Redazione- Le fonti monumentali dell’età cretese-micenea fra il quindicesimo e il decimo secolo avanti Cristo dimostrarono che quella civiltà faceva già uso della scrittura. Dopo la loro recente decodificazione ciò che tuttavia ci è giunto degli scritti minoici-micenei, se ci ha fornito delucidazioni sul ceppo etnico a cui quei popoli appartenevano, ben poco hanno chiarito […]
L'articolo “FONTI DELLA STORIA GRECA PIÙ ANTICA” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- Le fonti monumentali dell’età cretese-micenea fra il quindicesimo e il decimo secolo avanti Cristo dimostrarono che quella civiltà faceva già uso della scrittura. Dopo la loro recente decodificazione ciò che tuttavia ci è giunto degli scritti minoici-micenei, se ci ha fornito delucidazioni sul ceppo etnico a cui quei popoli appartenevano, ben poco hanno chiarito sulla loro storia e sulla loro civiltà. Quegli scritti non poterono essere usati neppure dalle generazioni vissute dopo il rapido eclisse di quella civiltà e di quella scrittura dato che l’arte della scrittura tornò ad essere familiare ai Greci solo dopo l’adozione dell’alfabeto fenicio fra il nono e l’ottavo secolo avanti Cristo.
Precedentemente al secolo VIII avanti Cristo non fu possibile conservare alcun ricordo se non attraverso la tradizione orale, la quale fornì il materiale indispensabile agli storici e ai poeti dei secoli posteriori. La tradizione orale però vale molto poco dal punto di vista storico a causa dell’estrema facilità con cui i fatti tramandati oralmente vengono svisati, confusi, dimenticati, esagerati nel corso di pochi anni, a volte di pochi mesi e nel passaggio da un luogo all’altro e da un narratore all’altro. Il suo valore, già relativo, diminuisce ancora di più a causa dello scarso interesse e senso storico di quei narratori più antichi nei cui componimenti, sia in versi sia in prosa, si fissò di volta in volta la tradizione orale.
Fra i componimenti scritti più antichi ci sono certamente le tavole genealogiche, le quali in parte contengono ricordi di tempi precedenti all’uso della scrittura. Alcuni si rivelano del tutto fantastici, costruiti in base a fatti quasi esclusivamente mitologici in cui i nomi di déi e di eroi si alternano indifferentemente con nomi di personaggi umani veri o immaginari. Distinguere gli uni dagli altri è per noi quasi impossibile.
Accanto alla tradizione genealogica si affermò la tradizione poetica nella poesia epica. Il valore della tradizione epica tuttavia è storicamente inesistente perché i canti omerici furono di certo trasmessi a memoria, dunque oralmente, per varie generazioni. Bisognerà attendere l’ottavo secolo a. C. prima di avere una redazione scritta di quei canti. Inoltre al poeta epico importava solo l’episodio in sé mentre gli erano indifferenti i motivi, le conseguenze dei fatti narrati. Quel poeta era sempre pronto a sacrificare la verità storica allo scopo artistico della sua composizione, attingendo ora alle leggende ora ai miti e, quando questi non bastavano, creando di propria fantasia.
Pertanto accade che di fronte ad una tradizione epica lo storico si trovi nella penosa condizione di dover scegliere il vero dal probabile, dal falso e dall’ improbabile con criteri che si rivelano sempre arbitrari, quantunque siano prudenti e guardinghi.
L’epopea omerica si pone però al fianco dei dati degli scavi archeologici come una fonte per la ricostruzione dei costumi, della vita sociale ed economica, delle condizioni culturali e religiose delle genti greche nell’età micenea. Non bisogna tuttavia dimenticare che spesso Omero, autore dell’Iliade e dell’Odissea, attribuì all’età e al popolo, narrati nei suoi versi, condizioni, costumi, conoscenze proprie del suo tempo, della sua gente.
Fra i documenti scritti più antichi di cui gli storici greci di età posteriore poterono disporre – e in parte ne disponiamo ancora oggi – sono da annoverare le liste di sacerdoti, di re, di magistrati, di vincitori di giochi. Per la parte più antica di esse valgono le osservazioni già fatte in merito alle tavole genealogiche. Difficilmente si può attribuire un valore storico ai nomi dei personaggi precedenti l’ottavo secolo. Si può però ritenere autentiche le liste degli efori spartani che iniziano dal 754 avanti Cristo, quella degli arconti ateniesi, con inizio dal 682, mentre meno attendibile risulta, nella parte più antica, la lista dei vincitori olimpici risalente al 776 avanti Cristo.
Per avere una vera e propria storiografia in Grecia bisogna aspettare il 500 a. C., tant’è che degli avvenimenti precedenti al sesto secolo non restarono che scarsi e frammentari ricordi nei poeti ad essi contemporanei. Tirteo è la sola fonte contemporanea delle guerre messeniche, come Callino dell’invasione dei Cimmeri nell’Asia Minore, Mimnermo delle guerre delle città ioniche contro i re di Licia, e Alceo delle lotte dei partiti in Mitilene.
Solone ci dà egli stesso, nelle sue elegie, le più precise informazioni sulle condizioni di Atene e sulla Costituzione da lui data alla città. A proposito di Solone è stato bene scritto da De Santis che egli fu “il primo uomo politico della Grecia, anzi di tutto il mondo europeo, che possiamo dire di conoscere”.
In Grecia i più antichi scrittori di storia furono i cosiddetti logografi, ovvero narratori in prosa, contrapposti ai narratori poetici, la cui produzione è quasi completamente andata perduta. Il lavoro dei logografi può essere considerato una continuazione dell’epica di cui non solo uguaglia il dialetto ionico e il frasario ma di cui ripete spesso anche il contenuto, dal momento che soggetto delle narrazioni dei logografi furono quegli stessi miti e leggende già sfruttati dall’epopea.
Per le età più recenti e vicine a loro, i logografi facevano anche ricorso a documenti ufficiali. Sicché le narrazioni da essi compilate acquisiscono un valore storico man mano che si avvicinano all’età dello stesso logografo. La schiera di tali narratori inizia con Cadmo di Mileto, la cui personalità però risulta assai incerta. Cadmo di Mileto sarebbe stato il più antico scrittore greco di prosa. Dopodiché ricordiamo Ecateo di Mileto, Acusilao di Argo, Carone di Lampsaco, Ferecide di Atene, fioriti nella prima metà del quinto secolo. Successivamente l’attività letteraria si lega a Ellanico di Mitilene.
Tutta la letteratura storica o contemporanea dei logografi del VI e della prima metà del V secolo avanti Cristo è andata ormai perduta. Essa tuttavia risultò accessibile agli storici che scrissero successivamente. D’altra parte i logografi non riportarono nei loro scritti avvenimenti di importanza capitale come le “Guerre Persiane” sia perché alcuni di essi scrissero anteriormente al 490, 480 avanti Cristo sia perché la trattazione di tale argomento non si addiceva alla loro natura. Scrissero ordinariamente storie locali, di singole città o popoli. Sappiamo però che Carone di Lampsaco, fiorito intorno al 450 a.C. aveva scritto una storia della Persia in due libri che, sebbene nota prima che Erodoto componesse la sua storia, non fu – per quel che noi sappiamo – da Erodoto consultata.
La principale fonte delle guerre persiane è per noi Erodoto nella seconda parte dei suoi nove libri di Storie e, per quanto i pochi decenni trascorsi avessero già notevolmente intaccato con la fantasia e con la leggenda la verità dei fatti, tuttavia il racconto di Erodoto rappresenta una fonte di primo ordine poiché lo storico poté attingere a vari documenti, in special modo a epigrafi e poté parlare con chi era stato partecipe o testimone diretto di quelli avvenimenti. Lo stato delle fonti peggiorò nei cinquant’anni che andarono dalla vittoria su Serse allo scoppio della guerra del Peloponneso.
Dello stato delle cose si lamentò anche Tucidide, ricordando che nessun contemporaneo aveva scritto relativamente a quel periodo, eccetto che Ellanico, e facendo precedere alla sua Storia della Guerra del Peloponneso un compendio storico sullo sviluppo dello Stato ateniese, dalle guerre persiane in poi. La ricostruzione storica tucididea, sebbene insufficiente, è tuttavia quanto di meglio ci resta sul periodo, come quella di Erodoto. Così abbiamo intera l’opera di Tucidide, primo storico che abbia lasciato la narrazione degli avvenimenti cui aveva assistito e partecipato, ovvero la guerra del Peloponneso, dal principio all’anno 411.
Continuatori di Tucidide furono due suoi contemporanei più giovani: Senofonte e Cratippo, e, una generazione più tardi, Teopompo. Dell’opera di Cratippo, andata anch’essa perduta, sono stati recentemente recuperati larghi frammenti nei papiri egiziani; invece sono del tutto perdute le Storie Elleniche di Teopompo di Chio che continuò la storia di Tucidide fino all’anno 394 a. C.. Sono andate pure perdute le sue Storie Filippiche che narravano in 58 libri i fatti del regno di Filippo di Macedonia. Invece ci sono pervenute le Elleniche di Senofonte, comprendenti la storia dal 411 a 362 (battaglia di Mantinea).
Così oggi noi possiamo conoscere da fonti contemporanee tutto il periodo fra il 431 e il 362 avanti Cristo.
Intorno alla metà del IV secolo scrisse anche Eforo, nativo di Cuma in Ansia Minore, autore di una Storia Universale che dall’invasione dorica arrivava fino al 340 avanti Cristo. L’opera è andata perduta ma ad essa attinsero largamente tutti gli storici posteriori.
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Dall’incontro con Paolo Fabbri agli esperimenti con Ariosto, come nacque Il castello dei destini incrociati. Redazione- Si arriva in un castello dopo aver attraversato un bosco e ci si accorge di non avere più la voce. Anche gli altri ospiti, seduti attorno alla tavola, tacciono. Eppure ognuno ha qualcosa da raccontare. Sul tavolo c’è un […]
L'articolo ” CALVINO E LE STORIE DEI TAROCCHI ” DOTT.SSA ROBERTA FAMELI proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- Si arriva in un castello dopo aver attraversato un bosco e ci si accorge di non avere più la voce. Anche gli altri ospiti, seduti attorno alla tavola, tacciono. Eppure ognuno ha qualcosa da raccontare. Sul tavolo c’è un mazzo di tarocchi: le figure diventano il mezzo per provare a comunicare ciò che è accaduto.
È la situazione da cui prende avvio Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Ho scoperto questo libro attraverso lo studio dei tarocchi, una passione che mi ha avvicinata alla loro presenza nella letteratura. Mi interessavano i significati delle carte; nell’opera ho incontrato uno scrittore intento a ricavare dalle figure personaggi, azioni e relazioni.
Per capire come sia nato il suo interesse occorre tornare al luglio 1968. A Urbino, durante un seminario internazionale sulle strutture del racconto, Calvino ascolta il semiologo Paolo Fabbri parlare di cartomanzia e di linguaggio degli emblemi. Da quell’intervento ricava uno spunto preciso: il senso di una carta può dipendere dalle figure che la precedono e la seguono.
Nella nota al libro Calvino descrive il lavoro che segue. Comincia con i tarocchi di Marsiglia: osserva le figure e prova ad accostarle come scene di una vicenda. Quando riconosce una storia in una successione di carte, la scrive. Il materiale si accumula, ma manca una struttura capace di accogliere tutti i racconti.
A interessarmi è il rapporto fra la libertà di immaginare e la precisione richiesta dal disegno. Chi legge può seguire le associazioni del narratore, accettarle oppure trovarle discutibili. Le carte rimangono sulla pagina, accanto alle parole: consentono di confrontare ciò che viene raccontato con gli elementi da cui lo scrittore è partito.
Una sequenza funziona da sola, ma non trova posto accanto alle altre. Calvino cambia le regole, modifica la struttura e rielabora le storie, fino a essere vicino alla rinuncia. La nota restituisce questa fatica senza nasconderla dietro il risultato concluso. Aiuta a comprendere quanto lavoro occorra per dare una forma leggibile a un’intuizione.
A quel punto interviene la proposta dell’editore Franco Maria Ricci: scrivere un testo per un volume sui tarocchi viscontei. Calvino pensa dapprima di utilizzare le pagine già composte, ma si accorge che le miniature quattrocentesche suggeriscono un mondo diverso dalle stampe marsigliesi. Prova allora a costruire sequenze ispirate all’Orlando furioso di Ariosto e riesce a trovare l’incrocio centrale intorno al quale disporre altre storie.
Il castello dei destini incrociati esce così nel 1969, nel volume d’arte Tarocchi. Il mazzo visconteo di Bergamo e New York. Nel 1973 Einaudi lo pubblica insieme alla Taverna dei destini incrociati, nata dai precedenti esperimenti con i tarocchi di Marsiglia. L’ordine delle due parti nel libro non coincide quindi con l’inizio del lavoro: la Taverna occupa il secondo posto, ma le sue prime prove precedono il Castello.
Nel Castello le sequenze si intersecano: una stessa carta appartiene a più racconti e assume una funzione diversa secondo la direzione in cui viene letta. Ogni storia deve accordarsi con le altre. La disposizione sulla pagina permette di seguire gli incroci e di riconoscere il vincolo che guida l’invenzione.
Nella Storia dell’Orlando pazzo per amore il procedimento diventa evidente. Calvino riprende il paladino che perde il senno per Angelica e ne ricostruisce la vicenda attraverso le carte. Il Matto rappresenta Orlando nella follia; il Tre di Coppe richiama l’ampolla che custodisce la sua ragione. Uno dei calici, però, è rovesciato: il narratore ne ricava il dubbio che quel senno non si sia conservato neppure nel luogo in cui era custodito. Un particolare del disegno introduce così un’incertezza nella storia.
Il percorso si conclude con l’Appeso, chiamato anche Penduto. Orlando compare a testa in giù e da quella posizione propone una diversa comprensione del mondo. La postura entra nella vicenda del paladino e ne orienta l’esito. Quanto fidarsi di questa consapevolezza resta una domanda aperta: a esprimerla è un personaggio che ha attraversato la follia. La figura sostiene una lettura, senza cancellare ciò che la rende problematica.
Il narratore è anche uno degli ospiti: interpreta i gesti e cerca di ricostruire le vicende attraverso le carte. Chi legge dipende dalle sue ipotesi, senza poter ascoltare direttamente la voce dei personaggi. Il loro silenzio può far riflettere anche sulla difficoltà di comprendere ciò che un altro vuole raccontare. I segni sono davanti a tutti, ma ammettono letture diverse; riconoscere questa distanza richiede di lasciare aperta la possibilità di aver frainteso.
Anche sul piano educativo, il libro offre uno spunto concreto. Costruire due racconti che condividano un’immagine obbliga a spiegare quale funzione essa assuma in ciascuno e quali particolari giustifichino la scelta. Con illustrazioni adatte all’età, un’esperienza simile può portare gli alunni a confrontare le interpretazioni e a rivedere i passaggi meno convincenti. Il valore del confronto sta nella richiesta di motivare: una lettura diversa merita ascolto, ma deve poter mostrare su quali elementi si fonda.
Per seguire l’esperimento di Calvino è utile osservare le riproduzioni presenti nel libro. La loro presenza permette di percorrere il testo in due modi: seguendo la successione delle frasi oppure fermandosi sulla disposizione del mazzo. È la richiesta di partecipazione che modifica il ritmo della lettura. Si può verificare un dato, risalire alla carta condivisa da due vicende e capire come lo stesso elemento sostenga sviluppi diversi.
È questo che ha reso prezioso per me l’incontro con il Castello: poter esaminare da vicino una scelta narrativa. Davanti al Tre di Coppe, la domanda riguarda quel recipiente capovolto e la conseguenza che il narratore ne trae. Posso seguirlo oppure esitare, tornando a osservare il disegno. La lettura acquista così un tempo più lento, nel quale anche un particolare secondario richiede attenzione.
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Redazione- In un tempo segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, il confine tra stabilità e fragilità si fa ogni giorno più sottile, portando alla luce nuove forme di solitudine e vulnerabilità che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali ma bussano silenziosamente alla porta di tante famiglie italiane. A tracciare una lucida e toccante riflessione su […]
L'articolo POVERTÀ VISIBILE E INVISIBILE, L’ANALISI DEL DIRETTORE EDITORIALE PROF. GABRIELE GAUDIERI DALL’OSSERVATORIO DELLA CARITAS DELL’AQUILA: QUANDO IL DISAGIO SILENZIOSO ENTRA NELLE FAMIGLIE E NEL LAVORO (PRIMA PARTE) proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- In un tempo segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, il confine tra stabilità e fragilità si fa ogni giorno più sottile, portando alla luce nuove forme di solitudine e vulnerabilità che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali ma bussano silenziosamente alla porta di tante famiglie italiane. A tracciare una lucida e toccante riflessione su questo fenomeno è il Prof. Gabriele Gaudieri – pedagogista, didatta, formatore e Direttore editoriale di Ananke News – che, partendo dalla propria pluriennale esperienza sul campo nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila, ci guida a distinguere tra la povertà visibile dell’emarginazione estrema e quella «povertà invisibile» e dignitosa che colpisce chi lavora, chi rinuncia a curarsi e chi vede incrinarsi gli equilibri familiari davanti a un imprevisto della vita.
In un tempo segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, il confine tra stabilità e fragilità si fa ogni giorno più sottile, portando alla luce nuove forme di solitudine e vulnerabilità che spesso sfuggono alle statistiche ufficiali ma bussano silenziosamente alla porta di tante famiglie italiane. A tracciare una lucida e toccante riflessione su questo fenomeno è il Prof. Gabriele Gaudieri – pedagogista, didatta, formatore e Direttore editoriale di Ananke News – che, partendo dalla propria pluriennale esperienza sul campo nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila, ci guida a distinguere tra la povertà visibile dell’emarginazione estrema e quella «povertà invisibile» e dignitosa che colpisce chi lavora, chi rinuncia a curarsi e chi vede incrinarsi gli equilibri familiari davanti a un imprevisto della vita.
di Prof. Gabriele Gaudieri
Pedagogista, Didatta e formatore • Direttore editoriale di Ananke News
C’è una povertà che si vede ed una che si nasconde. La prima ha il volto di chi vive per strada, di chi cerca riparo sotto i portici delle città, di chi si mette in fila davanti ad una mensa o attende un pacco alimentare.
La seconda, più silenziosa, meno riconoscibile, è spesso «protetta» da una facciata di normalità: è la povertà di chi lavora ma non riesce ad arrivare alla fine del mese, di chi rinuncia ad una visita medica perché non può permettersela, di chi deve scegliere se pagare una bolletta o acquistare farmaci necessari.
È proprio questa seconda povertà, discreta e spesso invisibile, ad interrogare profondamente la nostra società, poiché ci costringe a mettere in discussione una convinzione da lungo tempo radicata, ossia che il lavoro, l’impegno personale ed una retribuzione regolare siano sufficienti a garantire una vita dignitosa.
Da molti anni opero nell’ambito del Servizio Civile della Caritas dell’Aquila e, attraverso l’esperienza quotidiana e l’incontro con le persone, ho imparato a riconoscere i segni di un disagio che cambia volto, si trasforma ed attraversa fasce sempre più ampie di popolazione. La povertà non è più quella «immaginata», associata all’emarginazione estrema, ma è una condizione che può «insinuarsi» nella vita di persone che, fino a poco tempo fa, riuscivano a mantenere un equilibrio economico e familiare: oggi un imprevisto, una malattia, la perdita di lavoro, sia pure momentanea, possono determinare nel nucleo familiare una situazione di crisi economica e relazionale, dal momento che gli osservatori familiari ci dicono che la povertà determina liti e fratture profonde nel contesto familiare.
L'articolo POVERTÀ VISIBILE E INVISIBILE, L’ANALISI DEL DIRETTORE EDITORIALE PROF. GABRIELE GAUDIERI DALL’OSSERVATORIO DELLA CARITAS DELL’AQUILA: QUANDO IL DISAGIO SILENZIOSO ENTRA NELLE FAMIGLIE E NEL LAVORO (PRIMA PARTE) proviene da ANANKENEWS.
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Le fonti documentali Redazione- La radice delle due parole si trova in una parola greca: εἶδον, “io vidi”, che sta ad indicare “io so in quanto ho veduto”. Pertanto storia è il racconto di fatti esposti da colui che ne fu testimone oculare. Storico dovrebbe chiamarsi colui che racconta gli avvenimenti da lui stesso veduti […]
L'articolo “STORIA E PREISTORIA” PROF.SSA GABRIELLA TORITTO proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- La radice delle due parole si trova in una parola greca: εἶδον, “io vidi”, che sta ad indicare “io so in quanto ho veduto”. Pertanto storia è il racconto di fatti esposti da colui che ne fu testimone oculare. Storico dovrebbe chiamarsi colui che racconta gli avvenimenti da lui stesso veduti o a lui raccontati o descritti a voce o per iscritto da chi ne è stato diretto testimone. Se manca il testimone oculare degli avvenimenti, la sua documentazione scritta oppure la sua narrazione a chi avrebbe dovuto scriverli allora non c’è più la storia e si entra nel campo della preistoria che coincide generalmente con il periodo in cui la scrittura non ancora esisteva, sebbene oggi le scoperte archeologiche hanno modificato il range temporale dei due intervalli di tempo.
Il campo della storia risale nel tempo fino a quando per iscritto sono narrati avvenimenti, ricordi o racconti dai contemporanei ai fatti stessi o tramandati per iscritto ai posteri.
La preistoria invece è tutto ciò che si racconta di tempi anteriori a quelli di cui possediamo relazioni, testimonianze scritte.
Fino a un paio di secoli fa la preistoria si fondava quasi esclusivamente sulla tradizione orale, la quale naturalmente è fallace tanto più lungo è l’intervallo fra il tempo a cui tale tradizione risale e il momento in cui essa è trascritta.
Da un secolo e mezzo ad oggi però la nostra conoscenza della Preistoria poggia su basi più larghe e più sicure grazie al formarsi e al progredire della scienza archeologica, tanto che oggi, attraverso la ricerca sistematica dello studio e dell’interpretazione delle reliquie del passato, siamo divenuti man mano testimoni oculari di gran parte della Preistoria. Infatti intere epoche preistoriche, come ad esempio la civiltà cretese-micenea, sono state ricostruite in base ai soli elementi forniti dai resti archeologici.
La conoscenza di tali epoche lontane che l’indagine archeologica procura, sebbene vasta e sicura, non ci permette tuttavia di trasferirle dal campo della preistoria a quello della storia poiché i monumenti e i resti del passato possono certamente illuminarci sulle condizioni di esistenza e sul grado di civiltà di un popolo ma non ci raccontano gli avvenimenti di ordine sociale e politico, la vita spirituale, la nazionalità e il linguaggio di quel popolo.
È indubbio che ad oggi i risultati conseguiti dai recenti studi archeologici ci obbligano ad assegnare, fra le varie fonti storiche, un ruolo importante alle fonti monumentali accanto alle fonti letterarie. Le prime, ovvero le fonti monumentali, valgono in genere come illustrazione e complemento delle seconde, ossia delle fonti letterarie, e laddove queste ultime manchino le si usa addirittura in sostituzione di esse.
Anche le epigrafi e le monete rivestono un ruolo importante. Ogni trascrizione è di per se stessa un’espressione letteraria. Lo straordinario valore delle epigrafi e delle monete come fonte storica è data dall’immediatezza con cui in esse si riflette un avvenimento al quale si riferiscono, sebbene esse da sole non possano sostituire il racconto, la relazione dello storico. L’epigrafe infatti fissa il momento di un determinato sviluppo storico ma non riferisce nulla dei fatti precedenti, delle ragioni che hanno determinato quel momento e/o delle conseguenze da esso scaturite. Quando però le epigrafi sono abbondanti si può anche e solo con esse fare storia soprattutto perché l’antichità fece delle iscrizioni un uso molto più esteso rispetto alle età successive e fra i Greci il documento ufficiale fu per molto tempo esclusivamente epigrafico. Testi di legge, deliberazioni delle assemblee popolari, trattati diplomatici o commerciali, convenzioni, regolamenti, rendiconti finanziari furono incisi dai Greci antichi su lapidi che si custodivano e si andavano a consultare in appositi edifici, corrispondenti ai nostri attuali archivi.
Soltanto dal VI secolo a. C. in poi le fonti letterarie divengono abbondanti e continue, sostituendo così quelle monumentali.
Fra le fonti letterarie e quelle monumentali le epigrafi e le monete hanno un rilievo di mezzo. Ogni iscrizione è di per se stessa un’espressione letteraria e il suo valore come fonte storica deriva dall’immediatezza con cui in essa si riflette il fatto al quale l’epigrafe si riferisce. Tuttavia l’epigrafe oppure una serie di epigrafi non può sostituire il racconto o la relazione dello storico poiché, come già scritto, essa fissa il momento di un determinato sviluppo storico ma non dice nulla dei fatti che lo hanno preceduto, delle ragioni che l’hanno determinato e delle conseguenze che ha provocato.
Anche le monete contribuiscono, assieme al monumento e all’epigrafe, a fare la storia. La moneta è un prodotto artistico che racconta da sé qualcosa del tempo in cui è stata prodotta, dell’ambiente storico, dell’evento che l’ha determinata. La moneta non ci “parla” soltanto con l’iscrizione che riporta incisa ma anche con il metallo con cui è stata coniata, con il modello del conio, con le sue dimensioni e peso.
Anche le fonti numismatiche rappresentano dunque un ottimo complemento delle fonti letterarie e vi sono casi in cui esse hanno fornito alla scienza storica moderna il più prezioso materiale da costruzione. Infatti non sarebbe stato possibile ricostruire la storia della Magna Grecia fra il 550 e il 450 a. C. se non avessimo posseduto le belle e numerose monete di quelle città.
Al pari delle epigrafi e delle monete sono i papiri, strumento di lavoro molto importante per lo storico. I papiri da oltre un secolo hanno contribuito a scrivere la storia della grande civiltà egizia. Infatti se una parte di essi si classifica come letteraria, poiché consta di testi o parte di testi, di autori greci e latini, una parte ben più cospicua evidenzia un carattere documentario, ossia contiene atti amministrativi, testi di decreti e di leggi, conti, lettere, circolari scritte da enti pubblici o da privati. Grazie ai papiri oggi possediamo una conoscenza particolareggiata e precisa della vita pubblica e privata dell’Egitto durante i periodi tolemaico e romano, come non l’abbiamo di alcun altro paese del mondo antico, conoscenza superiore persino a quella che, grazie alle epigrafi attiche, ci sono giunte della vita ateniese nel V e nel IV secolo avanti Cristo.
Dal punto di vista metodologico occorre operare un’ulteriore distinzione delle fonti. Oltre alle fonti monumentali e letterarie bisogna distinguere le fonti primarie e le fonti secondarie.
Parliamo di fonti primarie quando ci riferiamo a tutti quegli scritti relativi a un prodotto immediato, un riflesso, una conseguenza, un’espressione o una manifestazione diretta del fatto storico da essi contemplato; mentre classifichiamo come fonti secondarie tutti gli altri scritti nei quali il fatto storico si manifesta a noi attraverso il ripensamento dello scrittore ovvero attraverso la sua mente, la sua condizione, il suo abito critico, le sue passioni. Di tale specie sono tutte le opere storiche sia le antiche sia le moderne.
Sono fonti primarie gli atti pubblici, i documenti in genere, le orazioni, le lettere, le memorie, i diari. Costituiscono le fonti secondarie le opere storiche propriamente dette, le monografie, gli scritti biografici, oltre alle narrazioni pseudostoriche di vario genere, come ad esempio l’epopea.
Va precisato che lo storico non è un meccanico strumento riproduttore della verità. Egli narra la storia “interpretandola” in base al proprio temperamento, alla propria sensibilità. Ne consegue che ogni storico valuta certi aspetti piuttosto che altri di un certo periodo o contesto storico.
F.to Gabriella Toritto
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Dal libro del profeta Abacuc: Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la […]
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Dal libro del profeta Abacuc:
Fino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».
( Ab 1.2-3:2.2-4)
Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore.
Mai come in questo momento storico questa frase di Stefano Benni risulta attuale.
In mezzo mondo, nel nome di qualche Dio, a sua insaputa e malgrado le sue possibili volontà, ci si scanna come bestie feroci. Le comunità si impoveriscono a causa dell’egoismo di pochi nella difesa di un benessere che si alimenta voracemente di ogni briciola di risorsa .
Si, forse è inconcepibile pensare ad un Dio che guarda. Probabilmente sta guardando da tutt’altra parte ,lontano dallo scenario di questo pianeta. E allora con queste premesse meglio dubitare della sua esistenza, lasciando l’uomo a confrontarsi con le sue miserie e con la sua arroganza.Meglio accettare il suo silenzio .Maliziosamente potremmo dire che forse non gli conviene ad esistere perchè ahimè , se questo uomo è fatto a sua immagine e somiglianza allora i conti tornano. O tornano completamente se sempre con la stessa malizia siamo costretti a dire che forse si pente di aver creato l’uomo. Certo queste ipotesi ed affermazioni sono blasfeme sicuramente perchè, ristabiliamo una verità essenziale , Dio ama la sua creatura e tanto la ama che le ha regalato il libero arbistrio , perchè non doveva essere “ schiavo” ma artefice del suo destino.
Da un po’ di tempo la voce di un intellettuale visionario come Stefano Benni si era spenta per colpa della malattia . E oggi definitivamente con la morte che appiana ogni distopia.Quello che è certo è che siamo più poveri di uno scrittore impegnato, un maestro di fantasia, di un inventore di mondi dove era piacevole perdersi prima con gli occhi e poi con i pensieri.
Abbiamo parlato del “silenzio di Dio che indica l’esperienza della mancanza di una risposta divina diretta e tangibile di fronte alla sofferenza umana e ai misteri della storia, come espresso in testi biblici e riflessioni teologiche. Sembra che questo Dio sia silenzioso , in realtà non è proprio così. Proprio guardando a quei testi biblici e alle riflessioni teologiche su quei testi Dio ha parlato eccome. Ha parlato da lunghissimo tempo e conntinua a parlare proprio attraverso i suoi profeti di ieri e i profeti di oggi. Basta solo riuscire ad ascoltarli quellik di ieri e a capire quali sono quelli di oggi.
Un Dio che ha parlato con una metafora poderosa , quella della vigna che in queste domeniche del tempo ordinario la Chiesa ci ripropone nella liturgia eucaristica per bocca di Isaia e di Matteo.
Nella liturgia della ventisettesima domenica del tempo ordinario ci sono le letture dell’antico e Nuovo testamento che parlano della vigna ,parabole e segno che già da qualche domenica ci rimandano appunto la metafora della vigna.
Dice Isaia 5,1-7: “Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. “
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? . Isaia la descrive come oggetto intriso di attenzione ed amore. Egli la pianta su un colle fertile, la vanga, la libera dai sassi, la arricchisce con vitigni pregiati, costruisce una torre ed installa un torchio.Dopo tanta fatica si aspetta che produca ottima uva, invece, con somma delusione, la sua dedizione viene ripagata con uva marcia.
Ecco appunto. Il risultato “ mutatis mutandis” di quello che questa umanità è riuscita a fare con la vigna che le era stata affidata da un Dio molto previdente. Potremmo prendere nello scenario del nostro pianeta molti esempi ma quello che più colpisce in questo momento è lo scenario del Medio Oriente dove Israele con le vesti di vignaiolo vuole uccidere anche l’erede del padrone per divenire unico padrone di un territorio, tornando alla realtà geopolitica che non è suo . Distruggendo un altro popolo ( i palestinesi di Gaza e della Cis Giordania) per costruire un grande Israele. E prendiamo l’esempio di Israele perchè ha disumanizzato una legittima risposta ,una umana risposta ad un’aggressione , quella di Hamas del 7 ottobre. Sia per la mancanza di proporzione sia per aver affidato all’AI la scelta degli obiettivi che in definitiva sono diventati collaterali , ovvero hanno distrutto non un esercito, l’esercito di Hamas ma un intero popolo.
La realtà. Il sette ottobre Hamas ha aggredito Israele causando morti e prigionieri .Con l’operazione “Alluvione Al-Aqsa”, nel giro di venti minuti furono lanciati su Israele 5.000 razzi 5.000 razzi dalla Striscia di Gaza . Militanti armati di Hamas, molti dei quali in motocicletta o penetrati in Israele con velivoli artigianali, sparano contro civili e compiono massacri nei kibbutzim vicini al confine, prendono in ostaggio cittadini israeliani e li portano oltre il confine di Gaza; tra le prime vittime di Hamas ci sono i partecipanti a un festival musicale vicino al confine israeliano con Gaza: molti vengono uccisi mentre tentano la fuga. Il bilancio totale 1.200 morti e 251 persone rapite e portate nei tunnel della Striscia.
Lo statuto di Hamas rifiuta l’esistenza dello Stato di Israele e persegue la sua distruzione tramite la lotta armata. L’attacco mirava a sabotare i negoziati di normalizzazione dei rapporti tra Israele e l’Arabia Saudita mediati dagli Stati Uniti, marginalizzando ulteriormente la causa palestinese . Hamas ha cercato di affermare la propria leadership all’interno del panorama palestinese, superando la rivalità con l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e la Jihad Islamica.
Israele continuerà nel masssacro del popolo palestinese fino a quando non riuscirà a disarmare Hamas e fino a quando non riuscirà ad annettersi tutti i territori da Gaza alla Cis Giordania.per costruire il grande Israele. Un Israele che si sente forte perchè armata dalle lobby statunitensi ,con l’appoggio di Donald Trump. A differenza del suo inizio quando gli ebrei che tornarono in patria, per così dire, in quel territorio arabo ricavato dalle potenze con un accordo e un trattato stavano per essere gettati in mare dagli arabi. Fu Stalin a quel tempo a inviare armi per la difesa.
La risposta è stata tremenda. Ad oggi, le vittime registrate nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto il 7 ottobre 2023 superano i 71.000-72.000 morti ufficiali, 170 mila feriti accertati dalle autorità sanitarie locali, stime parziali e considerate a loro volta sottostimate da diversi studi scientifici e internazionali.Tra le vittime decine di migliaia di donne e bambini.
Tanto che si può dire che la solidarietà per Israele è durata dal sette all’otto ottobre. Dopo di che lo sterminio del popolo palesinese di Gaza desta sconcerto, orrorre , e lo hanno dimostrato i delegati presenti all’ultima Assemblea dell’Onu che al momento in cui Netanyahu ha iniziato a parlare hanno abbandonato l’aula.
E tutto questo può essere commentato con la considerazione che questo è un mondo in cui l’uomo è lasciato a confrontarsi con le sue miserie e con la sua arroganza. Mentre cade in una trappola . La trappola di Tucidide che afferma per bocca degli ambasciatori ateniesi aigli abitanti di Milo che non intendevano combattere a fianco degli ateniesi contro Sparta : “ Noi crediamo infatti che per necessità di natura chi è più forte comandi . Non è così e lo dimostra il caso della guerra Russia Ucraina , dell’aggressione di Russia nei confronti dell’Ucraina , che per il solo fatto che non sia capitolata ha sicuramente vinto .
Infatti se cambiamo scenario troviamo un Xi jn Pin che racconta a Donald Trump, The Donald, per ben due volte, in entrambe le visite reciproche a Pechino e a Washington Tucicide quando parla dell’incontro degli ateniesi con gli ambasciatori di Milo .Glielo aveva già detto l’Europa ma The Donald ha fatto orecchie da mercante . Forse con Xi Jn Pin terrà in considerazione quella lezione . Anche perchè Xi Jn Pin sa che la Cina è un paese emergente e quindi non va disturbato.
Nel V libro della Guerra del Peloponneso, dedicato alle vicende del lungo conflitto che oppose Sparta ad Atene alla fine del V secolo, Tucidide racconta che gli Ateniesi, i quali dominavano i mari con la loro flotta, misero sotto assedio l’isola di Melo. I Melii erano coloni spartani, ma avrebbero preferito rimanere neutrali. Gli Ateniesi non potevano tollerare che un’isola indipendente interrompesse la continuità e indebolisse la reputazione delle loro egemonia marittima.
Gli strateghi ateniesi, prima di cominciare a combattere, inviarono ambasciatori per intavolare trattative. Essendo l’isola di Melo un’oligarchia, gli ambasciatori non furono condotti davanti al popolo, ma davanti ai magistrati e agli oligarchi. L’assenza del popolo rende credibili le argomentazioni crude e dirette che Tucidide mette in bocca – come è solito fare – ai rappresentanti ateniesi, per esprimere, per così dire, le leggi non scritte della politica. I protagonisti del dialogo, infatti, sono i delegati di una grande potenza, che impongono di scegliere fra la sottomissione e l’annientamento, e degli oligarchi che prendono le loro decisioni per conto di un popolo assente. Il colloquio riservato fra Ateniesi e Melii è una sede adatta a mettere in scena gli arcana imperii.
“La Cina e gli Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi Paesi?” si è domandato lo stesso Xi Jn Pin. Il riferimento diretto è all’espressione diventata ormai celebre grazie al politologo di Harvard, Graham Allison per indicare il rischio che il confronto tra una potenza in ascesa ed una che già domina la scena mondiale possa degenerare in un conflitto armato.
Secondo lo storico greco, è stata “l’ascesa di Atene e il timore che questa ispirò a Sparta” a rendere la guerra di fatto inevitabile. Allison ha utilizzato questa chiave di lettura legandola al rapporto tra Stati Uniti e Cina, anvanzando la teoria che la crescita economica, tecnologica e militare cinese possa essere ineluttabilmente causa di attriti con l’ordine internazionale guidato dagli Usa.
Probabilmente lo spauracchio delle conseguenze della legge di Tucidide funzionerà nei rapporti tra Cina e Stati Uniti d’America.
Non funziona se applichiamo questa legge ad Israele,perchè , tornando al nostro scenario, dobbiamo dire, ed è certo , che ha già perso, malgrado i massacri compiuti a Gaza, l’attacco ad altri paesi , le distruzioni sulla striscia di confine con il Libano ,tutte le battaglie .Perde Israele e continuando nella metafora della vigna saranno aperte brecce nella cinta di Israele ,ne farà vendemmia ogni passante, la devasterà ogni cinghiale del bosco e vi pascoleranno le bestie della campagna. Il silenzio di Dio è il silenzio del Dio degli eserciti che non tornerà perchè la sua vigna è stata devastata da chi ne doveva tenere cura, fino ad ucciderne gli eredi.Sono immagini che vogliono dire la perdita di credibilità di un paese e di un primo ministro che ha continuato imperterrito per ragioni personali una guerra persa. Perchè è persa la propria immagine .
Molti osservatori sottolineano che Israele, pur vincendo sul piano tattico-militare le singole operazioni, rischia una sconfitta strategica a lungo termine a causa del forte deterioramento della propria immagine globale, della perdita di consenso tra le nuove generazioni occidentali e delle tensioni diplomatiche crescenti, incluse le iniziative della Corte Penale Internazionale (CPI) contro i vertici dello Stato israeliano.
Israele ha perso . Lo raccontano le testimonianze e le confessioni di 24 membri dell’intelligence e dell’esercito israeliano (tra cui l’Unit 8200) ripresi di notte sui tetti di Tel Aviv. Vengono svelati i meccanismi di un software basato sull’intelligenza artificiale e le metodologie di calcolo del “Naza” (acronimo per i danni collaterali e i civili colpiti durante le operazioni militari a Gaza). Il genocidio ( l’ha definito così anche la Commissione indipendente d’inchiesta dellOnu )è affidato all’IA, a un software che individua telefoni “simili” a quelli dei membri di Hamas, ovvero con gli stessi “comportamenti digitali”.
È un sistema congegnato ben prima del 7 ottobre 2023 che monitora decine di migliaia di telefoni e colpisce quando in determinate condizioni, ovvero quando per esempio da un apparecchio telefonico si sente una bambina dire alla madre :” sì papà è tornato” A quel punto parte il missile . Naza èuna sigla fredda , deumanizzante . Naza è una sigla fredda, deumanizzante, che indica i “danni collaterali”, gli innocenti, i civili di un intero popolo quello palestinese della striscia di Gaza.- che indica i danni collaterali, quelli che hanno sterminato un popolo , quello palestinese nella striscia di Gaza.
Israele ha perso perchè la sua risposta sproporzionata all’aggressione del 7 ottobre da parte di Hamas ha prodotto un progressivo deterioramento del consenso globale verso lo Stato ebraico, come confermato da autorevoli istituti di ricerca. Ma soprattutto ha perso perchè ha disumanizzato una reazione umana , quella di una risposta ad un attacco che doveva essere proporzionata e tale da rendere la reazione uno strumento di recupero di una possibilità di incontro di due popoli.
Tornando alla metafora della vigna ricordiamo che nella tradizione biblica e letteraria, la vigna del Signore è storicamente il simbolo del popolo eletto, della terra e dell’umanità intera, affidata alle cure degli uomini affinché la custodiscano e la facciano fruttificare. .Che ne ha fatto il popolo eletto della vigna del Signore? Un dono prezioso che, invece di essere protetto, viene depredato, dove i custodi dimenticano il Creatore e arrivano a distruggere la vigna stessa e chi la abita. E tornandi ad Abacuc premesso che nel dibattito contemporaneo su pace ed ecologia, la metafora della vigna e dei suoi vignaioli è diventata un pilastro culturale e teologico, utilizzata per descrivere il passaggio distruttivo dell’uomo da custode a padrone assoluto, la domanda fino a quando diventa essenziale. Saprà l’uomo rinsavire e tornare alla vigna per averne cura ?
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Redazione- Gregor Samsa ha ormai un corpo deformato. Non è più uomo , sta per non essere più niente quando all’improvviso ,nella trasformazione perde l’umanità e acquista l’animalità. Sta tutto qui il senso del racconto di Kafka Gregor Samsa diventa fisicamente una bestia schifosa in una sorta di catarsi perchè “bestia “si sentiva quando era […]
L'articolo ” CONOSCERSI E SALVARSI ” DI VALTER MARCONE proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- Gregor Samsa ha ormai un corpo deformato. Non è più uomo , sta per non essere più niente quando all’improvviso ,nella trasformazione perde l’umanità e acquista l’animalità. Sta tutto qui il senso del racconto di Kafka Gregor Samsa diventa fisicamente una bestia schifosa in una sorta di catarsi perchè “bestia “si sentiva quando era costretto a lavorare forse per pagare debiti dei genitori e per essere puntuale negli appuntamenti, per tenere una condotta di vita irreprensibile rispetto all’impegno lavorativo .Tanto che quando si accorge che il suo corpo si è trasformato non urla , comme accadrebbe a uno di noi in simile stato , ma si preoccupa di aver perso il treno per i suoi appuntamenti di lavoro.
Gregor Samsa ha perso la sua identità ma non se ne preoccupa e Kafka indica questo fatto, insieme all’indifferenza uno dei mali del Novecento. Chiaramente insieme al lavoro alienante che arriva a rendere gli uomini e le donne ingrnaggi di un meccanismo che opera per la spersonalizzazione oltre che immergerlo in una condizione di disgregazione o crisi dei valori e delle norme morali in una società in cui appunto si rispecchiano gli effetti di quell’ingranaggio.
Gregor Samsa è diventato un enorme mostruoso insetto ormai ingombrante perchè ha perso la capacità di coltivare la quotidianità , di vivere la routine della vita vuota e meccanica. Kafka ce lo dice, ce lo indica . Incosciamente siamo tutti Gregor Samsa perchè la nostra vita è spesso dettata dalla utilità che diventa fragile quando quella utilità svanisce nell’amore come nei rapporti sociali. Pensiamo alla vecchiaia , ai suoi problemi intesa spesso come un peso e gli anziani come un ingombra quando invece questa età della vita è uno dei momenti più interessanti del percorso dell’esistenza perchè rappresenta il tempo della saggezza, della sintesi e di uno sguardo più libero sulla vita . Come osservava Karl Barth, la vecchiaia offre la straordinaria possibilità di vivere non più per obbligo o per costruire una carriera, ma “per grazia”, dedicandosi a ciò che conta davvero.
E allora come per la vecchiaia , in ogni età della vita probabilmente dovremmo essere in grado di distinguere ciò che conta davvero . Conoscersi per salvarsi.
E se facessi tutto il contrario di quello che dico o se dicessi tutto il contrario di quello che faccio. Sembra un gioco di parole almeno come lo propose il creatore del l’Opposite Day, la giornata dei contrari che si festeggia il 25 gennaio .Un gioco che a volte diventa tragedia quando per esempio parliamo di politica, politici, promese da campagne elettorali .Per celebrare questa insolita ricorrenza del 25 gennaio negli Stati Uniti d’America si propongono azioni insolite quali: abbraccia la persona che odi; sei una persona puntuale? Arriva in ritardo; mangia il cibo che non ti piace; inverti la cena con la colazione, e così via. Ma l’Opposite Day presuppone innanzitutto una sfida mentale: perché dire e fare il contrario di ciò che si pensa richiede una destrezza logica non indifferente e un lessico appropriato.
Ma probabilmente la vera sfida mentale è “ conoscersi “. Ce lo ricorda Seneca quando afferma «Ci vuole più fatica a vincere se stessi che il nemico». In altre parole Seneca ci fa riflettere sul fatto che i conflitti che combattiamo contro gli altri sono poca cosa nei confronti dei conflitti che dovremmo affrontare in noi stessi perchè spesso la sfida nasce dentro : nelle paure che ci bloccano, nelle insicurezze che ci fanno dubitare, nelle abitudini che sappiamo di dover cambiare ma continuiamo a rimandare.
Che è poi incidentalmente quello che accade a livello mondiale in caso di conflitti armati che sono altrettanto spesso il risultato di paure e di scarsa conoscenza dei problemi comuni edei possibili strumenti pacifici per risolverli. Ce lo dice Papa Leone XIV quando afferma : “ Carissimi”, ha detto il Papa nel corso della messa a Nostra Signora di Almudena nel suo viaggio in Spagna , “non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”, con un chiaro riferimento all’attuale situazione internazionale .Che poi significa Il mondo non deve limitarsi a puntellare o ignorare le barriere, ma essere disposto ad aprire spazi per ristabilire possibilità e “intravedere l’orizzonte” . Che è in parte l’rozzonte che dobbiamo vedere dentro di noi. Nostra Signora dell’Almudena, prosegue il Papa, vuole dire anche altro: l’edificazione del nuovo, del bello e del duraturo scaturisce necessariamente dalla disposizione ad abbattere muri, “perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte”.
E’ il dominio di se stessi che conta secondo Seneca. Il nostro io non può fuggire che è una delle opzioni di quando ci si trova di fronte ad un nemico ma non può nemmeno soggiacere a ira, paura, invidia e altre
Non fuggire significa riconoscere i propri limiti che ci aiuta a conoscerci per difenderci da carichi di lavoro eccessivi ,stress e responsabilità eccessive; da relazioni sbagliate che alimentano il risentimento ; ci aiuta a focalizzare le energie anche perchè il limite non deve essere viene inteso come una mancanza, ma come una struttura fondamentale per la salute mentale .Capire dove finisce il “Sé” e dove iniziano gli altri è fondamentale nella crescita dell’individuo così che accettare se stessi così come si è significa essere aperti al cambiamento specialmente quneo il piacere infantile come principio si tramuta in principio di realtà.
In questo principio di realtà e quindi nell’accetazione di ciò che si è ,ovvero dei propri limiti si riverbera tutta la saggezza del mondo classicoe dell’antichità greca, l’idea della giusta misura era la difesa principale contro l’arroganza di superare i propri limiti umani che inevitabilmente scatenava la punizione divina e la rovina.
E’ così che viene fuori l’umanità dell’essere che significa utilizzare le proprie risorse appunto umane contro ogni idea di onnipotenza che nega quella che molti pensatori ritengono “la fecondità del limite “. Karl Jaspers,(1 ) affermava che chi possiede tutto e non ha confini non cerca nulla. E’ la mancanza di “ qualcosa “, qualunque cosa essa sia , che genera il desiderio Nel descrivere i limiti della ragione umana nella Critica della ragion pura, Immanuel Kant usa un’immagine straordinaria:«La leggera colomba, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che il volo le riuscirebbe assai più facile nello spazio vuoto d’aria».
Uno dei concetti di fondo che caratterizzano la nostra cultura è il concetto di perfezione. Le possibilità che la scienza e la tecnica offrono hanno creato una sorta di delirio di onnipotenza. Ricercare la perfezione è una fuga al contrario rispetto alla fuga di cui si è parlato. Il limite è un territorio che ha un confine che è una separazione anzi un punto estremo oltre il quale non si può andare.
E allora per tornare al nostro discorso il limite non è solo qualcosa di esterno ma è soprattutto qualcosa che ci equilibra e quindi ci mette in condizione di condividere con noi stessi il mondo delle responsabilità, le responsabilità dell’agire quotidiano. Siamo in costante cammino e sempre in attesa di giungere alla meta. Questo ci permette di combattere l’ansia del dover fare per forza.
La salvezza richiama il celebre “Conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi e di Socrate. Conoscere i propri limiti e le proprie virtù è l’unico modo per fare scelte libere e non vivere una vita dettata dalle aspettative altrui.
“Conosci te stesso “ era una massima religiosa incisa sul frontone (o nel pronao) del Tempio di Apollo a Delfi, rivolta universalmente a chiunque si recasse al santuario per consultare la divinità .. Socrate trasformò il “conosci te stesso” da un avvertimento sui limiti umani a un imperativo morale e filosofico .L’uomo deve indagare dentro se stesso ammettendo sempre la propria ignoranza.
Italo Calvino nel suo romanzo Palomar (1983) e sintetizzato nella celebre massima: «La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso»
Il signor Palomar pensa che ogni conoscenza debba partire dall’osservazione di se stesso… Non può esserci comprensione del mondo che non sia basata sulla consapevolezza delle proprie reazioni e dei propri limiti. La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso. Se non si è capaci di decifrare la propria interiorità, ogni tentativo di aprirsi agli altri si trasforma in una proiezione delle proprie ombre, in un malinteso. Per salvarsi dalla cecità verso il mondo, occorre prima fare luce dentro di sé.»
Arthur Schopenhauer ha scritto proprio un saggio “L’arte di conoscere se stessi” . Conoscere i propri limiti e desideri è l’unico modo per salvarsi dal dolore della delusione costante e dall’illusione della volontà. .Siddharta di Herman Esse è un viaggio interiore al termine del quale è certo che né maestri ,nè dottrine religiose possono salvarti. Ti salva solo la conoscenza di te stesso. Luigi Pirandello in “Uno nessuno e centomila “) descrivendo la crisi di Vitangelo Moscarda mostra il lato drammatico del tema. Moscarda scopre di non conoscersi affatto, frantumato nelle visioni altrui; il tentativo di “salvarsi” dalle maschere imposte dalla società si trasforma in una rinuncia totale all’identità fissa.
Ecco appunto conoscersi significa essere consapevoli della propria fragilità dei propri limiti ovvero come dice ancora Seneca “Le proprie forze non si apprendono se non sperimentandole.” e di conseguenza la forza di questa scoperta non si misura in ciò che si dice ma in ciò che si fa. Quindi “La filosofia insegna ad agire, non a parlare.” fino a “Comandare a se stessi è la forma più grande di comando.”
(1) Karl Jaspers è uno dei massimi esponenti dell’esistenzialismo tedesco, il cui pensiero unisce la formazione psichiatrica a una profonda riflessione sull’essere umano e sul suo rapporto con l’infinito, Sono condizioni insormontabili della vita umana — come la morte, la colpa, il dolore, la lotta — da cui non possiamo fuggire. Questi limiti invalicabili dell’uomo fanno sperimentare il fallimento dei propri progetti finiti. Questo “naufragio” non è una sconfitta totale, ma il momento in cui si svela la vera essenza dell’esistenza e si apre la via verso la trascendenza
Origine e senso della storia, Mimesis 2014 Psicologia delle visioni del mondo, Astrolabio ,1983,Psicopatologia generale ,Il Pensiero scientifico,2009,La filosofia dell’esistenza Mimesis ,2025
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Redazione- Ad agire ci porta la spinta e non la causa. Motivus = causa movente. La motivazione è sì causa ma soprattutto spinta interiore, che preordina il nostro agire. Causa del comportamento di base è l’istinto (logica darwiniana: vede l’istinto come qualcosa che spinge ad eseguire azioni che garantiscono la sopravvivenza della specie). […]
L'articolo “AZIONE E REAZIONE” -DOTT. MARCO CALZOLI proviene da ANANKENEWS.
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Redazione- Ad agire ci porta la spinta e non la causa. Motivus = causa movente. La motivazione è sì causa ma soprattutto spinta interiore, che preordina il nostro agire.
Causa del comportamento di base è l’istinto (logica darwiniana: vede l’istinto come qualcosa che spinge ad eseguire azioni che garantiscono la sopravvivenza della specie).
Istinto è un comportamento innato che l’individuo utilizza per salvaguardare la propria integrità. Questi comportamenti sono integrati nel sistema nervoso centrale e sono biologicamente determinati.
Motivazione e istinti: la motivazione è più evoluta, si basa sulla neocorteccia. Nell’uomo si possono distinguere per esempio gli istinti sessuali, legati a meccanismi evoluzionistici che portano alla scelta dell’amato; in seguito il processo diviene sempre meglio una motivazione, integrata da circuiti più evoluti, quindi si verifica la cura della prole (istinto materno, che è anche consapevole, quindi motivazionale), socializzazione (si creano dei gruppi sociali).
Gli istinti hanno delle caratteristiche di rigidità, di stereotipia. McDougall li definisce come una disposizione innata che permette all’organismo di percepire qualsiasi oggetto di una certa classe e a sperimentare in sua presenza uno stato emotivo e un impulso ad agire che trova espressione in un modo specifico di comportamento in relazione a quell’oggetto.
Si possono distinguere 3 componenti nell’istinto e nella motivazione:
Nell’istinto la componente cognitiva è minima, invece nella motivazione è massima.
C’è uno stretto rapporto tra il nostro corpo e la possibilità che abbiamo di agire nel mondo. Il corpo infatti è qualche cosa di relazionabile, come avviene soprattutto con i primitivi. Nelle società primitive, infatti, il corpo è un “accumulo di valore”, per cui non esiste l’individuo isolato nella propria identità. Questa è completamente rapportabile e rapportata alla comunità, ragion per cui la morte, quale estinzione del corpo e sua riduzione nel mondo dei morti, non esiste. La morte diviene un fatto sociale, quindi reversibile se le condizioni sociali la fanno cambiare. Concependo la nascita e la morte non come un fatto biologico bensì sociale, il fratello dona la moglie al morto della famiglia al fine di farlo rivivere col cibo che essa gli porta. Nutrito, il morto è incluso nella vita di gruppo, ma per la reciprocità dello scambio, il morto dona sua moglie al clan al fine di rivivere assimilandosi ai vivi.
Pertanto nelle comunità primitive abbiamo una ambivalenza del corpo, il quale può essere vivo ma non escluso dal mondo dei morti (come lo sciamo che nei suoi “voli” va tra i defunti e gli spiriti) o può essere morto ma continuare a stare qui. È questo il nocciolo della mentalità primitiva: lo scambio simbolico è più forte di quello ideologico. Nelle società attuali, invece, la ragione discorsiva, cioè l’idea astratta, prende il sopravvento e nasce la identità, quindi la separazione del corpo dal resto della comunità, cosa che non permette più lo scambio sociale che sancisce la ambiguità del corpo.
Nel mondo di oggi le neuroscienze indagano sempre più come il corpo della madre influisce sulla mente del feto, racchiuso nel suo interno. Probabilmente è questa l’origine della mentalità primitiva della ambiguità del corpo. Il feto non è ancora individuato, è parte di un corpo più grande. Il feto quindi è già in sé un fatto sociale.
L’intuizione primitiva in qualche modo viene confermata dagli studi recenti, per i quali lo psichismo primario del nascituro dipende dalla madre.
Il feto sa riconoscere la voce della madre distinguendola da quelle estranee. Le ricerche degli ultimi cinquanta anni hanno ripetutamente messo in luce che il feto può percepire e reagire alla voce materna sia con il movimento sia con la variazione del battito cardiaco. Il feto anche apprende tali variazioni che possono poi essere trasposte alla nascita. Cosa comporta questo? Il battito cardiaco è l’indicatore più rilevante e accessibile del funzionamento e del benessere del feto. Il battito cardiaco fetale ha anche valore predittivo, dal momento che il sistema parasimpatico influenza la variabilità cardiaca e riflette le differenze individuali di maturazione neurale. Con la crescita dell’età fetale: tra il secondo e il terzo trimestre di gravidanza vi è comparsa di decelerazioni fisiologiche e di rafforzamento della regolazione vagale, a cui fa seguito l’aumento della variabilità e della complessità del ritmo cardiaco.
La voce materna fa attivare nel feto il lobo temporale superiore sinistro: lo stimolo viene memorizzato e tale attivazione sta alla base del riconoscimento della voce materna alla nascita.
Si può ipotizzare che la voce materna sia il sostrato per lo sviluppo della facoltà di linguaggio dopo la nascita.
Oggi è stata superata la visione del cervello del neonato come una tabula rasa che viene modellata dall’esperienza: le strutture cerebrali di base, infatti, sono già formate nell’utero.
Nonostante la mentalità corrente, l’uomo non è una monade. La parola in-dividuo corrisponde al greco a-tomon, nel senso di “non diviso”. L’essere umano invece nasce “diviso”, cioè in rapporto continuo con l’ambiente uterino e in rapporto continuo con l’ambiente che lo aspetta alla nascita.
Le strutture cerebrali andranno incontro, alla nascita, a un modellamento mediante l’esperienza, che consente alle sinapsi di essere “potate” e riprogrammate in un rapporto incessante bambino-esterno.
Piaget ha osservato che il bambino sviluppa l’intelligenza sulla base di stadi veri e propri, mediati dalla esperienza con il mondo esterno.
La teoria dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget descrive l’intelligenza come un processo di adattamento all’ambiente, evolvendo da azioni motorie a pensieri astratti attraverso quattro stadi principali: senso-motorio (0-2 anni), pre-operatorio (2-7 anni), operatorio concreto (7-11 anni) e operatorio formale (dai 12 anni). L’apprendimento avviene tramite assimilazione (integrare nuove informazioni) e accomodamento (modificare gli schemi mentali).
Ecco i dettagli salienti dello sviluppo dell’intelligenza secondo Piaget:
Piagt scriveva: “L’intelligenza verbale o riflessa si fonda su di una intelligenza pratica, o senso-motoria, la quale a sua volta si fonda sulle abitudini e associazioni acquisite per costruirne di nuove. Esse d’latra parte presuppongono il sistema dei riflessi, la cui connessione con la struttura anatomica e morfologica dell’organismo è evidente. Esiste dunque una certa continuità tra l’intelligenza e i processi puramente biologici di morfogenesi e di adattamento all’ambiente.
Frued invece ha indagato non lo sviluppo cognitivo (Piaget) bensì quello affettivo. Lo sviluppo affettivo secondo Sigmund Freud è un processo psicosessuale basato sull’evoluzione della libido (energia pulsionale di natura sessuale) attraverso fasi specifiche, ognuna legata a zone erogene e tappe fondamentali come il Complesso di Edipo. Sigmund Freud ha delineato lo sviluppo affettivo e psicosessuale dell’individuo principalmente in tre opere fondamentali: “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905), dove introduce le fasi orale, anale, fallica e di latenza; “Il caso del piccolo Hans” (1909), per l’analisi del complesso di Edipo; e “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905), che definisce il bambino come “perverso polimorfo”.
Ecco le fasi dello sviluppo affettivo secondo Freud:
Come osservato dalla psicoanalisi, i primi anni di vita del bambino sono i più importanti per la strutturazione della personalità, ma anche prima, in quanto studi dimostrano che i nati da gestanti depresse sono più inclini a sviluppare la depressione in età adulta.
L’aggressività sarebbe la spinta innata alla propria individualità, mentre la sessualità sarebbe una forza espansiva. Secondo l’ultima versione della teoria di Freud, sarebbero entrambe innate. Quindi già nell’utero il feto avrebbe spinte individualiste.
Nella teoria psicoanalitica di Sigmund Freud, l’istinto di morte (o pulsione di morte, Thanatos) è concepito come una spinta originaria verso l’interno (al contrario della pulsione di vita, o Eros), ma che si manifesta spesso verso l’esterno. Secondo Freud, la pulsione di morte mira a ridurre le tensioni interne e a riportare l’essere vivente allo stato inorganico, inerte (nulla). È innanzitutto una spinta auto-distruttiva o un desiderio inconscio di non-esistenza. Per evitare che questa forza distrugga l’individuo stesso troppo rapidamente, viene spesso deviata verso l’esterno, manifestandosi come aggressività, sadismo o distruttività verso gli altri o l’ambiente. La psicoanalista Melanie Klein ha dato grande importanza alla pulsione di morte, considerandola innata e presente fin dalla nascita, spesso proiettata all’esterno e poi introiettata, influenzando la formazione del Super-Io e l’invidia primaria.
Secondo Klein, il più grande problema dell’essere umano è l’aggressività, che si spinge ad attaccare l’oggetto amato, come il bambino che attacca il seno. Da questa aggressività deriva la depressione, in quanto il soggetto si sente in colpa per aver attaccato chi lo ama.
Ma l’aggressività è una spinta innata. Possiamo però contenerla se impariamo, da adulti, a favorire di più il nostro essere sociale, l’essere-nel-mondo.
LeDoux ha scoperto nell’essere umano due circuiti cerebrali delle emozioni:
Pertanto abbiamo una via senza consapevolezza (la prima) e una via con la consapevolezza (la seconda). Se così è, la prima via determina che l’emozione, non passando per il vaglio cosciente della mente superiore, è un elemento autonomo, inconsapevole, inconscio.
La via cosciente fa sì che l’emozione venga meglio controllata dal proprio Super-Io permettendo di agire su di essa. Invece la prima via fa sì che noi siamo agiti dalla emozione. Insomma, la prima via rispecchia da vicino l’intuizione di Jung, per il quale esisterebbero nell’inconscio “complessi autonomi”, che ci dominano fino a che noi non li portiamo alla consapevolezza. Il termine greco “pathos” vuol dire sia “emozione” sia “passività”.
I complessi autonomi, secondo Jung, sono nuclei affettivi inconsci che agiscono in modo indipendente dalla coscienza, spesso disturbandola. Essi affondano le radici nell’inconscio personale ma si collegano a strutture universali dell’inconscio collettivo (archetipi), influenzando comportamenti, emozioni e la salute psichica attraverso l’integrazione o la proiezione. Jung tratta ampiamente i complessi a tonalità affettiva, intesi come parti autonome dell’inconscio, principalmente nel volume 8 delle sue Opere, La dinamica dell’inconscio (in particolare in “Considerazioni generali sulla teoria dei complessi”, 1934). Il concetto emerge anche nelle ricerche sulle associazioni verbali (Studi psichiatrici, Vol. 3).
Ora, l’inconscio collettivo è il patrimonio universale, di tutti gli uomini, che mediante l’encefalo più arcaico (tronco encefalico, midollo spinale), si deposita in ognuno di noi.
Pertanto la nostra persona (corpo e mente) non solo è influenzata dalla società di adesso (utero, famiglia, esperienze di vita) ma anche dai nostri antenati.
Bibliografia
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 63 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
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Redazione- Come afferma Sandra Filippini, è dall’incrocio di narcisismo e di perversione che ha origine il maltrattamento del proprio partner. “Propongo di considerare i comportamenti di maltrattamento come riferibili ad una psicopatologia che si estende lungo un continuum che dal disturbo narcisistico, attraverso il disturbo borderline, giunge fino alle forme più gravi di disturbo antisociale […]
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Redazione- Come afferma Sandra Filippini, è dall’incrocio di narcisismo e di perversione che ha origine il maltrattamento del proprio partner. “Propongo di considerare i comportamenti di maltrattamento come riferibili ad una psicopatologia che si estende lungo un continuum che dal disturbo narcisistico, attraverso il disturbo borderline, giunge fino alle forme più gravi di disturbo antisociale di personalità. Questa linea continua viene attraversata in un punto da un’altra linea, quella della perversione, intesa come tratto o stile relazione. Ogni volta che il tratto perverso impone il suo marchio alla personalità si ha un disturbo grave delle relazioni, sempre più grave via via che si avvicina al polo antisociale. Nel caso delle molestie morali in generale e più specificatamente del maltrattamento psicologico, il tratto perverso incide il continuum in prossimità del disturbo narcisistico. Intorno a questo incrocio di linee si forma un alone con varia densità e dispersione, che rappresenta la gamma dei comportamenti che si possono denominare come perversione narcisistica, oppure come perversione relazionale, termine che preferisco” (Filippini, 2005).
Il perverso crea una sorta di “bolla relazionale” (Sgarro, 2005) che include sia lui che il partner, un legame, un rapporto psicologico, nel quale il partner sospende le proprie capacità critiche, sospende talvolta di pensare, di parlare, di chiedere, sospende i propri giudizi morali, la propria oppositività alle richieste del perverso. È una sorta di “fascinazione” o di plagio, o di forzata induzione alla propria volontà, o di seduzione, che il perverso esercita sul partner. Si verifica, in altre parole, una estrema manipolazione dell’altro. Sono frequenti i giochi del perverso di ridurre l’altro dipendente da lui, nello stesso tempo disprezzandolo ed umiliandolo. “Il perverso invita l’oggetto ad arrendersi alla logica perversa dell’intimità corporea sospendendo il giudizio, la resistenza ai diversi livelli di colpa, vergogna e separazione” (Faraci, 2005). Da questa “bolla relazionale”, altrimenti denominata “tecnica dell’intimità”, nel senso che il perverso trascina rapidamente la vittima nell’intimità fisica e psichica (Khan, 1979), talvolta l’altra persona “entra ed esce”, con momenti di lontananza e di vicinanza con il perverso. Si parla di “perversificazione dell’amore” come: “la distorsione e sovvertimento della naturalezza legati all’amalgamarsi con le situazioni erotiche di istanze relazionali e modalità difensive arcaiche e difensive, (…) con una trasformazione dell’amore in odio, e dalla capacità della perversione di comporre l’uno e l’altro, facendoli coesistere” (Dalle Luche, 1997).
Tra gli psicanalisti, Cohen (1992) ha parlato di perversione, e specialmente di perversità, per riferirsi al maltrattamento (mis-use) di una persona da parte di un’altra. L’autore descrive le perversioni come forme di dipendenza patologica: le persone che maltrattano gli altri, allo scopo inconscio di esteriorizzare i propri conflitti, tendono a diventare dipendenti dalle loro vittime. Lo sfruttamento di un’altra persona per mettere il conflitto fuori di sé può essere considerato perverso, secondo l’autore, indipendentemente dal fatto che la relazione sia vissuta sul piano sessuale o meno. Cohen dice che in queste relazioni l’altro viene “deumanizzato” e degradato a livello di oggetto parziale, ricettacolo dell’identificazione proiettiva del soggetto, della sua manipolazione onnipotente. Lo scopo di chi maltratta un altro è ottenere il controllo, negandone separatezza e autonomia. Racamier (1992) sostiene che il principale obiettivo dell’azione perversa è quello di calpestare la verità e manipolare cose e persone ai propri fini, primo fra tutti l’evitamento di ogni conflitto interiore. Usando l’altro, il perverso si risparmia del lavoro psichico in quanto si difende dalla sofferenza che questo lavoro psichico comporta. Marie-France Hirigoyen in un suo libro intitolato “Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro” (1998), sostiene la stabilità del tratto di carattere della perversione e dichiara che il perverso non si mette mai in discussione in quanto non può vivere il conflitto nella propria interiorità, quindi deve espellerlo, collocarlo all’esterno, in qualcun’altro. “Un individuo perverso è perverso sempre; è bloccato in questa modalità di relazione con l’altro e non si rimette mai in discussione. (…) Individui del genere possono esistere soltanto distruggendo qualcuno: hanno bisogno di sminuire gli altri per acquisire una buona stima di sé e conquistare il potere, perché sono avidi di ammirazione e approvazione. Non hanno né compassione né rispetto per il prossimo, perché il rapporto non li coinvolge” (Hirigoyen, 1998).
I meccanismi che permettono al perverso di rendere la propria partner vittima sono, secondo Sandra Filippini (2005), il gaslighting e il cinismo. Il primo è un’espressione anglosassone che indica l’insieme dei comportamenti messi in atto allo scopo di far sì che una persona dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, che cominci a sentirsi confusa o a temere di stare impazzendo. Caratteristica è che questi dubbi siano dovuti alla presenza di un gaslighter: agente di questo particolare tipo di maltrattamento. Di gaslighting hanno parlato Calef e Weinshel (1981) considerandolo una sottospecie della relazione sadomasochistica. Essi affermano che il perpetratore “scarica” sulla vittima i propri conflitti per liberarsi di essi e dell’ansia che ne deriva.
Il secondo termine, cinismo, indica una modalità di pensiero e comportamento caratterizzata dalla svalutazione totale dell’altro e di tutto ciò che circonda il soggetto. Per il cinico non esiste nulla di buono o di nobile nell’umanità e in particolare nel suo interlocutore. Ciò che conta per lui è il potere e il dominio sugli altri. In un articolo del 1999, Eiguer afferma che il carattere del cinismo rappresenta una componente essenziale della perversione. Con l’onnipotenza che gli deriva dall’assetto narcisistico, il cinico riesce a convincere gli altri, ad influenzarli, ad indurre in loro sensazioni e comportamenti che essi non vogliono provare, riesce, ad esempio, a far sentire gli altri colpevoli al suo posto manipolandoli.
La Hirigoyen (1998) afferma che il rapporto molesto si mette in atto in due fasi: una di fascinazione e seduttività, l’altra di violenza palese. La prima tappa è rappresentata dalla seduzione perversa o narcisistica che consiste nell’esercitare fascino senza lasciarsi coinvolgere, nell’attrarre irresistibilmente e subordinando l’altro a sé. Non si tratta di seduzione amorosa reciproca, ma di una seduzione perversa perché destinata ad ammaliare l’altro e, contemporaneamente, a paralizzarlo. Si parla, inoltre, di seduzione narcisistica perché il perverso va alla ricerca, nell’altro, dell’unico oggetto da cui è realmente affascinato, ovvero l’immagine piacevole e ideale di sé. Secondo Jean Baudrillard (1979) la seduzione distrae dalla realtà, manipola le apparenze, distoglie dalla verità. Questa è una fase preparatoria nel corso della quale la vittima viene destabilizzata e perde a poco a poco la fiducia in se stessa, viene neutralizzata la sua volontà e annullata la sua alterità fino a trasformarla in oggetto. L’obiettivo è influenzare per imporre il proprio ascendente, è confondere, cancellare i limiti di quello che è “sé” e di quello che è “altro”, è, infine, assoggettare, manipolare per privare la vittima di qualunque senso critico e toglierle la capacità di difesa, eliminando così ogni possibilità di ribellione. Influenzare vuol dire indurre qualcuno a pensare, decidere, comportarsi in modo diverso da come avrebbe fatto spontaneamente. Fare accettare qualcosa a forza vuol dire ammettere che non si riconosce l’interlocutore come uguale. Lo psicanalista Paul-Claude Racamier (1992) parla di décervelage, “decervellaggio” cioè “lavaggio del cervello”, fenomeno che è solito riscontrare in situazioni di prigionia o nelle sette. Si tratta essenzialmente di condizionamento, cioè di dominio intellettuale o morale: l’ascendente o l’influsso esercitato da un individuo su un altro. Hirigoyen (1998) distingue tre dimensioni fondamentali del condizionamento:
Sinonimo di lavaggio del cervello è il vocabolo plagio: “termine usato per definire l’assoggettamento totale di un individuo al potere di un’altra persona (…) rendendo la vittima incapace di esercitare la propria volontà in modo autonomo” (Fulcheri, 2005). La strategia perversa non consiste nel distruggere l’altro, ma nel sottomettere la vittima e tenerla a disposizione: l’importante è conservare il potere ed esercitare il controllo su di lei. Queste dinamiche di persuasione, seduzione, manipolazione e coercizione sono state studiate in relazione alle vittime delle sette ed è stato visto che esse portano ad una vera e propria modifica della coscienza attraverso tre tappe.
Queste tecniche e strategie di condizionamento sono state descritte per la prima volta da uno psichiatra americano Robert Jay Lifton sulla base dei racconti di prigionieri di guerra americani in Cina e in Corea.
La messa in atto del plagio e il mantenimento del potere avviene, inizialmente, grazie ad una forma perversa di comunicazione, che può dare l’illusione di uno scambio, di una reciprocità, di una corrispondenza biunivoca, ma che in realtà consiste in una non-comunicazione, nel rifiuto della comunicazione stessa, attraverso il ricorso a messaggi intimidatori e minacciosi. La comunicazione non comunica, non realizza uno scambio, non produce nulla: salvo la svalutazione, la manipolazione e il controllo. “Il perverso relazionale non ha accesso ad una vera comunicazione con l’altro, non può averlo in quanto evita ogni confronto con la verità. Ciò che può fare, e che gli interessa davvero, è imporre, alla vittima, la propria versione. Non importa che cosa sia vero, importa che diventi vero ciò che lui afferma essere tale. La vittima è il testimone deputato e necessario di questo sovvertimento. Infatti, aderendo alla versione che della verità il partner perverso le impone, e subendone le conseguenze, ella certifica, per così dire, il successo dell’azione perversa” (Racamier, 1992). Le dinamiche della comunicazione perversa sono state riassunte brevemente da Hirigoyen:
Racamier afferma che il pensiero perverso è un pensiero che non pensa, si limita ad imitare il pensiero, non scava, non approfondisce. Il perverso ha paura della propria interiorità ed è perciò sterile, quello che può e sa fare è parassitare il pensiero altrui, svalutandolo nello stesso tempo. Il pensiero perverso, dice Racamier, “può diventare incredibilmente esperto: tutto volto all’agito, all’espropriazione e alla manipolazione, abile ad utilizzare i gusti e le tendenze, le debolezze e le qualità degli altri, mira solo ai fini, ponendo poca attenzione ai mezzi (…). Il nostro pensiero, quando è al suo meglio, si tesse come un involucro per circondare, aureolare il suo oggetto senza per questo immobilizzarlo, il pensiero perverso (invece) non mira che a imballare e rinchiudere, confondere e ferire la preda in una rete di controverità e di non-detto, di allusioni e di menzogne, di insinuazioni e di calunnie. È un pensiero che serve a fare intrusione nelle preoccupazioni altrui, un pensiero-veleno, un pensiero per dementalizzare, svalorizzare e squalificare l’altro, un pensiero tutto agiti e manovre, che frammenta, divide e disorienta” (Racamier, 1992). Dunque il narcisista perverso ha bisogno di una vittima che pensi per lui, che svolga per lui del lavoro psichico, un “dipendente” che lui non ringrazierà mai, proprio perché non può fargli sapere che ne ha bisogno. Questo “pensare per lui, al suo posto” può costituire all’inizio, per la donna, una sorta di gratificazione, a volte parzialmente consapevole, altre volte inconscia, un modo per sentirsi utile e quindi importante, che può funzionare da cemento del legame. Tutto questo processo di condizionamento della vittima ha come scopo quello di possedere l’oggetto. Il perverso si impegna, sin dall’inizio, a lavorare in senso manipolatorio per raggiungere l’ obiettivo fusionale totale con l’altro. Il perverso ha bisogno del controllo, del potere e del possesso totale dell’altro non tanto per colmare un vuoto che avverte dentro di sé, ma per denegarlo, trasferendolo sulla vittima. Si può parlare, in questi termini, di “evitamento della relazione” (De Masi 1999): “La relazione si colloca nel registro della dipendenza: la si attribuisce alla vittima, ma è il perverso a proiettarla” (Hirigoyen, 1998). Il narcisista perverso è come se si appropriasse dell’autostima della vittima, della sua fiducia in se stessa, allo scopo di incrementare il proprio valore.
Una menzione a parte merita la perversione economica: in molti casi, il perverso accentra su sé stesso il possesso dei beni, spinto dalla compulsione a controllare oggetti e persone, anzi le persone attraverso i beni. Il perverso manipola in tal modo gli affetti, il sesso ed ogni altro aspetto relazionale per via traversa, cioè attraverso gli aspetti economici e materiali. Vi sono, inoltre, casi in cui il perverso sollecita ed induce l’altro a fare figli per controllare, sottomettere e manipolare il partner anche attraverso la figliolanza. In questi casi il perverso ha spesso la fantasia delirante di prolungare il legame simbiotico con il partner “incastrandolo” attraverso la nascita di un figlio, laddove invece, nella realtà, con la figliolanza si verifica l’esatto contrario, cioè la rottura della simbiosi di coppia. Interessante è notare come i due soggetti della relazione perversa abbiano una scarsa consapevolezza del loro problema relazionale, il quale, al contrario, spesso viene attribuito ad altro, e non alla personalità propria o del partner.
La seconda e ultima tappa in cui si attua nella relazione perversa la molestia, è la violenza perversa. “Finché c’è, l’oggetto perverso rappresenta uno strumento difensivo formidabile, onnipotente, che garantisce la piena integrità narcisistica del sé, ma quando viene meno lascia un vuoto ineliminabile, un vissuto di apatia, di tedio indifferente, di morte psichica, oppure diviene un persecutore, quando la frammentazione della funzione simbolica (della pellicola – schermo della rappresentazione) e dei confini dell’Io, aprono la strada a veri e propri scompensi paranoici” (Dalle Luche, 1997). È da qui che ha origine la violenza palese. La fese piena dell’odio appare quando la vittima reagisce: nel momento in cui la vittima dà l’impressione di sfuggirgli, allora il perverso vive una situazione di panico tale da scatenargli la rabbia. “L’odio esisteva già nella fase di condizionamento, ma il perverso lo sviava, lo mascherava, per mantenere bloccato il rapporto. Ora tutto quello che esisteva già in modo sotterraneo viene alla luce. L’azione demolitrice diviene sistematica” (Hirigoyen, 1998), cioè mentre nella prima fase la violenza verbale e morale era sottile, silente e non sistematica, ora, nella fase di violenza perversa, con la ribellione del partner, la violenza diviene perversa, ripetuta, insistente e sistematica. Il perverso diventa sempre più umiliante e violento, la vittima sempre più impotente e ferita. La violenza perversa è caratterizzata da un’ostilità costante e insidiosa, è un concentrato di violenza allo stato puro che insinua la mente dell’altro fino a condurlo all’autodistruzione. Gli attacchi perversi rientrano nel quadro di un processo inconscio di distruzione psicologica. “Nella strategia perversa non bisogna distruggere l’altro all’inizio, ma sottometterlo a poco a poco (…) Le manovre sono dapprima insignificanti, ma diventano sempre più violente se il partner si oppone. Se è troppo docile il gioco non è eccitante. Bisogna che ci sia resistenza quanto basta perché il perverso abbia voglia di portare avanti il rapporto; ma non troppo, perché non si senta minacciato. A guidare il gioco deve essere lui. L’altro è solo un oggetto che deve restare al suo posto: un oggetto che si può utilizzare e non un soggetto interattivo” (Hirigoyen, ibidem). I perversi esercitano un condizionamento tanto maggiore quanto più lottano anch’essi contro la paura del potere altrui. Questo odio, proiettato sull’altro, è per il perverso narcisista un mezzo per proteggersi da disturbi che potrebbero essere più gravi, di tipo psicotico.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 63 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
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Redazione- La discalculia riguarda l’elaborazione del numero e alcuni processi del calcolo, mentre lascia integre molte altre dimensioni dell’intelligenza e dell’apprendimento. Tra gli alunni interessati vi sono anche profili ad alto potenziale, con capacità linguistiche, creative, musicali, visive o progettuali particolarmente sviluppate. Una difficoltà numerica isolata, pertanto, non rende attendibile una classificazione sommaria della persona […]
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Redazione- La discalculia riguarda l’elaborazione del numero e alcuni processi del calcolo, mentre lascia integre molte altre dimensioni dell’intelligenza e dell’apprendimento. Tra gli alunni interessati vi sono anche profili ad alto potenziale, con capacità linguistiche, creative, musicali, visive o progettuali particolarmente sviluppate. Una difficoltà numerica isolata, pertanto, non rende attendibile una classificazione sommaria della persona come “soggetto con DSA”: occorrono osservazione, potenziamento didattico e, quando gli indicatori persistono, una valutazione specialistica rigorosa. Anche in presenza di una diagnosi corretta, la sigla descrive un’area specifica di funzionamento e non il valore cognitivo complessivo dell’alunno.
Il termine discalculia indica un disturbo circoscritto che può interessare il senso del numero, il recupero dei fatti aritmetici, l’accuratezza e la rapidità del calcolo o l’organizzazione delle procedure. L’apprendimento generale può risultare pienamente adeguato. Alcuni studenti mostrano inoltre risorse superiori alla media in altri domini: costruiscono argomentazioni complesse, producono testi originali, colgono relazioni visive, compongono musica, elaborano soluzioni creative o manifestano notevoli capacità relazionali e progettuali.
Questa eterogeneità impone una distinzione essenziale. Una difficoltà temporanea o dipendente dal metodo didattico non equivale automaticamente a un DSA. La discalculia diagnosticata secondo criteri clinici rientra invece nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento riconosciuti dalla Legge 170/2010. Plusdotazione e DSA possono coesistere nello stesso profilo: è la cosiddetta doppia eccezionalità. La diagnosi conserva la propria validità quando è formulata correttamente; ciò che perde attendibilità è la pretesa di utilizzare quella diagnosi come definizione globale dell’intelligenza, delle possibilità e dell’identità della persona.
Il Focus del Ministero dell’Istruzione e del Merito relativo all’anno scolastico 2022/2023 registra 354.569 alunni con certificazione DSA negli ultimi tre anni della primaria e nelle scuole secondarie: il 6,0% dei 5.909.071 studenti considerati. Gli alunni con discalculia censiti sono 121.918, pari all’1,8% della popolazione scolastica osservata. Le percentuali salgono dallo 0,5% nella primaria al 2,2% nella secondaria di primo grado e al 2,7% nella secondaria di secondo grado. Il totale delle singole diagnosi supera quello degli studenti, poiché più disturbi possono coesistere nella stessa persona.
Il dato territoriale invita alla prudenza: nel complesso dei DSA il Nord-Ovest raggiunge il 7,9%, il Nord-Est il 6,7%, il Centro il 6,1% e il Mezzogiorno il 2,8%. Differenze così ampie possono riflettere accesso diseguale ai servizi, tempi diagnostici, sensibilità delle scuole e capacità delle reti territoriali. La statistica descrive le certificazioni raccolte dal sistema scolastico; non coincide automaticamente con la prevalenza clinica nella popolazione.
Quando una difficoltà con i numeri diventa discalculia?
Rossella Di Meco — La continuità della difficoltà merita ascolto, documentazione e confronto tra scuola, famiglia e servizi. Un risultato basso, preso da solo, racconta troppo poco. Occorre ricostruire il percorso: quali consegne sono state comprese, quali strategie sono state tentate, quale peso hanno avuto il tempo, l’ansia, la lingua, l’esperienza scolastica e il contesto sociale. La protezione della persona comincia dalla qualità dell’osservazione.
Assunta Di Basilico — La discalculia è un DSA specifico dell’area numerica e del calcolo; la diagnosi compete ai professionisti sanitari abilitati e segue criteri rigorosi. La difficoltà didattica, invece, può dipendere da prerequisiti fragili, metodo, discontinuità scolastica, fattori emotivi o tempi di maturazione. Prima dell’etichetta serve una didattica intenzionale, con interventi di potenziamento e verifica della risposta. Se la fragilità persiste, la scuola documenta il percorso e orienta la famiglia verso l’approfondimento specialistico.
Si rischia di chiamare DSA ciò che richiede soprattutto una strategia diversa?
Di Basilico — Può accadere che una difficoltà venga interpretata troppo rapidamente come disturbo. È altrettanto rischioso minimizzare un DSA reale. La strada professionale sta nella distinzione: osservazione sistematica, proposte didattiche diversificate, potenziamento mirato e valutazione specialistica quando gli indicatori persistono. Le strategie educative aiutano ogni alunno; per chi possiede una certificazione, diventano parte di un progetto personalizzato tutelato dalla Legge 170 del 2010.
Di Meco — Il sostegno efficace evita due estremi: trasformare ogni fatica in diagnosi e lasciare la persona sola di fronte a una difficoltà stabile. La rete deve garantire ascolto, accesso equo ai servizi e continuità. Nelle aree in cui le certificazioni risultano molto inferiori alla media nazionale, il problema può essere anche il mancato riconoscimento e la distanza dai percorsi di valutazione.
Primo caso: un bambino comprende il problema, ma sbaglia l’incolonnamento. Che cosa osservate?
Di Meco — La comprensione del testo e la scelta dell’operazione sono già competenze. L’errore riguarda l’organizzazione del procedimento. Una griglia per unità, decine e centinaia, il colore come riferimento, il materiale concreto e la verbalizzazione dei passaggi consentono di capire se il bambino consolida rapidamente l’abilità oppure se la fragilità resta significativa.
Di Basilico — In questo caso l’apprendimento concettuale può essere del tutto adeguato. La griglia, la tavola pitagorica o la calcolatrice non impoveriscono il pensiero: alleggeriscono il carico esecutivo e rendono visibile la sequenza. Il traguardo è l’autonomia, cioè sapere quale strumento scegliere, perché utilizzarlo e come controllare il risultato.
Secondo caso: un’adolescente argomenta con ricchezza, ma perde i passaggi durante una verifica a tempo.
Di Basilico — Rapidità, comprensione e intelligenza sono dimensioni diverse. Una mappa procedurale, un formulario, tempi congrui e la suddivisione del compito in fasi possono restituire una misurazione più fedele delle competenze. La metacognizione le permette di riconoscere il punto fragile e attivare un controllo consapevole.
Di Meco — La valutazione scolastica acquista precisione quando osserva il processo. La pressione può amplificare l’errore e generare evitamento. Un ambiente che riconosce lo sforzo e rende legittimo l’uso degli strumenti costruisce partecipazione, fiducia e responsabilità.
Terzo caso: un ragazzo fatica nel calcolo, eppure eccelle nella scrittura creativa e nella progettazione visiva.
Di Meco — Il profilo umano non coincide con una singola prestazione. La difficoltà numerica può convivere con capacità linguistiche, artistiche, musicali, relazionali o pratiche molto elevate. Valorizzarle cambia l’immagine che il ragazzo costruisce di sé e protegge il diritto a un progetto di vita fondato sulle competenze.
Di Basilico — DSA e plusdotazione sono condizioni distinte e possono coesistere: in letteratura si parla anche di doppia eccezionalità. Un alunno può mostrare elevato ragionamento verbale, creatività, memoria narrativa, pensiero divergente, talento musicale o notevole capacità di problem solving, insieme a una fragilità specifica nel calcolo. La presenza di un DSA presuppone abilità cognitive generali adeguate; l’alto potenziale richiede una valutazione propria. Strategie e strumenti consentono al talento di emergere, evitando che l’insuccesso in un’area oscuri l’intero profilo.
La Legge 170/2010 riconosce dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia e garantisce una didattica individualizzata e personalizzata. Le Linee guida ministeriali prevedono strumenti compensativi e misure dispensative calibrati sul profilo: calcolatrice, tavola pitagorica, formulari, schemi, mappe procedurali, supporti digitali, tempi aggiuntivi, modalità di verifica coerenti e criteri di valutazione attenti ai contenuti appresi.
Il Piano didattico personalizzato organizza obiettivi, strategie, strumenti, modalità di verifica e patto con la famiglia. La qualità dell’attuazione varia tra territori e istituti: disponibilità dei servizi, formazione docente, tempestività della certificazione e dialogo tra i soggetti determinano la concretezza del sostegno. I dati MIM mostrano il riconoscimento amministrativo; la reale efficacia dell’inclusione si misura nella quotidianità delle classi.
Qual è, allora, la forma più alta di aiuto?
Di Meco — Costruire una rete che renda accessibili opportunità e servizi, ascolti la famiglia e accompagni la persona nei passaggi scolastici e sociali. Ogni esperienza riuscita produce un riferimento interno: ‘posso affrontare questo compito e so come farlo’. È una conquista educativa e civile.
Di Basilico — Offrire strategie prima che la fatica diventi identità. Una didattica flessibile sostiene l’intera classe; la valutazione specialistica chiarisce i profili persistenti; il percorso personalizzato tutela chi possiede un DSA. L’apprendimento resta pieno e significativo quando la scuola riconosce la via attraverso cui ciascuno comprende, organizza e restituisce il sapere.
Il dialogo tra Rossella Di Meco e Assunta Di Basilico consegna alla scuola una responsabilità precisa: distinguere, accompagnare, personalizzare. Il numero può rappresentare un ostacolo circoscritto e, nello stesso tempo, convivere con intuizione, linguaggio, creatività, sensibilità artistica e capacità progettuale. La competenza professionale rende leggibile questa complessità. La strategia giusta apre l’accesso al compito; la rete competente trasforma l’accesso in autonomia; uno sguardo educativo maturo permette alla persona di riconoscersi nelle proprie possibilità.
Rossella Di Meco — Dottoressa in Scienze Sociali e assistente sociale; consulente esperta in Giustizia minorile, Servizi sociali e Servizi sanitari; già responsabile della Vicepresidenza del Consiglio regionale dell’Abruzzo. Ha maturato esperienza nella tutela delle donne abusate e dei minori vittime di violenza.
Dott.ssa Assunta Di Basilico — Educatrice socio-pedagogica L-19; Pedagogista LM-85; laureata magistrale in Psicologia LM-51; mediatrice familiare e scolastica; Presidente dell’Associazione Essere Oltre ETS.
Nota redazionale: i tre casi sono ricostruzioni composite e anonimizzate, elaborate a fini divulgativi. Le informazioni non sostituiscono la valutazione clinica o il progetto educativo individuale.
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Redazione- Iniziamo questa breve riflessione riportando un dato storico. Gaio Giulio Cesare (Roma, 13 luglio 101 a.C. o 12 luglio 100 a.C. – Roma, 15 marzo 44 a.C.) è stato un politico, militare, scrittore e oratore romano, considerato una delle figure più importanti e influenti della storia, nonché uno dei migliori generali di ogni tempo. […]
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Redazione- Iniziamo questa breve riflessione riportando un dato storico. Gaio Giulio Cesare (Roma, 13 luglio 101 a.C. o 12 luglio 100 a.C. – Roma, 15 marzo 44 a.C.) è stato un politico, militare, scrittore e oratore romano, considerato una delle figure più importanti e influenti della storia, nonché uno dei migliori generali di ogni tempo. Prima della sua inarrestabile ascesa politica, aveva un interesse quasi maniacale per l’arruolamento e la cura dei gladiatori. Conosceva bene la centralità di questi tragici combattenti-schiavi nell’immaginario violento del pubblico di allora, di qualsiasi ceto. Aveva un servizio di informazione addetto a individuare i combattenti più valorosi. Ebbene, Svetonio (Cesare 26) chiama questi gladiatori assai combattivi con una espressione che la dice lunga: “invisi alla folla”. Vale a dire quelli che non morivano mai, che sopravvivevano in innumerevoli scontri. La folla cercava emozioni forti: voleva vederli morire e non vincere.
Quanto è lontano questo stato d’animo rispetto al nostro, europei del Terzo Millennio! Dopo secoli di cristianesimo, il nostro animo si è ingentilito, ed è assai diverso dalle passioni che si agitano ancora presso altre nazioni, per esempio quelle del Terzo Mondo, dove ancora vige a volte il cannibalismo.
Ezechiele 36 esprimeva già nella prima Alleanza la promessa messianica:
26 Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. 27 Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. 28 Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. 29 Vi libererò da tutte le vostre impurità: chiamerò il grano e lo moltiplicherò e non vi manderò più la carestia.
Questa “profezia” si è realizzata in Cristo Gesù, l’Uomo Dio venuto sulla terra per salvarci, il Messia atteso dagli ebrei: certamente dopo la morte ma anche prima, insegnandoci come ci dobbiamo comportare e non essere più “pecore senza pastore”.
Infatti già nell’Antico Testamento si profetizzava che i tempi messianici sarebbero stati caratterizzati da un’effusione straordinaria dello Spirito (Zaccaria 4, 6; 6, 8).
È nella Parola di Dio la cifra più rivoluzionaria del cristianesimo. Lo ricordava già il libro del Siracide (15,16-21):
Se vuoi osservare i suoi comandamenti,
essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.
Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.
Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.
Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.
A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.
E il Salmo 118 esprimeva così la portata di salvezza della Parola di Dio:
Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.
Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge.
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore.
Questa salvezza così potente inizia già nell’Antico Testamento ma viene portata a compimento con l’annuncio di Cristo. Ce lo conferma san Paolo (1Corinzi 2, 6-10):
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria.
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
Ma, come sta scritto:
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
Da duemila anni a questa parte il mondo, almeno sotto l’alveo del cristianesimo, è radicalmente mutato.
Pensiamo alla politica. Già presso i popoli classici “politica” è etimologicamente “cura della comunità dei concittadini”, dal sostantivo greco polis. Ma il concetto di cura era assai diverso dal nostro. Per ritornare a Giulio Cesare, cioè all’antica Roma, la politica era dominata dai partiti, i quali altro non erano che associazioni elitarie basate sulla compravendita dei voti. Non avevano uno scopo ideologico, in quanto servivano unicamente per ammettere un candidato alla carica cui agognava, ragion per cui questo li cambiava spesso una volta ottenuto il posto nella assemblea. Era un sistema basato sul clientelismo e sulla violenza. Fu questa una delle ragioni principali per le quali Cesare fece le campagne di Gallia: assicurarsi denaro e schiavi per pagare i debiti contratti con l’elettorato e poi per vincere di nuovo.
A ragion veduta, anche oggi in Italia c’è un sistema clientelare (così come in Giappone), ma non è paragonabile alla rete di intrighi, omicidi, razzie come quello romano. Senza dimenticare la corruzione di Roma antica, che lo storico Sallustio assunse come tema centrale dei suoi scritti.
Cesare era talmente spregiudicato che partecipò alla congiura di Catilina. Svetonio (Cesare 72) ricorda che Cesare si poteva servire di chiunque per ottenere i suoi scopi. Cesare era talmente losco che lo stesso Cicerone cercò di farlo fuori tramite i suoi fidati (ma fermò all’ultimo la mano armata di costoro forse per non commettere un omicidio, punito dalla legge).
Secondo la nota tesi ricordata da Castner, Cesare aveva simpatie epicuree, quindi anche se avesse creduto negli dei, si comportava in pratica da ateo. Per gli epicurei gli dei erano assenti nel mondo degli uomini, rinchiusi come erano nel loro spazio celeste. Dio non dimorava nei templi, anche se erano stati fatti innalzare dallo stato. Anche oggi ci sono politici “atei”, ma le leggi e le norme morali, di chiara ispirazione cristiana anche se il cristianesimo perlopiù non è religione di stato, nonché il comune sentire dei votanti, impediscono gli eccessi che invece gli antichi si permettevano.
Bisogna anche dire che Cesare fu eletto alla carica di Pontefice Massimo, nel 63 a.C., ma anticamente la religione era uno strumento di controllo dello stato, per cui non importava tanto la “fede” e il retto comportamento (qualora previso) quanto piuttosto la osservanza dei riti religiosi.
E nonostante questo clima generalmente “sfrenato”, tuttavia le masse, come scritto dallo storico greco Polibio nel suo libro VI (con parole che si adattavano anche ai romani), erano tenute a freno da eccessi ancor peggiori per via della paura della punizione di divinità invisibili. Ma a queste i saggi per primi non credevano, tanto che Polibio poteva affermare che, se lo stato fosse stato composto solo di saggi, non ci sarebbe stata necessità della religione. Evidentemente la “fede” come noi la conosciamo non era una concezione dell’antichità classica: dove il greco pistis e il latino fides indicavano essenzialmente la “fiducia” verso qualcuno o qualcosa e non la “fede” sentita e partecipata nell’intimo, costellata di norme morali, cosa che subentra solo nell’ebraismo e nel cristianesimo. Infatti un profeta biblico (Osea 6, 6) affermava che Dio vuole amore e non sacrificio.
Ancora. Il noto storico greco Tucidide (I, 138, 3) scriveva che il vero politico è colui che è “sommamente capace di congetturare ciò che effettivamente accadrà tra le varie eventualità”. Non menziona per niente l’animo “buono” che un politico dovrebbe avere, che non è buonismo, ma cura dell’interesse della collettività: ci riferiamo al prendersi i carico e al supportare ogni cittadino, cioè “cura” come oggi noi la intendiamo, assai diversa da quella antica. Quindi per Tucidide il politico deve avere una fredda ragione per curare gli interessi propri e del proprio clan, incurante del freno morale. La storia greca e quella romana sono un continuum di omicidi e carneficine, spesso per motivi subdoli. Riferendoci ai fatti che precedettero la Guerra del Peloponneso, di cui si occupa Tucidide, gli ateniesi, nonostante sventolassero la propaganda demagogica della democrazia e della libertà, rapirono e uccisero una delegazione di spartani diretti verso l’Ellesponto, come rappresaglia per un fatto analogo compiuto prima dagli spartani. Gli ateniesi da sempre facevano una propaganda anti-barbara e anti-persiana (“il nemico di sempre”), ma nella realtà dei fatti si comportavano esattamente come i “barbari”, trucidando a piacimento chiunque intralciasse i loro piani “democratici”, che erano tali solo apertamente.
Invece ciò che è oggi la politica, almeno in Occidente, è espresso dalle parole programmatiche di Cristo (Marco 10):
35 E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». 36 Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: 37 «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38 Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». 39 E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. 40 Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
41 All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni. 42 Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Ancor oggi nella politica ci sono molti scandali, ma non sono paragonabili a quelli dei politici antichi, come richiamato da Cristo stesso (“… le dominano”). Oggi ci sono leggi ferree e norme morali di ispirazione cristiana che dettano il comportamento di chiunque abbia potere sugli altri.
L’atteggiamento del potere antico era rappresentato da Erode il Grande che fece trucidare i bambini innocenti per non essere deposto da Cristo. E questo monarca era talmente feroce che, quando stava per morire, i suoi notabili se ne rallegrarono, quindi dette ordine di uccidere tutti quanti per dare loro un motivo di tristezza (cosa che poi il successore non eseguì).
Pensiamo poi alle lotte intestine di Roma antica che precedettero l’Impero. Primo Triumvirato (60 a.C.): Accordo privato e segreto tra Giulio Cesare, Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso per influenzare la politica romana al di fuori delle istituzioni. Cesare ottenne il consolato, Pompeo le terre per i veterani e Crasso vantaggi tributari. Secondo Triumvirato (43 a.C.): Alleanza ufficiale e legale (tresviri rei publicae constituendae) tra Ottaviano (Augusto), Marco Antonio E Marco Emilio Lepido. Istituito dopo la morte di Cesare, portò alla sconfitta degli assassini di Cesare a Filippi (42 a.C.) e alla successiva fine della Repubblica con l’ascesa di Ottaviano. Erano pronti a tutto e capaci di tutto per la egemonia e la vittoria, omicidi compresi, e persino tra di loro.
Oggi i nostri politici sono “agnellini” rispetto alla ferocia del passato. È che nell’antichità le persone non erano state “sanate” dal potere del Vangelo e dallo Spirito Santo.
Cristo è il più grande rivoluzionario della storia e oggi, anche tra coloro che si professano cristiani, a volte si porta avanti una interpretazione della Bibbia come se Cristo non fosse mai nato, ci riferiamo a certe chiese protestanti. Il vero cristianesimo, invece, si basa su Cristo unico Salvatore del mondo, il quale ha portato a compimento la legge antica, perfezionandola.
Il cristiano è tale per il battesimo, sul quale lo Spirito Santo scende e lo rende figlio di Dio. Lo Spirito Santo è stato introdotto nel mondo dopo la morte e la relativa resurrezione di Cristo.
Leggiamo in Atti 8:
26 Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». 27 Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, 28 se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro». 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31 Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32 Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:
Come una pecora fu condotto al macello
e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,
così egli non apre la sua bocca.
33 Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,
ma la sua posterità chi potrà mai descriverla?
Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
34 E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35 Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. 36 Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: «Ecco qui c’è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?». 37 38 Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. 40 Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarèa.
Un angelo di Dio parla a uno dei sette diaconi giudeo-ellenisti, Filippo, i quali furono ordinati proprio per il servizio. È molto probabile che l’etiope eunuco non fosse un pagano: fu la regina di Saba a portare la Bibbia in Etiopia, quindi si trattava di un “ebreo” etiope che veniva a Gerusalemme. E lì con il battesimo cristiano, l’etiope giunge alla vera fede: la fede ebraica (Antico Testamento) deve essere superata in vista della legge di Cristo.
L’etiope leggeva Isaia a voce alta, in quanto per la legge ebraica la Scrittura deve essere sempre ascoltata, non esisteva la lettura silenziosa. Ma quello che l’etiope, su ispirazione dello Spirito Santo, doveva ascoltare era il messaggio cristiano, al quale il profeta Isaia conduce.
L’eunuco di Atti aveva letto un brano del capitolo 53 di Isaia, ma poco più avanti troviamo queste parole di Isaia (al capitolo 56):
3 Non dica lo straniero
che ha aderito al Signore:
«Certo mi escluderà
il Signore dal suo popolo!».
Non dica l’eunuco:
«Ecco, io sono un albero secco!».
4 Poiché così dice il Signore:
«Agli eunuchi, che osservano i miei sabati,
preferiscono le cose di mio gradimento
e restan fermi nella mia alleanza,
5 io concederò nella mia casa
e dentro le mie mura un posto e un nome
migliore che ai figli e alle figlie;
darò loro un nome eterno
che non sarà mai cancellato.
6 Gli stranieri, che hanno aderito
al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
7 li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera …
Questa coincidenza nella Bibbia è opera dello Spirito Santo, così come è opera dello stesso Spirito l’incontro tra Filippo e l’eunuco. Quindi lo Spirito non è una forza impersonale, ma una Persona vera e propria, dotata di volontà e che può dirigere gli avvenimenti. La Chiesa Cattolica professa che Padre, Figlio e Spirito Santo siano l’unico Dio, la Santa Trinità, cioè tre Persone divine uguali e distinte.
Isaia stava parlando di Cristo, l’Agnello immolato per la salvezza di tutti, anche degli stranieri, come gli etiopi. L’entrata degli stranieri nel culto di Dio deriva dalle nuove norme del post-esilio.
Isaia 56, 5: “Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un posto e un nome”, dove è letteralmente nell’originale ebraico “io concederò … una mano e un nome”. In 2Samuele 18, 18 il monumento (masseba) che Assalone aveva eretto a sua memoria, poiché era senza figli, veniva chiamato “la mano di Assalone”. In Hazor è stato portato alla luce un santuario con stele che simboleggiano i membri della famiglia reale. Un tale monumento è indicato con il termine “mano”. “Mano/segno e nome” sono una endiadi: il nome di colui che deve essere ricordato resta nella memoria dei posteri grazie al monumento.
Le parole di Isaia 56 sono molto forti nell’originale ebraico:
Proseguendo, l’eunuco di Atti chiede di fronte all’acqua: “Che cosa mi impedisce di essere battezzato?”. Infatti secondo la legge ebraica l’ebreo poteva rigenerarsi solo se l’acqua era “viva”, cioè corrente. Il rito principale che incarna questo concetto è l’immersione nel Mikveh (o Mikva). Il Mikveh è una vasca di raccolta di acqua naturale (piovana o sorgiva) costruita secondo specifiche norme rabbiniche. Rinascita e Grembo Materno: Mistici e rabbini spesso descrivono il Mikveh come un grembo materno. Immergersi completamente e riemergere simboleggia la morte del vecchio sé e la rinascita come una persona nuova, purificata e spiritualmente rinnovata. Cambiamento di Stato: L’immersione è un atto che cancella le impurità rituali (tumah), permettendo a una persona di passare da uno stato di inaccessibilità al sacro a uno stato di purezza (taharah). Transizioni di Vita: Il Mikveh è utilizzato per momenti di grande trasformazione, del tipo:
Inoltre, in Deuteronomio 23, 1, la legge mosaica stabilisce che chi ha subito mutilazioni genitali (eunuchi) non può entrare nell’assemblea del Signore. Questo divieto rifletteva antiche norme di purezza cultuale e la valorizzazione della discendenza, ma veniva contestato da visioni profetiche successive, come in Isaia 56, 3-7, che annuncia l’inclusione piena degli eunuchi.
Ma l’eunuco praticava già la legge, quindi egli sta chiedendo se delle norme analoghe impediscano anche l’entrata nel cristianesimo, considerato quindi dall’eunuco come una sorta di setta giudaica. Infatti il cristianesimo delle origini aveva una forte impronta giudaica.
È l’unico Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) che ci dona la grazia di essere battezzati e di essere quel lievito che plasma la storia individuale e pubblica di tutto il mondo. È il primato della grazia difeso da sant’Agostino contro i pelagiani.
Per l’ebraismo esistevano tre tipi di “stranieri”:
Quindi il brano di Atti va situato in questo sfondo. L’eunuco etiope poteva praticare ma non era un vero e proprio ebreo, bensì un “ebreo” in senso lato.
Però, con il cristianesimo, egli diviene a tutti i diritti un fedele della religione, in quanto con il battesimo non c’è distinzione né di razza né di cultura.
In Giovanni 3, abbiamo il dialogo con Nicodemo. Siamo nell’imminenza della Pasqua e Gesù afferma:
“Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da Acqua e Spirito non può entrare nel Regno di Dio»”.
Ancora oggi se ci si reca nel Torrente Cédron intorno al Getsemani si nota che è pieno di tombe ebraiche, e un occhio attento può notare che queste tombe sono molto piccole rispetto alla grandezza di un uomo: perché nella tradizione ebraica fino ad oggi, i morti vengono sepolti in posizione fetale, rivolti verso il Tempio, in attesa della Resurrezione dei morti, come se fosse un rientrare nel grembo materno, un rinascere. Ora la Pasqua cristiana è la festa della risurrezione di Cristo, che preannuncia quella di ogni credente.
Nella teologia paolina, il battesimo è un’immersione mistica nella morte di Cristo, simboleggiata dall’acqua, che permette al credente di risorgere con Lui a una nuova vita. Paolo presenta il battesimo come partecipazione alla risurrezione, trasformando l’esistenza da “carne” a “spirito” e anticipando la vittoria definitiva sulla morte.
Bibliografia
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 63 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
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