma cranico e Cepero è deceduto poco dopo, in ospedale, per insufficienza respiratoria.
9. Durante la sua deposizione ai carabinieri dell’ospedale di Bayamo, Carromero ha dichiarato di non aver visto il cartello che indicava una zona di lavoro e di aver perso il controllo del veicolo, andando a sbattere contro un albero. L’agenzia di stampa spagnola EFE conferma questa versione: “non ha visto un segnale stradale di riduzione della velocità”.
10. Le testimonianze di tre persone che si trovavano nella zona al momento dell’incidente, José Antonio Duque de Estrada Pérez, Lázaro Miguel Parra Arjona e Wilber Rondón Barreroont, hanno confermato che il veicolo procedeva ad alta velocità e che si è schiantato contro un albero dopo essere scivolato sulla strada in costruzione.
11. Il cittadino svedese Jens Aron Modig, rimasto illeso, è tornato nel suo paese pochi giorni dopo il fatto.
12. La figlia di Oswaldo Payá, María Payá, che si trovava all’Avana, ha dichiarato alla stampa che un’auto aveva tamponato più volte il veicolo su cui viaggiava suo padre e ha accusato il governo di averlo assassinato.
13. Ha affermato che diverse persone che vivevano in Svezia hanno ricevuto messaggi telefonici da Modig secondo cui erano state investite da un veicolo.
14. Tuttavia, gli elementi di fatto e le testimonianze contraddicono la versione della famiglia Payá. Infatti, oltre alle testimonianze delle persone che si trovavano sul posto, le foto del veicolo non mostrano alcun segno di impatto da dietro.
15. Modig ha smentito la versione della famiglia Payá. Secondo lui, nessun altro veicolo è stato coinvolto nell’incidente. El Nuevo Herald di Miami, quotidiano che rappresenta il punto di vista dell’esule cubano, conferma queste affermazioni in un articolo dal titolo “Il politico svedese nega che ci siano stati altri veicoli coinvolti nell’incidente in cui è morto Payá”.
16. Modig ha anche respinto le dichiarazioni di María Payá sui messaggi. Secondo lui, non ha inviato alcun messaggio a nessuno in Svezia.

17. Anche Carromero ha smentito la versione della famiglia in un’intervista ad Agenzie ed Efe: “Nessun veicolo ci ha investito alle spalle”.
18. Ha anche respinto le teorie del complotto della famiglia Payá: “Chiedo alla comunità internazionale di concentrarsi sul farmi uscire di qui e di non utilizzare l’incidente stradale – che sarebbe potuto accadere a qualsiasi altra persona – per scopi politici”.
19. Parimenti, le asserzioni non reggono al vaglio. Infatti, è difficile credere che il governo cubano rischierebbe un attentato alla vita di un eminente dissidente mentre era con diversi testimoni, tra cui due cittadini stranieri che sono rimasti illesi e sono stati rilasciati.
20. In una dichiarazione al quotidiano di Stoccolma, il padre di Modig, Lennart Myhr, ha spiegato di aver parlato con suo figlio dopo l’incidente. In nessun momento ha fatto riferimento a un altro veicolo o ad un inseguimento da parte dei servizi segreti cubani.
21. Il leader dissidente Elizardo Sánchez ha detto ad Agence France-Presse di non credere alla tesi del complotto e di pensare che si trattasse di un incidente.
22. El Nuevo Herald ha pubblicato un articolo al riguardo dal titolo: “I sopravvissuti negano la versione della famiglia di Payá”.
23. Anche il quotidiano spagnolo El País, poco favorevole al governo cubano, ha messo in discussione la versione della famiglia Payá: “La tesi di un oscuro complotto per uccidere Payá, che la famiglia e parte dell’opposizione suggerirono in un primo momento, svanisce dopo le dichiarazioni dello stesso Carromero e di Modig a conferma che si è trattato di un incidente mortale.
24. Dopo diversi giorni di indagini e interrogatori, Carromero è stato processato per omicidio colposo. La velocità eccessiva è stata la causa principale dell’incidente, secondo le autorità cubane.
25. Secondo gli specialisti, il veicolo stava viaggiando a una velocità superiore a 120 chilometri orari su un tratto stradale limitato a 60 chilometri orari e improvvisamente ha frenato su una strada sterrata e scivolosa. Carromero ha percorso gli 800 chilometri dall’Avana a Bayamo in meno di otto ore, con tre fermate.
26. Secondo il Ministero dell’Interno cubano, “la mancanza di attenzione di Carromero nel controllo della vettura, la velocità eccessiva e l’errata decisione di frenare su una superficie scivolosa sono state le cause di questo tragico incidente che è costato la vita a due esseri umani.”
27. Dopo la frenata, il veicolo è scivolato per 63 metri, il che conferma l’estrema velocità.
28. In realtà, Carromero non stava commettendo la sua prima infrazione stradale. È un pericoloso recidivo multiplo.
29. La sua patente è stata ritirata nel maggio 2012 per eccesso di velocità. È stato condannato a una penalizzazione di sei punti e una multa di 520 euro, la più alta prevista dal codice della strada spagnolo e che viene applicata solo quando un veicolo supera più del doppio della velocità consentita.
30. Pertanto, Carromero ha guidato a Cuba in modo completamente illegale.
31. Carromero aveva accumulato 45 multe per infrazioni stradali dal marzo 2011.
32. Ha dovuto pagare un totale di 3.700 euro.
33. Dopo un processo durato diverse settimane, l’accusa ha chiesto una condanna a sette anni di reclusione per omicidio colposo.
34. Nell’ottobre 2012, il Tribunale ha condannato Carromero a quattro anni di reclusione.
35. Nel dicembre 2012, dopo quattro mesi di carcere, Carromero è stato autorizzato a scontare il resto della pena in Spagna in base a un accordo tra Madrid e L’Avana.
36. A causa del suo status di leader politico, la sua pena è stata commutata per evitare il carcere. Ora indossa un braccialetto elettronico.
37. In un’intervista del marzo 2013 al Washington Post, Carromero modificò le sue dichiarazioni iniziali e affermò che un’auto di Stato lo aveva tamponato, provocando la perdita di controllo del veicolo e l’incidente.
38. Tuttavia, le foto del veicolo non mostrano alcun segno di incidente posteriore, il che contraddice la nuova versione di Carromero.

39. Carromero sottolinea inoltre di essere stato drogato e costretto a firmare una dichiarazione durante il processo.
40. Il Consolato Generale di Spagna a Cuba contraddice questa versione, poiché ha definito il processo “proceduralmente impeccabile”.
41. Nell’agosto 2013, in un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo, Carromero ha affermato che “i servizi segreti cubani hanno assassinato Oswaldo Payá”.
42. Nell’intervista al Washington Post, Carromero ha dichiarato di essere svenuto durante l’incidente e di essersi svegliato in ambulanza: “Né Oswaldo, né Harold, né Aron erano con me”.
43. D’altra parte, nell’intervista a El Mundo, ha affermato di ricordare che Payá “è uscito vivo dall’incidente”, contraddicendo le sue stesse dichiarazioni al Washington Post.
44. Ofelia Acevedo, vedova di Payá, dichiara che “la Spagna ha le prove che suo marito è stato assassinato”.
45. Interrogata in merito, l’Unione europea ha espresso le proprie riserve, limitandosi alla seguente affermazione: “Se il sig. Carromero dispone di nuove prove delle circostanze della tragica morte del vincitore del Premio Sacharov Oswaldo Payá, dovrebbe presentarle davanti al tribunali competenti”.
46. Da parte sua, il governo spagnolo ha scelto di ignorare le nuove dichiarazioni di Carromero. Interrogato sulla questione, il “Ministerio de Asuntos Exteriores” ha rigettato la polemica: “Le nostre valutazioni in merito sono terminate quando il signor Carromero è tornato in Spagna”.
47. Impegnandosi dopo le dichiarazioni di Carromero, il Partito popolare ha deciso di tacere e si è rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione, annunciando che non avrebbe discusso la questione.
48. Il deputato delle Asturie, Gaspar Llamazares, ha chiesto a Carromero di andare in tribunale, ma ha dubitato della veridicità delle nuove dichiarazioni. Secondo Llamazares, “se avesse qualcosa, l’avrebbe presentato alla giustizia in quel momento o quando sarebbe tornato in Spagna”.
49. Da parte sua, il rappresentante Teófilo de Luis, membro del Partito popolare, ha respinto le nuove dichiarazioni di Carromero: “Il mio governo si limita a quanto ha spiegato all’Avana. Si limita ad applicare l’accordo di estradizione, secondo quanto disse allora”.
50. Nel marzo 2013, dopo la visita della famiglia Payá in Spagna, il governo di Mariano Rajoy ha espresso le sue riserve e ha dichiarato “che non sosterrà un’indagine sulla morte di Oswaldo Payá”, legittimando così le conclusioni dell’Avana.
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Durante l’incontro dei presidenti sudamericani a Brasilia, il presidente cileno ha criticato la situazione dei diritti umani in Venezuela.
Dal suo insediamento alla presidenza brasiliana nel gennaio 2023, Lula da Silva ha lavorato per rilanciare il processo di cooperazione regionale in un continente frammentato e diviso.[1] In questa prospettiva, ha organizzato il Summit sudamericano che ha riunito i presidenti dell’area il 29 e 30 maggio 2023 per rafforzare l’integrazione e il dialogo tra i diversi vicini, compreso il Venezuela. Questo Paese soffre da anni di sanzioni economiche estremamente severe imposte dagli Stati Uniti, che violano gravemente i diritti fondamentali dei venezuelani.[2]
Il presidente Lula ha denunciato l’ostracismo e la guerra politica, economica, diplomatica e mediatica di cui è vittima il Venezuela, sottolineando “la narrativa che è stata costruita contro il Venezuela di antidemocrazia e autoritarismo”, in particolare per ragioni ideologiche. Ha anche criticato il doppio standard di alcuni paesi: è “molto strano [che] le richieste che il mondo democratico fa al Venezuela non siano fatte all’Arabia Saudita”.[3]
Il presidente dell’Uruguay Luis Lacalle Pou e il presidente del Cile Gabriel Boric hanno criticato le parole di Lula sul Venezuela. Se la posizione del leader conservatore uruguaiano non stupisce, quella del presidente cileno di centrosinistra ha destato maggiori fraintendimenti. Ha insistito sul “dolore di centinaia di migliaia di venezuelani che oggi sono nella nostra patria”, senza dire una parola sulle sanzioni economiche statunitensi che stanno strangolando il Paese e che sono la causa principale di questo esodo. “I diritti umani devono essere rispettati sempre e ovunque”, ha concluso[4].
Due realtà mettono in discussione la sincerità delle preoccupazioni del leader cileno. In primo luogo, l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in America Latina è travolgente per molti paesi. Se ci si basa sulla realtà fattuale dello studio, non è possibile indicare specificamente il Venezuela su questo tema. Le violazioni dei diritti umani sono numerose e gravissime in tutto il continente.[5]
Poi, per affermarsi come giudice, è indispensabile avere la necessaria autorità morale. Ora, l’ultimo rapporto di Amnesty International del 2022/23 sul Cile avrebbe dovuto indurre Gabriel Boric a mostrare più umiltà. L’istituzione ha infatti denunciato l’impunità di cui beneficiano gli agenti dello Stato responsabili di “violazioni dei diritti umani”. Amnesty International ha anche sottolineato che le forze dell’ordine si sono rese colpevoli di “crimini contro l’umanità”, “tortura e altri maltrattamenti” durante la crisi sociale del 2019. Allo stesso modo, Amnesty International ha parlato di “arresti arbitrari”: “Molte persone sono state assolte per mancanza di prove dopo aver trascorso lunghi periodi in custodia cautelare”. Amnesty International ha anche rilevato casi di “tortura e altri maltrattamenti” nei confronti di pazienti in un ospedale psichiatrico e ha sottolineato che, lungi dal perseguire i responsabili di questi crimini, “l’ufficio del procuratore di Valparaíso ha chiesto la sospensione definitiva del caso”.[6]

Davanti alle telecamere, Gabriel Boric ha espresso la sua compassione per i migranti e i rifugiati venezuelani. Era davvero solo una copertura per la stampa e priva di sincerità. Amnesty International ha infatti denunciato le violazioni “dei diritti dei rifugiati o dei migranti” in Cile. “Le autorità hanno ripreso le espulsioni immediate degli stranieri senza valutare la loro necessità di protezione internazionale.”[7]
Amnesty International ha persino pubblicato una lettera aperta a Gabriel Boric esprimendo la sua “seria preoccupazione per la situazione in cui si trovano le persone bisognose di protezione internazionale al confine tra Cile e Perù”, denunciando il “dispiegamento di forze armate e l’instaurazione di uno stato di eccezione”, misure contrarie “agli obblighi internazionali del Cile”.[8]
Alla luce di questi elementi, Gabriel Boric non ha l’autorità morale per parlare della situazione dei diritti umani in Venezuela. Le sue dichiarazioni sono motivate più da considerazioni politiche e dal desiderio di compiacere alcuni settori che da una sincera preoccupazione per la sorte del Venezuela.
Se il presidente cileno è allarmato dal benessere del popolo venezuelano, dovrebbe condannare le sanzioni economiche statunitensi contro Caracas e chiederne l’immediata revoca.
Salim Lamrani è dottore in Studi Iberici e Latinoamericani alla Sorbonne Université e professore ordinario all’Università di La Réunion, specializzato nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti.
Qui l’articolo originale in spagnolo
[1]Voz of America, «Presidentes sudamericanos buscan mayor integracion en Brasil», 29 de mayo de 2023. https://www.vozdeamerica.com/a/presidentes-sudamericanos-buscan-mayor-integracion-en-brasilia/7113727.html (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[2]Ministério das Relaçãos Exteriores, «Consenso de Brasília», 30 de mayo de 2023. https://www.gov.br/mre/pt-br/canais_atendimento/imprensa/notas-a-imprensa/consenso-de-brasilia-2013-30-de-maio-de-2023 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[3]BBC News Mundo, «‘No es una construcción narrativa, es la realidad’: las criticas de los presidentes de Chile y Uruguay a Lula por sus palabras sobre Venezuela», 31 de mayo de 2023. https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65762357 (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[4]Ibid.
[5]Amnesty International, «Rapport annuel 2022/23. La situation des droits humains dans le monde», 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/documents/pol10/5670/2023/fr/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[6]Amnesty International, « Rapport annuel. Chili 2022 », 27 de marzo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/location/americas/south-america/chile/report-chile/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
[7]Ibid.
[8]Amnesty International, «Chili et Pérou. Lettre ouverte à la présidente Dina Boluarte et au président Gabriel Boric», 4 de mayo de 2023. https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2023/05/chile-y-peru-carta-abierta-a-la-presidenta-dina-boluarte-y-el-presidente-gabriel-boric/ (sitio consultado el 1 de junio de 2023).
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CONVERSAZIONI CON MARILIA GUIMARAES
“Ho passato i migliori anni della mia vita a Cuba”

Proveniente da una famiglia borghese di origine portoghese, Marília Guimarães è nata nel 1945 a Ouro Preto, Minas Gerais, nel sud-ovest del Brasile. Segnata dalle ingiustizie e dalle disuguaglianze sociali che colpivano i suoi connazionali, prese coscienza fin dalla tenera età della realtà della lotta di classe.
Dopo il colpo di stato che rovesciò il governo democraticamente eletto di João Goulart nel 1964, Marília Guimarães divenne Miriam, il suo nome di battaglia, e fu coinvolta nella lotta armata contro la giunta militare all’interno dell’organizzazione Vanguardia Popular Revolucionaria. Ha aperto una scuola che è servita da copertura per le sue attività militanti. Smascherata dal regime, si è nascosta per sfuggire al destino generalmente riservato agli oppositori politici.
Dopo un anno di vita clandestina, nel gennaio del 1970, decide di dirottare un aereo commerciale, accompagnata dai suoi due figli, Marcello ed Eduardo, rispettivamente di tre e due anni, e di andare in esilio a Cuba. Durante la preparazione dell’operazione, affidò i suoi figli per due settimane a una giovane militante di nome Dilma Roussef, che sarebbe poi diventata la prima presidente del Brasile. Dopo un lungo viaggio di diversi giorni attraverso Uruguay, Argentina, Cile, Perù e Panama, Marília Guimarães è finalmente arrivata sull’isola dove ha vissuto per dieci anni della sua vita.
In queste conversazioni, Marília Guimarães racconta la sua storia e il suo impegno militante contro il potere golpista in Brasile e dettaglia l’odissea che l’ha portata all’Avana. Evoca la sua nuova vita in una società segnata dal fervore rivoluzionario e i suoi incontri con i principali leader politici del paese come Fidel Castro, Raúl Castro o Ramiro Valdés. Ha anche incontrato figure emblematiche dell’anticolonialismo come Amílcar Cabral, leader storico della Guinea Bissau e di Capo Verde, e suo fratello Luís Cabral, primo presidente della Guinea Bissau e di Capo Verde. Soprattutto, stringe amicizie durature con i principali artisti della Nueva Trova come Silvio Rodríguez, Pablo Milanés, Augusto Blanca, Vicente Feliú e molti altri. Rientrato in Brasile dopo l’adozione di una legge di amnistia, dopo un decennio a Cuba, non abbandona il suo impegno per un mondo più giusto. Conosce Lula da Silva, che diventa suo amico, e che sostiene attivamente nella sua carriera politica, in particolare nell’ultima campagna presidenziale che ha consacrato la sua vittoria.








Salim Lamrani: Chi è Marília Guimarães? Che ricordi hai della tua infanzia? In che contesto sei cresciuta?
Marília Guimarães: Sono nata in una città storica chiamata Ouro Preto, nello stato di Minas Gerais, nel sud-est del Brasile. Fu in quel luogo che i portoghesi, che avevano colonizzato il paese, iniziarono a sfruttare le prime ricchezze del nostro continente. La città porta quel nome perché l’oro estratto nella zona aveva un colore scuro. È una città molto bella, classificata come Patrimonio dell’Umanità.
Fu lì che nel 1789 ebbe luogo la rivolta dell’Inconfidênza Mineira, quando i militanti favorevoli all’indipendenza del Brasile espressero il desiderio di separarsi dal Portogallo. Tra quei militanti c’era un poeta di nome Tomás Antonio Gonzaga. Era innamorato di una ragazza, ma non poteva identificarsi poiché viveva nascosto a causa del suo impegno politico. A quel tempo era una piccola città. La ragazza si chiamava Marília, che sarebbe diventata Marília de Dirceu nelle sue poesie. Arrestato e imprigionato, Gonzaga fu deportato in Africa, in Mozambico, dove avrebbe vissuto per il resto della sua vita, interrompendo così la sua storia d’amore con Marília e ponendo temporaneamente fine alla lotta per l’indipendenza.
Mio padre, appassionato di storia e libertà, decise di chiamarmi Marília. Sono molto orgoglioso del mio nome. I miei antenati erano portoghesi, così come i miei nonni. Sono cresciuta nostalgica del fado e della gioia caratteristica dei neri africani deportati in America come schiavi. La mia personalità è caratterizzata poi da questo misto di nostalgia e gioia. Quindi sono originaria del Portogallo e dell’Africa. Fin dalla più tenera età abbiamo ereditato la tradizione combattiva degli africani che, sebbene fossero soggetti alla schiavitù, si ribellarono sempre contro l’oppressione. Sono stati loro a costruire il Brasile.
Mia nonna possedeva una fattoria. Aveva ex schiavi come dipendenti. Era molto consapevole delle realtà sociali e della drammatica situazione dei più poveri. Andavano spesso a trovarla per cercare lavoro o da mangiare. Durante le mie vacanze con lei, ho visto tutto questo e ho capito che occupavamo spazi molto diversi nella società. Mentre io avevo tutto, altri venivano a mendicare un pezzo di pane. È stato qualcosa che ha avuto un grande impatto su di me ed è rimasto impresso nella mia memoria.
SL: Che ricordi hai della tua scuola?
MG: Ero in una scuola internazionale gestita dai francesi. C’erano belgi, portoghesi, inglesi. L’influenza francese è sempre stata importante in Brasile. Molte scuole erano gestite da suore francesi e il francese era parlato come prima lingua. Fu solo dal 1959 che gli istituti in cui si insegnava il portoghese come seconda lingua furono vietati, dopo l’adozione di una legge. La lingua brasiliana ha molti neologismi francesi. Diciamo abat-jour per esempio. Il portoghese parlato in Africa ha la fonetica portoghese, mentre quello brasiliano è più vicino alla fonetica francese. In Angola e Mozambico, ad esempio, la lingua ha una musicalità diversa dalla nostra.
Va ricordato che a quel tempo il mondo intero era in rivolta contro il colonialismo, contro l’ascesa del capitalismo che si imponeva ovunque. Sono cresciuta in quel contesto di fermento che permeava le università e le scuole secondarie di tutto il mondo. Da adolescenti eravamo ribelli per natura. Volevamo conquistare e cambiare il mondo. Niente era più bello che combattere contro l’oppressore. Come tutti gli altri giovani della mia generazione, sono stata travolta da quell’onda.
IL COMPROMESSO POLITICO
SL: Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione?
MG: La rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e la nascita dell’Unione Sovietica hanno segnato il mondo. Leggiamo Marx, Lenin, Stalin. All’inizio eravamo stalinisti perché era più facile studiare il leninismo attraverso Stalin. Lenin era un grande intellettuale e i suoi scritti non erano accessibili a tutti. D’altra parte, la prosa di Stalin era più accessibile alla maggioranza ed era più facile per noi conquistare nuovi seguaci attraverso i suoi testi. Poi ci siamo evoluti e siamo tornati a Lenin.
SL: Nel 1964 una giunta militare orchestrò un colpo di stato contro il presidente democraticamente eletto João Goulart, con il sostegno degli Stati Uniti. Qual è stata la reazione dei giovani brasiliani?
MG: João Goulart era favorevole alla riforma agraria e voleva apportare cambiamenti strutturali in Brasile. I golpisti lo costrinsero all’esilio e minacciarono di ucciderlo se si fosse ostinato a restare nel territorio nazionale. Anche quasi il 90% dei militanti del Partito Comunista Brasiliano (PCB) è stato costretto all’esilio dopo l’arresto di diversi loro compagni da parte delle forze militari.
I giovani militanti presenti nelle università di cui facevo parte cercavano un modo per porre fine alla dittatura. Carlos Marighela, ex membro del PCB, ha creato nel 1968 un’organizzazione rivoluzionaria Azione di Liberazione Nazionale, con l’obiettivo di unire tutte le forze di opposizione nel paese. È una figura emblematica della resistenza brasiliana. Clemente era il suo nome di battaglia.
SL: Facevi parte di quel gruppo?
MG: No, sono entrata a far parte di un’altra organizzazione chiamata Avanguardia Rivoluzionaria Popolare. Avevamo deciso di lottare contro la dittatura e cercavamo il modo migliore per affrontare l’esercito. Eravamo pochi e senza armi, ma eravamo spinti da una grande voglia di cambiare il mondo. Il PCB è stato decimato e abbiamo quindi creato organizzazioni parallele con una nuova idea: quella della lotta armata. Il nostro obiettivo era affrontare la dittatura militare.
Il rapporto di potenza era disuguale. Eravamo molto giovani, non avevamo soldi e non avevamo le conoscenze necessarie per realizzare un progetto di lotta armata, anche se abbiamo cominciato a leggere tutto ciò che era disponibile sull’argomento. C’era una piccola isola nei Caraibi che aveva condotto una guerriglia e noi avevamo Cuba come modello. Ma il Brasile è un paese enorme. Come creare cellule di guerriglia simili a Cuba? Ci sono volute molte persone, molti soldi e molta formazione. Pertanto, sebbene l’esercito brasiliano non sia mai stato un grande esercito, era molto meglio strutturato delle nostre organizzazioni.
SL: Quali sono state le tue prime missioni?
MG: Il nostro primo lavoro è stato quello di risvegliare le coscienze. Poi abbiamo compiuto azioni più sconsiderate, assaltando caserme per sequestrare armi. Abbiamo anche imparato a sopravvivere nella giungla. C’è una grande differenza tra Brasile e Cuba. Sull’isola gli animali non sono velenosi, mentre nel mio paese è esattamente il contrario perché i serpenti sono molto velenosi ei morsi possono essere mortali. A Cuba, la lotta armata si è svolta nella Sierra Maestra, che è una piccola giungla rispetto all’Amazzonia. È stato quindi necessario adattare l’esperienza cubana alle realtà geografiche del Brasile.
La giunta militare lanciò una campagna di forte repressione e iniziò ad arrestare i militanti, come avveniva negli altri Paesi del continente dove erano al potere dittature dello stesso tipo. La tortura è stata sistematicamente applicata agli oppositori allo scopo di ottenere informazioni. Gli atti di tortura erano atrocità e disumanità senza nome. I prigionieri sono stati mutilati con coltelli e sottoposti a scosse elettriche. Poi, all’alba, li caricavano con gli elicotteri e li gettavano vivi in mare aperto.
SL: I militanti rivoluzionari caduti nelle mani dell’esercito avevano poche possibilità di sopravvivenza. Che decisione hai preso per cercare di salvarne qualcuno?
MG: Abbiamo avuto l’idea di rapire l’ambasciatore degli Stati Uniti in Brasile e scambiarlo con i prigionieri che si trovavano nella situazione peggiore a causa degli abusi. Ci arrivavano regolarmente notizie sul suo stato di salute. Abbiamo anche tenuto conto dell’importanza e della rappresentatività dei detenuti. Ad esempio, abbiamo incluso nella lista delle quindici persone per liberare José Ibrahim, che era un leader sindacale che aveva organizzato il primo sciopero dei metallurgisti a San Paolo quando aveva appena 19 anni. Era riuscito a paralizzare tutte le fabbriche. Nella lista c’era anche il leader dell’Unione studentesca brasiliana. Avevamo così poca esperienza che la nostra richiesta era limitata a quindici militanti, mentre avremmo potuto pretendere un numero molto più alto data l’importanza del nostro ostaggio. È stata un’azione estremamente sconsiderata.
SL: Come è avvenuto il rapimento?
MG: Non sono stata direttamente coinvolta nell’operazione. È stato il Movimento Revolucionário 8 de Outubro di Carlos Marighela a eseguire l’operazione. Offriamo il nostro supporto al progetto. Il 4 settembre 1969 abbiamo sequestrato Charles Burke Elbrick. José Dirceu faceva parte del comando. Lo trattammo con il massimo rispetto. Non eravamo carnefici o assassini. Abbiamo spiegato le nostre motivazioni e poi gli abbiamo raccontato della nostra lotta e aspirazione a costruire un altro Brasile più giusto, più sovrano, senza i militari al potere. Date le circostanze, il nostro rapporto con l’ambasciatore durante la sua detenzione è stato abbastanza buono. Ha offerto una testimonianza in tal senso alla stampa dopo il suo rilascio.
Lo scambio è avvenuto dopo una settimana di trattative e i quindici militanti hanno ottenuto un salvacondotto per il Messico, per poi recarsi a Cuba.
SL: Come avete potuto rapire una personalità così importante?
MG: Abbiamo avuto il fattore sorpresa a nostro favore. Oggi gli ambasciatori adottano maggiori misure di sicurezza durante i loro viaggi, con la presenza di diverse guardie del corpo. Non era il caso in quel momento. L’ambasciatore avrebbe lasciato il suo ufficio con il suo autista e sarebbe tornato a casa.
Abbiamo poi stabilito il suo programma in modo meticoloso, annotando gli orari di entrata e di uscita, il percorso fatto per recarsi in ambasciata e abbiamo agito. L’operazione è andata bene e abbiamo portato l’ambasciatore in una casa situata nel quartiere di Santa Teresa, sulle alture di Rio de Janeiro. Era il quartiere inglese, dove viveva la comunità britannica.
Tuttavia, gli abitanti del quartiere hanno scoperto la presenza del comando, in quanto la casa, fino a quel momento vuota, si è improvvisamente riempita di una decina di persone. Sebbene siano state prese precauzioni, non sono bastate, a dimostrazione della nostra inesperienza. Il gruppo doveva essere sfamato e quando un militante è uscito per comprare le pizze, è tornato con una quantità che ha attirato l’attenzione dei vicini. Hanno allertato le autorità e la maggior parte dei membri del commando è stata arrestata e l’ambasciatore è stato rilasciato. Fortunatamente, la trattativa era già stata portata a termine e i militanti imprigionati erano al sicuro in Messico.
La dittatura ha perso la voce e ha immaginato che per rapire il rappresentante della prima potenza mondiale l’operazione fosse stata condotta con il supporto di un apparato militare molto importante. In realtà le nostre organizzazioni erano molto modeste e prive di risorse. Ma avevamo la volontà, che era la cosa più importante.
MG: Come si sono sviluppate le operazioni di guerriglia?
MG: Avevamo programmato di aprire diversi centri di guerriglia nelle aree della giungla che erano vicine alle città, e allo stesso tempo continuare le nostre operazioni di lotta armata nell’area urbana. Le nostre azioni erano più semplici in città. Abbiamo rapinato banche per ottenere risorse finanziarie e assalito caserme per ottenere armi. L’obiettivo successivo era infatti quello di stabilire un solido fronte di guerriglia per combattere l’esercito. Questa era la nostra idea principale.
SL: A livello personale, quali erano le tue attività?
MG: In primo luogo, ero incaricata di indagare sulle persone che abbiamo reclutato per la nostra causa. In seguito, quando tentavamo di attaccare una banca, visitavo il luogo per effettuare le necessarie esplorazioni. Verifica il numero di minuti necessari per il tour. Andavo in banca per sapere quante guardie armate erano presenti e per memorizzare l’infrastruttura del luogo. Infine feci rapporto ai membri del comando.
Nel nostro gruppo, dove regnava il maschilismo nonostante le idee progressiste che ci incoraggiavano, le donne si dedicavano a compiti secondari in questo tipo di azione. Ad esempio, potevo guidare la macchina, ma dovevo stare fuori e fare operazioni di sorveglianza durante l’aggressione. Non ho potuto partecipare perché considerato troppo pericoloso per una donna. La lotta contro il maschilismo è una lotta di vasta portata che continua ancora oggi. Le donne sono forti e gli uomini devono accettare questa realtà e considerarci uguali. La società finirà per comprendere questa evidenza, anche se secoli di dominio maschile non possono finire dall’oggi al domani.
SL: Hai poi deciso di aprire una scuola, quali erano le tue motivazioni?
MG: Devi sapere che sono un insegnante di formazione. Ho lavorato molto con Paulo Freire e ho sviluppato un metodo di insegnamento diverso. Mi sono sempre piaciute le nuove pedagogie per facilitare l’apprendimento. Ho comprato una scuola a Rio de Janeiro che era un istituto sperimentale e ho formato gli insegnanti. Era anche il luogo ideale per le nostre attività. C’è sempre molto movimento in una scuola e le visite regolari dei militanti non hanno attirato l’attenzione delle autorità. I genitori avrebbero lasciato i loro figli e c’era molto personale. È stata un’ottima copertura per le nostre attività.
La scuola fungeva anche da rifugio per i colleghi di altre regioni del paese le cui attività erano state scoperte dalla dittatura e che dovevano nascondersi. Allora li ho accolti e ho offerto loro asilo e protezione. Poi si unirono al nostro gruppo d’azione a Rio.La scuola era un’infrastruttura fondamentale per la guerriglia.
Dovevamo anche fare un lavoro di informazione e propaganda e diffondere letteratura rivoluzionaria per sensibilizzare il popolo alla causa della libertà. Non potevamo comprare libri. Con altri colleghi abbiamo poi acquistato un ciclostile di grandi dimensioni – in un certo senso l’antenato del tipografo – che apparteneva all’Istituto Malaria che era fallito. Lo abbiamo ripulito il più meticolosamente possibile in modo che non potesse essere identificato, ma non è bastato.
SL: Cosa è successo?
MG: Stampiamo documenti che distribuiamo tra i militanti. Uno dei libri che ho diffuso è stato La guerriglia di Che Guevara. È stato un libro uscito in un momento cruciale della storia dell’America Latina.
Nel dicembre 1968 la scuola avrebbe chiuso per le vacanze scolastiche. Certo, non potevamo mettere tra parentesi le nostre attività e le nostre azioni militanti, in particolare la guerriglia. Così abbiamo deciso di portare il ciclostile a casa di un amico. Potemmo così seguire i lavori di stampa. L’idea era di restituire la macchina alla scuola alla ripresa del periodo scolastico.
Ma c’è stato un incidente. Nel febbraio 1969, la fidanzata di questo compagno fu arrestata e le autorità trovarono il ciclostile, così come i documenti stampati, cioè la letteratura marxista, considerata sovversiva.
Avevamo pulito molto bene l’apparecchio quando l’abbiamo acquistato, ma non ci siamo accorti che c’era una targhetta con le iniziali dell’Istituto Malaria. La polizia fece un’indagine, trovò il venditore e scoprì che una scuola aveva acquistato il ciclostile. E io ero il direttore e il proprietario della scuola.
SL: La arrestarono?
MG: Quando ho saputo che la compagna era stata arrestata e che la macchina ciclostile era stata scoperta, ho detto a un membro del nostro gruppo, Carlos, che avremmo fatto una fattura falsa dichiarando che avevamo venduto l’apparecchio e che lo archivieremo come prova…
Carlos era un nome di battaglia, perché usavamo tutti nomi di battaglia per motivi di sicurezza e non conoscevamo la vera identità della maggior parte dei militanti, anche se in questo caso sapevo chi fosse. Il mio nome di battaglia era Miriam e mi sono sempre chiamata Miriam. È un nome che mi piace molto. Ci sono ancora molte persone che mi chiamano con il mio nome di battaglia.
Nel marzo del 1969, prima della ripresa delle lezioni – in Brasile le vacanze scolastiche iniziano a dicembre e finiscono dopo il Carnevale – ero nel bel mezzo di una riunione con i miei insegnanti quando improvvisamente l’esercito fece irruzione nella scuola. Non dimenticherò mai quel momento. I militari sono arrivati alla porta dell’aula con un documento verde e giallo che per me era un mandato di cattura. Ho espresso la mia sorpresa all’ufficiale. “Sei un sovversivo e un comunista”, ha risposto. Gli ho detto che ero la persona sbagliata. Mi ha parlato del ciclostile e dei documenti marxisti. Ho smentito categoricamente e sono rimasta fedele al mio racconto: avevo venduto il dispositivo qualche mese prima e gli ho mostrato lo scontrino.
Volevano prendere il conto, ma io mi sono opposta, spiegando che non ne avevo un’altra copia. L’ufficiale voleva che li accompagnassi immediatamente al Ministero della Guerra. Mi sono opposta, dicendo che non potevo presentarmi davanti a una tale autorità senza essere adeguatamente vestita. Stavo cercando di guadagnare tempo. Alla fine hanno accettato la mia risposta e hanno lasciato la scuola.
SL: Cosa hai fatto dopo?
MG: Ho lasciato la scuola e ho cercato di far sparire le mie tracce. Avevo paura che mi seguissero. Finalmente tornai a casa, presi i miei due figli, Marcello ed Eduardo, rispettivamente di tre e due anni, e mi nascosi.
La mia organizzazione aveva bisogno di soldi e molti di noi vivevano già nascosti. Dopo averci pensato a lungo, il nostro capo, Juarez, il comandante del VPR – quello che mi ha dato il mio nome di battaglia, Miriam – mi ha consigliato di andare dalle autorità e dire loro che non avevo niente a che fare con i movimenti rivoluzionari. Il rischio c’era, ma conoscevo bene la mia personalità ed era convinta che potessi essere persuasiva. Gli altri compagni si sono fortemente opposti all’idea perché c’era il rischio di essere arrestati, torturati e persino uccisi. Ma alla fine Juárez è riuscito a imporre il suo punto di vista. Era vero che molti compagni erano nascosti e non avevamo abbastanza soldi per coprire i loro bisogni. Hai bisogno di molti soldi quando vivi in clandestinità.
Un mese dopo sono andata al Ministero della Guerra.
SL: Come ti hanno ricevuto?
MG: L’esercito non si aspettava la mia visita. Diverse settimane dopo mi hanno visto arrivare per dire che non avevo niente a che fare con questa storia. Avevo una buona scusa per la mia assenza: il padre dei miei figli era malato e dovevo occuparmi della famiglia. Inoltre, per precauzione, i miei figli non erano più a Rio. Li avevo portati a Minas, a casa di mia sorella.
Mi hanno interrogata per 72 ore in condizioni molto difficili. Si alternavano e tornavano per farmi le stesse domande e cercare di trovare un difetto nella mia storia.
Durante l’interrogatorio mi mostravano le foto dei miei compagni morti, brutalmente torturati e osservavano attentamente le mie reazioni. Una delle foto che mi presentarono era quella del compagno che aveva comprato con me il ciclostile e che era stato arrestato e assassinato dalla dittatura. Mi hanno presentato la foto del suo corpo strangolato e mutilato. L’immagine era insopportabile. È stato molto difficile per me controllare le mie emozioni. Per resistere psicologicamente all’arresto, mi sono aggrappata all’immagine del Che e ho cercato di trarre dal suo esempio la forza necessaria. Internamente ero totalmente distrutta.
SL: Sei stata vittima di violenza fisica?
MG: Uno dei soldati, armato di coltello, mi si è avvicinato con l’intenzione di mutilarmi il petto. Per fortuna un suo collega è intervenuto ed è riuscito a dissuaderlo, ricordando che non avevano prove che io fossi un agente sovversiva. Non sapevano se fosse una direttrice borghese e proprietaria di una scuola, il che era vero, o se fossi una militante rivoluzionaria, il che era anche vero.
Per fortuna sono riuscita a seminare il dubbio e sono riuscita finalmente a resistere a quella prova senza crollare. Ma uno dei soldati presenti non ha creduto alla mia versione dei fatti e alla mia innocenza. Continuava a ripetere che stavo mentendo e che non stavo dicendo la verità. Hanno deciso di imprigionarmi in una prigione che era a La Pedrera. Ma poiché non avevano prove concrete a loro disposizione, decisero di liberarmi all’alba e mi portarono a Rio su una piccola barca.
Giravo per la città per assicurarmi che non mi seguissero e passavo lunghe ore sulla spiaggia a meditare sulle mie azioni future. Alla fine sono andata alla casa assicurativa che avevamo in caso di difficoltà e lì ho trovato Juárez, che mi aspettava da diversi giorni. Ero euforico e continuava a ripetere che sapeva che i militari ci sarebbero cascati e avrebbero creduto alla mia storia. Il padre dei miei figli mi ha chiesto di tornare a casa, ma ho rifiutato.
SL: Perché?
MG: Sapevo che i militari non avevano creduto alla storia. Ero riuscita solo a instillare abbastanza dubbi perché mi lasciassero andare, ma c’era molta sfiducia. Quindi era troppo pericoloso per me tornare a casa.
Ho deciso di andare a casa di mia sorella, ma l’esercito era già lì a cercarmi. Il giorno dopo il mio rilascio, i militari hanno arrestato la persona che ci aveva venduto il ciclostile e mi aveva identificato formalmente in una delle foto. Aveva anche riconosciuto il compagno che mi aveva accompagnato e che fu ucciso dall’esercito. Ne ebbero poi una prova concreta con quella testimonianza. Sono stata molto fortunata perché il mio destino si è giocato nello spazio di 24 ore.
SL: È stato in quel momento che ti sei definitivamente nascosta.
MG: Sì, per circa un anno ho vissuto in clandestinità. È stato un periodo molto difficile. Ero uscita di casa in fretta e furia senza prendere niente, senza soldi. Dovevo stare da sola, non comunicare con nessuno, essere il più discreta possibile perché il mio ritratto era in tutti gli avvisi ricercati. Sono dovuta uscire travestita. A volte mangiavo solo un pezzo di pane al giorno. Ho vissuto nelle favelas. Ho trascorso diverse notti in macchina in autostrada. A volte dormivo a casa di amici, in cantina, ma non potevo restare più di un giorno per motivi di sicurezza. Era una vita insopportabile.
Avevo anche due figli molto piccoli, il che complicava ulteriormente la situazione. I miei figli avevano fame e avevano bisogno di uscire per giocare. La vita in clandestinità non è per i bambini. Marcello era malato e non potevo portarlo dal medico. L’anno 1969 passò così e non riuscivo a trovare una soluzione che salvaguardasse l’incolumità dei miei figli. Cambiavo costantemente città, stati. Mi sono trovata senza via d’uscita, sull’orlo del baratro, e sapevo che prima o poi, se non avessi preso una decisione radicale, sarei caduta nelle grinfie della dittatura. Non passava settimana senza che alcuni dei miei compagni venissero catturati o uccisi.
IL DIROTTAMENTO AEREO
SL: Allora hai deciso di dirottare un aereo commerciale e lasciare il paese. Perché hai scelto di andare in esilio a Cuba e non in Francia per esempio?
MG: Nonostante la mia situazione di donna sposata con due figli, dopo un anno di vita clandestina in cui ogni giorno poteva essere l’ultimo, non avevo intenzione di andare in Europa. Se ero disposta a dare la vita per la rivoluzione in Brasile, non potevo andare in un paese occidentale e abbandonare la causa della lotta per l’emancipazione.
Cuba era nel bel mezzo di un processo rivoluzionario e pensavo di poter dare il mio modesto contributo alla lotta di questo popolo per la dignità umana. Ero un insegnante e avevo esperienza nel campo dell’istruzione. La musica e la letteratura brasiliane sono estremamente ricche e ho avuto la fortuna di ricevere un’istruzione eccellente. Cosa avrei fatto a Parigi? Volevo essere utile a Cuba. Volevo dare stabilità ai miei figli e sapevo che l’avrei trovata sull’isola, dove il benessere dei bambini è una priorità nazionale. In nessun paese capitalista i miei figli avrebbero beneficiato di una tale stabilità emotiva.
SL: Come si è sviluppata l’operazione?
MG: Dopo aver riflettuto a lungo, siamo tutti giunti alla conclusione che l’unica soluzione fosse lasciare il Brasile. Mi sono poi recata nel sud del paese, a Porto Alegre, e mi sono fermata in ogni stato per una notte, per passare i confini. Lì, con i compagni, ci siamo dedicati alla preparazione strategica di questa rischiosa operazione. Ma per poter elaborare la missione, ho dovuto affidare a qualcuno i miei figli Marcello ed Eduardo per poter lavorare in buone condizioni.
SL: È stato in quel momento che hai incontrato una giovane militante di nome Dilma Roussef, che anni dopo sarebbe stata la prima donna presidente del Brasile.
MG: Dilma aveva appena 22 anni e non l’avevo mai vista prima. Venne una notte a prendere i bambini e si prese cura di Marcello ed Eduardo, che erano molto piccoli, per due settimane.
Permettimi un commento sulla sua persona. Alcune persone che hanno lavorato con Dilma dicono che ha una personalità molto forte e che a volte è difficile dialogare con lei. Ho un’opinione totalmente diversa. Dilma è infinitamente tenera. Immagina un po’ la situazione. I miei figli sono stati costantemente con me per circa un anno nascosti. Da un giorno all’altro sono stati separati dalla madre per incontrare una giovane donna sconosciuta per quindici giorni. Quando li ho incontrati di nuovo due settimane dopo, erano felicissimi nonostante la mia lunga assenza, alla quale non erano abituati. Due settimane sono un periodo molto lungo per due bambini separati dalla madre. È la prova che Dilma è una persona speciale, di grande gentilezza, di grande generosità, perché i bambini non sbagliano mai sulle persone. Dilma era una madre surrogata di qualità e si è presa così tanta cura dei miei figli che hanno potuto accettare la mia assenza senza troppe difficoltà. La presenza della madre è molto importante, soprattutto per i bambini piccoli. Marcello ed Eduardo, ormai adulti, continuano ad adorare Dilma, ma non la Presidente Dilma, bensì la Dilma di 22 anni che si è presa cura di loro quando erano bambini vulnerabili, segnati dal dover rimanere nascosti e separati dalla madre. Per loro Dilma sarà sempre quella ragazza che ha dato loro amore e protezione in un periodo difficile della loro infanzia.
SL: Quante persone sono state coinvolte nel dirottamento aereo?
MG: Abbiamo attraversato il confine per andare a Montevideo, in Uruguay. Eravamo quattro persone all’inizio, poi sei, perché il capo del comando, Andrada, ha deciso di integrare altri due compagni che non facevano parte della nostra organizzazione e la cui presenza non era prevista. In totale, con i miei due figli, eravamo in otto. Per un certo periodo i Tupamaros ci ospitarono in una casa e poi in un albergo fino al D-Day. Avendo due figli e tanti bagagli, ero incaricata di caricare le armi sull’aereo. A quel tempo non esistevano le misure di sicurezza che troviamo oggi negli aeroporti. Ero molto magra e avevo comprato un vestito molto ampio per nascondere l’arsenale. Mi sistemai nel retro dell’aereo con Marcello ed Eduardo, per proteggerli ed evitare che un passeggero li afferrasse in un momento di panico.
Quando fummo a bordo, Andrada andò dal comandante per dirgli di deviare la rotta per Cuba. Il comandante, che aveva molta esperienza, è stato molto professionale e collaborativo. Ha informato i passeggeri della situazione e ha chiesto loro di mantenere la calma.
Ma una volta entrato in possesso del dispositivo, ci ha detto che non era possibile andare a Cuba perché l’autonomia di volo non superava le due ore. A ciò si aggiungeva il fatto che nessuno di noi aveva la minima conoscenza di aviazione. Avrebbe potuto portarci in Antartide e non ci saremmo accorti di niente.
SL: Come hai potuto raggiungere Cuba in quelle condizioni?
MG: La nostra grande fortuna è stata quella di avere un comandante che aveva già vissuto un’esperienza simile. Era già stato rapito da un gruppo che voleva andare a Cuba. Ha mantenuto la calma, il che ha reso più facile il nostro compito.
Abbiamo ribadito che l’aereo sarebbe volato a Cuba in un modo o nell’altro. È stato un lungo viaggio. Prima siamo andati a Buenos Aires, in Argentina. Quindi viaggiamo verso Antofagasta. Dal Cile siamo partiti per il Perù. In quel paese la situazione si complicò. Il Ministro degli Esteri peruviano è venuto all’aeroporto per cercare di convincerci a scendere dall’aereo. A quel tempo era al potere il governo rivoluzionario militare di Juan Velasco Alvarado. Il ministro ha proposto l’asilo politico per me ei miei due figli.
Rassicurai i miei colleghi e dissi loro che non li avrei abbandonati, nonostante le insistenze del Ministro che venne a trovarmi ben tre volte. Alla fine ci hanno lasciato andare dopo aver riparato un problema che avevamo con le eliche. Partiamo per Panama. Lì la situazione era tesa perché le autorità avevano segretamente consegnato una pistola al comandante, che era sceso, perché la potesse usare contro di noi, creare il panico e favorire così un assalto dell’aereo. Ma per fortuna, anche se ha preso la pistola, si è rifiutato di usarla contro di noi perché avrebbe prodotto un dramma.
Ho scoperto questa storia 30 anni dopo, quando ho rivisto il comandante durante la presentazione del mio libro a Rio de Janeiro. Aveva ricavato un portachiavi da un proiettile di revolver e mi raccontò tutta la storia.
L’ESILIO A CUBA
SL: Come sei stato accolta al tuo arrivo a Cuba?
MG: Devo dire che devo la mia vita ai giornalisti che hanno pubblicizzato la cosa in tutto il mondo e hanno seguito il nostro viaggio a Cuba, soprattutto per la presenza dei miei figli. Era impossibile per le forze armate dei diversi paesi attraverso i quali siamo passati razziare l’aereo. Nessuno voleva assumersi la responsabilità di un eventuale dramma con la presenza dei bambini. Quindi ho un debito di gratitudine verso i giornalisti in generale.
Non avevamo conoscenze di aviazione. L’unica cosa che sapevo era che l’aeroporto dell’Avana portava il nome di José Martí. Tre soldati in divisa e armati di mitra sono saliti sull’aereo e hanno chiesto di “la donna ei due bambini”. All’epoca parlavo pochissimo spagnolo.
Ero in uno stato fisico e psicologico critico perché siamo stati tre giorni senza mangiare né bere acqua. Temevamo che il cibo fosse contaminato da qualche sostanza. I miei figli hanno potuto nutrirsi grazie al cibo che avevo portato con me. Eravamo tutti molto deboli. In retrospettiva, credo che quando si è determinati a fare qualcosa di vitale per se stessi e per i propri cari – in questo caso, è necessario salvare la nostra vita e quella dei miei figli – si riesce a trovare l’energia necessaria per realizzare un compito.
Quando sono arrivata alla passerella per scendere dall’aereo ricordo di aver visto un’immensità di verde. Attorno al dispositivo c’erano solo soldati in uniforme. Portavo i miei figli e quando sono passato davanti a un soldato, ha accarezzato la testa di Eduardo. Fu in quel preciso momento che seppi di essere a Cuba. Sono stata in grado di rilasciare tutta la pressione che si era accumulata dall’inizio dell’operazione perché finalmente mi sentivo al sicuro.
SL: Cosa è successo dopo?
MG: Ci hanno separati e le autorità ci hanno informato che Cuba non accettava i rapitori. È stata una grande sorpresa per noi. Cosa avrei fatto con i miei due figli? Ci hanno detto che avrebbero contattato il governo messicano per darci il benvenuto. Mi sono fortemente opposta. Dopo lunghi scambi, finalmente i cubani mi dissero che potevo restare, ma che i miei compagni dovevano andare in Messico. Espressi ancora una volta la mia ferma contrarietà, sottolineando che non abbandonavo i miei compagni di strada. Penso che si siano identificati con questo principio perché i cubani non abbandonano mai i propri sul campo di battaglia. C’è stata una riunione di Stato, con la presenza di Fidel, e hanno accettato di darci asilo politico.
SL: Come sono andati i primi mesi a Cuba?
MG: I primi mesi sono stati difficili perché dovevi adattarti a una nuova società, ma sono trascorsi in un ambiente sereno. Ho vissuto un anno intero all’albergo Capri con i miei figli. Anche se alloggiavamo nella suite presidenziale, che era molto grande, la vita non era facile perché il posto non era fatto per ospitare due bambini piccoli per così tanto tempo. Poi siamo andati a vivere in un appartamento nel quartiere Miramar.
SL: Chi sono stati i tuoi primi incontri sull’isola?
MG: La prima persona che ho incontrato è stato Luís Travassos che era stato rilasciato nello scambio con l’ambasciatore americano. Viveva al National Hotel. Ho incontrato anche Roque Dalton, poeta e rivoluzionario salvadoregno. Diventammo amici. Aveva anche due figli e ricordo che aveva portato una borsa piena di giocattoli per Marcello ed Eduardo.
Un altro grande incontro è stato Marta Solís, una giornalista messicana che lavorava per Siempre Magazine. Due settimane dopo il mio arrivo mi invitò a casa sua. Abitava in un appartamento vicino al Capri. Quando sono arrivato a casa sua, un enorme uomo di colore mi ha aperto la porta. Non parlava portoghese e io non parlavo spagnolo. Sapeva che ero “la donna sull’aereo con i due bambini piccoli”. Mi ha detto che adorava la cantante brasiliana Elis Regina. Era Pablo Milanes.
SL: Parlaci di Pablo Milanés.
MG: Abbiamo parlato molto di musica durante il nostro primo incontro. Quando è arrivato il momento di salutarci, Pablo mi ha detto quanto segue: “Sono il primo ad arruolarsi nella guerriglia brasiliana. Mettetemi in lista”. Da lì è nata tra noi una grande amicizia che è durata fino alla sua recente scomparsa.
L’ho sempre chiamato Pablito. Mi ha aiutato molto con i bambini. Sndava a prenderli a scuola. Ha preparato le bottiglie. Si prendeva cura di loro quando erano malati. Era un membro della famiglia. Stavamo sempre insieme.
Non era una persona ribelle, ma era consapevole delle realtà del mondo. Era critico nei confronti della politica culturale di Cuba e non esitò a farla conoscere personalmente. È l’autore delle bellissime canzoni di Nueva Trova. Ha diffuso la canzone cubana nel mondo e ha fatto brillare la Rivoluzione. Yolanda è oggi un inno internazionale. Ha svolto un ruolo fondamentale nell’apertura del suo paese. Aveva un grande amore per Cuba.
SL: Hai conosciuto anche Silvio Rodríguez, che ti ha anche dedicato una canzone.
MG: Silvio ha una personalità totalmente diversa da quella di Pablito. È molto timido. È autore di canzoni meravigliose. È una dedica alla Rivoluzione cubana che non ha equivalenti. Lo amo troppo. È un fratello per me.
Per quanto riguarda la canzone, ecco la storia: Silvio e Vicente Feliú avevano bisogno di comporre in un posto tranquillo, perché data la loro celebrità erano costantemente vessati dagli ammiratori che chiedevano loro autografi. A quel tempo prestavo loro regolarmente il mio appartamento. Quando sono venuti a lavorare a casa sono andata con i miei figli a casa di un’altra amica messicana di nome Bertha dove avevo una stanza a mia disposizione.
Una notte, mentre ero uscita dal mio appartamento per loro, sono andata a cercare dei vestiti. Avevo nostalgia e mi mancava il Brasile. Silvio mi ha chiesto cosa stava succedendo e io ho spiegato la mia condizione. Sebbene fossi felice a Cuba e avessi molti amici lì, mi mancava la mia patria. Ricordo di averlo detto a Silvio: “La tua luna è diversa dalla mia. La mia è più grande”. Silvio, stupito, rispose: “Come mai la tua luna è più grande? La luna è la stessa ovunque! Non mi sono arresa. È una questione di latitudine. La differenza di latitudine ha un impatto sull’organismo. Anche l’odore del mare era diverso. Silvio continuava a ripetere: “Ma Miriam, che dici?”
I miei amici cantanti hanno fatto di tutto per farmi sentire felice. Ad esempio, il gruppo Manguaré ha imparato decine di canzoni brasiliane e ogni volta che andavo a uno dei loro concerti cantavano in portoghese. I cileni esiliati a Cuba stavano impazzendo, non potevano crederci.
Ho poi parlato un po’ con Silvio e i cantanti presenti nel mio appartamento e poi lui mi ha detto di andare a riposare: “Vai a dormire, altrimenti passerai la notte a parlarci della luna e del mare”. Il giorno dopo stavo ancora dormendo e ho sentito qualcuno toccarmi il piede. Era Silvio: “Svegliati, ti canto qualcosa”. Era Little Serenade by Day, una magnifica canzone al ritmo del samba-canção.
Ricordo anche che Silvio organizzò un concerto a San Antonio de los Baños, sua città natale, anni fa, e io ero presente. Ha cantato tutte le canzoni che mi piacevano. Ricordo che pioveva molto ed era un concerto all’aperto, l’ultima canzone che cantò fu Little Daytime Serenade e mi fece salire sul palco. È stato magnifico.
Augusto Blanca mi ha anche dedicato una canzone intitolata Non dimenticare che una volta eri il sole. A dire il vero, non credo di meritare un simile onore.
SL: Hai incontrato anche altri cantautori cubani.
MG: Ho conosciuto Noel Nicola, di cui mi sono innamorata. Figurati che non mi sono innamorata di Pablito che era molto carino ma di Noel Nicola che non era a dir poco bellissimo. La gente lo ha soprannominato “Dracula”. Ma suonava la chitarra come nessun altro e siamo stati innamorati per molto tempo.
Poi ho conosciuto tutti i cantanti di Nueva Trova, a casa di Marta o all’ICAIC. Ho incontrato Sara González, Sergio Vitier, Leo Brower, perché facevano tutti parte di un gruppo di sperimentazione sonora. Ho integrato l’universo di Nueva Trova mentre non suono nessuno strumento e canto stonato. Ne sono molto orgogliosa.
Questi giovani hanno avuto un ruolo fondamentale a Cuba. Come sapete, l’isola soffre di un blocco brutale e disumano che colpisce tutti i settori della società, compreso il campo della cultura. A partire dagli anni ’70 i trovatori iniziarono ad essere invitati in tutto il mondo, in Francia, in Italia, in Unione Sovietica, e permisero una certa apertura.
Negli anni ’60, Fidel disse che Cuba sarebbe stata necessariamente un paese di conoscenza, pensiero e cultura. Ecco perché l’Istituto cubano di arte e industria cinematografica, la Casa delle Americhe, l’Unione nazionale degli scrittori e degli artisti di Cuba, l’Unione dei giornalisti cubani sono stati creati e allo stesso tempo hanno costruito una nuova società.
SL: Com’era la vita a Cuba?
MG: Rispetto ai paesi capitalisti, Cuba era un po’ indietro a livello materiale. Ma nel campo dell’istruzione, ad esempio, Cuba era una nazione molto avanzata. Ho scoperto una società totalmente diversa, con il volontariato creato dal Che. Il volontariato è stato svolto nel fine settimana, dopo il lavoro ordinario. Ricordo che la domenica la gente saliva sui camion cantando per andare a tagliare la canna. Era il momento del raccolto “10 milioni”. L’obiettivo era raggiungere la produzione di 10 milioni di tonnellate di zucchero.
Avevo totale libertà a Cuba. Ad esempio, volevo che i bambini negli asili nido potessero ascoltare musica classica durante i pasti e prima dei sonnellini. Era la mia grande aspirazione. Volevo che i bambini delle scuole materne, elementari e superiori avessero accesso alla musica. Sono andato al Ministero dell’Istruzione e ho chiesto udienza al Ministro, che era José Ramón Fernández, el Gallego, come era soprannominato. Mi ha ricevuto e gli ho spiegato il progetto. Rispose che Cuba non aveva le risorse necessarie per offrire musica classica in tutti gli asili del paese. Proposi di fare un esperimento nella cameretta dove stavano Marcello ed Eduardo. È stato un grande risultato. Successivamente Silvio, Pablito, Sara e gli altri trovatori diedero lezioni di musica nelle scuole.
SL: A quel tempo, Cuba era una terra di asilo per rivoluzionari ed esuli politici di tutto il mondo. Chi hai incontrato sull’isola?
MG: Ho incontrato molti colleghi provenienti da tutto il mondo. Sono rimasta molto colpita dal mio incontro con Amílcar Cabral e Luis Cabral, i leader rivoluzionari della Guinea Bissau e di Capo Verde. Ho incontrato Amílcar Cabral nella caffetteria dell’hotel Capri il primo anno del mio soggiorno a Cuba. Non sapevo chi fosse. Mi stava guardando così intensamente che avevo paura. Ero appena arrivato sull’isola, ancora segnato da anni di latitanza, e non sapevo se fosse un agente sotto copertura. Ho visto nemici ovunque.
Ho lasciato velocemente la mensa per prendere l’ascensore fino alla mia stanza. Ma lui mi ha seguito ed è entrato anche lui nell’ascensore. Mi ha chiesto in portoghese: “Da dove vieni?” Ho risposto: “Dal Portogallo”, con il mio accento brasiliano. Mi ha chiesto se conoscevo l’ospedale Santa María. Ho risposto che vivevo in Brasile da quando ero piccola. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, corsi in camera mia. Ma si fermò sullo stesso piano ed entrò nella stanza che era proprio accanto alla mia. Ho pensato: “Mio Dio, questo ragazzo è qui per ferire me e i miei figli. Ci siamo persi”.
Stavo camminando avanti e indietro nella mia stanza pensando a cosa fare quando improvvisamente squillò il telefono. Era José Ibrahim. Mi ha chiesto di scendere perché voleva presentarmi qualcuno. Sono andato nella lounge dell’hotel e l’ho trovato con… Amílcar Cabral.
Ho raccontato loro tutta la storia e Amílcar ha cominciato a ridere a crepapelle. Pensavo che questo grande leader rivoluzionario fosse un agente della CIA. È stato molto divertente. Ci siamo abbracciati e siamo diventati grandi amici. Ricordo che mi diede un consiglio: “Non dire mai più che vieni da un posto che non conosci”.
Poi è tornato in Angola e abbiamo mantenuto contatti regolari fino al suo assassinio da parte dei servizi segreti portoghesi nel 1973. Abbiamo passato notti intere a parlare della rivoluzione, dell’anticolonialismo, della liberazione dell’Africa e del modo in cui avremmo potuto cambiare il mondo. Ho imparato a parlare capoverdiano. Ho imparato molte canzoni dalla sua terra natale. Fu un incontro indimenticabile.
SL: Parlaci di Luis Cabral, il primo presidente della Guinea Bissau e di Capo Verde.
MG: Luis era un giornalista e lavorava all’UPEC. Successivamente si unì alla guerriglia in Guinea Bissau. Un giorno, durante uno dei nostri incontri, gli dissi che sarbbe stato Presidente della Repubblica. Ha riso molto e mi ha risposto: “Voi brasiliani avete l’abitudine di voler sempre predire il futuro”. E aggiunse che se mai fosse successo, mi avrebbe chiamato prima di assumere l’incarico e sarebbe venuto a trovarmi a Cuba. La lotta anticoloniale contro il Portogallo era in pieno svolgimento e le prospettive di liberazione non erano evidenti.
Un giorno, nel 1973, squillò il telefono ed era Luis. L’ho riconosciuto subito dall’accento. Ho pensato che fosse all’Avana e che volesse vedermi. Ma mi ha detto che era nel suo Paese e che stava per essere nominato presidente: “Ho mantenuto la parola”, mi ha detto.
Due anni dopo si recò all’Avana. Ero nel mio appartamento quando vidi correre Marcello ed Eduardo annunciando la presenza di diverse macchine nere davanti al palazzo. Era Luis. Abbiamo passato diverse ore a parlare e ridere. È stato un momento straordinario.
SL: Hai incontrato anche Rogério Paulo a Cuba, il grande regista teatrale e fondatore del Partito Comunista Portoghese.
MG: Rogério Paulo era in esilio a Cuba, perseguitato dalla dittatura di Salazar in Portogallo. Stava nel mio stesso hotel. Aveva due figli. Sette o otto anni dopo ho sposato uno dei suoi figli, Rui Ferreira. Ricordo che sua madre era contraria alla nostra unione. Ma siamo rimasti amici fino ad oggi.
SL: Lei è stata membro dei Comitati di Difesa della Rivoluzione. Potrebbe parlarci delle sue attività all’interno di questa organizzazione?
MG: I CDR sono organizzazioni presenti in ogni quartiere di Cuba. Nascono all’inizio degli anni ’60 come risposta agli attentati terroristici orchestrati da oppositori sostenuti dalla CIA. In ogni struttura sono presenti un presidente, un coordinatore sanitario e un coordinatore ideologico eletti ogni anno.
Per molti anni sono stata il coordinatore sanitario del CDR nel mio quartiere. Il mio ruolo era quello di assicurarmi che tutti gli abitanti fossero vaccinati, che le donne incinte avessero un seguito adeguato e che le persone vulnerabili ricevessero le cure necessarie. Il mio ruolo è stato anche quello di lanciare campagne di prevenzione sui temi della salute e di tutelare le categorie più fragili. Ha svolto anche un ruolo di assistente sociale e psicologa. Quando un residente del quartiere ha scoperto di avere una grave malattia, lo abbiamo indirizzato a servizi specializzati e gli abbiamo fornito sostegno morale.
Cuba ha raggiunto l’eccellenza nel campo della salute, con risultati eccezionali per un Paese del Terzo Mondo vittima di sanzioni economiche. Il modello basato sulla prevenzione è il migliore al mondo.
Sono stata anche coinvolta in tutte le questioni educative. Ci siamo assicurati che tutti i bambini fossero a scuola e abbiamo vigilato sulla questione dell’assenteismo. Ho fondato una Scuola per Genitori per sensibilizzare gli adulti sulle nuove forme di educazione. Ad esempio, c’erano genitori che erano violenti nei confronti dei bambini e pensavano che le punizioni corporali facessero parte dell’educazione. Anche loro sono stati allevati in quel modo. È stato poi necessario fare un intero lavoro di educazione per convincerli che la violenza era traumatica e controproducente. I bambini nascono per essere felici come diceva José Martí. Non è stato un compito facile. È stato un lavoro a lungo termine. Oggi Cuba ha risolto questo problema e anche l’educazione è di altissimo livello sotto tutti i punti di vista.
SL: Lei ha anche fondato la cattedra di portoghese all’Università dell’Avana.
MG: Dato che ero un insegnante di portoghese, ho creato questa sedia che a Cuba non esisteva. C’erano insegnanti dalla Francia, dall’Italia e da altri paesi che hanno fatto lo stesso con le rispettive lingue.
Ho un aneddoto divertente a riguardo. Il traduttore ufficiale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano era un mio allievo. Ogni volta che incontro Pulgarón, mi organizza una festa. Il pollice è enorme. È più alto di Fidel. Ora è l’interprete del presidente Miguel Díaz-Canel. È multilingue e parla sei lingue. L’ho visto durante il mio ultimo soggiorno a Cuba. Eravamo un gruppo di più persone e Pulgarón ha esclamato: “Miriam è stata la migliore insegnante che ho avuto. Non la dimentico mai. Sai perché non ho mai perso la lezione? Se avessero visto le gambe che aveva!” Da quando ero brasiliana, indossavo spesso la minigonna. È stato un momento molto divertente.
SL: Hai lavorato anche a Radio Habana come annunciatrice.
MG: La conduttrice di lingua portoghese di Radio Havana, sposata con un diplomatico cubano, aveva un problema di salute e aveva bisogno di un periodo di convalescenza di sei mesi. Poi mi hanno chiesto di sostituirla. Non avevo esperienza in questo campo, ma mi dissero che era un compito rivoluzionario. Così ho accettato l’incarico e fortunatamente, nonostante la mia voce non fosse adatta alla radio, è andato tutto bene. Radio Habana è stata ampiamente ascoltata nel nord del Brasile.
SL: Dopo aver trascorso alcuni anni sull’isola, alcuni tuoi colleghi hanno deciso di andare in Europa, in particolare a Parigi, e ti hanno suggerito di andare con loro. Perché hai deciso di rimanere a Cuba?
MG: Non aveva senso per me andare a Parigi. Avevo un ottimo amico, Sergio Lara, che conoscevo dal Brasile, che viveva nella capitale francese. Fu consigliere di César Lattes, uno dei più grandi fisici nucleari brasiliani. Dopo il golpe andò a vivere a Parigi, dove ebbe un’ottima situazione professionale. Mi ha contattato e mi ha suggerito di andare a vivere lì. Ha promesso di pagare la scuola dei bambini e mi ha detto che avrei potuto studiare in ottime condizioni. Era una proposta molto generosa, ma l’ho rifiutata perché avevo ancora molte cose da fare a Cuba.
Col senno di poi, è stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Ho potuto fare tante cose sull’isola per restituire una parte di quello che Cuba mi aveva dato. Ho trascorso i migliori anni della mia vita a Cuba. Ero felice lì. Anche i miei figli erano contenti. Non c’era motivo di lasciare l’isola e andare a Parigi.
SL: Nel tuo quartiere viveva una ragazza di nome Hilda Guevara, figlia del Che. Come si sono incontrati?
MG: Mio figlio Marcello aveva cinque anni. Sono andato a cercarlo a scuola e l’ho trovato seduto sulle ginocchia di una ragazza che all’epoca avrebbe avuto circa 17 anni. Mi ha detto: “È la mia ragazza”. Siamo diventati amici e non sapevo chi fosse. Per me era una vicina. Veniva regolarmente a trovarmi e ogni tanto dormiva a casa. Uscivamo insieme, ma lei non mi aveva rivelato la sua identità.
Sei mesi dopo, mi ha invitato a casa sua e si è scusato: “Ti ho mentito e vorrei che tu mi perdonassi”. Mi disse che era la figlia del Che. È stata una sorpresa per me, ma ho contenuto le mie emozioni. Avevamo tutti una passione per il Che. Voleva che la gente la amasse per quello che era e non per essere la figlia del Che.
Poi la nostra amicizia si rafforzò e mi presentò a sua madre, Hilda Gadea. Ho capito allora perché il Che l’ha sposata, perché era una donna fantastica. Hildita mi ha mostrato tutte le lettere che suo padre le aveva scritto. Un giorno ci disse: “Andiamo a dormire nel letto di mio padre”. Siamo andati con Marcello ed Eduardo. Tutti si addormentarono nel letto del Che, ma io non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte. L’emozione era troppo forte.
Ho incontrato delle persone fantastiche a Cuba perché le persone sono così accessibili. La Rivoluzione ha avvicinato le persone. C’è la solidarietà, un’umanità che unisce le persone.
SL: Quando hai conosciuto Fidel Castro?
MG: Ho incontrato Fidel poco dopo il mio arrivo a Cuba. Ho avuto un problema di salute a livello della tiroide. Sono stato in ospedale per un po’ di tempo. Un giorno, dopo la mia guarigione, sono andato in ospedale con il direttore del servizio di endocrinologia. Ero con lui ad aspettare l’ascensore. C’erano persone dietro di noi, ma non ho prestato attenzione. In ascensore mi rendo conto con stupore che era Fidel. Le persone che vedono Fidel per la prima volta rimangono sempre molto colpite perché è una grande figura.
Fidel mi ha riconosciuto e ha chiesto alla persona che era con me: “È quella la ragazza dell’aereo?” Non potevo parlare perché l’emozione era troppo forte. Mi ha messo una mano sulla testa e mi ha chiesto: “Perché ti tingi i capelli?” Potrei solo rispondere una cosa: “Non mi tingo i capelli. È il mio colore naturale”. Incontrare Fidel è qualcosa di molto impressionante. Quindi immagina di incontrarlo in un ascensore.
Poi l’ho incontrato diverse volte e abbiamo avuto tempo per scambiarci altro tempo. Abbiamo parlato di Cuba, del Brasile, della situazione internazionale. Come sai, Fidel ha evocato tutti i tipi di argomenti. Era di intelligenza superiore e aveva una vasta conoscenza su molte questioni. Potevi affrontare qualsiasi argomento con lui e lui aveva sempre una risposta.
Una volta, quando ero nell’ambasciata messicana durante la visita del presidente Luis Echeverría nell’isola nel 1975, Fidel mi mise un braccio intorno alle spalle e mi chiese: “Vediamo, i russi bevono vodka. I giapponesi prendono il sakè. I messicani bevono tequila. Cosa bevono i brasiliani? Ho risposto: “Non posso dirtelo, comandante”. Ulises Estrada, un membro del Comitato Centrale che era presente, si è messo a ridere e mi ha sussurrato: “Diglielo”. Devi sapere che in Brasile beviamo una bevanda alcolica chiamata “pinga”. Ma a Cuba, questa parola designa il sesso maschile nel linguaggio popolare. È anche una parolaccia piuttosto volgare. Alla fine, contro l’insistenza di Ulises, decisi di dirgli il nome della nostra bevanda. Lo rese molto divertito.
SL: A proposito di Fidel Castro, c’è una scultura dell’architetto brasiliano Oscar Niemeyer che adorna una piazza dell’Università di Scienze Informatiche dell’Avana. Raccontaci la genesi di quest’opera d’arte.
MG: Oscar Niemeyer aveva regalato a Fidel una piccola scultura. Raffigurava un enorme drago che combatteva contro un uomo molto piccolo che portava una bandiera cubana. Era destinato a decorare un mobile. A Fidel è piaciuto molto. Un giorno Niemeyer mi chiese se Fidel avrebbe accettato di collocare la scultura in una piazza. Fidel era molto entusiasta. Così, per settimane, sono stato l’intermediario tra Fidel e Niemeyer, con l’aiuto di Abel Prieto, che era ministro della Cultura.
Inoltre, Niemeyer ha deciso che sarei stata l’ingegnere responsabile dei lavori, dato che non avevo una formazione in architettura. Immagina di essere l’intermediario tra Niemeyer e Fidel. Niemeyer aveva pensato a una scultura di otto metri, ma Fidel voleva qualcosa di più grande. Infine misura 16 metri. A quel tempo Niemeyer aveva 90 anni e Fidel 80. La piazza è magnifica.
L’ultima volta che ho visto Fidel è stato durante l’incontro con gli intellettuali al Centro Congressi nel 2012.
IL RITORNO IN BRASILE
SL: Nell’agosto 1979, il presidente Figueredo firmò una legge di amnistia che consentiva agli esuli politici di tornare in Brasile. Dopo dieci anni vissuti a Cuba, hai finalmente avuto la possibilità di tornare in patria.
MG: Fu Rui, allora mio marito, a scoprire il mio nome sul giornale nella lista delle persone amnistiate per decreto e autorizzate a rientrare in Brasile. È stato un grande momento di gioia. Potremmo finalmente tornare a casa e rivedere il Corcovado, il mare, le montagne.
Ma quando siamo arrivati all’aeroporto in Brasile, dopo uno scalo a Panama, noi tre, Marcello ed Eduardo, siamo stati separati per diverse ore per essere interrogati, visto che venivamo da Cuba. Volevano sapere se i miei figli avevano ricevuto un addestramento militare mentre erano solo adolescenti. Un collega che era sullo stesso volo ha avvertito la stampa della mia presenza. Questo ha costretto le autorità a rilasciarci. Siamo finalmente riusciti a tornare in patria.
SL: Lula è di nuovo Presidente del Brasile. Quando l’hai conosciuto e che rapporto hai oggi?
MG: L’ho conosciuto l’anno in cui sona tornato in Brasile, nel 1979. Ibrahim, il mio ex marito, è uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori. Sono stata anche membro del PT. Ero il coordinatore culturale nazionale del PT. Così sono andata a trovare Ibrahim a San Paolo e ho incontrato Lula. Siamo amici da quel momento.
Sono stato molto coinvolto nella battaglia per la libertà di Lula quando è stato imprigionato ingiustamente. Abbiamo lanciato la campagna “Lula Livre”. Sono tra i fondatori del Museo “Lava Jato”, che riunisce giuristi, giornalisti e storici, per conservare la memoria storica di questa ingiustizia che ha portato in carcere per motivi politici un innocente ex presidente della Repubblica, per impedirgli di presentarsi alle elezioni presidenziali. Quello che hanno fatto a Lula non ha nome. È uno scandalo che supera ogni comprensione.
Ma Lula ne è uscita più forte. È tornato e farà molto bene al Brasile. Il popolo brasiliano ha sofferto molto sotto Bolsonaro. Grazie ad una grande coalizione siamo riusciti ad ottenere il suffragio degli elettori. Lula è un grande leader carismatico che desidera mettere al centro del progetto di società le persone, i poveri e coloro che soffrono.
SL: Qual è il tuo rapporto con Cuba oggi?
MG: Ho ancora un rapporto molto forte con Cuba e ci viaggio regolarmente con lo stesso rinnovato piacere. Pubblico lì i miei libri. Lo spazio riservato alla cultura è più che mai importante, nonostante le difficoltà economiche e materiali. Ho molti amici sull’isola. Ho una passione infinita per il popolo cubano e non dimenticherò mai che mi hanno aperto le braccia e mi hanno accolto in un periodo critico della mia vita rivoluzionaria.
Intervista originale su: https://journals.openedition.org/etudescaribeennes/26901
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di Salim Lamrani
L’8 gennaio 2023, diverse migliaia di sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro hanno preso d’assalto le tre principali istituzioni democratiche del Brasile. Il Congresso, la Corte Suprema Federale e il Palazzo Presidenziale nella Plaza de los Tres Poderes nella capitale sono stati saccheggiati per diverse ore in un tentativo di colpo di stato. L’attacco meticolosamente pianificato ha suscitato indignazione in tutto il mondo.
Il 30 ottobre 2022, i brasiliani hanno dato il loro voto al candidato del Partito dei Lavoratori, Lula da Silva, al secondo turno delle elezioni presidenziali, dandogli uno stretto vantaggio sull’estrema destra di Jair Bolsonaro. Con un totale del 50,9%, Lula ha ottenuto due milioni di voti in più rispetto al suo avversario, su un totale di 124 milioni di votanti. Dopo due legislature consecutive di successo tra il 2003 e il 2010 e l’80% di pareri favorevoli, l’ex leader sindacale torna al potere per un nuovo mandato quadriennale, fino al 2027.[1]
Il presidente Lula sarebbe dovuto tornare al Palazzo Presidenziale nel gennaio 2019 come candidato favorito per le elezioni del 2018. Ma dopo un complotto orchestrato dal procuratore Sergio Moro nell’ambito del caso di corruzione Lava Jato per impedire la sua candidatura, Lula è stato arbitrariamente condannato nel 2017 a nove anni e sei mesi di reclusione – aumentati a 12 anni in appello – per corruzione passiva e riciclaggio di denaro, senza che alcuna prova materiale sia stata presentata in tribunale. La Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato il processo contro Lula affermando che “ha violato il suo diritto a essere giudicato da un tribunale imparziale, il suo diritto alla privacy ei suoi diritti politici”.[2] Lula ha trascorso 580 giorni in prigione, da aprile 2018 a novembre 2019, permettendo a Bolsonaro di prendere il potere senza difficoltà. Il leader di estrema destra non ha nemmeno cercato di salvare la faccia e si è affrettato a ringraziare il procuratore Moro nominandolo ministro della Giustizia.[3] Nel 2019 la Corte Suprema ha annullato la condanna di Lula, denunciando la strumentalizzazione politica del processo a suo carico.[4]
Bolsonaro è un leader apertamente fascista. “Stiamo andando direttamente alla dittatura”, ha detto in passato.[5] Nostalgico per il regime militare brasiliano che ha segnato il Paese tra il 1964 e il 1985, nemico dei principi democratici, l’ex presidente ha descritto nel 2019 il colonnello Carlos Alberto Ustra, condannato per atti di tortura e barbarie dalla giustizia brasiliana, come un “eroe nazionale”. Dilma Roussef, presidente del Brasile dal 2011 al 2016, è stata torturata dai servizi di Ustra quando era una giovane militante rivoluzionaria contraria all’autocrazia dei generali.[6]
Dopo quattro anni di governo, il bilancio di Bolsonaro è singolarmente negativo, segnato dall’ultraconservatorismo, dal rafforzamento del potere della Chiesa evangelica, dall’incitamento all’odio contro le persone di colore, le donne, la diversità sessuale e la sinistra.[7] La sua gestione catastrofica della pandemia di Covid-19 ha reso il Brasile uno dei paesi al mondo con il più alto tasso di mortalità al mondo. Le sue politiche antisociali hanno fatto salire alle stelle il tasso di povertà, con 33 milioni di persone che muoiono di fame. Sotto il suo mandato, la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto livelli senza precedenti, con un aumento del 60%, distruggendo le terre indigene e causando preoccupazione nella comunità mondiale. A livello internazionale, le sue politiche hanno causato l’indebolimento dei legami con molti paesi.[8]
Nonostante la trasparenza delle elezioni del 2022, Bolsonaro si è sempre rifiutato di riconoscere la vittoria del suo avversario, diffondendo voci di brogli e riscaldando il suo elettorato, che dal 2022 ha moltiplicato le azioni violente, in particolare il blocco delle strade. Inoltre, da allora, centinaia di persone si sono accampate davanti al quartier generale dell’esercito a Brasilia scandendo lo slogan “S.O.S. Armed Forces”, chiedendo esplicitamente un intervento militare per violare la legalità costituzionale e impedire l’accesso al potere di Lula il 1° gennaio 2023, il tutto con il tacito accordo di Bolsonaro.[9] Inoltre, il presidente uscente non ha esitato a esercitare forti pressioni sul Tribunale elettorale superiore affinché annullasse le elezioni. Ma il TSE ha rifiutato di cedere alle minacce e ha convalidato il controllo, denunciando l’azione di Bolsonaro e descrivendo le sue accuse come “ridicole e illegali” e “apparentemente cospiratorie contro lo stato di diritto democratico”. Anche il Ministero della Difesa ha concluso che non vi era alcuna frode in un rapporto del novembre 2022.[10]
Il 30 dicembre 2022, due giorni prima della cerimonia di insediamento di Lula, Bolsonaro ha lasciato il Paese per gli Stati Uniti, rifiutandosi di rispettare la tradizione repubblicana di consegnare la fascia al suo successore, simbolo di una transizione pacifica. Era la prima volta dall’avvento della democrazia nel 1985 che un presidente uscente si rifiutava di salutare il nuovo presidente. Quell’anno, il generale Joao Figueredo, ultimo capo della giunta militare, rifiutò di partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente eletto José Sarney.[11] L’atteggiamento di Bolsonaro è stato criticato pubblicamente anche dal suo vicepresidente uscente, il generale Hamilton Mourao: “I leader che dovrebbero rassicurare e unire la nazione attorno a un progetto Paese hanno permesso che il loro silenzio o la loro leadership inopportuna e dannosa creassero un clima di caos e disgregazione sociale”. [12]
Il 1° gennaio 2023, la cerimonia di inaugurazione ha riunito numerose delegazioni ufficiali di tutto il mondo per assistere all’insediamento di Lula a Presidente della Repubblica, che ha illustrato il sostegno internazionale al nuovo potere. Centinaia di migliaia di brasiliani si sono recati nella capitale per accogliere l’avvento di un’era diversa per il Brasile, segnata da quattro anni difficili. Per simboleggiare il nuovo palcoscenico per il popolo brasiliano, soprattutto per le categorie più indigenti, Lula ha scelto una netturbina di 33 anni, Aline Sousa, per regalarle la fascia presidenziale.[13]
Nel suo discorso di insediamento, Lula ha ricordato la lunga e difficile battaglia che lo ha portato alla vittoria, denunciando l’utilizzo di fondi pubblici a fini elettorali. Ha intentato una causa contro il governo uscente per “aver distrutto le politiche pubbliche che promuovevano la cittadinanza, i diritti essenziali, la salute e l’istruzione”. Ha promesso ai brasiliani «una vita dignitosa, senza fame, con accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria e all’istruzione».[14]
Una settimana dopo, l’8 gennaio 2023, migliaia di attivisti di estrema destra si sono riuniti nella capitale, Brasilia, in quella che era chiaramente un’operazione attentamente pianificata. Hanno lanciato un assalto durato diverse ore contro le tre principali istituzioni democratiche del paese, il Congresso, il Palazzo Presidenziale e la Corte Suprema, tre gioielli della Plaza de los Tres Poderes, costruita dall’architetto Oscar Niemeyer, saccheggiando i locali e distruggendo opere d’arte di valore incalcolabile, con l’obiettivo di infrangere la legalità costituzionale. A quasi due anni esatti dall’attacco al Campidoglio di Washington da parte dei sostenitori di Donald Trump che si sono rifiutati di riconoscere il risultato delle elezioni, il Brasile ha vissuto lo stesso drammatico episodio. La comunità internazionale ha condannato all’unanimità l’attacco contro lo stato di diritto.[15]
Il presidente Lula ha firmato un decreto che delega la sicurezza della capitale alle autorità federali fino alla fine di gennaio 2023.[16] Fino a 1.200 persone sono state arrestate e la Corte Suprema ha ordinato lo smantellamento dei campi golpisti entro 24 ore.[17]
Le responsabilità
Nonostante le sue smentite, il principale autore intellettuale di questo tentativo di golpe è lo stesso presidente uscente.[18] Bolsonaro, infatti, ha più volte messo in discussione i risultati elettorali unanimemente riconosciuti, alimentando le fiamme del risentimento tra i suoi sostenitori e galvanizzando i settori più radicali tentati dall’illegalità. Come osserva il New York Times, l’assalto è stato “il violento culmine degli implacabili attacchi retorici di Bolsonaro al sistema elettorale del paese”.[19] Da parte sua, la CNN ha sottolineato che “Bolsonaro ha costantemente messo in dubbio la legittimità del voto, senza presentare alcuna prova”.[20] L’ex capo dello Stato ha così aperto la strada a un’azione violenta senza precedenti nella storia del Brasile democratico. Attraverso il suo avvocato, ha insistito nel descrivere gli eventi come un “movimento sociale spontaneo guidato dalla popolazione”. La Suprema Corte ha annunciato l’apertura di un’inchiesta nei suoi confronti. Secondo la stampa statunitense, “non c’è dubbio che abbia ispirato le circa 5.000 persone presenti alla manifestazione che è diventata violenta”.[21] Oltre alla responsabilità di Bolsonaro, c’è anche quella dei gruppi che hanno fornito supporto materiale e finanziario per l’organizzazione di tale operazione.
I servizi di intelligence avevano senza dubbio tutte le informazioni necessarie sui progetti violenti dei militanti di Bolsonaro. Ad esempio, numerosi messaggi circolati su Telegram e WhatsApp invitavano ad “attaccare infrastrutture strategiche, come raffinerie di petrolio e costruire barricate”. Non c’è dubbio che i gruppi di manifestanti siano stati infiltrati da agenti dei servizi segreti, come avviene in qualsiasi Paese del mondo. Così, secondo una nota della polizia militare di Brasilia, tra venerdì 6 gennaio e domenica 8 gennaio 2023 sono arrivati ??nella capitale non meno di 100 autobus con più di 4.000 persone.[22] Tuttavia, non sono state prese misure per arrestare gli organizzatori e prevenire l’attacco.
Inoltre, la responsabilità dell’esercito è palesemente compromessa, avendo accettato la presenza del partito golpista, che invocava la rottura dell’ordine costituzionale, per più di dieci settimane in una zona di sicurezza nazionale. Inoltre, il giorno dei disordini, il battaglione della guardia presidenziale di stanza stabilmente nel Palazzo del Capo dello Stato non ha ritenuto opportuno intervenire per impedire l’invasione. Questi soldati “hanno persino impedito, in diverse occasioni, alla polizia di arrestare i rivoltosi”, secondo Le Monde.[23]
Allo stesso modo, non ci sono dubbi sulla responsabilità delle forze dell’ordine che dovevano proteggere la capitale. Il contingente di polizia presente a Brasilia era molto inferiore a quello necessario per presidiare le diverse istituzioni della democrazia brasiliana. Il rischio di incidenti era altissimo data la massiccia e bellicosa presenza degli estremisti di Bolsonaro. Il 6 gennaio si era tenuto un incontro tra Flavio Dino, nuovo ministro della Giustizia, e le autorità locali, tra cui il governatore di Brasilia, Ibaneis Rocha, e il capo della sicurezza di Brasilia, Anderson Torres, e si era raggiunto un accordo su il numero di agenti che sarebbero schierati a protezione delle istituzioni in previsione della manifestazione di domenica. Tuttavia, contro ogni previsione, il contingente presente era molto inferiore a quanto concordato. Il ministro Dino ha denunciato un cambiamento dell’ultima ora, senza alcuna spiegazione da parte delle autorità di Brasilia.[24] Così, mentre la spianata avrebbe dovuto essere chiusa ai manifestanti, il governatore Rocha ha deciso all’ultimo momento di aprirla. Il ministro della Giustizia lo ha saputo solo dalla stampa.[25] Invece di adempiere alla loro missione di proteggere l’area, la polizia si è distinta per la sua inerzia e persino per la sua complicità con i golpisti. Il New York Times ha espresso il suo stupore: “Sono circolati video online che mostrano gli ufficiali presenti che sembrano scortare i manifestanti agli edifici federali e si fermano per fare selfie con loro.”[26] Il presidente Lula ha denunciato “l’esplicita collusione della polizia con i manifestanti”. La magistratura brasiliana ha già iniziato ad agire arrestando il responsabile della sicurezza nella capitale.[27]
Inizialmente, la Corte Suprema ha sospeso per 90 giorni il Governatore Torres di Brasilia, convinto sostenitore di Bolsonaro ed ex Ministro della Giustizia.[28] Ma la polizia ha scoperto a casa sua una bozza di decreto presidenziale volta ad annullare l’elezione di Lula attraverso un’acquisizione federale del Tribunale elettorale superiore, scatenando uno scandalo senza precedenti in Brasile. Il documento non datato portava alla fine il nome di Bolsonaro con uno spazio riservato alla sua firma. La Torres, in un goffo tentativo di difesa, chiese che il documento non fosse giudicato “fuori contesto”, riconoscendo così la paternità del progetto e l’autenticità del documento destinato a preparare un golpe. È stato immediatamente arrestato dalle autorità, in attesa del processo.[29]
Il codice penale francese
In qualsiasi democrazia occidentale gli eventi dell’8 gennaio sarebbero punibili con dure pene detentive. Ad esempio, secondo l’articolo 412-1 del codice penale francese, “chi commette uno o più atti di violenza suscettibili di mettere in pericolo le istituzioni della Repubblica” è “punito con trenta anni di reclusione penale e una multa di 450.000 euro”. Inoltre, le pene sono elevate all’ergastolo e alla multa di 750.000 euro se i fatti sono “commessi da persona che detiene pubblici poteri”. L’articolo 412-4 prevede una pena di “quindici anni di reclusione e una multa di 225.000 euro per aver partecipato a un movimento insurrezionale”. Quest’ultimo è definito come: “occupare con la forza o con l’inganno o distruggere qualsiasi edificio o struttura; fornire trasporto, sostentamento o comunicazioni agli insorti; riunire gli insorti con ogni mezzo».[30]
Il tentativo di golpe orchestrato dai sostenitori di Bolsonaro illustra il vero volto dell’estrema destra, incapace di rispettare i principi democratici quando il voto popolare è contrario. In un Paese che porta ancora le dolorose cicatrici di due decenni di dittatura militare, fratturato e polarizzato dal governo uscente, la missione del presidente Lula è recuperare la necessaria coesione nazionale e ricordare a tutti i brasiliani, indipendentemente dalle loro inclinazioni politiche, che la nazione appartiene a tutti e che ha il dovere morale di vigilare sulle categorie più fragili. “Ordine e progresso” è il motto repubblicano del Brasile.
Appunti:
[1] Agence France-Presse, “Congratulazioni versate per il presidente eletto del Brasile Lula”, 31 ottobre 2022.
[2] Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, “Brasile: i procedimenti penali contro l’ex presidente Lula da Silva hanno violato le garanzie del giusto processo, rileva il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite”, Nazioni Unite, 28 aprile 2022. https://www.ohchr.org/en/press-releases/2022/04/brazil-criminal-proceedings-against-ex-president-lula-da-silva-violated (visitato il 18 gennaio 2023).
[3] Glenn Greenwald & Victor Poury, «Trama nascosta. Esclusivo: i migliori procuratori brasiliani che hanno incriminato Lula hanno tramato in messaggi segreti per impedire al suo partito di vincere le elezioni del 2018”, The Intercept, 9 gennaio 2019. https://theintercept.com/2019/06/09/brazil-car-wash – procuratori-lavoratori-partito-lula/ (sito visitato il 16 gennaio 2023).
[4] Reuters, “Giudice brasiliano ordina il rilascio dalla prigione dell’ex presidente Lula”, 8 novembre 2019.
[5] Jack Nicas e Carly Olson, “Whois Jair Bolsonaro”, The New York Times, 8 gennaio 2023.
[6] Reuters, “Il Bolsonaro brasiliano esalta il torturatore condannato come un ‘eroe nazionale'”, 8 agosto 2019.
[7] Jack Nicas e Carly Olson, “Whois Jair Bolsonaro”, The New York Times, 8 gennaio 2023.
[8] Heriberto Araujo, “Per Lula e il mondo, inizia il duro lavoro di salvare l’Amazzonia”, The New York Times, 31 dicembre 2022; Ecole de Politique Appliquée, “Election présidentielle au Brésil: le retour historique de Lula”, Faculté de Lettres et Sciences Humaines, Université de Sherbrook, 8 novembre 2022. https://perspective.usherbrooke.ca/bilan/servlet/BMAnalyse/ 3324 (sito visitato il 16 gennaio 2023).
[9] Vanessa Barbara, “The ‘Trump of the Tropics’ Goes Bust”, The New York Times, 9 gennaio 2023.
[10] Rob Picheta, “Il violento attacco al governo brasiliano era in preparazione da mesi. Ecco cosa devi sapere”, CNN, 9 gennaio 2023.
[11]AFP/Le Point, “Brasile: Bolsonaro s’envole pour les Etats-Unis avant la fin de son mandat”, 31 dicembre 2022.
[12] Jack Nicas e André Spigariol, “Lula diventa presidente del Brasile, con Bolsonaro in Florida”, The New York Times, 1 gennaio 2023.
[13] Jack Nicas e André Spigariol, “Lula diventa presidente del Brasile, con Bolsonaro in Florida”, The New York Times, 1 gennaio 2023.
[14] Lula da Silva, “Discurso de posse do presidente Lula no Congreso Nacional”, 1 gennaio 2023. https://lula.com.br/discurso-de-posse-lula-2023/ (sito visitato il 16 gennaio 2023).
[15]The New York Times, “I governi condannano le proteste in Brasile”, 8 gennaio 2023; Jack Nicas e André Spigariol, “I sostenitori di Bolsonaro assediano la capitale del Brasile”, The New York Times, 8 gennaio 2023.
[16] David Biller, “Le autorità indagano su chi c’era dietro la rivolta nella capitale del Brasile”, Associated Press, 9 gennaio 2023.
[17] Ana Ionova e Jack Nicas, “Ecco le ultime novità sulla rivolta nella capitale brasiliana”, The New York Times, 9 gennaio 2023.
[18] Jack Nicas, “Bolsonaro è stato rintanato a migliaia di miglia di distanza in Florida”, The New York Times, 8 gennaio 2023.
[19] Jack Nicas e André Spigariol, “Cosa c’è da sapere sulla protesta alimentata da false affermazioni di brogli elettorali”, The New York Times, 8 gennaio 2023.
[20] Rob Picheta, “Il violento attacco al governo brasiliano era in preparazione da mesi. Ecco cosa devi sapere”, CNN, 9 gennaio 2023.
[21] Jack Nicas e André Spigariol, “Bolsonaro affronta un’indagine per aver ispirato la rivolta nella capitale del Brasile”, The New York Times, 13 gennaio 2023.
[22] Alan Yuhas, “Cosa sappiamo delle indagini sulle proteste in Brasile”, The New York Times, 9 gennaio 2023.
[23] Bruno Meyerfeld, “Au Brésil, les limites de la purge de Lula dans l’armée, après les émeutes du 8 janvier”, Le Monde, 21 gennaio 2023.
[24] Jack Nicas, “Cosa ha portato a un attacco di massa alla capitale del Brasile? Mass Delusion”, The New York Times, 9 gennaio 2023.
[25] Jack Nicas e Simon Romero, “‘Moriremo per il Brasile’: come una folla di estrema destra ha cercato di cacciare Lula”, The New York Times, 13 gennaio 2023.
[26] Amanda Taud, “Una domanda vitale per la democrazia brasiliana: dov’era la polizia? », The New York Times, 11 gennaio 2023.
[27] Tara John Rodrigo Pedroso e Kareem El Damanhoury, “Il presidente brasiliano Lula critica la polizia per la violazione degli edifici governativi da parte dei manifestanti”, CNN, 10 gennaio 2023.
[28] Reuters, “L’Alta Corte brasiliana rimuove il governatore di Brasilia per le rivolte pro-Bolsonaro”, 8 gennaio 2023.
[29] Agence France-Presse, “Election au Brésil: révelations compromettantes dans l’entourage de Bolsonaro”, 13 gennaio 2023; Le Monde, “Au Brésil, Anderson Torres, ex ministro della giustizia di Jair Bolsonaro, a été arrêté”, 14 gennaio 2023.
[30] Codice penale francese, «articoli 412-1 e 412-4». https://www.legifrance.gouv.fr/codes/section_lc/LEGITEXT000006070719/LEGISCTA000006136044/#LEGISCTA000006136044 (sito visitato il 18 gennaio 2023).
]]>Altri cinque ambulanze attendono lo stesso trattamento per poter raggiungere l’isola di Cuba.
Per questo ci rivolgiamo ancora alla vostra generosità.
Per contribuire lo si può fare con un bonifico bancario intestato a:
Filorosso odv. con causale: “Donazione Ambulanze Emergenza per Cuba”
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Grazie e buone feste
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