Advertise with Googlier.com Andromeda – Rivista di fantascienza https://andromedasf.altervista.org/ Sat, 10 Jun 2023 09:38:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.7.2 https://andromedasf.altervista.org/wp-content/uploads/2016/01/cropped-logo-andromeda-1-32x32.png Andromeda – Rivista di fantascienza https://andromedasf.altervista.org/ 32 32 GLI ABISSI DEI PORCI (2023) di Alessandro Montoro https://andromedasf.altervista.org/gli-abissi-dei-porci-2023-di-alessandro-montoro/ Sat, 10 Jun 2023 09:37:17 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6535 Di Giovanna Repetto

Marcus Talon è un matematico svizzero abitudinario. Un giorno, la Coalizione della Terra Unita lo preleva da casa sua. Un oggetto non identificato è comparso dal nulla ed è precipitato nella Fossa delle Marianne. Dal fondale scaturisce un segnale sconosciuto. Ciò che è celato negli abissi è misterioso quanto il concetto di coscienza stesso. Tra coincidenze assurde con una serie televisiva, minacce di pandemie e allucinazioni, Marcus si troverà a fare i conti non solo con le sorti della Terra, ma anche con la sua stessa esistenza.

Titolo: Gli abissi dei porci | Autore: Alessandro Montoro | Anno di pubblicazione: 2023 | Editore: Delos Digital | Collana: Nuova Frontiera | Pagine: 230 | ISBN: 9788825423853

Incuriosisce già dal titolo, questo romanzo, rafforzato dalla copertina che conferma il senso letterale della parola. Proprio di maiali si tratta, non c’è dubbio. Se Alessandro Montoro si diverte a spiazzare il lettore (e ci si diverte, lo ammette lui stesso!) ecco che ci si mette d’impegno fin dall’inizio. Sulla scelta del tipo di animale, il lettore può fare ogni sorta di congetture, e credo che questo faccia parte del gioco.
Questo giovane autore sembra vivere una sorta di impetuosa primavera, una stagione in cui la creatività è in piena fioritura. Aveva già al suo attivo diversi racconti, e recentemente si è imposto vincendo il Premio Urania Short con La causa fantasma. Poi si è avventurato nella stesura dei romanzi, e a quanto pare si è gettato a capofitto in una produzione che, pur parzialmente inedita, sta crescendo a vista d’occhio.
Lo rileva anche Franco Ricciardiello, nella sua prefazione al libro, cogliendo l’occasione per una riflessione sulla trasformazione che il mondo della fantascienza italiana ha conosciuto negli ultimi tempi. E nello stesso contesto non esita a definire Montoro come un autore “nuovo”.
Gli abissi dei Porci non è un romanzo perfetto, ma si presenta come un’operazione davvero interessante e per certi aspetti coraggiosa. Coraggiosa, intendo, per la spregiudicatezza con cui intreccia la corda fantascientifica con quella grottesca, e io credo che il genere grottesco sia fra i più difficili al mondo. Se una delle caratteristiche dell’attuale letteratura fantastica è la contaminazione dei generi, Montoro si è incamminato per la strada giusta.
Come dicevo, e come lui stesso ammette, gli piace giocare a sorprendere il lettore, portandolo su strade che sembrano consuete ma che all’improvviso, e più di una volta, lo costringono a ribaltare il punto di vista. Infatti il romanzo comincia con ingredienti della fantascienza classica: un veicolo alieno precipitato nella fossa delle Marianne, una nave partita per studiarlo segretamente, un team di esperti al lavoro, con la solita diffidenza reciproca fra scienziati e militari. E pericoli altrettanto classici: rischi di contaminazione radioattiva e di contaminazione a livello sanitario. E allora che cosa ci aspetta: la solita catastrofe nucleare, la solita epidemia dilagante? Ormai, temprati da Chernobyl e dal Covid, potremmo dormire sonni tranquilli.
Invece l’attenzione del lettore è ben desta da subito, sotto il pungolo di alcuni elementi discrepanti che fanno sospettare ben altro. Tant’è vero che, man mano che ci si inoltra nella storia, scatta la fatidica domanda “Dove andrà mai a parare?” A ogni passo sembra ficcarsi in una situazione senza via d’uscita (intendo lui , l’autore, perché i personaggi fanno bene il loro lavoro anche quando sono bell’e che spacciati).
Già, qualcosa di strano è nell’aria. Perché esiste una serie televisiva che ha anticipato tutto quello che sta succedendo nella realtà? E perché gli occupanti del veicolo spaziale hanno l’aspetto di maiali vestiti e calzati come noi?
La cosa più conturbante, forse perfino più dell’infestazione fungina di cui si vedranno gli effetti devastanti (e qui ci si intreccia anche un filino di horror) sono questi maiali in doppiopetto, che tanto mi ricordano “La fattoria degli animali” di Orwell, ma hanno una valenza diversa. Non si limitano rivestire un ruolo metaforico (che potrebbe qui esserci o non esserci) ma pretendono un’esistenza reale. Nella loro presenza si gioca il contraddittorio fra la tendenza a fornire elementi scientificamente verosimili (come certi concetti di fisica o certi aspetti biologici dell’infestazione) e a giocarsi nello stesso tempo tutta la libertà concessa dalla chiave grottesca. C’è sempre sottintesa la sottile ironia di un gioco che l’autore conduce con il lettore, attirandolo in trappole in cui si diverte poi a scompigliare le carte.
Destreggiandomi fra le spine degli spoiler in agguato (ma per quanto io riveli, rimarrà sempre una quantità di sorpresa sufficiente a far saltare il lettore sulla sedia) provo ad avventurarmi ora nell’esame di qualche elemento particolare. Riguardo al profumo di fragole che segnala la contaminazione dell’aria, per esempio, mi piace pensare che sia un omaggio a Elena di Fazio e al suo “Resurrezione” che si svolge appunto sull’Isola delle Fragole (anche là troviamo un team impegnato a gestire un contatto alieno, ma con tutt’altre caratteristiche, perché davvero nell’ambito della fantascienza italiana fantasia e creatività sono inesauribili). Inoltre conosciamo anche esempi reali di questa beffa della natura che maschera di soavità il pericolo mortale: basta pensare al micidiale fosgene, che spande un ingannevole profumo di erba tagliata. Ottima freccia per l’arco dell’autore, a cui si richiede una buona dose di sacrosanta e ironica crudeltà.
Altro elemento (e qui devo proprio camminare sulle uova) è il rapporto col cibo. Se a uno scolaretto chiediamo di stilare un elenco di cibi, lo farà senza esitazione. Sembra una cosa scontata. Ma se proviamo a stilare una lista di cose che non sono cibo, ci accorgeremo che questo è più difficile. Sì perché, rendiamocene conto, ogni cosa vivente può essere cibo. Non credo di poter dire molto di più, se non accennare a una mia associazione di idee sul senso di questi maiali umanoidi. La carne di maiale è una delle più gustose, e nello stesso tempo è riconosciuto che l’intelligenza suina è fra le più simili a quella umana. Nella contraddizione fra questi due punti di vista risiede tutta la potenziale angoscia di un carnivoro non ancora pentito. E io sento un po’ di questa angoscia aleggiare in sottofondo e agire come una leva occulta. Raccomando però che non si traggano conclusioni affrettate da questa mia riflessione: nel romanzo di Montoro c’è altro, e bisogna essere pronti a tutto.
Il romanzo non è perfetto, perché forse l’amalgama fra istanze così diverse avrebbe potuto essere cucinato (parlare di cucina, come dicevo, non è casuale!) in modo più equilibrato e omogeneo, anche se Montoro rivendica con convinzione la scelta di creare una frattura fra le due diverse parti della storia. Questo può piacere o no, ma si deve riconoscere che l’autore ha retto bene la sfida fino a superare se stesso nel finale. Comunque la si pensi, il finale è un colpo di genio!

Giovanna Repetto

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KAIJU PRESERVATION SOCIETY(2022) di John Scalzi https://andromedasf.altervista.org/kaiju-preservation-society-gli-ultimi-di-una-razza-2022-di-john-scalzi/ Sun, 21 May 2023 15:31:09 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6523 Quando il covid-19 si abbatte su New York, Jamie Gray lavora come rider. Almeno finché non effettua una consegna a una vecchia conoscenza, Tom, che lavora in quella che lui definisce “un’organizzazione per i diritti degli animali”. La squadra di Tom ha bisogno di una recluta dell’ultimo minuto e Jamie, desideroso di fare qualsiasi cosa, accetta senza pensarci due volte. Quello che Tom però non gli dice è che gli animali di cui si occupa si trovano in un universo parallelo. Lì, massicce creature simili a dinosauri chiamate kaiju vagano su una Terra dal clima tropicale e priva di esseri umani. Sono i mostri più grandi e pericolosi del mondo, e sono nei guai. Oltre all’organizzazione di Tom, infatti, anche altri hanno scoperto la strada verso quella dimensione, e la loro negligenza e avidità potrebbero avere conseguenze catastrofiche.

Titolo: The Kaiju Preservation Society. Gli ultimi di una razza | Titolo originale: he Kaiju Preservation Society | Autore: John Scalzi | Anno di pubblicazione: 2022 | Edizione italiana a cura di Fanucci editore (2023) | 9788834743362 | 272 pagine | Traduzione di Francesco Vitellini

Il romanzo “The Kaiju Preservation Society. Gli ultimi di una razza” (The Kaiju Preservation Society) di John Scalzi è stato pubblicato per la prima volta nel 2022. In Italia è stato pubblicato da Fanucci nella traduzione di Francesco Vitellini.

Jamie Gray lavora per una startup che consegna cibo a domicilio attraverso un’app ma quando comincia la pandemia si ritrova sostanzialmente degradato dato che gli viene data la scelta tra il licenziamento e il continuare a lavorare per l’azienda ma solo come rider.

Una consegna a Tom Stevens, una vecchia conoscenza di Jamie, diventa un’offerta di lavoro dato che Tom lavora per un’organizzazione per i diritti degli animali che sta cercando una persona per un lavoro. I termini del lavoro sono vaghi ma Jamie accetta l’offerta e scopre che gli animali da tutelare sono creature gigantesche che vivono in una Terra parallela.

I kaiju sono i mostri giganti dei film di fantascienza giapponesi che hanno portato alla creazione di un intero sottogenere al punto che il termine kaiju viene usato sia per indicare i mostri che quel sottogenere. John Scalzi rielabora quel tipo di storia creando una Terra parallela in cui la vita si è evoluta in un modo molto diverso che ha portato all’esistenza di creature colossali. L’autore va ben oltre le caratteristiche classiche dei kaiju giapponesi immaginando creature che dal punto di vista biologico non sono animali e sono dotate di reattori nucleari biologici.

Scrivendo “The Kaiju Preservation Society. Gli ultimi di una razza”, John Scalzi non ha avuto alcuna pretesa di creare letteratura elevata, anzi ha un tono leggero per quasi tutto il romanzo con solo alcuni momenti realmente drammatici. Jamie Gray e i suoi colleghi tendono a ricorrere spesso a battute e commenti salaci, anche per stemperare la tensione che provano lavorando con creature che potrebbero ucciderli con estrema facilità. Si tratta di intrattenimento ma ciò non vuol dire che sia privo di contenuti significativi.

L’originale film “Godzilla” era legato ai timori riguardanti, in particolare in Giappone, l’uso di armi atomiche. John Scalzi si collega in qualche modo a quel tema immaginando creature dotate di reattori nucleari biologici che in certi casi possono esplodere. La loro esistenza viene usata anche per sviluppare alcuni temi importanti nel nostro presente. La missione a cui si unisce Jamie Gray è scientifica con importanti connotazioni ambientaliste e gli sviluppi della trama mostrano quali problemi possono emergere quando interessi economici portano allo sfruttamento di risorse ambientali senza curarsi delle conseguenze.

La parte iniziale del romanzo ha un ritmo lento perché è dedicata ai problemi lavorativi di Jamie Gray e alla sua scoperta del mondo dei kaiju. È letteralmente la costruzione di un mondo ma per chi apprezza il tema e le battute è tutto molto divertente. Quando comincia l’azione, il ritmo accelera e gli eventi riservano qualche sorpresa. Onestamente, certi sviluppi sono prevedibili ma secondo me anche in questo caso vale il discorso relativo al fatto che si tratta soprattutto di intrattenimento.

Per quanto riguarda i personaggi, John Scalzi usa vari cliché, soprattutto per quello che si rivela essere il cattivo del romanzo. La storia è raccontata in prima persona dal punto di vista di Jamie Gray e gli altri personaggi vengono descritti nel modo in cui lui li vede. È una scelta che non lascia molto spazio allo sviluppo e all’introspezione ma è ben presto chiaro che all’autore non interessava particolarmente il lato psicologico dei personaggi. Anche lo stato psicologico del protagonista è in generale funzionale alla trama.

Alla fine, “The Kaiju Preservation Society. Gli ultimi di una razza” è un omaggio ai kaiju che contiene alcuni temi importanti. John Scalzi ha uno stile personale nell’usare i personaggi anche per fare dell’umorismo che in questo caso è particolarmente marcato. Anche per questo motivo, il romanzo può piacere soprattutto a chi apprezza quest’autore.

Massimo Luciani

 

Recensione disponibile anche sul sito di Massimo Luciani NetMassimo Blog all’indirizzo: https://netmassimo.com/2023/04/24/the-kaiju-preservation-society-gli-ultimi-di-una-razza-di-john-scalzi/?fbclid=IwAR3lCAb7N3G573TCWsvXz4xMTeuJsU4KKX5lBwRZlSzH3cRYkPcI1rRfyyw

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SOLE VIVIFICO (2021) di Mario Luca Moretti https://andromedasf.altervista.org/sole-vivifico-2021-di-mario-luca-moretti/ Thu, 13 Oct 2022 20:58:33 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6518 Poco prima della fine della sua permanenza milanese, il diciassettenne Wolfgang Amadeus Mozart viene chiamato dal conte massonico Gennati per musicare l’inno Tu Sole Vivifico. Ospitato nella residenza del conte, a Mozart viene offerta ogni libertà eccetto una: non oltrepassare la siepe che tiene nascosta l’altra ala del giardino. La giovane curiosità porterà Mozart a fare una scoperta da fare tremare le vene e i polsi. I misteri del giardino di Gennati condurranno l’artista ad affrontare una verità inimmaginabile, rivelando i pericoli insiti nella violazione delle leggi della natura.

Titolo: Sole vivifico | Autore: Mario Luca Moretti | Anno di pubblicazione: 2021 | Editore: Delos Digital | Romanzo breve, 85 pagine

Wolfgang Amadeus Mozart ha solo 17 anni ma è già una star internazionale. Durante un viaggio in Italia, è ospite del conte Gennati, che gli chiede di comporre la musica di un inno intitolato “Tu Sole Vivifico”. Mozart visita la grande residenza Gennati ma gli viene chiesto di non entrare in una delle ali del giardino. il giovane musicista non può fare a meno di chiedersi il motivo della segretezza e se sia collegato ad altri segreti del conte legati alla Massoneria. Con “Sole vivifico”, Mario Luca Moretti ha creato un romanzo breve che mescola storia e fantasia inventando una tappa davvero particolare di un reale viaggio compiuto da Wolfgang Amadeus Mozart in Italia. Anche se il protagonista è uno dei più grandi compositori della storia della musica, non è necessario conoscere le sue opere o essere esperti di musica per poter apprezzare “Sole vivifico”. La fama di Mozart e le sue straordinarie doti fanno parte della trama ma servono a portare il grande artista in una situazione decisamente fuori dal normale.

La trama è basata molto sui segreti del conte Gennati, un massone impegnato in ricerche che vanno ben oltre ciò che ci si aspetterebbe nel ‘700. Gennati intende iniziare Mozart a quei segreti per portarlo non solo dentro la Massoneria ma anche oltre quelli che sono considerati i limiti della natura.

L’autore ha mescolato abilmente gli elementi storici e quelli inventati, personaggi compresi dato che vengono citati vari personaggi storici come Franz Anton Mesmer. La storia può essere etichettata come steampunk ma ha anche toni horror più vicini al cosiddetto new weird. Durante il suo soggiorno presso la residenza Gennati, il giovane Mozart viene anche iniziato a ben altro da Mirza, la domestica del conte, rendendo importante anche l’elemento erotico. La commistione di elementi così variegati rende le etichette limitanti.

La lunghezza limitata di “Sole vivifico” rende la lettura veloce con un ritmo elevato anche se i dialoghi tra personaggi la maggior parte di questo romanzo breve. Ciò perché c’è fin dall’inizio un’atmosfera di mistero e Mozart è il primo a chiedersi cosa avvenga nella residenza Gennati e perché il conte gli abbia chiesto di non entrare in una delle ali del giardino.

L’elemento massonico contribuisce all’iniziale atmosfera di mistero ma ciò che il lettore comincia a scoprire attraverso gli occhi di Mozart va molto oltre i riti di qualunque Massoneria. Per l’artista, il soggiorno porta continue scoperte che lo rendono sempre più inquieto fino ad arrivare i maggiori colpi di scena.

Secondo me, “Sole vivifico” è un romanzo breve molto valido perché Mario Luca Moretti ha costruito una storia in un modo che stimola la curiosità del lettore. L’autore dà risposte alle domande su ciò che avviene in quella cornice in parte storica e in parte pseudo-storica perciò il finale è soddisfacente. Per questi motivi ne consiglio la lettura a prescindere dalle etichette di genere.

Massimo Luciani

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LA FABBRICA DEGLI ORRORI (The Wasp Factory, 1984) di Iain Banks https://andromedasf.altervista.org/la-fabbrica-degli-orrori-the-wasp-factory-1984-di-iain-banks/ Sat, 30 Apr 2022 10:08:31 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6508

La fabbrica degli orrori, the dark side of human being

Il romanzo d’esordio di Iain Banks è come un viaggio gotico senza meta, che non svela la destinazione e non si sbilancia fino alle ultime pagine.

«La nostra destinazione è la stessa alla fine, ma il viaggio – in parte scelto, in parte prestabilito – cambia per ognuno di noi, anche mentre viviamo e mentre cresciamo. Credevo che una delle porticine mi si fosse chiusa alle spalle anni addietro, e invece stavo ancora arrampicandomi su per la facciata. Adesso la porta si chiude, e comincia il mio viaggio.»

Titolo: La fabbrica degli orrori (riedito anche come La fabbrica delle vespe) | Titolo originale: The Wasp Factory | Autore: Iain Banks | Anno di pubblicazione: 1984 | Nuova edizione italiana: 2022 – Fanucci Editore | ISBN: 9788834742358 | Pagine: 204

Nel 1984 Iain Banks esordisce con uno tra i romanzi più controversi del 20° secolo. La fabbrica delle vespe, meglio conosciuto come La fabbrica degli orrori, un horror grottesco affrontato con disarmante accettazione, in cui l’odio e la follia sembrano la normalità. Il romanzo viene definito dalla critica «un incubo di romanzo», ma allo stesso tempo «un romanzo gotico di qualità a dir poco eccezionale» e «infinitamente doloroso da leggere, grottesco ma umano». Un romanzo che agita la critica letteraria, un ragno in un nido di vespe che compare nella lista della BBC dei 100 romanzi da leggere almeno una volta nella vita.

In un luogo non meglio precisato della Scozia, denominato “l’isola”, vive Frank Cauldhame insieme al padre. Ha 17 anni – «grande abbastanza per sposarsi senza il permesso dei genitori» – e odia praticamente tutti, a cominciare proprio dal genitore, un ex hippy con la fissa della scienza, dedito a strani esperimenti in una misteriosa stanza della casa e che conduce una vita al di fuori degli schemi, tanto da non aver neanche registrato Frank all’anagrafe e averlo tenuto lontano da scuole e istituzioni. La madre non l’ha neanche conosciuta, perché aveva pensato bene di andarsene subito dopo averlo partorito. Odia tanto le persone quanto gli animali, e dice che «i suoi peggiori nemici sono le Donne e il Mare”. Il suo unico amico è Jamie il nano, con cui passa le serate, girando per pub ubriacandosi e stordendosi per movimentare le sue giornate sempre uguali. Si è creato complicati rituali che, insieme a particolari feticci e simboli, scandiscono il territorio e delimitano i luoghi associati a eventi particolari, come Il Cerchio della Bomba in cui ha ucciso il fratellino Paul, o Il Parco del Serpente, luogo in cui tolse la vita al cugino Blyth. Non prova sensi di colpa per aver ucciso senza scrupolo bambini innocenti. Anzi. È talmente abile e di una perfida lucidità, da riuscire a inscenare crisi di pianto e attacchi di panico, subito dopo gli omicidi, tali da renderlo puro e innocente come un neonato. Per Frank, comunque, l’importante è uccidere, siano esseri umani, animali o insetti. Si accanisce peraltro anche sui conigli e sulle vespe. Dichiara di attendere un segno da parte della “fabbrica” (un meccanismo chiamato “fabbrica delle vespe” che da il nome anche al titolo originale del romanzo), che palesi la sua volontà. Ma tutta questa violenza ha un’origine, un’agghiacciante verità che verrà svelata solo nel finale, lasciando sgomento il ragazzo, che finalmente darà un senso alla sua vita.

«Due anni dopo aver assassinato Blyth, ammazzai il mio fratellino Paul, per motivi completamente diversi e più seri, e l’anno successivo feci lo stesso con la cuginetta Esmeralda, più che altro per capriccio.
Finora questo è il totale realizzato. Tre. Sono anni che non ammazzo nessuno, e non intendo farlo ancora.
Stavo solo attraversando una fase.»

Chiunque legga La fabbrica degli orrori rimane immancabilmente sospeso tra il macabro, depravato contenuto della storia e l’ammirazione per la tecnica letteraria dell’autore: la costruzione narrativa è infatti impeccabilmente equilibrata, coerente, il che contribuisce alla trasmissione di una certa calma. Gli eventi più scioccanti e perversi sono presentati lucidamente, senza accelerazioni o ridondanze, in modo dunque chiaro ed immediato e questo controbilancia la componente gotica e orrifica dell’intreccio. Altra particolarità stilistica degna di nota è la narrazione in prima persona: questa è, di per sé, una delle tecniche narrative più complesse. La difficoltà del condurre l’intera narrazione da un punto di vista interno è, in primis, che nell’autore convivono l’onniscienza e la forzata focalizzazione interna del protagonista, che non è mai in possesso di tutte le informazioni di cui dispone l’autore in quanto tale. Deve dunque essere premura dell’autore controllare minuziosamente quello che viene rivelato al/dal protagonista in modo che l’intreccio risulti coerente e che non vengano rilevate incongruenze nella storia o nel racconto. Se si tratta di un autore inesperto – come nel caso di Iain Banks al momento della pubblicazione de La fabbrica degli orrori che è infatti il suo primo romanzo – la narrazione in prima persona è ancora più complessa da mantenere.

La tecnica si ritrova in grandi romanzi, prevalentemente gialli o modernisti (anche se nel modernismo si sfocia frequentemente nel flusso di coscienza) come Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, La caduta di Camus o, forse il caso più celebre, tutta la produzione di Conan Doyle incentrata su Sherlock Holmes. Grandi autori, i cosiddetti mostri sacri della letteratura mondiale, che hanno saputo padroneggiare la tecnica e che allo stesso tempo hanno creato dei precedenti che possono intimorire i più inesperti. Se si somma tutto ciò al doversi immedesimare in un protagonista non solo appartenente ad una fascia d’età diversa da quella del suo autore ma anche mentalmente disturbato, come Frank, la capacità di Banks di gestire questo tipo di focalizzazione interna risulta ancora più ammirevole.

Frank è un personaggio estremamente affascinante da un punto di vista psicologico. Dall’inizio della narrazione spiccano la sua misoginia ed il suo odio per il mare, il suo bisogno di ritualità e soprattutto la nonchalance con la quale uccide non solo svariati animali ma anche esseri umani e, in particolar modo, il suo fratellino ed i suoi cugini. Egli presenta dunque un pattern comportamentale che devia dalla norma culturale, specialmente in ambito cognitivo ed affettivo. La scelta di attività individuali rispetto a quelle comunitarie, il disprezzo e conseguente rifiuto della sessualità – elemento estremamente importante per la narrazione -, il trarre piacere da poche o nessuna attività (per lo meno nessuna attività consueta) farebbero pensare ad un disturbo schizoide di personalità, così come le sue strane convinzioni – la mitologia della “fabbrica” -, l’affettività inappropriata o limitata e la stranezza del pensiero di Frank farebbero pensare ad un disturbo schizotipico della personalità. Il disturbo della personalità del protagonista viene affiancato da un disturbo ossessivo-compulsivo. Anche se in Frank non sono, per lo meno in apparenza, presenti compulsioni (azioni che il soggetto si sente obbligato a mettere in atto come risposta alle ossessioni) si rileva senza ombra di dubbio la presenza di ossessioni. La misoginia e l’odio per il mare di Frank sono componenti fondamentali della sua persona e, di conseguenza, della sua visione del mondo.

«I miei peggiori nemici sono le Donne e il Mare. Queste sono le cose che odio. Le Donne perché sono deboli e stupide e vivono all’ombra degli uomini e non valgono nulla a confronto, e il Mare perché mi ha sempre deluso, distruggendo ciò che io costruivo, lavando via ciò che lasciavo, cancellando le tracce che imprimevo.»

Per comprendere quest’odio nei confronti della donna è sufficiente leggere qualche pagina: è infatti il protagonista stesso ad identificarlo nel rapporto difficile se non inesistente con la madre, la quale ha abbandonato il marito ed i figli senza più dare notizie di sé. Vi è inoltre un’altra motivazione, un “segreto” che non mi è possibile riportare senza rovinare la suspense dell’intero romanzo: basti sapere che l’odio nasce anche e soprattutto dalla paura, dalla consapevolezza dell’irraggiungibilità dell’oggetto del desiderio che si tramuta immancabilmente nell’oggetto odiato. La donna come l’acqua è la culla della vita, le permette di svilupparsi. L’acqua è poi un rimando all’utero materno, al liquido amniotico che avvolge il bambino durante la gravidanza. L’acqua è creatrice e distruttrice allo stesso tempo ed è proprio questa sua componente distruttiva a frustrare Frank e a fomentare il suo odio: tanto attaccato ai rituali, alla pianificazione, alla consapevolezza dell’esito sicuro di ogni sua azione, il protagonista non può sopportare la facilità con la quale l’acqua è in grado di annientare tutto, la sua mancanza di stabilità.

«Ma sono ancora io. Sono la stessa persona di prima, con gli stessi ricordi e gli stessi eventi vissuti, le stesse (piccole) mete raggiunte, gli stessi (spaventosi) crimini sulle coscienza.
Perché? Come ho potuto fare quelle cose?»

Frank Cauldhame potrebbe essere scambiato benissimo per un assassino incallito, un uomo cinico e spietato. E lo è, in effetti. Banks sembra volerci ricordare che il Male non risparmia nessuno e la dicotomia è il fil rouge di questo libro: Tesi e Antitesi, Bene e Male, Pazzia e Saviezza. Bianco e Nero. Come il negativo di una fotografia e ciò che sembra non collima pedissequamente con ciò che è. Un romanzo che non lascia indifferenti, per originalità e follia. Del protagonista o dell’autore… chissà?

Omar Serafini

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LO STALLO DELL’IMPERO (The Consuming Fire, 2018) di John Scalzi https://andromedasf.altervista.org/lo-stallo-dellimpero-the-consuming-fire-2018-di-john-scalzi/ Sat, 09 Apr 2022 08:26:56 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6498 L’Interdipendenza, l’impero interstellare dell’umanità, è sull’orlo del collasso. Il Flusso, il condotto extra-dimensionale che rende possibile il viaggio tra le stelle, sta scomparendo, lasciando intrappolati interi sistemi stellari. Se, in assenza di estreme misure risolutive, il Flusso scomparirà, la civiltà umana perirà con esso. L’imperatrice Grayland II, leader dell’Interdipendenza, è pronta a adottare le misure necessarie per garantire la sopravvivenza di miliardi di persone. Ma molti credono che il collasso del Flusso sia un mito o addirittura un’opportunità che potrebbe consentire loro di ascendere al potere. Mentre Grayland si prepara al disastro, altri si stanno preparando per una guerra civile, una guerra che si svolgerà non solo tra astronavi e su campi di battaglia, ma anche nelle sale del potere, nei mercati degli affari e negli altari del culto. L’imperatrice e i suoi alleati sono scaltri e intraprendenti, ma lo sono anche i loro nemici e niente in questa violenta lotta per il potere sarà semplice o lineare…

Titolo: Lo stallo dell’impero | Titolo originale: The Consuming Fire | Autore: John Scalzi | Anno di pubblicazione: 2018 | Edizione italiana: Fanucci Editore | Secondo volume del ciclo The Interdependency | Pagine: 256 | EAN: 9788834737446

Il romanzo Lo stallo dell’impero (The Consuming Fire) di John Scalzi è stato pubblicato per la prima volta nel 2018. È il secondo libro della serie dell’Interdipendenza e segue “Il collasso dell’Impero“. In Italia è stato pubblicato da Fanucci nella traduzione di Pierluigi Fazzini.

L’imperatrice Grayland II ha ricevuto le prime prove che le previsioni presentate da Marce Claremont erano corrette e le correnti del Flusso hanno cominciato a scomparire. L’intera Interdipendenza è in pericolo ma non tutti credono che esso sia reale mentre per qualcuno, in particolare nel casato Nohamapetan, i possibili cambiamenti costituiscono un’opportunità per arrivare al trono.

Mentre Grayland II annuncia alla Chiesa dell’Interdipendenza di aver avuto visioni, Marce Claremont si rende conto che le teorie di suo padre possono essere completate dalle ricerche di Hatide Roynold, che fino a quel momento aveva considerato sua rivale. Prevedere in modo più preciso il futuro delle correnti del Flusso potrà essere d’aiuto ma solo se l’imperatrice riuscirà a rimanere in vita.

John Scalzi aveva pianificato in origine una storia divisa in due romanzi di un impero interstellare esistente grazie al Flusso, che permette viaggi di molti anni luce in tempi relativamente brevi. In seguito, l’autore ha deciso di sviluppare la storia in una trilogia di cui “Lo stallo dell’impero” è la parte centrale, che comincia dov’era finito “Il collasso dell’Impero”. Si tratta di un caso in cui è necessario leggere tutte le parti della storia per comprenderla pienamente.

Ne “Il collasso dell’Impero” John Scalzi aveva presentato l’impero interstellare costruito dagli esseri umani del lontano futuro all’inizio di un momento di una crisi dovuta alla scoperta che le correnti del Flusso non sono stabili e che la scomparsa di una parte di esse porterà l’isolamento di varie colonie. La storia è stata resa fin dall’inizio più complessa da un forte elemento di intrigo con una fazione pronta a tutto per prendere il trono.

Avevo manifestato alcune perplessità riguardo a “Il collasso dell’Impero” ma devo dire che John Scalzi ha continuato la storia ne “Lo stallo dell’impero” in un modo che mi è parso convincente, sviluppando i vari temi in modi che li ha rafforzati. In sostanza, nel secondo romanzo l’autore ha espanso ciò che aveva iniziato nel primo anche a livello di profondità e non solo di trama.

A volte nella storia c’è parecchia esposizione ma in certi casi è necessaria o almeno utile. L’unico caso in cui mi è parsa eccessiva è quando i Nohamapetan e i loro complici discutono secondo me fin troppo dei loro piani contro l’imperatrice Grayland II. In genere però anche quando il ritmo rallenta l’esposizione non è noiosa.

John Scalzi continua a usare le teorie scientifiche sul Flusso come espediente narrativo senza fornire approfondimenti perché questa non è una serie di fantascienza “hard” e all’autore interessano le conseguenze dei cambiamenti nelle correnti del Flusso e le reazioni agli avvertimenti sulla loro instabilità. Nel caso delle spiegazioni sulla storia dell’Interdipendenza, offre una migliore comprensione del suo funzionamento nel periodo raccontato nei romanzi.

Ne “Il collasso dell’Impero” c’era già una parte riguardante la scoperta da parte dell’imperatrice Grayland II di ciò che c’è dietro la facciata dell’Interdipendenza. Questi temi sono tra quelli sviluppati ancor di più ne “Lo stallo dell’impero” con la rivelazione delle tecniche che in parte potremmo definire di marketing usate per costruire il potere imperiale e ciò offre spunti di riflessione sul potere politico, su quello economico e su quello religioso.

Grayland II può essere considerata un’imperatrice per caso per le circostanze che l’hanno portata sul trono dell’Interdipendenza ma non è una stupida e ha cominciato a usare i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che vuole e per mantenere il trono. La capacità di trovare le informazioni che le servono per evitare il crollo dell’Interdipendenza è importante perché anche la conoscenza è una forma di potere ma ottenerla non è sempre facile.

L’elemento di intrigo diventa se possibile ancor più importante ne “Lo stallo dell’impero” e buona parte dei molti colpi di scena del romanzo sono legati a esso. Il tono mi è parso più drammatico rispetto a “Il collasso dell’Impero” anche se rimangono momenti buffi e intermezzi romantici che per fortuna John Scalzi riesce a raccontare in un modo non melenso.

Complessivamente, “Lo stallo dell’impero” mi sembra un miglioramento rispetto a “Il collasso dell’Impero” che rende la serie dell’Interdipendenza più interessante. Anche questo secondo romanzo termina con alcuni avvenimenti importanti che verranno sviluppati nel terzo romanzo. Se per voi questo non è un problema e la storia vi può interessare, questo romanzo potrebbe fare per voi.

Massimo Luciani

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IL COLLASSO DELL’IMPERO (The Collapsing Empire, 2017) di John Scalzi https://andromedasf.altervista.org/il-collasso-dellimpero-the-collapsing-empire-2017-di-john-scalzi/ Mon, 04 Apr 2022 09:21:52 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6492

Le leggi della fisica che governano il mondo sono destinate a essere riscritte. Una scoperta sensazionale – il Flusso – ha cambiato per sempre la concezione spazio-temporale dell’universo, aprendo al progresso scenari inimmaginabili. Assecondando il Flusso, gli esseri umani sono ora in grado di raggiungere pianeti e stelle lontani anni luce, creare reti tra mondi remoti ma interdipendenti, costruire un impero interstellare in cui il pianeta Terra rappresenta ormai solo un insignificante avamposto. Il Flusso è come un fiume: scorre placido, eterno, ma non è statico, cambia il suo corso e abbandona il suo letto originario. A ogni sua mutazione intere fette di universo vengono però isolate, abbandonate a loro stesse in una deriva cosmica catastrofica per interi sistemi stellari. Quella che doveva essere la via verso la nuova èra intergalattica si rivela dunque la più pericolosa delle minacce per la sopravvivenza stessa del genere umano.

Titolo: Il collasso dell’impero | Titolo originale: The Collapsing Empire | Autore: John Scalzi | Anno di pubblicazione: 2017 | Edizione italiana: Fanucci Editore | Il romanzo ha vinto il Premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza ed è stato candidato al Premio Hugo | Primo volume del ciclo The Interdependency | Pagine: 268 | EAN: 9788834733738

Il romanzo Il collasso dell’Impero (The Collapsing Empire) di John Scalzi è stato pubblicato per la prima volta nel 2017. È il primo libro della serie dell’Interdipendenza. Ha vinto il premio Locus come miglior romanzo dell’anno. In Italia è stato pubblicato da Fanucci nella traduzione di Annarita Guarnieri.

L’Interdipendenza esiste grazie al Flusso, esterno al normale spazio-tempo, che permette di compiere viaggi interstellari in tempi relativamente brevi accedendo mediante “scogli” che esistono solo in alcuni luoghi. Su Fine, uno scienziato sta lavorando da decenni allo studio del Flusso e secondo le sue previsioni le connessioni tra i vari pianeti e habitat cominceranno a collassare nel futuro prossimo. Decide di inviare suo figlio Marce Claremont alla capitale per illustrare all’Imperatore la situazione.

Quando l’Imperatore Attavio VI muore, sua figlia Cardenia è la sua erede perché nel frattempo suo fratello è morto in un incidente. La successione è tutt’altro che tranquilla a causa di alcuni attentati terroristici contro Cardenia, salita al trono come Grayland II. Gli intrighi della famiglia Nohamapetan, interessata ad espandere il proprio potere economico, rendono la situazione ancor più complessa.

Il crollo di un impero interstellare è un tema reso classico soprattutto dal ciclo della Fondazione di Isaac Asimov. L’Interdipendenza non è un impero esteso in tutta la galassia ed è formato soprattutto da stazioni spaziali e habitat artificiali perché il Flusso permette i viaggi interstellari ma solo su certe rotte dove ci sono gli scogli perciò è possibile raggiungere in tempi accettabili solo pochi pianeti, che raramente sono abitabili.

In quel futuro, la capitale dell’Interdipendenza è su un nodo di convergenza di varie connessioni con il Flusso, un luogo fondamentale per controllare il commercio interstellare. Il potere politico si basa su quel controllo e l’ascensione al trono di Cardenia permette a John Scalzi di sviluppare temi legati ai vari poteri che reggono quell’impero, non solo quello politico ma anche quello religioso e quello economico in un equilibrio che sta per essere mandato all’aria.

Da questo punto di vista, “Il collasso dell’Impero” ha punti in comune con un altro grande classico della fantascienza, il ciclo di Dune. Nell’Interdipendenza però gli scontri tra fazioni vengono combattuti ricorrendo quando possibile a mezzi legali piuttosto che all’omicidio ma se lo ritengono necessario usano anche la forza. Qualcuno ha perfino deciso di ricorrere ad attacchi diretti nei confronti della nuova imperatrice.

Il romanzo è strutturato su più sotto trame con quelle principali che seguono Cardenia, Marce Claremont e Kiva Lagos, parte di una delle famiglie più importanti dell’Interdipendenza e avversaria della famiglia Nohamapetan. I temi sono molto importanti e sono sviluppati attorno a una premessa drammatica in una trama che riserva ai protagonisti momenti di forte tensione. Nonostante ciò, è pieno di umorismo e ha una protagonista come Kiva Lagos che usa sempre frasi piene di imprecazioni.

“Il collasso dell’Impero” mi ha lasciato soddisfatto solo in parte. Il paragone con grandi classici della fantascienza è inevitabile a causa dei temi trattati ma è un peso non da poco perché aumenta le aspettative. Secondo me lo sviluppo dei temi è comunque il punto forte del romanzo e in particolare mi è piaciuta la progressiva scoperta da parte di Cardenia di ciò che c’è dietro la facciata dell’Interdipendenza.

I personaggi mi hanno convinto meno. Quelli importanti hanno una loro caratterizzazione con precisi tratti di personalità e comportamenti coerenti con essi ma alcuni mi hanno comunque lasciato alcune perplessità. Da questo punto di vista il fattore soggettivo è fondamentale perciò altri lettori possono aver avuto impressioni completamente diverse. Kiva Lagos mi sembra costantemente molto sopra le righe non solo con le sue imprecazioni ma anche con le sue azioni. Uno dei cattivi sembra davvero un incompetente, tanto che finisce per ricevere minacce di morte in seguito ai suoi pasticci.

Ogni giudizio è comunque molto parziale perché “Il collasso dell’Impero” è solo la prima parte di una storia più ampia. Finisce con alcuni avvenimenti importanti collegati in vari modi alla previsione del collasso delle connessioni con il Flusso ma ciò serve solo a gettare le basi per gli sviluppi successivi. Ci sono i primi accenni alle reazioni politiche a quelle previsioni, presumibilmente un tema importante nei libri successivi. Se per voi questo non è un problema e la storia vi può interessare, questo romanzo potrebbe fare per voi.

Massimo Luciani

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L’ANGELO DELLA RIVOLUZIONE (1893) di George Griffith https://andromedasf.altervista.org/langelo-della-rivoluzione-1893-di-george-griffith/ Sun, 25 Jul 2021 18:44:36 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6486 Un mix sensazionale delle fantasie futuristiche di guerra aerea di Jules Verne e delle visioni utopiche di “Notizie da nessun luogo” di William Morris, precursore del futuro di Wells in “La guerra nell’aria”, della letteratura sulle invasioni di George Tomkyns Chesney e dei suoi imitatori, racconta la storia di un gruppo di sedicenti ‘terroristi’ che conquistano il mondo attraverso la guerra tra aeronavi. Guidati da un brillante ebreo russo storpio e da sua figlia, l’Angelo Natasha, ‘la Fratellanza della Libertà’ fonda una ‘pax aeronautica’ sulla Terra dopo che un giovane inventore padroneggia la tecnologia del volo nel 1903. L’eroe si innamora di Natasha e si unisce alla guerra contro il potere consolidato in generale e in particolare contro lo zar russo. Scritto con la vena profetica di Jules Verne e H.G. Wells, il capolavoro epico di Griffith racconta la storia di una grande guerra che non è mai esistita. Squadroni di dirigibili e flotte a vapore si scontrano nei grandi regni del mondo, lasciando dietro di loro panico e devastazione. Qual è il segreto di Natasha, il misterioso Angelo oscuro? Qualcuno può fermare i tirannici eternauti che pilotano le maestose macchine da guerra? L’impero britannico crollerà e cadrà preda degli anarchici dell’aria? Ma nessuno conosce le reali intenzioni di questi rivoluzionari…

Autore: George Griffith | Titolo: L’angelo della rivoluzione | Titolo originale: The Angel of the Revolution: A Tale of the Coming Terror | Anno di prima pubblicazione: 1893 | Edizione italiana edita da Fanucci Editore (29 aprile 2021) – Collana: Piccola biblioteca del fantastico | Copertina di Antonello Silverini | ISBN 9788834741566 

Ci sono scrittori che hanno segnato un’epoca, e ne abbiamo perso il ricordo, anche se ne vediamo ancora i riflessi; finché un editore non rilancia coraggiosamente la loro opera. E così ci rendiamo conto di quanto passato ha il futuro; di quanto fosse già sviluppata la ‘narrativa di anticipazione’ a fine ’800, in un’epoca di cui speso ricordiamo solo Wells.

George Chetwynd Griffith-Jones, più semplicemente George Griffith, morì purtroppo di cirrosi epatica nel 1906 a 48 anni, ma negli anni precedenti era stato lo scrittore ‘di anticipazione’ più popolare in assoluto. Questo ‘Angelo della Rivoluzione’ del 1893 è la sua opera più famosa, insieme al seguito, ‘Olga Romanoff’.

Nella ricca e potente Londra del 1903, illuminata ovunque dalla miracolosa luce elettrica anche se i disperati vi fanno la fame, un uomo, pur capace e nato da buona famiglia, medita il suicidio: è Richard Arnold, ingegnere e inventore, che dopo una brillante carriera scolastica ha rifiutato incarichi prestigiosi e remunerativi per inseguire il sogno del volo ‘più pesante dell’aria’: quello che nella realtà storica avrebbe timidamente volato solo una decina d’anni dopo a Kitty Hawk, e per altri decenni non avrebbe messo in discussione la prevalenza del ‘più leggero dell’aria’, cioè dei dirigibili. Arnold, consumando tutte le sue risorse, miracolosamente è arrivato a scoprire il combustibile che permetterà di realizzare il sogno di Dedalo e Icaro: ma non gli è rimasto nulla per farsi conoscere da chi potrebbe sviluppare un prototipo, e il giorno dopo verrà sfrattato e buttato in mezzo a una strada. Mentre cammina lungo l’Embankment rimuginando ad alta voce queste cose e aspettando un momento tranquillo per buttarsi nel Tamigi, qualcuno origlia i suoi discorsi: ed è la sua salvezza. In breve viene trascinato alla riunione di una società segreta, i Terroristi, che vedono nella sua invenzione la possibilità di liberare l’umanità dal giogo del dispotismo, sommamente incarnato dallo Zar di tutte le Russie, ma anche dagli altri regnanti europei; e le democrazie francese e statunitense non sono meglio, semplici paraventi per le mene di finanzieri e monopolisti (negli USA è l’epoca dei ‘baroni ladri’). Le loro idee piacciono al nostro Arnold, che si butta anima e corpo nella cospirazione; anche perché il suo cuore è stato stregato da Natasha, l’incantevole figlia del misterioso Maestro invisibile dell’organizzazione. Va detto infatti che nel comitato ristretto che dirige i Terroristi sono presenti diverse donne, che daranno vita ad altrettante storie d’amore molto romantiche, come è appropriato per un romanzo dell’800, e avranno anche modo di mitigare la spietata durezza dei fatti che seguiranno.

Inizia infatti una serie di missioni, sia per verificare la consistenza dell’apparato militare zarista, considerato il più forte al mondo grazie ai suoi squadroni di dirigibili, sia per uccidere funzionari russi responsabili di repressioni efferate, sia infine per liberare confratelli dalle sgrinfie di un terribile apparato concentrazionario, che Stalin avrebbe poi solo ampliato e razionalizzato: ma a fine ’800 le repressioni zariste erano davvero il simbolo dell’atrocità, come testimoniano anche romanzi come ‘Gli orrori della Siberia’ del nostro Salgari (1900) o la rinomanza di luoghi come ‘la Colonna delle lacrime’, posta dove la Russia europea lasciava il posto alla Siberia e le colonne di forzati in marcia dovevano procedere da sole, senza più il conforto di parenti e amici; e la prima parte del romanzo le enfatizza, con le sue immagini di spietate fustigazioni di uomini e donne e le persecuzioni di Ebrei.

L’autore: George Griffith

Dopo questa fase preparatoria, scatta passo per passo il complesso piano dei Terroristi: scatenare una Guerra Mondiale, in cui essi possano alla fine fare da arbitri, forti del loro predominio dell’aria.

Segue quindi la parte più corposa del romanzo, che piacerà moltissimo a chi ama la storia e la descrizione di guerre e battaglie, tattiche e strategie, il tutto con un delizioso sapore steampunk, perché le armi sono quelle dell’epoca ma l’autore si lancia anche in diverse altre previsioni: per esempio l’uso delle navi dedicate ai cannoni ad aria compressa per proiettili a dinamite, effettivamente sperimentate nel 1892.

Griffith fu forse più giornalista che scrittore, secondo alcuni; ma non è un difetto per uno scrittore di ‘narrativa di idee’, e questo giudizio si potrebbe applicare anche a una parte dell’opera di Wells e soprattutto di Verne. La sua ricca posa ottocentesca piacerà senz’altro a chi ha amato Verne, e la varietà di episodi bellici e avventurosi mantiene fino all’ultimo la tensione della lettura. Come si è detto, Griffith seppe anticipare molte cose, prima tra tutte l’importanza dell’arma aerea nelle guerre future (‘La guerra nell’aria’ di Wells, pubblicato nel 1907, gli deve molto; anche se in realtà l’aviazione divenne davvero importante solo nella II Guerra Mondiale), curiosamente anche l’importanza di spezzare l’alleanza tra Italia e Imperi Centrali; ma seppe anche assorbire importanti influenze letterarie. Prima fra tutte quella di Verne, non solo per il fascino della scienza ma anche per la sinistra figura del protagonista: l’ebreo Natas rientra in una galleria di ‘geni vendicatori’ insieme al Capitano Nemo e al Conte di Montecristo di Dumas. Molto interessante anche l’influenza dei cosiddetti ‘Romanzi di invasione’, che ebbero successo nell’Inghilterra di quegli anni, e immaginavano una Albione invasa dalle temute forze del Kaiser: il primo fu ‘La battaglia di Dorking’ scritto nel 1871, proprio a ridosso della schiacciante vittoria prussiana a Sédan (chissà che un editore non voglia riproporre queste proto-ucronie..). Poi quella di Rider Haggard, che nel 1885 aveva pubblicato ‘Le miniere di re Salomone’: anche qui infatti troviamo un paradiso perduto nel cuore dell’Africa, che solo le nuove aeronavi riescono a raggiungere, e diventa la base segreta nonché ‘buen retiro’ dei Terroristi.

Più complesso è analizzare le influenze della storia e della politica del tempo. Il romanzo coglie molto bene temi di bruciante attualità: le disuguaglianze sociali, il dispotismo, dietro lo splendore della Belle Epoque la cupa sensazione dell’attesa di un disastro, che si sarebbe concretizzata con la I Guerra Mondiale. Le idee dell’autore sono a volte sorprendenti: l’afflato per la fratellanza universale è assolutamente genuino, e comporta l’uguaglianza con le donne; verrà realizzata però grazie a un’associazione verticistica, che manovra tutte le altre, guidata di fatto da una sola persona e pochi collaboratori; il principale tra loro, lord Alanmere, addirittura ipnotizzato come un burattino dall’onnipotente Natas! Questi rivela poi in un episodio addirittura poteri profetici, forse perché ebreo.. E ancora: la Fratellanza è senz’altro universale, i membri che incontriamo all’inizio appartengono a tutti i popoli europei e a loro è richiesto di parlare indifferentemente quattro lingue, così come l’inno della Fratellanza è cantato in tutte le lingue; ma nel finale il governo mondiale sarà fondato sulla supremazia della ‘razza’ anglosassone dai due lati dell’Atlantico, a cui gli altri popoli europei saranno ammessi. Quanto ai non europei, si menzionano i musulmani come possibili alleati, ma gli asiatici appaiono il ‘pericolo giallo’ tanto temuto all’epoca; gli africani non pervenuti, nemmeno nelle scene ambientate in Africa.

Ma a parte queste curiose idiosincrasie, del resto tipiche dell’epoca, è molto interessante il programma di ristrutturazione sociale messo in pratica nella conclusione, che va dall’abolizione della proprietà privata a un arbitrato permanente per risolvere i problemi.

In definitiva, un romanzo che illustra molto bene i temi e l’efficacia della ‘narrativa d’anticipazione’ già centotrent’anni fa.

Antonio Ippolito

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SETTE CHIAVI PER L’IGNOTO, un’antologia del 1967 https://andromedasf.altervista.org/sette-chiavi-per-lignoto-1967/ Sun, 20 Jun 2021 05:00:11 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6444

SETTE CHIAVI PER L'IGNOTO, un'antologia del 1967

Da “Il futuro alla gola” a “Storie di fantamore”, da “C’è sempre una guerra” a “Per il rotto della mente”, Urania è venuta via via proponendo un insieme di nutriti volumi antologici che sono ormai “obbligatori” per ogni vero lettore di fantascienza. Queste “Sette chiavi per l’ignoto” – che riuniscono sotto il segno dell’evasione classici come Dick e Sturgeon, Laumer e Young, Leiber e Silverberg – continuano la memorabile serie: una serie che, nell’equivoco disordine della produzione corrente, segue una linea di costante qualità e organicità; una serie che apre un ventaglio di temi originali e di prospettive stimolanti, mettendo nello stesso tempo sott’occhio al lettore italiano tutto ciò che realmente conta nel fertile e sempre più vario campo della “short-story” anglosassone di fantascienza. (Mondourania)

 

Sette chiavi per l’ignoto è una interessante antologia pubblicata nel luglio 1967 da Mondadori nell’allora quattordicinale Urania (“Le antologie”, 466).
Riunisce sette racconti di autori diversi, tutti statunitensi, il cui comune denominatore è l’ignoto.
Se vi dovesse capitare di incrociarla in mercati dell’usato, fisici o digitali, acquistatela perché alcuni dei racconti non hanno più avuto una traduzione italiana dopo il 1967.
Poiché sono tutti di magistrale scrittura, un piccolo approfondimento per ognuno aprirà sicuramente ulteriori domande e scoperte. Vediamo chi sono gli autori e quali i racconti.

J.K. Laumer

John Keith Laumer (1925 – 1993) è stato uno autore di fantascienza. La sua produzione conta numerose serie, romanzi, molti racconti.
Nel 1971, dopo un ictus che lo ha immobilizzato, ha dovuto smettere di scrivere. Ci ha ritentato qualche anno dopo, ma la vena artistica, corrosa dalla sua condizione, a cui comunque non ha mai mostrato di arrendersi, gli ha precluso di tornare ai fasti anteriori all’incidente.

Ha cominciato a scrivere nel 1959, raccontando storie che si dipanano nel tempo e nello spazio, con protagonisti solitari ed eroici per volontà e determinazione, disposti al sacrificio di se stessi per arrivare all’obiettivo. Anche la trascendenza è uno dei suoi leit-motiv.
Inoltre, parte della sua produzione appartiene a quel genere di sperimentazione – sia di forma (stile) che contenuto – assimilabile alla cosiddetta New Wave scientific fiction statunitense degli anni Sessanta e Settanta, un movimento di letteratura fantascientifica in contrapposizione al tradizionale concetto di fantascienza pulp, denominato invece hard science fiction, dove predominano accuratezza per l’analisi scientifica e predittività.

Evasione nell’assurdo, di Keith Laumer (It Could Be Anything, 1963), apparso anche con il titolo A Trip to the City nel 1967, è un racconto lungo.
Non mi risulta ci siano state ulteriori traduzioni in lingua italiana dopo il 1967.

Brett, soffocato dalla provinciale cittadina in cui è cresciuto, decide di partire perché vuole vedere la città e cercare un futuro. Durante il viaggio, mentre è nel bagno sente il treno rallentare e, quando riesce con qualche difficoltà a uscirne, si ritrova su un treno vuoto. Scende e comincia a camminare, in lontananza ha visto una città…

***

L’idea di recensire l’antologia mi è venuta da questo primo racconto di Laumer, che ho trovato ottimo per la qualità dell’idea fondante e dello sviluppo universale, dove per universale intendo una narrazione in grado di parlare ai lettori di ogni tempo, avulsa perciò dall’essere coinvolta da una corrente politica, sociale o di costume.
È sempre un ristoro leggere qualcosa che non sia propaganda. E per riuscirci, a volte occorre fare un passo indietro, non perché gli anni Sessanta siano stati esenti da coinvolgimenti di dubbia natura, piuttosto perché è stato un periodo in cui le paure, le paranoie, le precognizioni circa il tempo che stiamo vivendo adesso potevano ancora essere viste con una certa oggettività.
Si presentavano, cioè, per chi volesse vederle, ancora a uno stato di potenzialità. Stavano per nascere, ma non erano ancora.
Attraverso una metafora, o nel racconto di finzione, era quindi possibile mostrare che cosa poteva nascondersi dietro l’angolo che sarebbe stato il mondo odierno. All’essere sociale di oggi, poiché queste metafore non sono più potenzialità ma realtà acquisite, appaiono velate e dai contorni indistinguibili, in generale quindi incomprensibili. Riconoscere la metafora nel momento in cui la si sta vivendo costringe a un esame e a un riordinamento totali del proprio punto di vista soggettivo, geografico, temporale, culturale, insomma investe un po’ tutte le sfere dell’attività umana. Chi è disposto?
Niente di nuovo sotto il sole, d’accordo: ogni epoca ha visto nell’immediato passato quello che si preparava in nuce. Nella nostra di adesso molto si trova negli anni Sessanta.

Resta inteso che è inutile leggere, ascoltare musica, vedere un film o una pittura, passeggiare in un bosco, fare l’amore, se diventano una ripetizione acefala e priva di stimolo creativo, un prodotto di consumo a cui ne seguirà un altro simile, a poi un altro ancora, in un’eterna ripetizione di se stessa. Inutile farlo anche con questa antologia.
Non è il testo o il film o il bosco che apriranno all’illuminazione, ma restano ottimi strumenti per accedere a una sfera di comprensione nel caso ci sia l’intento di capire.
Bene, questi sono i pensieri su cui ho riflettuto dopo aver letto il primo racconto, e non mi è parso poco.

It could be anything è un potente specchio di quanto ci troviamo a vivere oggi. Fuori e dentro di noi. Forse il racconto più bello dell’antologia.
Non è una storia di uomini e donne, ma dell’essere umano; con emozioni, obiettivi, ideali comuni a entrambi.
Il nucleo narrativo, infatti, sta nella ricerca e nel riconoscimento reciproco dell’essere umano e delle sue qualità peculiari. Azioni che, il lettore potrà ben constatarlo, diventano difficili a verificarsi perché…
Chi non riconosce tradisce se stesso e l’essenza umana. E nel processo di disumanizzazione che comporta il rifiuto al riconoscimento, diventa servo dell’alienità. Anzi, si aliena per consenso.

Philip K. Dick

Sullo scrittore Philip Kindred Dick (1928 – 1982) non spendo una parola. Il film Blade Runner del regista Ridley Scott (1982) è basato sul suo romanzo Il cacciatore di androidi.
Minority Report di Steven Spielberg (2002) basa la storia sul suo racconto Rapporto di minoranza.
Chi non ha mai letto Dick, sono sicura che abbia visto almeno una delle due pellicole.

Il racconto breve Il sobborgo dimenticato, di Philip K. Dick (The Commuter; 1953), dopo questa prima edizione è apparso in traduzione italiana più volte, anche con il titolo Il pendolare.
Appare con quest’ultimo nell’ultima pubblicazione che lo contiene: Tutti i racconti 1947 – 1953 (“Collezione Dick, 28”; Fanucci, 2006).

Alla stazione ferroviaria, il signor Critchet chiede un biglietto per Macon Heights. Il bigliettaio gli fa notare che il luogo non esiste, l’uomo ribatte che è impossibile perché ci vive e fa la spola per lavoro da casa sua alla città ogni giorno.
In seguito a questo incidente che assume sempre più una valenza irreale, si apre una frattura su cui il vice direttore ferroviario Paine comincia a indagare…

***

Che cosa succederebbe se un giorno ciò che abbiamo immaginato diventasse realtà? La risposta è una domanda: abbiamo immaginato incubi oppure abbiamo dato vita a sogni?
O ancora. Che cosa succederebbe se la nostra ignavia prendesse consistenza e le mancate azioni diventassero la realtà? Che ci si ritrovi felici o meno, dipende sempre da quello che abbiamo posticipato.

Insomma, pare proprio che realtà e immaginazione si modellino a vicenda. Per fortuna – forse non se ne rendeva nemmeno conto – il signor Paine…

Theodore Sturgeon

Theodore Sturgeon (1918 – 1985) è reputato uno dei migliori scrittori dell’Età d’oro della fantascienza, insieme ad altri del calibro di Isaac Asimov o Arthur C. Clark. Esordì sulla rivista Astounding.
Tra le molte cose, scrisse le sceneggiature di alcuni episodi della serie Star Trek introducendo la Prima direttiva, cioè la norma per cui è vietato interferire nello sviluppo di una civiltà che ancora non sia arrivata al viaggio interstellare.

Nell’antologia è contenuto il suo racconto breve Evasione e ritorno (The Way Home, 1953).
Il racconto appare in Italia con un titolo diverso (Via da casa) una seconda volta in una antologia di Sturgeon: Luci e nebbie (“Urania”, 1045; Mondadori, 1987). L’antologia originale è A Way Home, 1955.

Mentre i primi due racconti appena visti hanno in comune la figura del treno, The Way Home di Sturgeon si accomuna con It Could Be Anything di Laumer per l’immagine della fuga.
Il protagonista, infatti, è un ragazzo di nome Paul che un bel giorno decide di scappare da casa. Durante la fuga incontra alcune persone che lo faranno pensare…

***

Il racconto è costruito in modo semplice, così semplice che il finale riesce commovente.
A volte abbiamo le risposte davanti a noi e non le vediamo.
Ci danniamo per fare, andare, concludere, desideriamo senza accorgerci che tutto quello che occorre è solo aprire gli occhi e vedere.

Fritz Leiber

Fritz Reuter Leiber jr., (1910 – 1992), autore pluripremiato e uomo di interessi eclettici, ha scritto fantascienza e fantastico, sfruttando anche elementi orrorifici.
Esordì su riviste pulp nel 1939, mostrandosi fin da subito una penna colta ed elegante.

La prigione di cristallo di Fritz Leiber (The Crystal Prison, 1966 ) apparve pubblicato in originale sulla rivista Galaxy nell’aprile 1966.
Sembra quasi impossibile, ma l’unica traduzione italiana esistente di questo racconto pare contenuta nella presente antologia.

***

Con brevi e scanzonate pennellate l’autore descrive un mondo quasi ideale, se non fosse che questa società è retta da vecchi ultracentenari che, per il loro bene, tengono in condizioni di sottomissione giovani che non vengono reputati adulti se non dopo i trent’anni.
Ma i due ragazzi protagonisti hanno sviluppato per se stessi sogni diversi da quelli che bisnonni e vecchie zie hanno deciso per loro…

Dopotutto, ciò che sembra ideale o benefico a prima vista, nasconde baratri di inconsistenza che, istituzionalizzati, finiscono col diventare una drammatica distopia.
La storia è di una disarmante linearità, quasi una storia per ragazzi, ma coglie il bersaglio e fa riflettere.

SETTE CHIAVI PER L'IGNOTO, un'antologia del 1967
Norman Spinrad

Norman Spinrad (1940) iniziò la sua carriera di scrittore nel 1963, fu anche autore di alcune sceneggiature di Star Trek, Serie classica.
Il suo romanzo Il signore della svastica, in cui raccontava di un Adolph Hitler ucronico, incappò nella censura tedesca.

Anche Evasione nella droga, di Norman Spinrad, pubblicato in originale con il titolo Neutral Ground sulla rivista The Magazine of Fantasy and Science Fiction nel novembre 1966, sembrerebbe godere del fatto di poter essere letto solo in questa antologia.

***

Si tratta di un racconto di lunghezza media, pervaso da un’angoscia crescente e misteriosa che deriva dalle anomale esperienze del protagonista.

La scienza ha trovato una sostanza, chiamata Psychion-36, che permette di fare i Viaggi previa inoculazione. Non si sa esattamente dove la sostanza conduca, se in mondi interiori oppure fisici, e nemmeno se questi mondi fisici appartengano alla nostra galassia. Il protagonista è convinto che questi Posti esistano per davvero…

Robert F. Young

Robert Franklin Young (1915 – 1986) è stato un autore prolifico. Ha scritto per trent’anni, pur essendo poco conosciuto dal pubblico, e solo alla fine si seppe che era un bidello del sistema scolastico di Buffalo. Ha scritto cinque romanzi e un mare di racconti.
Per il suo stile poetico e romantico è stato accomunato a Ray Bradbury e Theodore Sturgeon.

Il sesto racconto, Viaggio sul fiume, di Robert F. Young (On the River, 1965) apparve in originale su Fantastic Stories of Imagination, nel gennaio 1965. Per questo la maggior parte delle bibliografie danno, invece, l’anno 1964.
In traduzione italiana compare in questa antologia e poi, col titolo Sul fiume, nel 1982 in Avventure tra i mondi, Il contatto con i mondi alieni (“Enciclopedia della Fantascienza, 8”; Fanucci Editore).

***

Farrel sta viaggiando in barca e a un tratto vede una ragazza, Jill, che gli fa segno di fermarsi. Il loro incontro risveglia sentimenti assopiti che, in una lenta ascensione attraverso la compagnia reciproca, li porta a comprendere cosa c’è dietro il fiume.
Una storia delicata, magica, profonda.

SETTE CHIAVI PER L'IGNOTO, un'antologia del 1967
Robert Silverberg

Robert Silverberg (1935), pluripremiato e prolifico autore, oltre a essere stato curatore editoriale ha scritto romanzi, racconti, saggi, e anche sceneggiature, tra cui un episodio della Prima serie di Ai confini della realtà (The Elevator, L’ascensore, 1986).

L’ultimo racconto dell’antologia, Evasione tra i mostri (By the Seawall, 1967), venne pubblicato sulla rivista IF (gennaio 1967) durante la storica direzione di Frederik Pohl.
In Italia si trova in questa antologia e in un’altra dedicata esclusivamente a Silverberg, Buone Notizie dal Vaticano (“Oscar, 917”; Mondadori, 1979), con il titolo Il guardiano della muraglia.

***

Nella Terra di questo racconto esistono mostri marini, originati da una non meglio precisata catastrofe, che l’umanità ha rintuzzato erigendo mura possenti a ridosso dell’oceano e sorvegliate da sintetici, esseri artificiali che non sono robot ma il prodotto di una manipolazione genetica.
Una curiosità indicativa è il nome dei sintetici, tutti appartenenti a profeti biblici. Il nostro protagonista, per esempio, è Micah-IV, cioè Michea, uno dei profeti minori dell’Antico Testamento.

Il tema del muro è ricorrente in letteratura e nelle arti in generale: basti pensare a Le mur di Jean-Paul Sartre, a The Wall dei Pink Floyd, fino ad arrivare alla pittura parietale della moderna art street.
Dove c’è il simbolo del muro c’è una barriera, fisica o interiore. A seconda di come ci si pone e si agisce nei confronti del muro sta la molteplice configurazione, e l’evoluzione, di un essere pensante. E anche il suo riscatto.

 

We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave them kids alone
Hey! Teachers! Leave them kids alone! (…)

 

 

 

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LEVIATHAN. IL RISVEGLIO (2011) di James S.A. Corey https://andromedasf.altervista.org/leviathan-il-risveglio-2011-di-james-s-a-corey/ Wed, 28 Apr 2021 13:58:26 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6438 L’umanità ha colonizzato l’intero sistema solare, spingendosi fino all’orbita di Nettuno grazie alla scoperta di un avveniristico motore a fusione. Jim Holden presta servizio sulla Canterbury, un cargo che trasporta ghiaccio attraverso gli infiniti spazi tra gli anelli di Saturno e la Fascia, l’arcipelago di asteroidi che si estende tra Marte e Giove. Incaricato di ispezionare il relitto di una nave spaziale, la Scopuli, sopravvivrà alla distruzione della Canterbury in seguito a un proditorio attacco nemico. Un fatto inaudito che porta la Terra, Marte e la Fascia sull’orlo della catastrofe planetaria. Nel frattempo, sull’asteroide Ceres, il detective Miller è impegnato nelle ricerche di Julie Mao, una giovane ribelle che ha rinnegato la sua famiglia sulla Terra e si è rifugiata nella Fascia. La ragazza sembra scomparsa nel nulla, ma le sue tracce portano dritto al relitto della Scopuli e a una vicenda di orribili esperimenti che qualcuno sta tentando di insabbiare, anche a costo di scatenare una guerra senza precedenti.

Titolo: Leviathan. Il risveglio | Titolo originale: Leviathan Wakes | Anno di prima pubblicazione: 2011 | Prima edizione italiana: 2015 | Editore: Fanucci  | Autore: James S.A. Corey | Primo volume del ciclo The Expanse |  ISBN: 978-8834728840 | Pagine: 608 | James S. A. Corey è lo pseudonimo collettivo dei due scrittori di fantascienza statunitensi Daniel James Abraham e Ty Corey Franck.

L’avventura spaziale è un filone particolarmente vasto e, come la distopia, uno dei primi ad essere associato alla parola “fantascienza” nell’immaginario collettivo. Dai grandi romanzi alla miriade di fumetti e racconti, senza dimenticare lo sconfinato mondo del cinema, le astronavi e i mondi alieni, declinati in qualunque forma e dimensione, hanno attraversato gli anni dell’immaginazione per approdare, oggi, a quelli delle possibilità: nel corso della nostra, vera conquista dello spazio – soprattutto del Sistema Solare e dei pianeti interni, ma non solo – è chiaro che un genere come la fantascienza spaziale, a lungo sempreverde, si sia trovato costretto a reinventarsi.

In questo scenario pronto per contaminazioni ed esperimenti, nasce la serie di The Expanse, iniziata nel 2011 con Leviathan – Il risveglio: l’esordio è stato molto promettente, con la candidatura al Premio Hugo e al Premio Locus nel 2012, accanto ad autori come China Miéville e Charles Stross. Lo pseudonimo di James S. A. Corey, d’altronde, riunisce la coppia Daniel James Abraham & Ty Corey Franck, scrittori di grande successo (soprattutto il primo) e di certo non alle prime armi. Con tutte queste premesse, tuttavia, Leviathan – Il risveglio riesce ad affossare fin da subito le speranze del lettore, travolgendolo con una trafila di descrizioni soporifere e, nella stragrande maggioranza dei casi, superflue. Per fortuna, se si riesce a superare i primi capitoli, le vicissitudini del gruppo di eroi superstiti della Canterbury, astronave trasporta ghiaccio distrutta in un misterioso agguato, e del detective Miller, tormentato poliziotto di stanza su Cerere, acquisiscono a poco a poco un buon ritmo, pur appesantite da una visione fortemente primomondista, anzi,  WASP: i protagonisti (rigorosamente “Jim”, “Alex”, “Joe”, con qualche suggestione “esotica” per le figure di Naomi Nagata e Jules-Pierre Mao) trascorrono il tempo a bere caffé e aggirarsi tra i pianeti come cowboy (letteralmente: i coloni marziani hanno accento texano con qualche vaga influenza indiana e cinese). Il Sistema Solare, diviso tra le superpotenze di Terra, Marte e Pianeti Esterni, non è nient’altro che una colossale metropoli, una New York interplanetaria: non mancano le cenette a base di sushi, le solite multinazionali senza scrupoli, il detective hard-boiled dipendente dall’alcol e segnato da un brutto divorzio.

Se si escludono le poche idee che, per forza di cose, rifulgono in questa serie di cliché travestiti da grande epopea spaziale, Leviathan – Il risveglio non è altro che un classico romanzo d’azione nel quale, ogni tanto, un’astronave esplode o qualcuno preannuncia una prossima invasione aliena. Se si riescono a sopportare l’infodump e la sovrastruttura di cartapesta fantascientifica (Heinlein rabbrividirebbe nel leggere certe soluzioni proposte da Corey), questo primo romanzo della serie è scritto abbastanza bene da risultare avvincente nella sua familiarità di cose già viste: si fa leggere, magari in treno, e alla fine un po’ ci si appassiona. Ma è anche difficile togliersi dalla testa l’idea che seicento pagine di un unico romanzo mediocre avrebbero potuto essere duecento pagine di tre romanzi belli. Scritti da altri.

Mariasilvia Iovine

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I NAVIGATORI DELL’INFINITO (1925) – GLI ASTRONAUTI (1960) di J.-H. Rosny aîné https://andromedasf.altervista.org/i-navigatori-dellinfinito-gli-astronauti-di-di-j-h-rosny-aine/ Sun, 18 Apr 2021 16:33:01 +0000 http://andromedasf.altervista.org/?p=6429 I navigatori dell’infinito (1925) è considerato il capolavoro di Rosny aîné. Il romanzo, in cui l’autore conia il termine “astronauta”, è il resoconto immaginario della prima spedizione dell’uomo su Marte, delle esplorazioni in un ambiente ostile e dell’incontro di un gruppo di scienziati terrestri con una stirpe aliena in difficoltà. Superata la naturale diffidenza, i protagonisti avranno mododi scoprire, comprendere e apprezzare la civiltà extraterrestre, dando vita a un rapporto di collaborazione e rispetto reciproco. In questo modo potranno fronteggiare insieme la minaccia che rischia di spazzare via l’antico popolo marziano.
Gli astronauti (pubblicato postumo in Francia nel 1960) è il seguito del primo romanzo e ne riprende le tematiche, approfondendone gli aspetti emozionali e ponendo al lettore alcune domande quanto mai attuali: è possibile che tra individui di etnie diverse, l’una per l’altra “aliene”, sbocci un amore totale e incondizionato? È ipotizzabile la costituzione di una società interplanetaria pacifica e multirazziale?

Ciclo marziano completo di J.-H. Rosny aîné, traduzioni di Flavio Mainetti, con una introduzione di Sandro Pergameno e saggi di Massimo Del Pizzo e Jacques Bergier.

Titolo: I navigatori dell’infinito – Gli astronauti | Autore: J.-H. Rosny aîné | collana: I tre sedili deserti, 5 Collana a cura di Giuseppe Aguanno | Traduzione di Flavio Mainetti, introduzione di Sandro Pergameno | Pubblicato a marzo 2020 | Pagine 268 15x19cm, bross. | Prezzo 18 € | ISBN: 978-88-98447-62-6 | Editore: Il Palindromo 

La storia della fantascienza forse ha bisogno di qualche rettifica, se tra i precursori il nome di Rosny è ancora poco noto. Definito già da Jacques Sadoul nella sua ‘Storia della fantascienza’ ‘da riscoprire, il miglior scrittore francese di anticipazione dopo Verne’, è un personaggio di grande ricchezza. Scrittore e intellettuale a tutto tondo prima insieme al fratello e da solo, membro e in seguito presidente dell’Accademia Goncourt, candidato al Nobel da Romain Rolland, già nel 1887 produceva ‘Les Xipéhuz’, dove il remoto passato dell’umanità si intrecciava a forme di vita aliene. Nei primi anni del ‘900 scrisse ‘La mort de la Terre’, romanzo di grande respiro sul lontano futuro del nostro pianeta, tema molto amato dai precursori; poi ‘La force mysterieuse’, storia di un’insolita invasione aliena. Sempre poco prima della guerra creò i romanzi preistorici che gli diedero più fama, anche cinematografica: ‘La guerra del fuoco’, pubblicato più volte in Italia (anche recentemente dalla Nord), e ‘Le félin géant’. Nel 1920 scrisse La Jeune Vampire, dove il vampirismo trova una base genetica.

Infine nel 1925 concepì questa originalissima avventura marziana. Il tema non era del tutto nuovo, dal momento che tre anni prima Alexei Tolstoi aveva pubblicato ‘Aelita’; ma questo era un romanzo dalle implicazioni sociali e filosofiche sostanzialmente umane, anche se trasportate su Marte; il lavoro di Rosny invece è pura fantascienza, interessata a descrivere civiltà del tutto aliene. ‘I navigatori dell’infinito’ infatti, con il suo seguito ‘Gli astronauti’ pubblicato postumo nel 1960, anticipa di diversi anni la splendida ‘Odissea marziana’ di Weinbaum: vi troviamo la stessa fantasia sfrenata nell’immaginare alieni davvero alieni e non caricature dell’uomo, e al tempo stesso plausibili; ma in più vi troviamo una civiltà con cui confrontarsi, perchè Rosny fu un intellettuale capace di riflessioni tanto scientifiche quanto umanistiche.

La storia è lineare: tre esploratori affrontano un viaggio verso Marte; lo esplorano; si rendono conto della sua ricca e variegata fauna; addirittura scoprono i Tripedi, una forma di vita intelligente, e dopo alcune incomprensioni iniziali, creano un rapporto di comunicazione e fiducia, che li porta ad aiutare i locali a tenere a bada una classe di creature nocive e invadenti, gli Zoomorfi. Il secondo romanzo ha una trama simile, con la differenza che nel nuovo viaggio ai tre esploratori si è aggiunta la fidanzata del protagonista; in esso viene descritta un’altra originale specie di vita intelligente, gli Eterali, fatti di energia; dopo complessi tentativi di comunicazione, i terrestri riusciranno a farsi capire abbastanza da ottenerne l’aiuto contro gli Zoomorfi.

La storia sarebbe già interessante così, ma Rosny ha un asso nella manica: per quanto i tripedi siano diversi dagli umani, in particolare dotati di un viso le cui uniche fattezze sono sei occhi dagli affascinanti colori. Il protagonista prova un’intensa attrazione spirituale per una di loro, che ribattezzerà Grazia. L’attrazione è ricambiata e tra i due si andrà creando una forte intesa, che diventerà ancora più forte nel secondo romanzo; quando però sarà presente anche la fidanzata umana del protagonista… la situazione si presta a molte riflessioni: ha senso questa relazione pur così eterea? E se sì, come viverla? È compatibile con il fidanzamento terrestre? Che cosa definisce davvero una relazione esclusiva? Con l’aiuto della peculiare biologia marziana, la conclusione sarà.. molto francese!

Scherzi a parte, è impressionante come Rosny abbia precorso di trent’anni ‘Un amore a Siddo’ di Farmer, con meno dettaglio biologico ma più sentimento. Ed è ancor più notevole che quel genio burlone di Farmer conoscesse Rosny! al punto che il romanzo Terra inesplorata (L’étonnant voyage de Hareton Ironcastle, 1922) del francese fu liberamente tradotto in inglese proprio dall’autore americano..

È quindi davvero benemerita l’iniziativa del palindromo di pubblicare il ciclo marziano completo, nella traduzione di Flavio Mainetti, arricchito da un’introduzione di Sandro Pergameno e da saggi di Massimo Del Pizzo e Jacques Bergier.

Antonio Ippolito

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