«Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!
Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi?
Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.
Dai loro frutti dunque li riconoscerete»
(Mt 7, 15-20)
I frutti menzionati sono l’uva, da cui si produce il vino, il sangue di quel Cristo che sacrifica la vita per noi, per far sì che la vita scorra in noi, e il fico, noto ai popoli dell’antichità e nell’Antico Testamento come simbolo di fertilità e vita gioiosa, emblema della luce, della forza, della conoscenza, dell’immortalità. Inoltre, il fico rappresenta anche l’asse del mondo che collega la terra al cielo.
L’uva viene accostata agli spini e i fichi ai rovi; l’albero marcio viene gettato tra le fiamme! Una simbologia completa in grado di ricreare un’atmosfera infernale. Infatti, il sentiero del mio pensiero, leggendo questo Vangelo, conduce verso l’opera del Sommo Poeta: La Divina Commedia.
In particolare, è proprio nell’Inferno, al Canto XIII, nel girone dei suicidi e degli scialacquatori in cui l’ambientazione è resa cupa e spaventosa dalla presenza invadente di rovi, sterpi, spine, rami di pruni irti e avviluppati su sé stessi. Rami fragili e delicati che al loro spezzarsi producono urla di dolore poiché dentro queste piante risiede l’anima di coloro che hanno commesso violenza contro il proprio corpo: i suicidi.
Questi dannati subiscono la pena eterna di non aver più corpo alcuno, bensì solo un’anima bloccata nell’immobilità di una pianta malsana e improduttiva.
“Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco:”
V.v. 4-6, Canto XIII, Divina Commedia
Non c’era nulla di verde, il colore brillante della natura, ma tutto era cupo e spento. Le piante, gli alberi non avevano rami dritti, ma annodati e intricati tra loro. Non c’erano frutti, ma spine avvelenate.
Mi piace immaginare che Dante abbia letto questo passo del Vangelo e insieme alle numerose simbologie legate all’accostamento uomo/albero sia stato in grado di realizzare questo Canto tanto meraviglioso quanto violento, dove con parole dure ci dice che
l’uomo inconcludente e misero è come un albero marcio che addirittura non produce né frutti né vivi di colori.
È un’esistenza già morta, spenta, avvelenata!
Dante conduce il suo viaggio nell’aldilà non per mostrarci quello che ci aspetta, bensì per restituirci uno sguardo nuovo nei confronti della vita: un manuale supremo del comportamento dell’uomo.
La Commedia come il Vangelo parla ancora e parlerà in eterno, siccome tratta di una materia che, in fin dei conti, rimane nei secoli dei secoli: la strada dell’uomo verso l’infinito, verso l’eterno e quindi verso Dio.
E la ricerca di Dio cos’è se non la ricerca d’amore: un’intricata e immensa meta portatrice di vitalità in grado di dipingere le nostre vite di un colore verde brillante.
Gesù ci dice di avere pazienza, di osservare, di vivere sempre curiosi e attenti di ciò che ci circonda e delle persone di cui ci circondiamo, perché un albero fa germogliare i suoi frutti, lentamente, col tempo, durante la stagione adatta, dopo essersi sottomesso al dominio delle stagioni, secche o gelide. Gli uomini compiono azioni, scelte, opere nascondendole dietro maschere di bontà e di moralismi.
Ma cosa li renderà realmente credibili se non il risultato e il gusto dei loro frutti?
Quindi se siamo costretti ad aspettare la stagione dei frutti degli alberi, ci sarà sempre un tempo in cui i lupi ci sbraneranno? Il tempo in cui non riusciremo a essere divorati dalle menzogne delle pecore travestite? Non credo sia proprio così!
Perché grazie a Dio, grazie a Dante, grazie ai loro frutti eternamente maturi, perpetui nella loro impossibilità di decomporsi, anzi, in grado di rinnovarsi e resuscitare ogni giorno, rimanendo aderenti alla contemporaneità, abbiamo l’occasione di cogliere preziosi consigli per vivere da uomini veri, ricchi, capaci di distinguere coloro che potrebbero ingannarci senza dover subir prima l’inganno. Ci donano l’esperienza.
L’esperienza per vivere da uomini giusti.
Dopo aver attinto dai loro alberi sempre verdi, è utile e genuino coltivare i semi dei loro frutti nel nostro campo, nel piccolo orticello, per far germogliare il Bene: aspra impresa su cui lavorare con la dura fatica dei contadini.
Matteo Malaisi
]]>Eppure, nonostante le parole non bastino, il cuore spinge perché qualcosa venga fuori. Perché la sorpresa e lo stupore, quei segni con cui il Signore parla, non possono non fare rumore. Nonostante si concretizzino proprio in assenza di rumore e giungano al cuore con la delicatezza di quella brezza leggera, il “suono del silenzio”, di cui il Profeta Elia fece esperienza e nel quale riconobbe la presenza di Dio.
Il mio suono del silenzio, la mia brezza leggera sono stati l’imprevisto e l’inaspettato. L’imprevisto e l’inaspettato di un incontro, in un giorno apparentemente qualsiasi e ordinariamente normale, in cui Dio si è nascosto per farmi un regalo, per portarmi lì, nel cuore della Vostra meravigliosa famiglia. Quel regalo che mi ha portato in dono un cuore in grado di saper parlare con quella tenerezza e sincerità, rare e difficili da trovare. E, per questo, capaci di sorprendere. Capaci di lasciare il segno, di toccare nel profondo e consegnare quelle parole che, qualche tempo dopo, si sarebbero rivelate fondamentali:
“Non fermarti”.
In quelle parole, la comprensione ed un invito.
E, così, mi sono fidata. E, così, i passi, fermi e un po’ scoraggiati, hanno ripreso il cammino.
Tanti piccoli passi e, dal primo Joy Day di dicembre, nuovi volti che, con il tempo, sono diventati visi amici. Coraggio e sorriso nella quotidianità. Vicinanza vera e amicizia preziosa. Speranza anche nelle giornate più difficili e complicate. Piccoli passi per piccoli traguardi, che si fanno piccole chiamate.
Perché il cuore faccia sosta e, soprattutto, faccia esperienza vera di Dio, attraverso gli sguardi, i sorrisi, gli abbracci, la gioia e l’affetto delle nuove persone incontrate in questi cinque giorni di grazia vera, tangibile, reale.
Cinque giorni in cui la preghiera ed il lavoro, il silenzio e la condivisione, la leggerezza di momenti divertenti e la profondità di attimi irripetibili si sono mescolati, sublimati e toccati. Fino a colorarsi di un amore speciale. Un amore che ha saputo commuovere e toccare. In grado, addirittura, di far male, quando si è fatto vicinanza profonda. Quando ha raggiunto quei punti del cuore a cui, spesso, non si ha il coraggio di guardare.
Quell’amore che sa rimetterti al “centro”, anche quando vorresti stare nell’angolo, perché non hai mai vissuto per “essere vista”. Un amore che ti rimette al centro, appunto.
Come mi è stato suggerito da chi mi ha riportato alla mente quell’episodio
in cui Gesù mette in mezzo, pone l’attenzione, su quell’uomo dalla mano paralizzata, per guarirlo.
E questa immagine, insieme a quel “Non fermarti”, hanno accompagnato questi giorni, in ogni istante: quando ero in compagnia; quando ero sola davanti a Gesù; quando mi sono trovata a ridere e a scherzare; quando ho buttato lo sguardo al di là, per ammirare l’alba o il tramonto; quando, di sera, ho alzato lo sguardo per cercare le stelle, perdendomi nei pensieri.
Con la certezza che il Signore mi parlava ancora una volta.
Con la consapevolezza che mi stava restituendo, immeritatamente, momenti, attimi, situazioni che, spesso, in passato mi erano scivolati di mano.
Con la rinnovata e costante gratitudine per quell’imprevisto ed inaspettato che, per la prima volta, non hanno generato paura. Che, invece, hanno aperto una nuova via.
Perché il passato non facesse più rumore.
Perché il presente si colorasse di quell’amore che, nella brezza leggera, nel suono del silenzio, si è fatta la voce di un cuore che ha sussurrato:
“Non sei sola”
Ivana Notarangelo
]]>Una vacanza alternativa, strutturata in una settimana, per chi voleva ricaricarsi spiritualmente e umanamente.
Dal 10 giugno fino al 24 luglio, sono arrivate persone da tutta Italia: coppie, famiglie, single…
Ogni settimana, un gruppo nuovo da conoscere, accompagnare, ascoltare e donare ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto: l’incontro con l’Amore di Dio che ha cambiato le nostre vite.
E siamo contenti, leggendo le varie testimonianze, di come Lui si è rivelato al cuore di chi lo cerca.
La giornata iniziava con la Meditazione del vangelo, seduti tutti insieme in cerchio all’aperto. Così come Chiara ci ha insegnato quando vivevamo in comunità. Un modo molto semplice di condividere la Parola e di conoscere se stessi e gli altri nella verità. La giornata era poi libera tra relax, mare, escursioni e alla sera alle 19:00 ci si ritrovava al solito posto in cerchio per il “rosario time”.
Il lunedì mattina, c’era un momento di formazione con il metodo del Bibliodramma sul tema: “Venite in disparte e riposatevi un po’ , un tempo in cui ogni persona ha potuto fare esperienza intima della Parola, condividere con gli altri e ritrovare se stessi.
Al mercoledì sera, il momento della “Luce nella Notte” gestita e animata dal gruppo di Nuovi Orizzonti di Vasto.
E al giovedì mattina una “escursione-meditazione” nella natura di Punta Aderci.
Sabato mattina poi alle 9:00 partenza e alle 16:00 nuovi arrivi .
Non conoscevo Gesù, se non storicamente, non avevo avuto il piacere di stringere amicizia con Lui perché non vedevo che camminava al mio fianco.
Quest’anno a metà giugno: ho una settimana di ferie, voglio andare al mare con il mio bellissimo figliolo, Lorenzo, otto anni quasi terminati, otto anni di energie fisiche inesauribili, le sue; otto anni di energie agli sgoccioli, le mie. ADHD lui, grave; esaurita e depressa io, ad alti e bassi.
Ma parto, vado in villaggio con Lore, per fargli fare i bagnetti al mare e in piscina. La sera prima della partenza perdiamo un pezzo della “parafamiglia” che formavamo fino ad allora. Partiamo ugualmente, per orgoglio, per paura di rimanere una settimana a battere la testa al muro.
Partiamo. Decido di restare ad “oltranza”, uno, due, quattro giorni, non mi pongo obiettivi, perché mi mandano in ansia e poi in frustrazione, un po’ come accade nell’autismo-medio-moderato-verbale di mio figlio.
Scelgo Vasto, e il villaggio “grotta del Saraceno” perché consigliato dagli assistenti che seguono mio figlio. In quanto un villaggio molto spazioso e adatto a ragazzi come lui. In autostrada ho momenti di sconforto e paura, Lorenzo mi succhia la linfa vitale con la cannuccia.
“E se mi succhia la vita e non riesco a ricaricare? Che faccio?” mi chiedo. Non abbiamo avuto bisogno di nulla di tutto ciò.
Era già tutto pronto per noi.
Non sapevamo che il nostro bungalow fosse adiacente, il più vicino, a quello di Maurizio e Maurizia, che erano lì per vivere con Cristo tutto il giorno, per pregare, per portare il Vangelo nelle nostre giornate di vacanzieri, per aiutare a scandire i momenti tra ulivi, rosari in riva al mare, piscina, testimonianze, mare di sassi, grazie, mare di sabbia, sguardi limpidi, cuori tenuti tra le mani.
Conosciamo gli altri partecipanti alla vacanza, siamo accolti, ci uniamo a loro, siamo un corpo solo;
tante teste, molti cuori, ma un corpo solo.
Insieme, la mattina al Vangelo, la sera al rosario e poi al teatro degli animatori a giocare e poi nel gruppo wathsapp e poi sulla terrazza panoramica a trasferirsi le storie di vita e poi a fare l’escursione nel silenzio, insieme, un corpo solo.
Gesù è Dio sulla terra. L’ho compreso davanti al Santissimo Sacramento una sera in ginocchio insieme a Maurizia.
Gesù è la vita che abbiamo vissuto Lorenzo ed io nel villaggio di Vasto.
L’ho portato a casa con me, con noi, lo invoco la mattina nella disperazione e lo prego con Sua Madre la sera alle 19 nella chiesa del mio paese.
Ho incontrato Gesù in una vacanza di giugno con mio figlio a Vasto.
Chiara
Noi come famiglia possiamo solo dire un grazie immenso di cielo, perché
ci siamo sentiti in famiglia, tra famiglie….
Ci portiamo a casa l’Amore e l’Unità che abbiamo respirato e con i nostri limiti abbiamo donato. Fare una vacanza così tra cielo e terra ne vale mille di vacanze… è da rifare e da diffondere
questo stile di vacanza che abbraccia il corpo e lo spirito…
Siamo grati a tutti i sorrisi che abbiamo incontrato e ricevuto…Vi salutiamo uno per uno; un abbraccione ai Maurizi che ci hanno permesso e donato questa opportunità di riposo…
Anna, Antonio, Emmanuel e Michelangelo
Da questa vacanza mi porto a casa la gioia di avere avuto il coraggio, durante il bibliodramma, e anche in altre occasioni, di portare alla luce le mie miserie.
Già solo l’avermi ascoltato mi ha fatto sentire accolto così come sono e non giudicato.
Ho visto esempi di amore e di coraggio che mi daranno la forza di perseverare nel mio cammino verso l’amore incondizionato di Dio e verso la gioia piena, quella vera.
Grazie a tutti e ad ognuno per questa esperienza di luce.
Massimo
Libertà, gioia, mandato.
Queste le tre parole che riassumono la vacanza cristiana organizzata da Nuovi Orizzonti a Vasto a cui ho partecipato la settimana scorsa.
La vacanza si e’ aperta il 12 giugno e la caratteristica vincente è che, pur lasciando Vasto sabato 19, non si è ancora conclusa lasciandoci con un benefit unico: si entra in vacanza e si può non uscirne più!
Credo sia un regalo unico.
Dipende da noi ovviamente … siamo nella Libertà, viviamo nella gioia e accettiamo il mandato di trasmettere ai nostri fratelli e sorelle questa formula: Villaggio eterno.
Francesca
Che bella vacanza! La più bella della mia vita!
Non mi stancavo mai, io che ho scritto su un foglio “sono stanca”! Non ho più accusato stanchezza. Le parole di Maurizio e Maurizia mi entravano dritto nel mio intimo. Non ho mai sentito il cinguettio degli uccelli sugli alberi d’uliveto.. così belli! Prima mi infastidivano invece nel villaggio di Gesù…
mi travolgevano di gioia.. ho pianto… ho riso… mi sono messa in gioco dei miei innumerevoli difetti.
Ma poi nuovamente quei suoni meravigliosi… quel profumo…i miei compagni di viaggio che amerò come non mai!
E ne voglio amare tanti e tanti altri. Grazie, Gesù.
Maria Assunta
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Riposo che diventa ricerca, scoperta e gioia di ritornare a casa, la mia casa: quella che mi abita e quella in cui fisicamente ogni giorno vivo.
Ecco, i miei cinque giorni di corso a San Miniato sono stati questo!
La mia prima volta da sola, eppure in squisita compagnia.
Sono arrivata stanca in ogni senso ma decisa a fare qualcosa per me, qualcosa che mi aiutasse a registrare nuovamente la rotta in maniera sicura.
Ho trovato accoglienza, famiglia, semplicità, verità, tranquillità.
Ho trovato aiuto, guida, sostegno, conforto.
Ho trovato amici e ho ritrovato fratelli. Ho trovato competenza e attenzione.
Ho trovato cura.
Come? Mi sono lasciata accompagnare e coccolare.
Mi sono fidata, mi sono concessa di guardarmi e di ascoltarmi.
È così che ho ritrovato la serenità che stava vacillando e ho rinvigorito la gioia che rischiava di affievolirsi.
Mi porto a casa un cuore che vuole respirare e uno sguardo che vuole restare alto, il desiderio di non fuggire da me, la consapevolezza di avere il dovere di scegliere e di agire senza dare sempre in questo la precedenza ad altri o ad altro.
Non posso più accodarmi né accomodarmi. Sono già capace di cedere il passo e di indietreggiare quando necessario, ma ora so che devo imparare a fare io il primo passo per me, nel rispetto di me e del mio sentire perché è indispensabile in tante circostanze.
E allora… ascolto, rifletto, sento, elaboro e vado!
Mi ri-centro, resto “qui“,
vivo “l’ora“.
Grazie a tutti coloro che incontrato in questi giorni, grazie a tutti quelli che hanno lavorato per me e con me, grazie per ogni sguardo e per ogni sorriso…
e grazie a Te, Signore Gesù, che hai acceso in me il desiderio di vivere quest’esperienza di Grazia.
Paola Esposito
]]>Grazie ad un progetto “Ripartire… insieme verso Nuovi Orizzonti” finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le politiche della famiglia – abbiamo aperto il cancello
a circa 40 bambini,dai 3 ai 12 anni
abitanti nel territorio di Frosinone e zone limitrofe.
E’ stata un’emozione vedere così tanti bambini accompagnati dai loro famigliari animare la Cittadella Cielo dopo tanti mesi di chiusura.
Ogni mattina dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 14, i bambini erano impegnati in varie attività laboratoriali,
teatro e lettura fiabe, musica, judo, arte, attività di peer education e tanto gioco.
Inoltre, una volta alla settimana, abbiamo programmato uscite culturali e ricreative presso musei, parchi e piscine del territorio.
E’ stata un’esperienza davvero bella ed importante, prima di tutto per
l’opportunità di socializzazione che è stata data ai bambini,
dopo un periodo davvero difficile durante il quale hanno sofferto la mancanza di spazi liberi di gioco e socializzazione e inoltre per aver dato l’opportunità a tante famiglie di poter offrire ai propri figli in un percorso curato, stimolante e gioioso.
Ed infine, è stato importante anche per Cittadella Cielo ed i suoi “abitanti” aprire le porte ai più piccoli e farsi distrarre dalle loro risate, dal chiasso tipico dei piccoli e farsi incuriosire dalle belle attività in cui ogni giorno erano occupati.
Grazie ad una affiatatissima equipe di educatori ed istruttori,
è stato possibile creare un ambiente sereno, accogliente e famigliare dove i bambini si sono trovati bene tanto che a fine giornata non volevano andarsene.
Per rispettare le attuali normative anti-Covid, non abbiamo potuto rivolgere le attività educative anche agli adolescenti, altra fascia di ragazzi bisognosa di spazi,
ma diversi di loro hanno dato la propria disponibilità, in modo volontario, a stare con i bambini supportando gli educatori.
Questo clima di apertura è stato tanto positivo, perché il messaggio che arrivava loro era: C’è posto per tutti e ciascuno ha il suo posto.
Di questo sono maestri i piccoli che ci insegnano a non giudicare, ad aprire le porte, ad andare incontro all’altro, ad essere un po’ disordinati, curiosi e non troppo rigidi, perché la cosa più importante è che tutti stiano bene, sorridano e nessuno pianga.
Come coordinatrice del Centro estivo è stato per me entusiasmante pensare, insieme agli altri educatori, e realizzare laboratori in cui i bambini si sentissero coinvolti
e potessero scoprire qualcosa di sé e dell’altro.
Come mamma di tre bambini che hanno partecipato al percorso è stato altrettanto bello vederli contenti di partecipare e ben inseriti nel gruppo.
Come membro di Nuovi Orizzonti, trasferita a Frosinone da meno di un anno, è stato un onore ed un privilegio far parte di questo progetto e accogliere le emozioni dei bambini durante questo bellissimo periodo in cui hanno “abitato” Cittadella Cielo.
Un bambino di 7 anni ha dato alla nostra Cittadella questa definizione: “Cittadella per me è il centro della gioia!”
Evviva i piccoli che hanno tanto da insegnarci!!
Paola Rizzo
Mi persi nel mondo delle emozioni che mai si erano rivelate più sincere.
Era un abbraccio che poteva durare per sempre, un abbraccio dentro cui trovavo rifugio dai pensieri, dalle preoccupazioni, dai giudizi…
I nostri cuori effondevano una luce senza eguali, che a poco a poco andò a illuminare ogni linea del gesto. A quel bagliore si aggiunse una lacrima che si accese lieve prima di scivolarmi sul viso piccola e leggera, eppure tanto intensa.
Quelli erano gli attimi in cui ogni rancore, ogni ferita, ogni pianto del cuore si riversava in un buco nero destinato a sparire per sempre, ricucito di quella luce che sovrastava ogni cosa quasi per magia… quella magia che si crea solo con le amicizie, con l’affetto e con l’amore.
Poi un suono piacevole giunse alle mie orecchie interrompendo l’atmosfera che si era creata in quell’intreccio di braccia e cuori.
Era il canto di un passero che sostava lì accanto, e fu in quel momento che un raggio di sole ridente si intromise nella scena. Gli occhi mi si schiusero e tutto si disperse in un soffio. Ancora una volta una bella giornata, eppure costretti nei confini delle mura di casa, della solitudine e della quotidianità…
ancora una volta mi ero trovata a ricordare in sogno ciò di cui più percepivo la mancanza e il disperato bisogno della possibilità di trovare ristoro nelle persone a cui io volevo bene e che me ne volevano a loro volta.
Ma purtroppo per la società questo era l’ultimo dei beni che si dovesse desiderare.
Si parlava di emergenza: Paesi interi, nazioni, continenti caduti uno dopo l’altro come pedine di un domino.
Il mondo unito sotto lo stesso dramma… così unito ma mai come ora così diviso e isolato.
Nessuno si aspettava si potesse giungere a tanto… nessuno credeva che in così breve tempo l’emergenza sanitaria potesse mettere in crisi i singoli come le istituzioni, l’economia, la politica, tutti gli ambiti a noi vicini e lontani. Famiglie messe in ginocchio davanti ad aperture delle scuole a singhiozzo; professori costretti ad accettare la precarietà dell’istruzione dei propri alunni nascosti dietro ad uno schermo; ragazzi impossibilitati nel loro bisogno di spazi e movimento…
L’uomo è un essere sociale, improntato sul bisogno irrevocabile di affidarsi ed essere in relazione con gli altri.
Da questo si crea una fittissima rete di intrecci che ci lega al mondo intero, e in una situazione simile ciò si dimostra fatale. E’ sufficiente continuare la propria vita in tutte le sue sfumature a portare alla ribalta la salute fisica di tutti. Il sistema sanitario collassa non essendo più in grado di curare moltissimi malati, e non possiamo non tacere e soprattutto non agire.
A questo punto il rimedio è distruggere le vie di contatto, è porre limitazioni e misure di contenimento su tutti gli ambiti.
Purtroppo, però, è un’altalena in cerca di equilibrio dinamico… nelle restrizioni prendono vita paure, incertezze… si anima una continua ricerca destinata a fallire. In questa tensione la società si logora, i negozi chiudono e l’economia arrestata ha il volto di famiglie che popolano la nuova fascia di povertà.
Ma la vera povertà che si è creata è nell’individuo.
Nel cercare di uccidere il virus, senza fare distinzione tra ciò che è bene e ciò che è meglio, abbiamo intanto fatto morire tanto altro…
Disorientati nel luogo che meglio conosciamo; catapultati in una vita opposta alle libertà di cui sempre si è stati padroni; scombussolati e privi di una rotta dove dirigerci; appesi al filo delle decisioni politiche… In qualche modo tutti ci siamo ritrovati a vivere un periodo ricco della necessità di avere sempre di più, nulla era mai abbastanza; tutti ci siamo ritrovati a porci domande incapaci di trovarvi risposte; tutti abbiamo scoperto cosa sia la solitudine, ma una solitudine non solo dovuta dalla distanza dagli altri… ma anche alla distanza da noi stessi, da quei tratti del nostro carattere di cui pensavamo di essere padroni e sovrani.
Ciascuno, nel momento in cui ha davvero aperto gli occhi a questa realtà ed è stato costretto ad accettarla, ha reagito in modo diverso.
In situazioni familiari già precedentemente difficili ci si è trovati a vivere l’Inferno senza vie di fuga; c’è chi non ha potuto dire l’ultimo addio ad un malato che non si poteva andare a visitare; chi non ha saputo difendersi dalle proprie ansie e si è lasciato impossessare da un timore sempre crescente che lo ha portato a vedere l’amico come un possibile nemico. Qualcuno è caduto in mano alla noia spegnendo quella forza di vita che prima lo animava; qualche altro ha preferito l’indifferenza passando sopra a sentimenti e percezioni arrivando al punto di non saperle più riconoscere né potersene riappropriare, estraneo a tutti e ora anche a sé stesso… C’è chi ha avuto la fortuna almeno della compagnia della primavera e della vita che nessuno ha sottratto alla natura, ma altri hanno dovuto rinunciare persino a quella visione cadendo nella depressione di un mondo senza segreti da svelare.
A poco a poco, senza neppure rendercene conto, lamentela dopo lamentela
abbiamo perso la capacità di ringraziare.
A poco a poco ci siamo abituati alla facilità che c’è nell’essere apprezzati attraverso la tecnologia, al non poter origliare male parole sul nostro conto e ad essere spigliati e divertenti nelle relazioni. Abbiamo incominciato a non disdegnare l’idea di poter lavorare comodamente seduti su una poltrona, o di non doverci svegliare ore prima per sorriderci allo specchio ma apparire comunque perfetti. Quanto ci ha rilassati non dover essere sempre in ritardo per qualcosa, non doverci preoccupare di niente e di nessuno fuorchè noi stessi…
ma la verità è che se non aiutiamo gli altri non saremo in grado di soddisfare neppure la nostra ombra.
Per fortuna tra tutti qualcuno è rimasto desto, ha digrignato i denti e si è liberato degli schemi imposti dalla società.
E’ salito su un tetto per osservare ogni cosa da una prospettiva nuova e altrettanto vera. Chi mai avrebbe pensato si potesse trovare un severo allenatore nelle scale del proprio palazzo? Chi mai si sarebbe seduto a tavola con la propria famiglia a ogni pasto del giorno? Chi avrebbe provato a dare un senso alla moltitudine delle cianfrusaglie che si hanno in casa scoprendone l’ingegnosità?
Ci sono così tante cose che definiamo banali eppure non lo sono affatto.
Quanto è scontato oggi dire “grazie”,
e quanto invece non lo è soppesare davvero il carico di significato che ha questa semplice parola rendendoci conto realmente dell’amore e del sacrificio che le persone che ci sono accanto nella quotidianità fanno per noi ogni giorno, dedicandovi anima e corpo, che ci inducono a dirla.
Quanto ha perso valore dire “ti voglio bene”
guardandosi negli occhi, e scegliere di mettere qualcuno davanti a te per prendertene cura e tenere allenato l’amore che è carburante della nostra vita… ma senza farne un vanto, bensì un continuo susseguirsi di piccole azioni silenziose che senza il nostro comando possono guarire cicatrici secolari provocate per errore o distrazione.
Anche nel litigare perché portati all’esasperazione nel convivere settimane con le stesse persone ci ha permesso di rivelare quei lembi piegati che nascondevano mondi.
In una simile situazione non esisteva più vicino o lontano, ma anzi abbiamo ripreso più frequenti contatti con persone che prima sentivamo meno poiché più distanti rispetto ad altre di cui potevamo godere la compagnia in qualsiasi momento.
Abbiamo scoperto passioni che non sapevamo di avere nei tempi morti da riempire; abbiamo forse per la prima volta dedicato del tempo a pensare e realizzare regali di compleanno che potessero davvero disegnare un sorriso sul volto del destinatario, anziché comprare la prima cosa nel negozio dietro l’angolo; ci siamo accorti di cosa nella nostra vita di tutti i giorni davvero ci appagava e cosa no… e soprattutto siamo stati costretti a passare in esame ogni nostra fede o credenza, e a mettere alla prova noi stessi nel conoscere i nostri limiti più profondi che sempre abbiamo mascherato agli atri e al nostro riflesso.
Alla fine di tutto sappiamo di non potercela davvero cavare da soli, ma non per questo non possiamo provare a camminare sulle nostre gambe ed essere qualcuno anche nel nostro piccolo.
Al primo riaprire di scuole e barriere ci siamo riversati nelle strade, ma non senza mantenere un più profondo distacco dovuto forse alla consapevolezza di alcune fragilità, incertezze… in qualche modo siamo rimasti segnati in modi differenti da questo isolamento, non sappiamo più se fare affidamento a noi o agli altri.
Abbiamo timore di esporci al mondo ora che ne avevamo costruito uno che girasse intorno noi… e abbiamo bisogno di riprendere confidenza con la salita in cordata.
Ma ricordiamoci sempre che comunque si scelga di camminare per arrivare alla vetta bisogna guardare prima dinanzi a noi, e passo dopo passo si allungherà lo sguardo e accorcerà il cammino.
Nessuno è perfetto e non tutte le strade facili, ma qualunque sia il sentiero che si salga, prima o poi arriveremo su quella cima. E da lì potremo fermarci a godere un panorama mozzafiato che rimarrà sempre nel nostro sguardo a rendere positiva anche la fatica di aver portato uno zaino sulle spalle. Ciò che conta è non rimanere seduti a valle, e il resto verrà da sé.
Cercare il positivo in una situazione che è apparentemente solo che negativa non è voler fuggire la realtà, non è essere insensibili, neppure non combattere perché si possa risolvere questa verità, ma è solo la possibilità di non perdere chi siamo, di tener desta la grinta per lottare, di alleggerire il carico a noi stessi e a ciascuno, è permettere che tutto possa concorrere al bene ed è continuare a camminare anche là dove si presenta l’ostacolo.
Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché chi davvero ama ha altro a cui pensare piuttosto che soffermarsi sulle proprie paure.
“L’amore attende, non è invadente e non grida mai;
se parli ti ascolta, tutto sopporta, crede in quel che fai…
E chiede di esser libero alle volte,
e quando torna indietro ti darà di più…”
“Se non ami” (Nek)
Lucia Rota
Vincitrice I premio
Il nono cerchio è il fondo dell’Inferno, il centro della Terra e dell’Universo ed è un lago ghiacciato, il Cocito, che imprigiona i traditori, puniti con il gelo del loro peccato. Sono anime sottovetro, corpi immersi nel ghiaccio fino al collo, teste chine, teste che sbucano, corpi supini con le bocche e gli occhi chiusi da lacrime gelate e, a pochi passi dal Male assoluto, ombre di uomini eternamente fossilizzati nel ghiaccio in posizioni diverse, casuali, innaturali, trasparenti e inanimati come festuche, pagliuzze, in vetro. Si inorridisce. E si avverte la presenza del Male, in quello spettacolo, nel silenzio gelido che lo avvolge e che sembra così lontano da ogni umanità.
“Senti la presenza del male
– dice Suamy (4 liceo) –
ti senti svuotato, privo di principi e di obiettivi, in balia di ciò che è facile, conveniente, quando hai perso la strada”.
Per logica, dalla visione di Satana, l’ultimo passo del nostro percorso infernale, ci aspettiamo un orrore inimmaginabile.
Del resto cosa può essere più terribile dell’ultima storia scricchiolata nel ghiaccio dalla bocca di Ugolino, mentre rodeva la testa del suo nemico? Nella nostra mente cola ancora lo stillicidio di odio che nel cieco carcere della Muda ha condannato alla morte per fame quattro bambini innocenti e difficilmente ci libereremo dello spettro della tecnofagia che, forse allusa anche se non dichiarata, si aggirava in quella cella.
Questo male è così disumano che dev’essere per forza vicino alla sua sorgente. Eppure le prime parole di Virgilio che annunciano Satana e ci mettono in guardia da lui suonano strane: “Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira”. Quell’inferni ribalta e parodia l’incipit di un celebre inno cristiano che esalta la Croce, simbolo della regalità di Cristo.
C’è dell’ironia, tragica, sul potere di Lucifero. Non basta però ad evitare il terrore di trovarci faccia a faccia lo‘mperador del doloroso regno, emerso come da una nebbia, da metà petto in su.
Cosa si prova quando il Male si manifesta nella sua essenza?
Cos’è il male?
Di fronte a noi il suo ritratto mostruoso mozza le parole, ci confonde profondamente: ogne parlar sarebbe poco. / Io non mori’ e non rimasi vivo.
“Perché il male è irrealtà, va contro la natura umana.
Di fronte ad esso ti senti spiazzato, destabilizzato, spaesato”.
Suamy
È smisurato, un uomo è più simile ad un gigante di quanto un gigante lo sia ad una delle sue braccia; ma è qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo. Tre facce nella sua testa: una davanti, rossa, una giallo chiaro, l’altra scura che si congiungono alla prima alla metà delle spalle, sotto ciascuna di esse due ali di pipistrello più grandi di qualunque vela; 6 ali che si muovono e generano 3 venti che ghiacciano il Cocito; 6 occhi che piangono; 3 bocche che maciullano eternamente Giuda, Bruto e Cassio; lacrime e sangue che sgocciolano continuamente da loro. Tutto questo orrore si svolge meccanicamente, senza alcuna partecipazione emotiva dell’autore, non c’è traccia di sentimento, di anima, di vita, Satana, la fonte di tutto l’orrore infernale è una macchina. Dante lo definisce prima un dificio, poi un molin, una maciulla, una cosa.
La sua grandiosità non è grandezza, egli sarebbe solo un colossale oggetto scenico conficcato a metà fra i due emisferi nel centro preciso della terra, se non incutesse spavento la sua malvagità ancora viva.
“Quindi è questo il male di tutti i mali?
– si chiede insieme a noi Suamy-
Come dovrei sentirmi… meravigliata, terrorizzata, disgustata?
Dico che ha un fascino questa potenza terribile, e sconfinata.”
Prima di questa manifestazione, nelle 24 ore trascorse nell’Inferno il male si è presentato in varie forme.
Era stato anzitutto una parola di disperazione, scritta al sommo della porta infernale, dal senso duro perché comunicava una disumana prospettiva di eterna mancanza di speranza.
Poi subito il buio e un rumore assordante (Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai, Inf. III, 22-24); e anzi spesso nel viaggio dantesco il male è stato un rumore insopportabile, dal frastuono della bufera infernal che mai non resta, al latrare cagnesco di Cerbero e delle anime dei golosi, ai lamenti che inducono a tapparsi le orecchie, alle parole violente, canzonatorie, ingannevoli, ingiuriose dei diavoli, al ribollire della pece, fino all’assordante lacrimare dei rinchiusi nella Muda, nel cui silenzio gocciolante di dolore risuona come una condanna definitiva il chiavar l’uscio di sotto.
E poi il male è stato a volte un vento impetuoso, a volte un deserto infuocato, un bosco atroce o puzza di carne putrefatta, un porcile, un fumo che inganna, un veleno di serpente, una forma stravolta.
Perché il male a volte si ritorce contro se stessi,
a volte mutila la vita degli altri,
altre volte sfigura, inganna,
avvelena relazioni, comunità, città, separa,
infiamma gli uni contro gli altri, spegne le speranze, induce a degradarsi fino allo stato animale, pietrifica,
o sbatte qua e là, quando si è in balia di passioni incontrollabili.
Poi, in fondo all’imbuto infernale, il male giunge alla sua manifestazione essenziale canalizzandosi in un climax terrificante: gelo, silenzio, vuoto.
Vuoto attorno a sé:
non c’è terra e neppure un diavolo con il re dei diavoli, egli è solitudine assoluta, gelo e silenzio sono forme di questa solitudine.
Vuoto dentro sé:
dell’assenza di vita consapevole nella macchina Satana ci colpisce un particolare, le lacrime, segno potente di umanità nella realtà e nella letteratura, che scendono inconsapevoli dai suoi numerosi occhi come il sangue e la bava dalle sue bocche.
Lucifero è il culmine di un processo di cosificazione.
E ciò ora non sorprende più, perché ci è chiaro che il male è questo:
perdere realtà, distorcere, fino ad annullarlo, il rapporto con la realtà e dunque svuotarsi di umanità.
La multiforme varietà di colpe e pene dei cerchi infernali ci ha offerto, in fondo, sempre lo stesso atroce spettacolo: uomini e donne che hanno perso il bene, perché hanno distorto irrimediabilmente la loro natura/realtà.
Lo sperimentiamo tutti, ci ricorda Suamy:
‘Il male è una catena in cui si intrecciano eventi sempre più peccaminosi che allontanano progressivamente ed esponenzialmente dal bene, distruggono l’umanità della persona pezzo per pezzo, finché non ne rimane più niente.’
Prendiamo due vizi capitali responsabili della corruzione dell’Angelo splendido Lucifero. La superbia, per san Tommaso ‘madre di tutti i vizi, è pretendere di essere come Dio, chiudersi nel proprio amore per la superiorità e l’eccellenza e finire per credersi Dio, dimenticando la reale figliolanza e eguaglianza con gli altri.
Lucifero è l’illuso per eccellenza.
L’invidia poi sin dalla sua etimologia è un guardare in modo distorto le cose; essa immagina vite altrui felici, le immagina come una minaccia, concentra l’attenzione su ciò che non si ha, immagina, rimugina, perde appunto contatto con la realtà. È per invidia della felicità dell’uomo, ci aveva detto Dante all’inizio del viaggio, che la lupa dell’avidità era stata liberata nel mondo dal fondo dell’inferno.
È raggelante stare qui. Il vento ghiacciato di Satana penetra nel cuore di chi raggiunge, lo spinge lontano da casa, lo espatria in un non luogo dell’umanità.
‘Sento di aver perso lucidità, di brancolare nel buio, alla ricerca di un appiglio che possa riportarmi a vedere la luce del bene.’
Suamy
La meccanica inazione di questo ex essere vivente svela altri esiti di irrealtà del male. Ne distinguiamo due. Chiamiamoli così: la bellezza sfigurata e la buffonata.
La sua bruttezza è insieme tragica e comica. La tragedia è nel suo essere frutto di una ribellione. Lui è la creatura ch’ebbe il bel sembiante, chiamato Lucifero perché era più luminoso di tutti gli angeli. E se davvero era bello come ora è brutto e nonostante ciò osò ribellarsi a Dio al posto di mostrarsi a Lui grato, se davvero, accecato dalla sua superbia che lo ha illuso di poter essere altro da quel che, splendido, già era, ha perso quella antica bellezza trasformata in orrenda deformità, allora per certo dee da lui procedere ogni lutto. L’eco di questa scelta tragica ci impedisce di definire grottesco ciò che vediamo, il Male ha una sua grandiosità, ma d’altro lato appare pacchianamente come una serie di parodie del Bene, da cui si è allontanato: lui che voleva il potere di Dio è impotenza assoluta, immobile, conficcato nel cuore oscuro della Terra, nel punto più basso, lui che voleva scalare i cieli; è deformemente trino ed uno, parodia di un Dio relazione, mentre lui è solitudine desolata; è muto, biascica solo clangori inconsapevoli, mentre il Dio contro cui si è scagliato è il ‘Deus loquens’. Eccetera.
Il male nella sua essenza è un grande edificio pacchiano che nasconde il nulla.
È tempo di andare. Virgilio propone di usare Satana come scala per passare dall’altra parte del mondo: aggrappiamoci alle sue gambe ispide, non si accorgerà di noi.
Girando nell’altro emisfero, vien da pensare ad una cosa: il mondo così, con questo enorme vermoreo che ‘l mondo fora, sembra una gigantesca mela marcia. Con due differenze rispetto ai frutti: il verme non lo possiamo togliere, non possiamo tagliare la parte marcia e tenerci solo la buona,
il male è una presenza inevitabile;
però il ‘vermo’, a differenza dei vermetti che attraversano le mele marce, non può avanzare, è bloccato in una posizione,
è sottomesso e sconfitto, non ha il potere di rovinare la parte buona, se non siamo noi a farlo.
Lasciamolo lì allora, il resto della mela è buono, basterà girarla dall’altra parte infatti per trovare il Paradiso.
Massimo Leone
con il contributo di Suamy Guerra (4 liceo)
Poteva già bastare il loro sguardo accogliente perché ne valesse la pena svegliarsi all’alba e fare tante ore di treno, ma provo a raccontarvi un pochino quello che è stato questo fine settimana.
Questo corso era rivolto a tutti gli appassionati della musica che come me avevano il desiderio di imparare e condividere l’amore per il canto, e si proponeva di fornire gli strumenti necessari per acquisire autonomia e gestione della voce.
Come prima cosa abbiamo appreso
l’importanza di prendere coscienza del proprio corpo
e in particolare della respirazione diaframmatica, che da bambini tutti facciamo spontaneamente, ma che crescendo ci “dimentichiamo” e sostituiamo con la respirazione alta e affannata, propria di tutti noi che siamo sempre di corsa, con la testa e il corpo impegnati in mille fronti contemporaneamente.
Così, abbiamo potuto sperimentare un senso di pace e tranquillità, recuperabile con piccoli esercizi di respirazione profonda.
Ci siamo ritrovati stesi per terra su degli asciugamani, poi a camminare ad occhi chiusi per la sala, a fare esercizi di allungamento per schiena e collo, jumping jack sul posto e a soffiare con delle cannucce nelle bottigliette d’acqua.
Per i primi venti minuti sembrava di partecipare a una lezione di pilates, ma ci siamo fidati ciecamente di Elena, che piano piano ci ha preso per mano e guidato
alla scoperta del nostro potenziale, dei nostri talenti e di tante tecniche e strumenti coi quali lavorare.
Detto così potrebbe sembrare un gioco da ragazzi, ma in realtà si trattava di esercizi di canto piuttosto complessi, che però la nostra cara maestra è riuscita a rendere accessibili a tutti.
Sono stati trattati tanti temi teorici, in modo molto professionale, a partire dall’anatomia del vocal tract per poi arrivare a spiegarci i diversi registri vocali, i colori della voce, e come gestire la voce quando subentra tanta emozione. Non sono mancati esercizi che facevamo tutti insieme sulla propriocezione e sulla dinamica della canzone.
Un altro bel momento è stato quando ci siamo messi in gioco sabato sera salendo sul palco,
ognuno con la propria canzone, la propria emozione, i propri imbarazzi e soprattutto con la propria bellezza, unica e speciale.
La domenica mattina abbiamo animato la messa, durante la quale abbiamo sperimentato tanta comunione e come, ancora una volta,
il canto possa essere una preghiera meravigliosa;
poi siamo tornati in Cittadella e abbiamo continuato il nostro viaggio alla scoperta del nostro “strumento musicale invisibile”: il Canto.
Dopo un ottimo pranzo in Cittadella, Marco ci ha mostrato come tenere il tempo e saper cogliere la divisione ritmica e successivamente come poter registrare brani in casa mediante applicazioni su smartphone o su PC.
In conclusione, sento di dire un grande grazie a Elena, Marco e a tutti coloro che ci hanno permesso di partecipare a questo weekend in Cittadella Cielo a Frosinone; sono stati due giorni di formazione, condivisione, musica e festa insieme in un clima di famiglia in cui ciascuno ha potuto mettersi in gioco senza riserve scoprendo un nuovo, sorprendente potenziale.
Grazie, infinitamente grazie.
Giulia Calvauna
]]>Matteo Berrettini a Wimbledon ci ha fatto sognare e si è battuto con onore. Un giovane pieno di talento e umiltà davvero straordinario. Un esempio per tanti per come ha lottato e saputo gestire anche la sconfitta.
L’Italia ha vinto gli Europei con una serie incredibile di partite vinte consecutive frutto dell’essere squadra davvero.
Dispiace vedere comportamenti antisportivi come fischiare l’inno, inveire su giocatori infortunati, togliersi la medaglia del 2º posto sul tetto d’Europa e uscire dal campo durante la premiazione… mancanze di rispetto quando comunque si è avuto il privilegio di giocare una finale e si dovrebbe soffrire sapendo di perdere con onore avendo dato il meglio di sé, come Matteo ad esempio oggi ha dimostrato in modo esemplare.
Luis Enrique poteva recriminare qualcosa nella partita Italia-Spagna invece si è distinto come grande sportivo e soprattutto come persona, parlando anche ai bambini – nel dopo partita – invitando a riflettere sulla gestione delle sconfitte:
“Sono stanco di vedere le lacrime nei tornei di ragazzi o bambini non so perché piangano. Devi iniziare a gestire la sconfitta, a congratularti con il tuo avversario e insegnare ai bambini a non piangere. Devi alzarti e congratularti con il vincitore”.
Parole di un uomo che 2 anni fa si era dimesso da allenatore della Spagna per una drammatica lotta: quella della figlia Xana, 9 anni, contro un cancro alle ossa che alla fine l’ha uccisa.
Le partite vere della vita sono altre, quelle quotidiane, ma anche grazie a uomini e donne dello sport, prima di tutto persone come tutti noi, possiamo imparare tanto sapendo perdere e vincere, soffrire e gioire sempre con rispetto e puntando a ciò che conta davvero.
Diceva don Benzi:
“Per imparare a stare in piedi nella vita bisogna imparare a stare in ginocchio”
Ed intendeva l’importanza della preghiera. Ricordando queste parole mi domando:
“A che serve inginocchiarsi per mandare un messaggio se poi non sei capace di farlo realmente quando conta davvero?”.
mi rendo conto che già quello che stiamo vivendo è l’inizio del cambiamento stesso.
Per spiegare meglio questo concetto, devo partire “dall’immagine simbolo” che sento che la mia anima mi ha suggerito a ottobre dell’anno scorso.
Uno dei miei detti che mi porto come “motivatore” per affrontare le varie situazioni che richiedono impegno è sin dai tempi della comunità, una frase che ho letto da qualche parte in cui Gesù dice a Santa Giovanna D’Arco:
Tu dà battaglia, che la vittoria te la do io.
Non so se Gesù abbia detto veramente questa cosa, però mi è piaciuta e l’ho fatta mia. Questo per dire che il mio “simbolo” è stato sempre caratterizzato dalla battaglia, dalla forza, da qualcosa che, come l’araba fenice, nascesse dalle rovine come forza di resurrezione, di cambiamento.
Invece questa volta, ho sentito che per questo nuovo cambiamento c’è bisogno non del Dio degli eserciti, ma del Buon Pastore, del Dio della Pace che, come ci racconta Elia, non nella potenza di un terremoto e nemmeno nell’impeto di un uragano ma nella “brezza leggera” lo si può incontrare.
Quindi come “immagine simbolo” per questa nuova fase di cambiamento,
ho visto un piccolissimo “seme di senape” che è il più piccolo tra i semi della terra, ma che una volta piantato fa dei rami così grandi che gli uccelli del cielo trovano riparo e fanno il loro nido.
Ero indeciso, perché mi piaceva anche l’immagine del bruco che si trasforma in farfalla. Però pensando al seme, sento che il seme ha tracce antiche che da stagione a stagione rinnova semplicemente se stesso in un processo che lo porta a definire sempre di più se stesso, la sua natura, la sua vocazione e il motivo per cui è stato pensato e creato.
Il seme semplicemente rivela la sua vera natura, chi è nel suo profondo.
Allora questa è l’immagine della trasformazione della mia anima, che vuole essere uno sbocciare della motivazione per cui è stata creata, la sua vocazione.
Certo, il seme è anche il simbolo della piccolezza, della fragilità e del bisogno.
Perché il seme senza il seminatore non può nulla da sé.
È qui il tempo che sto vivendo trova il suo percorso di cambiamento già da subito. In un tempo dove un piccolissimo virus si è intestardito ad attaccarci tutti e ad arrivare fino a casa mia per farlo.
Non puoi fare nulla contro questo virus, ma a differenza sua io mi sono chiesto come potevo vivermi questo momento, che scelte potevo fare, come potevo sfruttare questo tempo e farlo diventare un tempo fruttuoso di preparazione al cambiamento che comunque stava per arrivare.
Ecco che inizia la missione del piccolo semino, che si abbandona fiducioso nelle mani dell’agricoltore pronto ad essere gettato nel terreno buono. E il passaggio che sono chiamato a fare quest’anno è proprio questo. Dopo tanti anni che sono stato chiamato a fare tante cose pe rportare le comunità avanti, anche nonostante tanti impedimenti e difficoltà,
ora in questo passaggio il Signore mi chiede non di fare, ma di essere, di esserci semplicemente.
Lasciarlo fare e rimanere alla Sua presenza con fiducia filiale, con tutto il cuore e con tutta la gioia di chi sa che è in buone mani. E in realtà quello che non sapeva il virus è che in questa situazione mi ha dato la possibilità di ascoltarmi e prendere contatto con il semino che mi aspettava. Lui certamente non sapeva
che per lasciare che Dio ti trovi, devi fermarti.
Quindi penso che uno degli obiettivi che mi posso dare per quest’anno è dedicare maggior tempo alla preghiera di comunione e crescere nell‘In Manus Tuas senza mettere da parte le cose che devo fare, anzi, sempre di più imparare a farle con Lui cercando di rimanere nel Suo Amore.
Talvolta mi torna l’immagine di me che sono sul ciglio della montagna di Capri, e li devo fare il passaggio dal tenere la testa bassa e avere paura di cadere ad alzare la testa e godermi un panorama meraviglioso del golfo di Napoli. Sono pronto a rialzarla e a contemplare le meraviglie che Dio sta compiendo in me e attorno a me.
Ringrazio il Signore che continua a camminare nei sentieri della mia storia, lo ringrazio perché ancora una volta mi è venuto a cercare e mi ha rimesso davanti il progetto che vuole realizzare con me/noi, rinnovando così la Sua fiducia per me, il Suo amore, la Sua stima.
Certo, il passaggio dal fare all’essere per me è una morte, ma d’altra parte se questo semino vuole diventare un arbusto grande e offrire i suoi rami agli uccelli del cielo per dargli un riparo, una casa ai piccoli che non ce l’hanno, in qualche modo deve morire prima, per poi portare frutto, vita!
Diceva San Francesco che un solo raggio di sole è sufficiente a cancellare milioni di ombre.
E gioia sia!
Tommaso Colella
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