Prova subito OneTake Audio recorder.
Le funzionalità principali sono:

Ho ideato questo prodotto durante i test dei display informativi di bus e tram che ho fatto in giro per Milano. Guardali su LinkedIn.
In quel contesto scrivere su carta o prendere appunti al cellulare era molto difficile. Inoltre alternare fotocamera, mail, chat e smartphone in standby rendeva impossibile anche registrare un audio da far trascrivere all’AI. Da qui l’idea di un recorder con solo la funzione di registrazione, ma persistente. Azzarderei un “Less is more”, ma resto umile.
Avere un unico audio dopo diverse ore di test unito alle capacità di Copilot ha reso il mio lavoro molto più veloce. Adesso a fine giornata creare un riepilogo per i fornitori richiede solo un’esportazione e un prompt ben assestato su Teams. Sui social ho scritto anche di come mi rivolgo a Copilot per fargli rielborare le trascrizioni delle riunioni. Leggi il post su LinkedIn.
Sono certo che con un po’ di lavoro in più sarei riuscito a inserire sulla mia app anche la funzione di trascrizione, ma l’idea di dover collegare un’API a consumo o dover integrare l’AI lato client avrebbe snaturato la semplicità di OneTake Audio Recorder. Leggi cosa è l’AI lato client.
Per sviluppare l’app ho usato Gemini e Visual Studio Code come ho già fatto per gli altri tre progetti che ho pubblicato da quando sperimento il vibe coding. La UI invece l’ho creata con Figma ma lasciato che l’AI poi la ricostruisse. Questa la pagina dei miei progetti.
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Come funziona:
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Un approfondimento completo lo trovate Dday.it (link all’articolo).

Forse è una banalità, ma sapere cosa usano i tuoi utenti/clienti è uno dei punti di partenza principali per la redazione della documentazione progettuale. In Europa per esempio bastano iOS e Android, ma se si vuole lavorare con i turisti cinesi allora Harmony OS diventa molto importante.
La legge sul diritto alla riparabilità modifica il panorama dei prodotti digitali perché accentua il trend che allunga la vita degli smartphone sia per una questione di sostenibilità, sia perché le 10/15 app che gli utenti usano quotidianamente funzionano bene anche su telefoni vecchi di 6 o 7 anni.
La migliore riparabilità degli smartphone farà quindi invecchiare il parco device dei nostri utenti e ciò significa gestire con più attenzione i nuovi progetti o gli aggiornamenti dei prodotti sugli store.
Una nuova app, soprattutto in settori pubblici o in aziende trasversali come le utilities, le assicurazioni o le banche, non può più essere creata attorno a nuove feature o a un framework tecnologico.
Ovviamente non ho una risposta tecnica, ma da buon Product Manager ho qualche linea guida e tante cose da discutere con gli sviluppatori.
L’app deve avere la più ampia compatibilità possibile, ma non bisogna limitarsi alle impostazioni di default dei framework di sviluppo o degli IDE. Bisogna forzare la ricerca di soluzioni che amplino la compatibilità trovando il giusto equilibrio tra costi/sicurezza/tempi.

È fondamentale analizzare i sistemi operativi più diffusi tra gli utilizzatori. Se l’app può essere usata anche da utenti anonimi, bisogna cercare delle correlazioni con le funzioni più utilizzate. A volte terminali più datati sono ancora molto usati per funzioni che non richiedono la login.
Bisogna verificare anche se ci sono differenze negli indici di redditività tra utenti Android e iOS e poi, all’interno di ciascun sistema operativo, controllare se esiste un legame con una versione specifica del sistema operativo. Questo può rivelare nicchie di utenti o comportamenti specifici legati a hardware e software meno recenti.
Bisogna assegnare una “vita utile” ai terminali perché la compatibilità completa con ogni dispositivo è spesso impraticabile. Tuttavia è essenziale definire una strategia chiara sul limite massimo raggiungibile per bilanciare le nuove funzionalità tipo l’intelligenza generativa, con la necessità di mantenere l’applicazione utile e funzionante per una base di utenti ampia.
La sicurezza è un requisito fondamentale che spesso è difficile garantire senza seguire le linee guida degli OEM o dei framework di sviluppo. Tuttavia ci sono utenti che fanno un uso dello smartphone talmente basico da non correre nessun reale rischio anche con telefoni tra i 7 e i 10 anni di vita. Per evitare di tagliare fuori queste nicchie di “utenti deboli” se possibile bisogna inibire le funzionalità che richiedono OS aggiornati e lasciare disponibili tutte le funzioni di consultazione. Nel caso di restyling importanti poi è possibile lasciare sugli store delle vecchie versioni delle app magari ripulite da tutto quello che non può essere messo in sicurezza. Certo questo complica un po’ la gestione dei WS e del back-end, ma quando possibile ne vale la pena.
L’analisi dei terminali più usati potrebbe farci scoprire che non tutti gli utenti utilizzano “padelloni” da oltre sei pollici, con schermi OLED a 120Hz. L’interfaccia deve quindi considerare delle proporzioni ridotte e anche una gestione dello zoom più semplificata rispetto alle grandi superfici dei telefoni moderni. Bisogna assicurarsi che l’app sia utilizzabile anche su dispositivi con schermi piccoli o risoluzioni inferiori alla media.
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The Foundation Models framework provides access to Apple’s on-device large language model that powers Apple Intelligence to help you perform intelligent tasks specific to your use case. The text-based on-device model identifies patterns that allow for generating new text that’s appropriate for the request you make, and it can make decisions to call code you write to perform specialized tasks.
e inoltre
To expand what the on-device foundation model can do, use
Toolto create custom tools that the model can call to assist with handling your request. For example, the model can call a tool that searches a local or online database for information, or calls a service in your app.
Cosa può fare un Tool?
- Query entries from your app’s database and reference them in its answer.
- Perform actions within your app, like adjusting the difficulty in a game or making a web request to get additional information.
Come fa un’app ad accedere ad Apple Intelligence e Siri?
The App Intents framework provides functionality to deeply integrate your app’s actions and content with system experiences across platforms, including Siri, Spotlight, widgets, controls and more. With Apple Intelligence and enhancements to App Intents, Siri will suggest your app’s actions to help people discover your app’s features and gains the ability to take actions in and across apps.
L’accesso di un agente conversazionale come Siri agli orari dei mezzi, al calcolo del percorso e alla localizzazione delle fermate crea un modo nuovo di interagire con un’app del trasporto pubblico locale. Un po’ come quando 20 anni fa chiedevamo indicazioni stradali ai passanti.

Ecco alcuni casi d’uso di interazione con la Generative AI per il più comune dei comandi: “Hey Siri, portami a [luogo] usando l’app di [azienda di trasporto locale]”.
Chi: utente loggato con abbonamento digitale che ha salvato tra i preferiti fermate e l’indirizzo di casa.
Quando: fine della giornata lavorativa.
Comando: “Ehi Siri, portami a casa usando l’app di [azienda di trasporto locale].”
Risposta di Siri: “L’autobus alla tua fermata preferita ha 20 minuti di ritardo a causa di un incidente. Vuoi aspettare o preferisci che cerchi un percorso alternativo?”.
Cosa c’è dietro: in base alla posizione dell’utente, la data/ora della ricerca e le preferenze salvate, l’LLM recupera i tempi di attesa della fermata preferita incrociandoli con le informazioni sul traffico.
Chi: utente loggato che ha salvato l’indirizzo di casa e ha un biglietto ancora valido.
Quando: giornata di shopping nel weekend.
Comando: “Ehi Siri, portami a casa usando l’app di [azienda di trasporto locale].”.
Risposta di Siri: “C’è una fermata del Tram 19 a pochi metri da qui. Puoi prenderlo e poi camminare 20 minuti per arrivare a casa. In alternativa puoi usare la Linea 1 della metro e prenderla alla stazione San Babila. Dopo dovrai camminare per 15 minuti. Quale percorso preferisci? Ricorda che il tuo biglietto giornaliero è ancora valido.”.
Cosa c’è dietro: in base alla posizione dell’utente, i biglietti attivi e i preferiti, l’LLM propone due percorsi evidenziando le diverse tipologie di mezzi e le distanze da percorrere a piedi.
Chi: nuovo utente anonimo.
Quando: passeggiando per la città.
Comando: “Ehi Siri, portami in hotel.”
Risposta di Siri: “Per raggiungere l’hotel che hai prenotato, devi prendere l’autobus numero 24 in direzione Vigentino per 10 fermate. La direzione è indicata sul display frontale del tram. La fermata si trova di fronte al negozio ‘Walter Shop’.”
Cosa c’è dietro: secondo la posizione dell’utente e gli appuntamenti nel calendario, il modello LLM calcola il percorso più semplice per raggiungere l’hotel. L’app riconosce l’utente come turista, quindi Siri fornisce informazioni pratiche come il modo per identificare la direzione del tram e la posizione esatta della fermata usando il database dei negozi di Apple Maps.
Apple forse non è in testa nella corsa dell’AI, ma la combinazione tra le funzioni delle app, i modelli linguistici locali, Siri e i widget, sta aprendo nuovi scenari molto più interessanti del nuovo Liquid Glass.
]]>Un prodotto che comunica bene è un prodotto che viene creato grazie alla comunicazione intensa tra decine o addirittura centinaia di persone. Un prodotto è un concetto che si materializza e interagisce con i suoi utenti. Un prodotto è un’idea che è stata spiegata, condivisa, dettagliata e resa viva.
Tutto quello che non esiste in natura è un atto di comunicazione cosciente tra persone con capacità, intenti e personalità diverse. Un prodotto digitale è qualcosa che senza le parole non esisterebbe e quindi è dalle parole che dovrebbe iniziare.
Esistono decine di tecniche per la gestione dei progetti. Si fa un gran parlare di metodologie agili, waterfall, xtreme, lean etc etc. Ma partendo dalle basi, siamo tutti sicuri che oltre al metodo non serva prima di tutto saper scrivere in maniera chiara, precisa, corretta e significativa?
Quando scrivo una mail, una presentazione, un task o un documento mi sforzo di scrivere bene. Faccio attenzione alla scelta delle parole, alla grammatica, agli spazi e alla punteggiatura. Mi impegno a usare frasi di senso compiuto facili da capire e difficili da fraintendere. Formulo concetti semplici, argomento con decisione e asciutta retorica.

Comunicare per creare comunicazione non segue le stesse regole della comunicazione classica. Non segue certamente quelle del giornalismo o della letteratura. Non serve stile perché serve obiettività e concisione.
Ogni parola usata durante la creazione di un prodotto digitale è come il colpo di scalpello dello scultore sulla pietra grezza.
Ogni membro del gruppo reagisce diversamente alle parole e all’atmosfera che queste creano. Essere diretti, educati, precisi ed avere cura del flusso di contenuti prodotto è qualcosa che va oltre qualsiasi metodo o carica aziendale.
I prodotti dell’umanità sono stati creati da muratori di parole che nei millenni si sono specializzati in vari settori dello scibile umano. Le parole di cui parlo non sono le connessioni statistiche che fanno le AI: sono la realizzazione di una coscienza che ha un obiettivo, un contesto, un tempo e un’autorità.
La comunicazione dei comunicatori mentre creano la comunicazione è più importante e intricata della comunicazione stessa. È un complesso dialogo in cui sproloqui, deviazioni, ritardi e fraintendimenti sono all’ordine del giorno. Comunicare per il pubblico è un atto edonistico che dà un’immediata soddisfazione. Gli scrittori sono criticati per i loro scritti ma quando scrivono, lo fanno perché in quel momento lo trovano giusto e soddisfacente.
Le parole spese per creare un prodotto digitale invece non le vedrà mai nessuno perché i gruppi di lavoro si disperdono, i progetti finiscono oppure passano di mano in mano. Nonostante ciò, quelle parole sono gli atomi invisibili che creano oggetti digitali complessi e meravigliosi.
Quelle parole sono la base del mio lavoro che non è scrivere, ma creare e coordinare. Mi sento un uomo fortunato e sono grato per quello che ho.
]]>Il Policy Brief dice che la transizione ecologica non può ridursi al passaggio ai motori elettrici dei veicoli privati perché le auto non creano un sistema di trasporto accessibile, democratico, sicuro ed ecologicamente sostenibile come invece fa il Trasporto Pubblico. Inoltre un ingorgo di auto elettriche è pur sempre un ingorgo. Solo più silenzioso.

Nello studio viene suggerita una strategia di azione che riguarda la creazione di infrastrutture, l’acquisto consapevole di mezzi e la promozione della mobilità intermodale/multimodale che, soprattutto per i pendolari, può fare la differenza tra la necessità di usare l’auto privata o la libertà di muoversi con i mezzi condivisi.
Il passaggio che mi ha ispirato di più per la progettazione di un ecosistema digitale per il trasporto pubblico è questo:

Per muoversi sui mezzi pubblici i passeggeri hanno bisogno di informazioni: informazioni sui percorsi, informazioni sugli orari, informazioni sui costi, informazioni sugli imprevisti e sulle deviazioni programmate. L’informazione è alla base degli spostamenti dell’umanità da quando i nomadi migravano seguendo la stella polare.
Dopo l’informazione viene l’acquisto dei titoli di viaggio, l’accessibilità dei veicoli e dell’infrastruttura, la puntualità, la sicurezza, la pulizia, l’intermodalità, la multimodalità e i servizi a valore aggiunto (VAS).
Per me tutto questo non può essere erogato in un’unica app perché il numero di funzionalità è oggettivamente troppo alto per essere semplice e veloce da usare. Parafrasando il suggerimento di UITP “Prioritise the right app, in the right place, at the right time”. Pensare di mettere tutto in un’app sarebbe un po’ come inserire il calendario, la mail, la sveglia, la fotocamera e la galleria dentro l’app delle impostazioni.
Un bouquet di applicazioni dedicate ai vari profili di utenza invece potrebbe massimizzare l’accesso alle informazioni e alle funzionalità, centralizzando contemporaneamente la registrazione su un’unica piattaforma di servizi dedicata al trasporto pubblico, alla sosta, alla permessistica e ad altri VAS come convenzioni, scontistiche personalizzate o incentivi all’abbandono dei mezzi privati.
Ovviamente nulla è così facile come sembra, ma solo un’analisi di alto livello basata sui giusti presupposti può progettare i prodotti digitali che supportano l’inversione delle modalità di spostamento.


MLOL è una piattaforma che permette agli iscritti di oltre 6500 biblioteche italiane di leggere centinaia di giornali italiani e stranieri. Si tratta di una miniera di informazioni pagata con le nostre tasse che tutti dovremmo sfruttare. Qui la brochure MLOL in pdf.
Per leggere riviste e quotidiani si viene reindirizzati su “Pressreader” che, ogni volta che accede dal sito MLOL, attiva una sorta di abbonamento anonimo di qualche giorno. Io ho scaricato l’app su iPad e leggo tranquillamente i quotidiani sia zoomando sul pdf, sia con un’interessante funzione che trasforma il testo in formato verticale come se fosse un articolo web.
La quantità di giornali e riviste è davvero notevole. Ci sono anche molti quotidiani brasiliani che fanno la felicità di mia moglie Gil. L’accesso della mia biblioteca non ha il Sole24ore perché dicono l’abbia richiesto solo io, ma su Pressreader ho notato altre mancanze importanti come La Repubblica, Quattroruote e Motociclismo.

Per il noleggio degli ebook invece c’è un’app creata direttamente da MLOL che però non ho ancora testato perché preferisco ancora leggere su carta.
Medialibrary online ha anche altri contenuti open che passano quasi in secondo piano dopo la valanga di giornali e libri che si scoprono in pochi clic. Vale la pena però fare un giro per scoprire una collezione di risorse forse un po’ complesse da navigare, ma sicuramente interessanti. C’è davvero di tutto dagli ebook ai video corsi, audiolibri, manoscritti, database open source, mappe, modelli 3D etc. Tutte le risorse sono subito fruibili oppure linkate alle fonti creando davvero un enorme aggregatore di informazioni gratuite di alto valore.
Faccio un’ultima citazione per l’interessante funzione “mlol stories” che ho trovato ancora un po’ acerba. L’idea e le funzioni sono belle, ma salvando un paio di risorse che poi non riuscivo ad importare ho perso interesse e sono passato oltre.
Complimenti comunque a tutto il gruppo di Medialibrary online perché stanno facendo un lavoro di digitalizzazione della cultura davvero notevole. Peccato che li conoscano in pochi.
]]>La portata dell’AI è enorme, ma è altrettanto grande la questione sulla sua utilità concreta, sull’attendibilità e sulla sostenibilità morale, economica e ambientale.
Se eliminiamo infatti alcuni casi in cui oggettivamente gli LLM sono molto più efficienti degli umani, in molte altre situazioni addestrare una AI per sostituire il lavoro di una persona è ancora molto costoso e complesso. Prendiamo l’esempio dei veicoli autonomi che, dopo anni di sviluppi e miliardi di dollari spesi in ricerca, continuano a non funzionare pur montando attrezzature costosissime programmate da migliaia di sviluppatori super specializzati.
Al momento manca la tecnologia, ma poi ci sarà anche la scalabilità? E siamo sicuri che un giorno i robo-taxi saranno più convenienti di un umano che potrà, per esempio, prestare soccorso durante un incidente o far partorire una donna in auto (classica americanata da film).
Questa mancanza di prodotti realmente utili come Copilot su Github e Office, rende tutti gli altri servizi di AI tanto simili che difficilmente un giorno gli utenti sceglieranno di pagare per avere qualcosa di diverso da quello che Microsoft sta per includere su Windows. Servizi generici come la traduzione, la sintesi di un testo o l’inserimento dei sottotitoli sono task “semplici” molto utili per la produttività personale, ma con scarsa possibilità di differenziazione. Per non parlare dei costi di creazione, addestramento e manutenzione.
Com’è risaputo, se il prodotto è gratis il prodotto sei tu, ma nel caso delle AI la situazione è ancora più complessa perché il prodotto non siamo noi, ma ancora non lo è neanche il servizio che stiamo usando. Quindi quali saranno gli sviluppi? Cosa succederà se mancherà la sostenibilità economica e un PMF chiaro per tutte le aziende?
Il potenziale dell’AI è innegabile, ma oltre al piccolo esperimento di “Insulti belli” non ho avuto il tempo di comprendere tecnicamente tutte le potenzialità, i casi d’uso e la sostenibilità sociale ed ambientale. Voglio studiare sia l’AI act, le questioni di privacy e quelle morali, ma ho già qualche idea.

Trovo discriminante l’utilizzo degli LLM per la selezione di personale, per il monitoraggio di massa, nel settore legislativo e in quello finanziario. Trovo vitale l’automazione nello studio di nuove medicine e nel riconoscimento delle malattie con la supervisione di professionisti formati per farla. Credo sia l’AI sia utile per revisionare il codice di programmazione, ma siamo ancora lontani dal fare a meno degli sviluppatori. Chi dice il contrario non ha idea di quanto è complicato sviluppare un sito o un’app. Fare riassunti, produrre contenuti o immagini invece per me è ancora inaffidabile. Voglio decidere io cosa ha importanza e cosa no. Le immagini ormai sembrano tutte uguali e anche se le continuo ad utilizzare, il loro fascino per me è quasi svanito.
Riassumendo, è stato fatto tanto ma non è ancora chiaro se questa nuova rivoluzione porterà a tutti veramente a qualcosa di utile. Gli esempi della blockchain, degli NFT e delle auto autonome dovrebbero stemperare gli animi che però, ai tempi del web 2.0 e del cloud, hanno avuto ragione del loro entusiasmo e dei fiumi di parole che ne sono scaturiti.
Insomma staremo a vedere.
]]>Google quindi elaborerà le informazioni delle attività commerciali, le foto e le informazioni storico/turistiche che negli anni ha grabbato in rete per orientare gli utenti che vagano in città in cerca di avventure.

Anche se teoricamente questa funzione non fa altro che usare l’AI per dare un senso e un contesto a dei contenuti che altrimenti sarebbero nascosti o poco utili, vedo il rischio di una strumentalizzazione da parte delle attività commerciali.
Se da un lato l’ottimizzazione della descrizione dell’attività e l’inserimento delle foto non è tanto diverso dalla SEO, trovo rischioso che un LLM suggerisca in maniera così prorompente cosa può essere divertente, romantico o entusiasmante.
Secondo me chi si affida a Google Maps per una “ricerca pura” lo fa in uno stato d’animo di fiducia cieca simile a quello della ricerca di un itinerario. Chi mette seriamente in discussione il percorso suggerito dalla navigazione se non conosce la città? A volte solo a destinazione ci si rende conto di aver fatto un percorso inefficiente, ma lo si capisce appunto sempre solo a posteriori. Quando cerco i ristoranti direttamente su Google Maps sono cosciente di star giocando alla roulette russa, quindi lo faccio solo in caso di estrema emergenza.
La capacità di convincimento di una ricerca su Maps è molto maggiore rispetto a una ricerca sul browser. Se pensiamo che difficilmente un utente medio va oltre la seconda pagina di Google, immaginate quale profondità potrebbe avere la ricerca in mobilità di un turista affamato o annoiato in una città di cui non sa nulla.
I locali che capiranno quali immagini, quali contenuti e quali recensioni stimolare saranno quindi super avvantaggiati a discapito delle realtà più genuine e meno digitalizzate. Dico questo perché Google My Business è uno strumento efficacissimo che includo sempre nelle mie consulenze, ma di cui sento parlare sempre poco in rete.

Nessuna novità invece riguardo l’ottimizzazione degli itinerari grazie all’AI, ma questo sarà l’argomento di un altro articolo.
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Tra il 2019 e il 2020 ho partecipato alle loro iniziative e sono prima stato scelto come esperto per le commissioni dei progetti del settore “Urban Mobility”, e poi una mia idea è stata selezionata per il programma pre-accelerazione “Jumpstarter”.
Purtroppo in entrambi i casi ho dovuto rinunciare per questioni di tempo e opportunità, ma al di là della soddisfazione personale e i professionisti che ho incontrato, trovo che questa iniziativa sia un punto di riferimento per la formazione e il networking a livello europeo.
Seguo con molto interesse sia tutti i progetti del settore “Urban Mobility”, sia la piattaforma di e-learning “EIT Campus” in cui ci sono decine di corsi gratuiti di alta qualità.

Trovo ammirevole l’investimento della UE sulla ricerca e sulla formazione, e trovo anche molto utile poterne fruire visto che il denaro speso per queste iniziative è anche il nostro.
Quando le aziende pubbliche usano bene il denaro di noi cittadini mi si riempie sempre il cuore.
Tecnicamente è anche interessantissimo il lavoro fatto su WordPress per l’erogazione dei corsi: chissà se riuscirò ad estrapolare qualche informazione per vendere dei corsi anche qui sul mio sito senza passare da piattaforme terze.
Il lavoro di responsabile di prodotto digitale è basato sulla conoscenza e sull’esperienza. Per questo sono sempre stato interessato a scovare iniziative attendibili e neutrali come questa.
Se ti interessa la formazione, ti suggerisco di leggere anche l’articolo “La dieta informativa dei campioni” in cui spiego come filtro contenuti interessanti da approfondire e studiare.
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