
Ecco tre lettere, semplici e toccanti, di Maras a Federico Aldrighetti, che ringrazio di tutto cuore.
Clicca sulle immagini per ingrandirle.
]]>

]]>
Sono Mauro e ho conosciuto Aurelio nella Mariapoli ’64 a Merano. Eravamo alloggiati al camping e nella stessa tenda. E’ nata immediatamente tra noi simpatia che in poco tempo si è trasformata in unità, fino alla fine. Abitavamo a Genova dove insieme ad altri giovani abbiamo contribuito a sviluppare il Movimento dei Focolari in Liguria. Ci sarebbe molto da raccontare… A fine ’65 Aurelio partì per Loppiano dove lo raggiunsi l’anno dopo e per sei mesi abbiamo lavorato insieme agli “stracci” (cernita di tessuti). Poi le nostre strade si sono divise ma il rapporto tra noi rimase sempre vivo.
Dopo la ristampa della sua biografia di un paio di anni fa, scritta da Maras nel 1980, ho pensato di ricordarlo con questo filmato raccogliendo delle foto cominciando dalle città in cui ha vissuto: Novara, Montevideo, Genova, con la casa dove abitava e infine quelle di Aurelio a Loppiano, che lo riprendono nei vari momenti di vita nella cittadella. Ho iniziato con le foto giovanili fino a quelle del suo funerale. La colonna sonora contiene due canzoni che Aurelio amava: “Signore Dio in te confido” e “Cerca de ti Senor”, più la canzone composta a Loppiano subito dopo la sua morte e cantata dal Gen Rosso.
Un dettaglio che ho sempre presente: Quando giunsi a Loppiano, Aurelio era ad attendermi alla stazione di Incisa Valdarno… Vorrei, quando Dio mi chiamerà, ritrovare Aurelio ad accogliermi alla porta del Paradiso”.

Aurelio Lagorio e Mauro Fassone


Aurelio Lagorio a Loppiano
Imita, un giovane francese alla scuola di formazione per i focolarini a Loppiano, nell’avvicinarsi del primo anniversario della partenza per il Cielo di Aurelio, ha voluto ricordarlo con questa lettera.
Mariapoli Aurelia (Loppiano), 22-3-69
Aurelio carissimo,
è già un anno che i miei occhi non ti vedono più, è già un anno che sei partito, eppure non ho sentito che il tempo passava, e sempre ti ho avuto presente.
Ogni attimo mi sei stato vicino: quando infuriava intorno a me il mondo e la vanità, eri qui per ricordarmi quel che più vale; quando la strada era ripida, quando mi tornava in mente il ricordo della facilità, eri qui a mostrarmi la meta; quando c’era la luce, quando mi abbagliava la bellezza del nostro Ideale, eri qui ad aiutarmi, affinché si stampi nel mio cuore l’amore di Dio.
Sei stato più di un fratello, più di un amico; lo sapevo che l’Amore non ha limiti, lo sapevo che la mia patria è il Cielo e che Dio mi vuole tutto; ma ora che ho visto, ormai i miei occhi sanno dove guardare.
Tu sei stato via, cammino breve e perfetto, che dalla terra ci porta in Paradiso, via dove non c’è smarrimento né pentimento, via diritta e splendida.
Mi sei stato luce. Luce che riscalda nella notte, luce che inebria nell’alba ritrovata, luce che distrugge sempre ogni stanchezza. Adesso ti conosco, perché siamo stati separati, perché sei stato innalzato da terra, perché Iddio ti ha posto luce sul moggio. Anche se ci sarà buio, anche se verranno tempeste, sempre ricorderò che tu sei vicino. Non mi dicano che tu hai lasciato la vita: tu l’hai trovata. Completa, eterna, indistruttibile è la mia gioia.
Così la nostra gioia, in unità con te. Ora non ci sono più separazioni fra te e noi: tutti in tutti.
Imita


Dalla biografia su Enrico Cavallini “Come una volpe dal fiuto sottile” ad opera di Marco Bernardini, edito da Città Nuova, abbiamo trovato un intero capitolo, il terzo, molto interessante, dedicato al rapporto tra Maras e Cavallini che riportiamo integralmente, suddiviso in tre pubblicazioni che si susseguiranno nel blog. (vedi anche l’introduzione*)
“Una figura speciale”
Segue dalla seconda parte:
…Qualche giorno fa sono andato a Loppiano, la città dei focolarini in provincia di Firenze, per incontrarmi con Umberto Giannettoni che nel 1955 viveva a Pisa. Quando ho saputo casualmente questo particolare, non ho esitato e sono andato da lui. C’incontriamo in un comodo salotto dove c’è molto silenzio, proprio adatto per il mio piccolo registratore. In quegli anni Umberto frequentava ragioneria ed era socio di un’associazione sportiva: quella della pallacanestro. Conobbe Zirondoli durante una conferenza sullo sport. Maras, appena uscito dalla sala operatoria, non ebbe il tempo di prepararsi in modo specifico. Raccontò allora quello che faceva, soprattutto “come” lo faceva, il suo rapporto con gli ammalati, con i moribondi, con i loro parenti. Grande lo stupore degli atleti. Non era mai accaduto che uno venisse a raccontare la sua vita. E poi una storia così affascinante! Una volta incrociò Zirodoli in città, a bordo della sua “500”. Brevi saluti e un invito: «Senti, perché non continuiamo a vederci? Anzi, potresti chiamare anche qualcuno dei tuoi amici». Era una proposta nuova che piacque ad Umberto. S’incontrarono e nacque una piccola comunità spontanea. Gli incontri divennero frequenti e molti rimasero attratti da questa nuova vita. Questo stile fu portato nella scuola, tra gli amici, nella “sportiva”. Nasceva un nuovo modello di relazione con gli altri. L’iniziativa prese piede e si allargò. Cominciarono a partecipare ragazzi, ragazze, professionisti, operai. Iniziarono a scambiarsi le prime esperienze di vita vissuta.
«Un giorno Alfredo venne con alcuni suoi amici medici e ce li fece conoscere. Uno di questi era Enrico Cavallini». Raccontò il rapporto che c’era tra loro e in particolare l’esperienza che viveva col giovane specializzando spezzino: «Un compagno marxista, non credente, col quale c’era una grande intesa». Anche Umberto mi racconta che Enrico «era lontanissimo dalla religione. Uomo d’estrema sinistra, aveva un pensiero opposto a quello cattolico». Una domenica mattina partirono insieme, loro tre, per andare a Firenze a conoscere gli amici di Alfredo. La meta era il focolare. «Il viaggio fu molto interessante. Enrico parlava col suo linguaggio infarcito di tanti termini laici, ma si sentiva che aveva ricevuto una grande luce, come una rivelazione. Si sentiva che era stato in Mariapoli. Tuttavia non capiva perché tutti i cristiani non vivessero in quel modo. Non comprendeva perché questa vita così bella e affascinante, vera ed essenziale, non fosse diffusa tra i credenti». Era pieno di zelo, di tanto entusiasmo, di luce piena. «Una sorta di novello san Paolo». La scoperta che aveva fatto, della quale doveva ancora definirne i contorni, si tramutò in una carica esplosiva che comunicava ovunque. In qualsiasi tipo d’incontro, create le giuste condizioni, cominciava la sua storia: «Alfredo, che non conoscevo, mi venne incontro sorridente. Pensavo si sbagliasse scambiandomi con un’altra persona …». E così via.
Nella tarda mattinata, Alfredo e altri si prepararono per uscire. Enrico sarebbe rimasto in focolare con alcuni di loro. Si sarebbero ritrovati tutti insieme a pranzo. Volle sapere. «Andiamo a Messa», spiegò Alfredo. «Bene. Vengo con voi». Un attimo di sospensione. Poi via tutti, in Duomo. Arrivò il momento della Consacrazione e quello dell’Eucaristia. Mentre il gruppetto si stava preparando in modo compunto, mettendosi in fila, Enrico bisbigliò all’orecchio di Alfredo una breve frase che lo fece sussultare: «Vengo anch’io». Enrico non sapeva nulla della vita cristiana, non conosceva le pratiche di pietà, né le preghiere, né i sacramenti. Tuttavia era rimasto affascinato dall’amore vissuto e dal desiderio profondo di vedere Gesù in ogni persona che incontrava. Alfredo considerò in un lampo tutte queste cose e, preso a parte, gli disse: «Forse sarebbe meglio che prima tu ti confessassi». «Ma cosa devo dire?». «Non ti preoccupare, sarà il sacerdote a dirti come fare». Alfredo andò lui a confessarsi per primo e quindi espose la questione. La disponibilità del confessore fu totale. Quindi toccò ad Enrico. Ciò fatto si mise in fila e fece la Comunione.
«Quando uscimmo dalla chiesa – ricorda Umberto – vedemmo in Enrico la felicità piena. Era luminoso con una gioia incontenibile. Raggiante». Rimase affascinato dal modello di vita che aveva incontrato. La religione venne dopo. Quel timbro che l’aveva conquistato non fu passeggero ma si impresse dentro di lui in modo indelebile.
Terminato il periodo pisano iniziò l’attività a La Spezia, la sua città. In ogni circostanza, sul lavoro, in famiglia, ovunque, voleva “essere” quella realtà che aveva incontrato. Gli divenne familiare parlare di unità, di amore scambievole, di Gesù in mezzo ai fratelli. Una volta in treno, mentre stava viaggiando con altri passeggeri, cogliendo lo spunto da un’osservazione che uno di questi fece su un fatto banale, gli venne naturale comportarsi ed esprimersi secondo la vita che aveva incontrato. Tra questi c’era una ragazza abbastanza disinibita e disinvolta, assai appariscente. Lui capì e portò il discorso sulla carità. Riuscì a trasmettere a quella persona la carica del suo Ideale. Lì, su due piedi, durante un viaggio in treno. Aiutò quella persona ad uscire mentalmente dal suo mondo, proponendone un altro.
Con il cuore pieno di luce si incamminò, dunque, per questa strada che divenne la sua. Non si voltò indietro. Non ci furono dubbi. Non apparvero incertezze. Ciò che aveva scoperto riempiva finalmente quel vuoto deludente che aveva avuto sempre nel cuore. Fu una scelta definitiva anche se molto combattuta. Ma questo sempre accade in frangenti del genere. D’altra parte era l’unica possibilità che aveva per dare senso alla sua vita. Gli si affinò lo sguardo, divenne più acuta la capacità di capire ciò che accadeva intorno a lui. Riuscì ad entrare nel cuore e nell’anima delle persone che incontrava. Venne a contatto con le loro gioie, le loro tristezze, i loro successi, le loro disperazioni, le esaltazioni, le angosce. Tutta materia prima che diventava immediatamente “sua”. Nacque allora un nuovo rapporto con gli altri. Comprese come proprio gli altri rappresentassero una formidabile occasione per procedere lungo quella grande prospettiva di vita indicata da Chiara. Gli altri non erano ostacolo, ma pedana di lancio. Fu più attento, più comprensivo, più paziente, più gioioso con un volto connotato da un’espressione serena. E questo metteva a loro agio le persone, pazienti o amici che fossero, perché coinvolte in un diffusivo clima di gioia. Divenne esigente con sé stesso perché la grande scoperta richiedeva fedeltà e costanza. Comprese anche come fosse necessario pagare costantemente un “prezzo”. Significava, come dice san Paolo, far nascere in noi l’«uomo nuovo» sulle ceneri dell’«uomo vecchio», sempre tardo a morire. Tutto appariva nuovo in ciò che aveva scoperto. Certamente il mondo era quello di prima, pieno d’attrattive umane, di desideri, di tante cose, con una gran voglia di benessere e d’affermazione; ma quello che aveva scoperto lo portava ad immergersi nella realtà d’ogni giorno con uno spirito diverso, mosso da una molla mai prima conosciuta: l’amore. Una scelta così grande e ardita comporta sempre dei passaggi difficili. Come se Dio voglia verificare di continuo la fedeltà di ciascuno. È l’invito costantemente rivolto alla persona di “rinnegare sé stessa”. Di lasciare posto all’altro, all’amore, di cui è intriso l’intero messaggio evangelico. Di “dare la vita ” per l’altro. L’occasione per vivere in quel modo si presentò ben presto.
Ero già anestesista all’ospedale di La Spezia quando una sera, dopo essere stato molto a lungo in sala operatoria e di conseguenza aver involontariamente inalato molto gas anestetico, come accade spesso agli anestesisti; mi scoppiò un terribile mal di testa, con nausea e vomito. Stavo coricato a letto, al buio, quando giunse una telefonata da un ospedale vicino che chiedeva, su insistenza dei parenti; un consulto per una bimba di due anni: Simonetta, ricoverata con una grave sindrome d’annegamento. Non mi sentivo in condizioni fisiche di andare; inviai pertanto il mio aiuto, il quale mi riferì che non vi era alcuna possibilità di rianimare la piccola paziente.
Subito si presentarono a casa mia il padre e il nonno della bambina che mi pregarono a mani giunte di intervenire. Ricordai gli insegnamenti non solo medici ma soprattutto etici del mio maestro anestesista e, contemporaneamente, l’impegno preso a vivere con coerenza la mia vita cristiana. Riconobbi allora in quel genitore disperato il prossimo da amare, malgrado fossi convinto dell’inutilità del mio intervento, andai ugualmente. Il caso era veramente disperato poiché il liquido nel quale era praticamente annegata la bambina era inquinato da detersivi.
Quell’ ospedale non era attrezzato per una terapia rianimatoria. Non pensai al quasi sicuro insuccesso, alle eventuali critiche dei colleghi offesi o ai risvolti legali, qualora la bambina fosse deceduta durante il trasporto. Presi in braccio la piccola e pregai l’autista dell’ambulanza di correre al mio centro di rianimazione. Ad ogni curva, ad ogni sorpasso, la testa sembrava scoppiarmi poiché il mal di testa era nel frattempo peggiorato. In pochi minuti arrivammo e subito iniziai le pratiche di rianimazione e di terapia intensiva. Per alcuni giorni tutto sembrò inutile; poi i primi segnali di miglioramento del respiro. Questi mi confermarono che gli sforzi non erano stati inutili. In pochi giorni si arrivò alla guarigione completa. I genitori di Simonetta mi regalarono una sua fotografia. Da anni la tengo sulla scrivania del mio studio e mi dà una gran gioia pensare che oggi la mia piccola paziente è una giovane donna. Nei momenti di stanchezza mi ricordo di quell’episodio e allora anche le preoccupazioni più grandi prendono un significato positivo e mi invitano ad andare avanti sul cammino iniziato.

Enrico Cavallini
La piccola paziente rimase in coma per 28 giorni, quando una mattina aprendo gli occhi, disse: «Mamma». Questo accadeva nel 1967.
Dopo una minuta ricerca sui giornali del tempo, il caso infatti, fece notizia, e utilizzando internet, sono riuscito a risalire a quella famiglia di Sarzana, in provincia di La Spezia. Mi sono messo in contatto telefonico con loro e ho parlato, che sorpresa! Proprio con Simonetta, la bambina di quel tempo. Viva concitazione, momento commovente, forse qualche lacrima. Oggi è una bella signora di 43 anni con due figlie, una delle quali l’ha resa nonna. La conversazione è stata molto piacevole e toccante, ma soprattutto viva perché dopo quella vicenda di quarant’anni fa, della quale ovviamente nulla ricorda, continuò a frequentare il dott. Cavallini.
Enrico, infatti, volle seguirla negli anni. Ciò che era accaduto da piccola, pensava, quali postumi avrebbe potuto determinare in seguito? Quando Simonetta si accorse di essere incinta subito andò da lui. Grande fu la gioia di entrambi. La commozione fu intensa e il medico capì che con questo secondo miracolo, tanti pericoli che paventava erano scongiurati. Si abbracciarono a lungo. Enrico, commosso, la salutò augurando ogni bene al “figlio tuo e figlio mio”.
CRESCITA UMANA ED ETICA
La ventata innovativa riguardante l’anestesiologia arrivò a La Spezia. Ormai il nuovo batteva alle porte. Il salto qualitativo che fece l’Ospedale Civile della città in questa disciplina ebbe un indiscusso protagonista: Enrico Cavallini. Con lui entrarono le nuove tecniche apprese a Pisa, che prevedevano, tra l’altro, l’uso dei vari gas inalanti e la possibilità dell’intubazione. Enrico si dedicò con molta determinazione, coraggio e pervicacia alla sua attività dando risalto alla disciplina. Non aveva altre distrazioni in campo medico. Non fu attratto dal doppio lavoro come altri facevano per attenuare le incertezze del proprio futuro: ospedale e studio privato. Enrico non ebbe dubbi. La sua scelta fu precisa e univoca. Puntò tutto sull’ospedale gettandosi con entusiasmo, impeto e fiducia in quell’attività nella quale credeva e dalla quale avrebbe riscosso tanti successi. Senza alcun appoggio né politico né medico «e oggettivamente molto bravo – sottolinea Franco Bernardi -, innamorato dell’anestesia, preparatissimo e sicuro di sé, s’impose all’attenzione di tutti».
Aldo spesso lavorava con lui durante la specializzazione. Notava la sicurezza e le capacità con le quali si muoveva in sala operatoria. Si era accorto della bellissima intesa che aveva con le persone del reparto e del caldo e affettuoso rapporto che instaurava con i pazienti. Confessa con sincerità che «quando Enrico si assentava momentaneamente, mi sentivo subito solo e un pò agitato, al contrario di lui che invece vedevo sempre tranquillo e sicuro in ogni situazione». Enrico era molto stimato dai colleghi. I chirurghi videro ben presto in lui una grande risorsa per il successo del loro lavoro. Lo volevano avere vicino. Le tecniche introdotte dal nuovo reparto consentivano alle sedute operatorie di avere costantemente un perfetto controllo del paziente e permettevano al chirurgo di dedicarsi unicamente, con molta serenità, al suo specifico lavoro. La “gestione” del paziente era ormai lasciata ad Enrico che si muoveva con molta destrezza. Lui e l’operatore si muovevano in perfetta sintonia. Proprio il giusto clima per trattare il malato. Il rapporto di fiducia col chirurgo era tale che ormai anche il decorso operatorio veniva affidato interamente a lui. Enrico seguiva con amore il paziente fino alla completa guarigione. La sua dedizione era totale e capace di infondere un grande senso di conforto. La scuola di Alfredo Zirondoli dava i suoi frutti e non soltanto quelli di natura medica …
*Introduzione
Ci sembra però utile, fare una breve introduzione: Enrico Cavallini, medico e pioniere dell’anestesia in Italia, (vedi anche “La Spezia onora Enrico Cavallini” su questo blog) è stato un grande specialista nella disciplina, ma il suo primo maestro non è stato altro che Maras Alfredo Zirondoli. Infatti è stato Maras nel suo periodo a Pisa come professore della cattedra di anestesia in quella università, che l’ha avuto come allievo e quindi ha avuto modo di conoscere Cavallini, di introdurlo nella specialità e facendogli conoscere nello stesso tempo, la spiritualità di Chiara Lubich, al punto che Cavallini diventerà in seguito un focolarino sposato. L’autore del libro, Marco Bernardini, anche lui focolarino sposato, ha conosciuto bene entrambi, e per raccontare la biografia di Cavallini è andato ad intervistare personalmente Maras, in quei tempi già ammalato. Si capisce quindi la qualità di questa testimonianza su Cavallini e che allo stesso tempo evidenzia la ricca personalità di Maras.


Enrico Cavallini (1970)
Seconda parte
Dalla biografia su Enrico Cavallini “Come una volpe dal fiuto sottile” ad opera di Marco Bernardini, edito da Città Nuova, abbiamo trovato un intero capitolo, il terzo, molto interessante, dedicato al rapporto tra Maras e Cavallini che riportiamo integralmente, suddiviso in tre pubblicazioni che si susseguiranno nel blog. (Vedi anche l’introduzione*)
“Una figura speciale”
Segue dalla prima parte:
…Ritorniamo ad Enrico. La laurea fu dura per lui perché, assieme allo studio, c’era il lavoro che gli permetteva di mantenersi: come già sappiamo faceva il marcatempo in uno stabilimento industriale spezzino. Vita rude, colma di fatica. Poco sonno e molti spostamenti. Quando arrivò il sospirato titolo di studio, si guardò intorno e conobbe una profonda tristezza perché si accorse che erano molto scarse le possibilità d’impiego. Avrebbe voluto spaccare il mondo, gettare le bombe come aveva fatto nella dura esperienza partigiana. Morte e distruzione procurò la guerra ma ora, tutto finito, il mondo non era cambiato. Le prime esperienze come medico furono deludenti perché contrassegnate da una situazione di grande incertezza. Il giovane dottore capì allora che per poter avviare in modo promettente il suo lavoro di medico ci voleva una specialità. L’anestesia era una branca nuova in medicina, di fatto stava nascendo in quel tempo con tutte le prospettive di sviluppo facilmente immaginabili. Enrico colse al volo tale opportunità e, nonostante che fosse già sposato, si iscrisse alla scuola più vicina: Firenze. Era il 1952, l’anno dopo la laurea.
Iniziò con entusiasmo ma ben presto si accorse di una grande difficoltà che si presentò davanti a lui: la frequenza. Si rese conto, con amarezza, come gli fosse impossibile assicurare quella assidua presenza, necessaria per seguire con profitto il corso che aveva scelto. Per raggiungere la clinica, infatti, ci volevano quattro ore di treno e altrettanto per il ritorno portandosi dietro un panino infarcito di qualche cosa. Il tempo che poteva dedicare allo studio e all’apprendimento era molto ristretto ed esso pure condito di stanchezza, di sonno e di fame. Rabbia e delusione covavano in lui. Com’è possibile, si chiedeva, che dopo tanti sacrifici, siamo sempre al punto di partenza? Il carattere deciso e indomito molto proclive a vivere intensamente le varie emozioni, era fortemente messo a dura prova da queste ripetute e avverse circostanze. In sostanza alla scuola fiorentina non imparava nulla e tutto si presentava come fatica sprecata. Che fare? Come la volpe che ferma, fiuta l’aria e osserva, così Enrico si guardava attorno per cogliere dei segnali. Ne arrivò uno molto importante, decisivo, destinato a dare una svolta alla sua vita e non soltanto professionale. Cosa avvenne? Facciamocelo raccontare direttamente da lui mediane uno scritto che predispose, in anni successivi, raccontando la sua storia:
In quei mesi si tenne il Congresso nazionale d’anestesia, nel corso del quale mi fece un’impressione profonda uno dei relatori: il suo modo di esporre i temi scientifici con semplicità riducendo tutto all’essenziale, i suoi occhi luminosi e il suo vestire semplice ma armonioso. Chiesi chi fosse. Mi dissero che era un anestesista milanese in procinto di trasferirsi a Pisa al seguito di un noto chirurgo. Il ricordo di questo incontro mi tornò alla mente quando decisi di non frequentare più Firenze e di cercare una sede più vicina alla Spezia. Decisi allora di andare a parlare con quell’anestesista che mi aveva colpito al Congresso e che, nel frattempo, si era trasferito stabilmente nella città toscana. Poche erano le possibilità di successo, a causa di contrasti tra la scuola alla quale ero iscritto e la clinica pisana. Ma partii lo stesso come guidato da una forza interiore.
Arrivato alla clinica, mi dissero che per quel giorno non era possibile parlare con lui perché stava già operando; ma decisi di attendere pazientemente nel corridoio. Passarono le ore. Quando ormai ero vicino a rinunciare, un infermiere uscito dalla sala operatoria mi chiese cosa volessi; dopo la mia risposta, mi assicurò che sarei stato ricevuto, poiché quell’anestesista era una persona particolarmente gentile. Dopo alcuni minuti si aprì la porta della sala operatoria e ne uscì quel medico che riconobbi per gli occhi sereni e luminosi. Mi venne incontro sorridente, credevo che si sbagliasse scambiandomi per un’altra persona o che sorridesse a qualcuno dietro di me, tanto che perfino mi voltai. Non vedendo nessuno, capii che sorrideva proprio a me. Arrivatomi difronte allungò la mano e con una stretta calorosa si presentò: Alfredo Zirondoli.
In quelle ore d’attesa mi ero preparato un discorsetto infarcito di tante bugie, ma di fronte ad un’accoglienza del genere raccontai solo la verità: ero iscritto a un’altra scuola, avevo bisogno di lavorare presto ed ero venuto per sapere se era disposto a insegnarmi in fretta. Non ebbe un attimo di esitazione, mi accettava senz’altro. Alla domanda su quando potevo cominciare rispose:
«Immediatamente». Chiese un camice per me alla suora. Poiché non lo trovava andò lui stesso a cercarlo e me lo portò. In sala operatoria mi fece iniziare subito un’anestesia. Alla mia obiezione di non averla mai eseguita mi rassicurò: sarebbe stato vicino a me per tutto l’intervento. Fu pronto a rispondere a qualunque quesito e l’anestesia si mantenne ottima sino alla fine.
Quel giorno ritornai a casa davvero felice. Mia moglie, che sino allora mi aveva visto preoccupato e irritabile, capì dall’espressione del mio volto che era successo qualcosa d’importante e mi disse che erano anni che non mi vedeva così contento. Le dissi che avevo trovato una persona eccezionale, un collega che mi aveva trattato in modo diverso da tutti gli altri. Il giorno dopo, un altro collega chirurgo mi salutò per primo e, chiamandomi per nome, mi diede il benvenuto. Continuai a frequentare la clinica regolarmente, imparando e lavorando. Ogni giorno ero oggetto d’attenzione da parte dei due medici. Erano piccoli gesti; che però mi lasciavano sbalordito. Una volta ad esempio, il docente anestesista (Maras)aveva appena iniziato a mangiare i primi bocconi; dopo una seduta operatoria molto faticosa, terminata oltre le tre del pomeriggio. Quando mi vide a mensa, mi chiese come mai non ero ancora partito. Saputo che con l’autobus di linea non avrei fatto più in tempo a prendere il solito treno, smise di mangiare, mi spinse giù per le scale, prese la sua macchina e mi accompagnò alla stazione in tempo utile per salire sul direttissimo Pisa – La Spezia.
Com’era ·logico, cominciai a chiedermi il motivo di queste attenzioni particolari. C’era certamente qualcosa sotto. Pensai alle cose più strane: società segrete, massoneria o qualcos’altro di simile. Non mi venne però mai in mente che potessero essere cristiani: se l’avessi scoperto, non avrei accettato più nulla da loro poiché, per le mie idee politiche, ero pieno di pregiudizi. La loro vita fatta d’amore verso di me, verso i malati e i loro parenti, verso i colleghi, mi riempiva comunque d’ammirazione.

Enrico Cavallini con Marco Bernardini, autore del libro
Alfredo ricorda molto bene quel tempo e i momenti di commozione si susseguono. Ci racconta che in sala operatoria Enrico rivelava facilità d’apprendimento e prontezza ma era insicuro e incerto: «Non preoccuparti, io sono vicino a te». Il giorno dopo nuovamente lì. C’era poi il momento del pasto: «lo l’avevo dall’Istituto, ma lui no, allora dividevamo il mio senza che la suora se n’accorgesse». Enrico rimase attratto e colpito da questo atteggiamento disinteressato di grande generosità verso di lui, anche se apparentemente inspiegabile. Non chiese né volle sapere. Già quello che accadeva gli riempiva la testa di ebbrezza non riuscendo tuttavia a forgiare, pure annotandolo interiormente, alcunché di compiuto. Ma il suo cuore “viveva” e questo si manifestava sempre più frequentemente nell’atteggiamento, oltre che di ammirazione, anche di apertura e di confidenza che aveva con Alfredo. «Ciò avveniva durante le pause, quando salendo per andare sopra, nel mio studio, Enrico mi seguiva. Ormai ci davano del “tu ”, eravamo diventati amici e lui si confidava. Mi raccontava la sua vita e la sua fede comunista, irrobustita durante il periodo della guerra. Rivelava in modo evidente di non appartenere all’area cattolica, anzi dal punto di vista religioso non sapeva in sostanza niente. Era grezzo. Molto incolto al punto che quando casualmente, nei momenti di riposo, si andava insieme a vedere S. Maria Novella, sentendo parlare casualmente, durante una normale omelia il celebrante, lui pensava che fosse uno del gruppo».
Ad Alfredo tutto questo non interessava un bel niente. Lui portava impresso nel cuore una sola norma: nella vita ciò che vale è amare. Enrico si accorse che altri medici della clinica agivano come il giovane professore. Si aiutavano, si volevano bene, si sentivano fratelli, si sostenevano a vicenda dandosi reciprocamente consigli e incoraggiamenti. C’era un rapporto di confidenza e di comunicativa tra loro tale da rappresentare un vero sostegno nella vita di ogni giorno. Enrico era ammirato di quanto accadeva e sentì lo stimolo di fare altrettanto. Desiderò lui pure sentirsi a pieno titolo uno di loro, essere come loro, anche se i contorni delle loro motivazioni erano ancora molto sfumati e confusi. Tuttavia il nuovo stile di vita che ormai lo aveva toccato e che in parte era diventato suo, cominciò a creare le prime difficoltà in casa. La moglie notò questo costante buon umore e il desiderio crescente di recarsi a Pisa non appena possibile. Il modo nuovo di muoversi: molto ordinato, affettuoso, pronto nel servizio la portò a chiedersi “Ma questo, chi ha incontrato?”. Era difficile spiegare. Una volta all’alba, viaggiando durante la notte, Enrico arrivò trafelato all’istituto per incontrare Alfredo. Era angosciato, affranto, amareggiato. Aveva trasceso con la moglie ed era fuggito. Trascorsero ore insieme e la voce del maestro placò l’anima dell’allievo. Venne il rammarico, ritornò la pace e rispuntò la luce. Ormai, pur con tutta la discrezione possibile, ce n’era abbastanza da giustificare in Enrico un legittimo e incontenibile desiderio: voleva capire come stavano le cose, voleva sapere “cosa ci fosse sotto”. Insomma perché tutti loro, col Professore in testa, si comportavano in quel modo tra loro e soprattutto con lui?
Continuiamo con il suo racconto.
L’episodio che mi spinse a chiedere spiegazioni avvenne dopo alcuni mesi quando l’amico chirurgo prof. Rovati dovendo recarsi a Milano mi offrì un passaggio in auto fino a La Spezia. Cercai di rifiutare perché avrebbe dovuto fare una deviazione piuttosto lunga, ma non ci fu verso. Raggiunta Marina di Massa il motore cominciò a perdere colpi. Ci fermammo da un meccanico che ci spiegò che c’era un pistone rotto ed era impossibile proseguire. Il chirurgo entrò in un bar. Pensavo s’interessasse del modo per raggiungere Milano al più presto possibile. Invece fece alcune telefonate solamente e informarsi di come avrei potuto raggiungere la mia città.
Posponeva le sue preoccupazioni alle mie. A questo punto chiesi la ragione di tante attenzioni per me. Mi rispose che aveva imparato dal professor Zirondoli il valore sommo della carità al prossimo: «In questo momento sei tu, prima era il meccanico, questa sera se arriverò a Milano, sarà quel professore che mi attende». Il suo discorso mi procurò uno shock, non tanto per le parole, quanto perché cominciai a capire che il primo incontro con il docente di anestesia non era stato determinato da una simpatia particolare verso di me, ma dal suo modo di vivere. Arrivato a casa gli scrissi in una lettera che anch’io volevo vivere così. Avevo compreso che fosse un modo nuovo di attuare quella rivoluzione della società che tanto mi stava a cuore.
Enrico si accorse che ogni possibile congettura, ogni ragionamento deduttivo lo conducevano sempre allo stesso punto di partenza, ad un’unica persona: il giovane professore. Non poteva certo immaginare quanto fosse accaduto ad Alfredo qualche anno prima: la conoscenza di Ginetta e l’incontro con Chiara Lubich. Con quel cuore incontrò Enrico. Mai parlò a lui della sua scelta e questo per rispetto e per lasciarlo libero, profondamente convinto che non la parola ma la vita vissuta avrebbe parlato per lui. Dopo aver ricevuto lo scritto a cui Enrico fa cenno nel suo racconto, Alfredo finalmente cominciò a raccontare. Man mano che le conversazioni tra loro si snodavano, procedevano e si ampliavano, Enrico gioiva e sudava, si entusiasmava e ribolliva perché avvertiva chiaramente la disintegrazione di tutto quanto aveva in testa, delle sue credenze, delle sue passioni. Si profilava per lui un’esperienza nuova che lo affascinava e che parimenti, come avvenne in Alfredo anni prima, ripuliva con decisione ogni cosa nel cuore e nella mente spazzando via vecchie incrostazioni fatte di sospetti, congetture, dubbi. Grande fu il gioioso stupore di Enrico e la meraviglia che ne seguì sulla possibilità concreta di essere uno di loro, di vivere come loro: Alfredo e i suoi amici. Si aprì per lui una prospettiva di vita dai confini illimitati…
Le meraviglie non finirono qui. Seppi che altre decine di giovani vivevano quest’ Ideale in tutta Italia, e che si sarebbero riuniti; per le ferie estive, in montagna. Compresi che erano cristiani e per di più cattolici: i miei più acerrimi nemici; come avevo appreso dal clima politico italiano di quegli anni. Chiesi di poter partecipare anch’io a quell’incontro estivo. Volevo verificare la loro vita comunitaria poiché mi sembrava impossibile anche solo pensareche dei cattolici vivessero sul serio i principi evangelici. Era l’estate del 1954. Partimmo con la più piccola macchina allora in circolazione: una Fiat Topolino. Era per due persone, ma ci stipammo dentro in tre con i relativi bagagli. Arrivare fino in Trentino, in Val di Fassa, fu lungo e difficoltoso. Eppure, nonostante i disagi, fu il viaggio più bello della mia vita. Non ci fu un attimo di chiusura reciproca, né di discussione, ma solo un rapporto di rispetto. Finalmente arrivammo a tarda sera a Pozza di Fassa. Un gruppo di persone ci venne incontro con saluti calorosi; strette di mano, abbracci. Subito qualcuno mi cedette il suo letto (seppi poi che era andato a dormire in un fienile). Il giorno dopo ancora accoglienza calorosa da parte di molti: facevano a gara per farmi sentire a mio agio. Malgrado fossi stordito da tanti visi nuovi sorridenti e gioiosi non volevo perdere di vista lo scopo per il quale ero lì. Li osservavo nel rapporto tra loro, quasi pronto a coglierli in fallo, ma scoprii subito che il modo generoso di comportarsi con me era la regola di quella strana convivenza. Volli sapere da dove scaturiva tanta forza per amare il prossimo: mi fu risposto che non era filantropi a, ma Vangelo.
Mi venne una voglia matta di provarci anch’io e una luce splendente riempì la mia anima. È difficile spiegare come accadde, non fa parte delle realtà comunicabili a parole: so solo che dentro di me quella luce illuminava tutte le cose. Non ero più ateo, ma forse per averlo sperimentato fra quegli uomini, credevo all’immenso amore di Dio. Dopo pochi giorni lasciai la Mariapoli con un pullman che mi portò alla stazione di Trento. Fu un dolore profondo: avevo una gran paura che il mio mondo mi avrebbe fatto ritornare quello di prima, ma in famiglia, sul lavoro, con i vecchi amici, m’imposi di vivere la vita sperimentata lassù. E il mondo attorno a me cambiò. Il rapporto medico-paziente subì un radicale mutamento: non m’importava più il caso clinico, la guarigione perseguita allo scopo di sentirmi dire che ero stato un bravo medico, ma curare il mio prossimo malato vedendo Gesù in ognuno di loro.
(Continua)
*Introduzione
Ci sembra però utile, fare una breve introduzione: Enrico Cavallini, medico e pioniere dell’anestesia in Italia, (vedi anche “La Spezia onora Enrico Cavallini” su questo blog è stato un grande specialista nella disciplina, ma il suo primo maestro non è stato altro che Maras Alfredo Zirondoli. Infatti è stato Maras nel suo periodo a Pisa come professore della cattedra di anestesia in quella università, che l’ha avuto come allievo e quindi ha avuto modo di conoscere Cavallini, di introdurlo nella specialità e facendogli conoscere nello stesso tempo, la spiritualità di Chiara Lubich, al punto che Cavallini diventerà in seguito un focolarino sposato. L’autore del libro, Marco Bernardini, anche lui focolarino sposato, ha conosciuto bene entrambi, e per raccontare la biografia di Cavallini è andato ad intervistare personalmente Maras, in quei tempi già ammalato. Si capisce quindi la qualità di questa testimonianza su Cavallini e che allo stesso tempo evidenzia la ricca personalità di Maras.

1a parte

Maras con il dott. Cavallini nel suo
periodo a Pisa
Dalla biografia su Enrico Cavallini “Come una volpe dal fiuto sottile” ad opera di Marco Bernardini, che si puo’ comprare on-line su Città Nuova, abbiamo trovato un intero capitolo, il terzo, molto interessante, dedicato al rapporto tra Maras e Cavallini che riportiamo integralmente, suddiviso in tre pubblicazioni che si susseguiranno nel blog.
Ci sembra utile, fare una breve introduzione: Enrico Cavallini, medico e pioniere dell’anestesia in Italia, (vedi anche “La Spezia onora Enrico Cavallini” su questo blog) è stato un grande specialista nella disciplina, ma il suo primo maestro non è stato altro che Maras Alfredo Zirondoli. Infatti è stato Maras nel suo periodo a Pisa come professore della cattedra di anestesia in quella università, che l’ha avuto come allievo e quindi ha avuto modo di conoscere Cavallini, di introdurlo nella specialità e facendogli conoscere nello stesso tempo, la spiritualità di Chiara Lubich, al punto che Cavallini diventerà in seguito un focolarino sposato. L’autore del libro, Marco Bernardini, anche lui focolarino sposato, ha conosciuto bene entrambi, e per raccontare la biografia di Cavallini è andato ad intervistare personalmente Maras, in quei tempi già ammalato. Si capisce quindi la qualità di questa testimonianza su Cavallini e che allo stesso tempo evidenzia la ricca personalità di Maras.
“Una figura speciale”
Eccomi a Firenze. Sono arrivato alla stazione di S. Maria Novella nella tarda mattinata in una bellissima giornata di primavera avanzata. Il viaggio è stato molto comodo, rapido e soffice. In testa al binario mi attende Bruno Dal Molin. La sua presenza mi commuove ricordando tante esperienze vissute insieme al tempo di Enrico. Lui pure è appena sceso dall’espresso proveniente dalla Spezia per fare con me un incontro importante: quello con Alfredo Zirondoli, il professore.
Ci avviamo spediti a piedi, felicissimi di esserci nuovamente incontrati, dirigendoci verso l‘Arno. Il percorso non è molto. Superiamo Piazza S. Maria Novella non prima di aver gettato qualche occhiata alla splendida facciata di questa chiesa, tutta incrostata di marmi, ridefinita nel ‘400 da Leon Battista Alberti. Grandioso il classicheggiante portale. Ma non possiamo distrarci e si prosegue senza indugi. Arriviamo nei pressi del Ponte alla Carraia, pieghiamo a sinistra ed eccoci in Piazza Rucellai. Qui abita Alfredo.
La casa dove egli è ospite d‘amici, è utilizzata unicamente da lui e da Angiolino che lo accudisce con particolari premure. Alfredo ha superato gli ottant‘anni e in questo periodo sta seguendo un intenso ciclo di cure. La sua salute è malferma. Bruno e io siamo accolti con molta festa e desiderosi di ascoltare il suo racconto. Il motivo è semplice: lui è stato il maestro che ha insegnato ad Enrico l‘anestesiologia. Coetanei, medici entrambi, la loro storia si fonde e si confonde in un intreccio di comuni esperienze mediche ed etiche, umane e spirituali. Ci aiuta al raccoglimento anche la particolare atmosfera di questa casa fiorentina. C’è molto silenzio e intorno, sia all‘ingresso che nella sala, bellissimi dipinti che si sposano assai bene con i mobili d‘epoca, lucidati a cera. Il cotto fiorentino completa l’insieme.
Alfredo conobbe la spiritualità di Chiara Lubich subito dopo la laurea quando a Milano seguiva il corso di specializzazione in anestesia. Era il 1950. Frequentava la “Cardinal Ferrari” dove si appoggiavano tanti studenti provenienti da altre città. Lui veniva dall‘Emilia. A sera, durante la cena, vivevano il momento della distensione, del vociare gioioso, dell’allegria, del disimpegno. In quelle circostanze incontrava tra gli altri: Oreste Basso, Piero Pasolini, Giorgio Battisti, Guglielmo Boselli che sarebbero diventati stelle di luce viva nel firmamento focolarino. Erano laureati che si specializzavano in varie discipline: chi in fisica, chi in medicina, chi in ingegneria, chi in architettura. Il rapporto tra loro era educato, amichevole anche se molto formale, come avveniva in quel tempo agli inizi degli anni cinquanta. Si davano del “lei” con i rispettivi titoli: dottore, ingegnere, architetto.
Una sera, in prossimità della cena, Giorgio Battisti chiese ad Alfredo se avesse qualcosa da fare a pasto finito. No, rispose. Lo invitò a rimanere per un incontro durante il quale gli avrebbe fatto conoscere una signorina. La cosa lo stupì. Incuriosito si fermò. Conobbe Ginetta Calliari e alcune sue compagne. Rimase turbato. «Avvertii che non era il solito saluto, sentii che lei era veramente contenta di conoscermi. In lei c’era una grande realtà che io non conoscevo». Il clima si diffuse. Altri colleghi, sospingendo i loro tavoli, si avvicinarono perché avevano colto in qualche modo ciò che stava accadendo. Intanto ecco la pastasciutta. Tutti iniziarono a mangiare con buona lena, ma i loro occhi rimanevano fissi su Ginetta. La pasta era davanti a lei, ma non la toccava. Raccontava, invece, quanto accadde a Trento nel periodo della guerra e i primi passi del Movimento, la storia di Chiara e delle prime focolarine.

biografia su Enrico Cavallini “Come una volpe dal fiuto sottile” ad opera di Marco Bernardini
«Noi – dice Alfredo – eravamo passati intanto dal primo al secondo e poi alla frutta; ma Ginetta continuava a non mangiare, presa com’era dal racconto. Era venuta da Trento a Milano per incontrare i suoi amici e io ero stato accolto lì con loro, e questo mi piaceva». Capì che quanto avveniva meritava un approfondimento. Quello che diceva Ginetta e soprattutto come lo diceva poneva molti interrogativi. Maras avvertiva la novità del messaggio e una grande gioia sembrava invaderlo.
Ad un certo punto Ginetta fece un breve cenno alle compagne perché intorno alle 23 avrebbero avuto un appuntamento presso una famiglia. Bisognava muoversi. Il suo arrivo a Milano prevedeva un‘agenda molto fitta d‘incontri. La forchetta era ancora immersa nella pasta e lì rimase.
«Il suo linguaggio mi stupiva, era nuovo per me, ne fui attratto». Il gruppetto d‘amici decise di accompagnare le ragazze e Alfredo si unì a loro. Salirono sul tram, in un ambiente quasi solitario, in una città poco illuminata, ritirata e deserta che contrastava con la gioia esplosiva di questo strano gruppetto. Arrivarono. Furono accolti da una festosa famiglia. La conversazione fu intensa e lunga. Ginetta illustrò i punti salienti della rivoluzionaria esperienza di Chiara e delle prime focolarine. Lei era una di loro. Si soffermò su quelle particolari illuminazioni che “la ragazza di Trento” aveva avuto. Da Chiara, diceva, si sprigionava una carica intensa di divino e d’umano insieme, tanto che le persone al suo contatto si rinnovavano nel cuore e davano spazio ad un nuovo modo di vivere: l’amore scambievole, la condivisione, la Parola vissuta. «Rimasi folgorato. Capii che l’amare gli altri doveva essere fatto a fondo perduto, prendendo sempre l’iniziativa. Non dovevo aspettarmi nulla da nessuno. Fu una rivelazione che immediatamente mi piacque, che subito feci mia».
Il giorno dopo Alfredo, di buon mattino, fece subito alcune cose in un modo diverso. Si alzò dal letto facendo molto silenzio per non svegliare la padrona di casa. Uscì senza disturbare e prese il tram, dando il biglietto al controllore che ringraziò quando glielo restituì. Arrivato alla clinica, dove seguiva la specializzazione, salutò per primo, sorridendo, il guardiano. Lui di rimando, con occhi spalancati: «Dottore come sta?».
In sala operatoria, mentre attendeva con scrupolo al suo impegno, faceva un enorme fatica a non distrarsi perché il suo pensiero correva a Ginetta, la sua testimonianza, la sua gioia, la luce che aveva negli occhi, il suo meraviglioso racconto. Una ginnastica continua, faticosa tanto che alla fine della giornata si ritrovò molto stanco. A sera chiese a Ginetta, giacché si sarebbe fermata per un paio di giorni, come ciò fosse possibile. Volle sapere se lei pure si stancava a vivere l’intera giornata con tale concentrazione. “Assolutamente no, perché io vivo l’attimo presente “. Ecco il segreto. Vivere momento dopo momento.
Tutte le sere il gruppetto milanese si ritrovava compatto a cena. Ormai era diventato un appuntamento atteso, festoso e fraterno. Si scambiavano tra loro non più i fatti di natura professionale, ma come erano riusciti a vivere ciò che Ginetta aveva detto loro. Lentamente la loro vita cambiò perché l’anelito a vivere in quel modo divenne l‘obiettivo principale della loro esistenza. Intanto altri si avvicinarono attratti da quel gioioso vociare, da quell‘allegria piena ma composta, prorompente ma misurata. Il piccolo gruppo aumentava. Tutti volevano sapere e ascoltavano attentamente.
Il corso d’anestesia durava un anno. Assieme ad Alfredo c’erano altri sette colleghi. Al termine del corso questi medici specializzandi avrebbero sostenuto l‘esame finale. Era un traguardo molto ambito perché in quel tempo tale specializzazione avrebbe aperto delle interessanti prospettive professionali considerando che tale specialità era ai primordi. Alfredo si dedicava con molta attenzione allo studio ma tuttavia come non pensare che nella sua mente e nel cuore non fossero entrate anche altre, profonde attrattive innescate dall‘incontro con Ginetta? Il timbro della sua vita era cambiato, il suo sguardo era diventato profondo e luminoso e la nuova grammatica esistenziale era alla base della sua vita in tutte le sue espressioni. Ebbe modo di capirlo assai meglio durante l’estate successiva quando andò a Pozza di Fassa dove si svolgeva la Mariapoli. Era l’estate del 1953. Chiara si era fratturata la clavicola e le focolarine a lei vicine, che conoscevano Alfredo, suggerirono di affidarsi alle cure di questo giovane medico. Iniziò con lei una serie d’incontri che lo portarono lontano, in una scoperta piena e affascinante dell‘Ideale, che lo fece approdare alla scelta di Gesù come unico tutto e alla scoperta di Dio-Amore. In parallelo, a Chiara non sfuggì la notevole levatura spirituale del giovane medico. Alfredo aderì con tutto il cuore a quanto aveva scoperto e subito, senza indugi, divenne focolarino. Si gettò con tutto l’ardore e la passione in questa nuova avventura che si presentava luminosa e piena di gioia; ma nel contempo capì che tale scelta gli avrebbe comportato dolori e sofferenze perché avrebbe richiesto la morte del proprio io e delle proprie inclinazioni. Eppure l‘attrattiva era così forte che non riuscì a concepire altro tipo d’esistenza se non questa. Alla scuola di Chiara lui pure scelse Dio come unico tutto e s’incamminò su questa strada che doveva portarlo lontano in un tipo d‘esistenza che mai avrebbe immaginato.

Enrico Cavallini, medico che conobbe l’Ideale via Maras
Intanto a Milano il corso di specializzazione in anestesia era terminato e il prof. Alfredo Zirondoli, giacché era diventato docente, si classificò primo agli esami finali. Nessuno si stupì perché tutti riconoscevano le molteplici doti che erano così evidenti in quel brillante venticinquenne…
L’istituto universitario prevedeva l‘assunzione del primo classificato perché il posto a disposizione era soltanto uno. Posto ambito per le immediate e promettenti prospettive professionali. A risultati noti, Alfredo si accorse che nel gruppetto degli specializzati c’era un collega milanese divenuto serio e preoccupato, assai triste che si era molto impegnato durante il corso per ottenere alla fine l‘inserimento nella struttura universitaria. Purtroppo era arrivato secondo. Per lui non c’era posto. Avrebbe anche voluto sposarsi. Doveva rivedere i suoi progetti. In quel momento Alfredo si ricordò di Ginetta e del pregnante messaggio che ormai era diventato il motivo della sua vita. “Saper perdere – pensava –, saper perdere per amore“. Non ebbe un attimo d‘esitazione: subito cedette quel posto al suo amico. La voce si diffuse con le più varie modulazioni verbali: «Ma è matto», «È una decisione irresponsabile», «Forse non si rende conto», «Ma come! Perdere un’occasione come questa». Eppure proprio questo chiedeva il nuovo stile di vita definito in modo sintetico: l‘Ideale. Zirondoli, molto apprezzato dalla struttura, venne incoraggiato ad inserirsi come assistente volontario. Iniziò un proficuo rapporto di collaborazione e d’intesa col direttore del corso. In breve diventò un elemento di spicco in quel reparto e le sue conoscenze mediche specifiche si allargarono e si approfondirono. Rivelò ben presto abilità e maestria nel muoversi accanto al malato e la piena stima dei suoi superiori non tardò ad arrivare. Scattò un profondo rapporto fiduciario col direttore. Le cose si evolsero. In base ad una nuova topografia accademica del settore, proprio il direttore decise di trasferirsi a Pisa, presso quell’università. Alfredo, come assistente, venne incoraggiato a fare altrettanto. Nel preparare il bagaglio ricordò molto bene quanto gli aveva detto Ginetta, debitamente informata secondo il patto di reciproca unità ormai inaugurato da tempo: «Porterai l’Ideale a Pisa». E così avvenne. Al suo contatto “nacquero” i fratelli Dal Soglio: Publio, Lucia e Flavio. Avvicinò Beppe Giannettini, medico, avanti nell’età, che viveva a La Spezia. Anche Umberto Giannettoni e Vittorio della Torre, entrambi pisani, conobbero Alfredo. Divennero focolarini.
Mentre Alfredo parla, si vede che fa fatica e spesso si ferma. La voce è morbida, velata, a tratti appannata, un po’ tenue, perfettamente cadenzata. Il suo racconto si snoda lungo un sentiero colmo di emozioni, di ricordi caldi e sempre presenti, in modo pacato, sereno, quasi solenne. Mi conquista il clima e la perfetta intesa che scatta con lui. In questa realtà che sembra magica, impregnata di divino, tutto si dissolve, tutto scompare. Avverto che questa sorta di totale svuotamento intellettuale mi procura una sensazione di grande piacevolezza, quasi di leggerezza corporea, avvolto da una splendida atmosfera fatta di confidenza e di profonda intesa. Mi accorgo che a Bruno accade la stessa cosa.
Alfredo con quel suo volto ampio, disteso, sempre leggermente sorridente, invitante e accogliente, con quei suoi grandi occhi chiari e molto espressivi piantati su di noi, racconta la storia di Enrico. Essa è anche la nostra storia e in parte è anche la sua. Sono attratto dalla narrazione e dalla rievocazione precisa e puntuale di avveni- menti e circostanze di tanto tempo fa. Mi accorgo che in lui e in noi non ci sono nostalgie, non appare nessun rimpianto di quel tempo passato, sì semmai un po’ di commozione e profonda gratitudine a Chiara che un giorno ci trascinò in questa grande avventura.
Alfredo sarebbe venuto a mancare sei mesi dopo il nostro incontro. Le sue parole rimangono scolpite in noi e la sua testimonianza costituisce una grande eredità. Questo racconto è anche un inno alla sua memoria. (continua)
]]>
Ecco qui una nuova carrellata di foto che fissano momenti e avvenimenti di vari periodi, tutti caratterizzati dalla presenza di Maras. Queste foto vanno ad aggiungersi alla ampia documentazione di foto presenti nel nostro blog alla voce “foto”. Vi invitiamo a consultarle perché è una gioia poter ricordare certi momenti vissuti insieme o rivedere i volti di tanti amici conosciuti in passato. Ed è proprio per poter moltiplicare queste gioie che vi invitiamo a condividere le vostre foto con Maras, inviandocele per i tanti “amicimaras” sparsi nel mondo intero. Altre foto, clicca qui. Ckicca sulle immagini per ingrandirle.
]]>

Nell’autobiografia di Jorge Esteban (Lionello) dal titolo: “Una donna di Dio mi chiamò da lontano”, a cura di Oreste Paliotti, abbiamo trovato una bella testimonianza su Maras che vi proponiamo di seguito.
Breve nota introduttiva. Hector Jorge Esteban (Tucumàn 20/6/1943) conosciuto nel Movimento dei Focolari come Lionello, è uno dei primi focolarini argentini. Ingegnere, è stato responsabile per il Movimento in Argentina, Uruguay e Paraguay e uno dei dirigenti al Centro dei Focolari per parecchi anni a Rocca di Papa (Roma) e attualmente vive a Buenos Aires. Durante il suo periodo di formazione a Loppiano aveva fatto parte della scuola dei focolarini con Maras come responsabile, ed è in questo quadro che si inserisce la sua testimonianza. Lionello, dopo il primo anno di formazione, durante il periodo estivo, come tutti i suoi compagni di corso, era stato inviato nelle varie Mariapoli che si stavano svolgendo in Europa, per dare aiuto e testimonianza. Il racconto parte per l’appunto dal suo ritorno a Loppiano.
Secondo anno a Loppiano
“Durante il mio secondo anno partecipai a diverse Mariapoli successive col gruppo musicale argentino. In Italia, in quell’epoca, la musica folcloristica argentina era un po’ una novità. Per cui, nell’ambito del Movimento, eravamo richiesti da diverse zone e regioni. Ma questo non era stato il nostro unico impegno. Oltre alle varie ore di prove di canto, dovevamo occuparci dei nostri gruppi, composti in genere di giovani e alcuni adulti. Dopo una, due, tre Mariapoli, sebbene gli altri del gruppo musicale stessero bene, io mi trovai stanco. E alla stanchezza, come a volte si verifica, si aggiunse una prova di carattere spirituale. Ad un certo momento, infatti, mi sembrò di non essere in grado di reggere questo genere di vita. In particolare mi sentivo inadatto alla vita d’unità, incapace di costruirla o di viverla con la profondità che avrei voluto. Cosa fare? Meglio tornare a casa? C’era in me un profondo senso di fallimento.
Tornato a Loppiano, mentre ero come schiacciato sotto questo “peso” spirituale, seppi che sarebbe cambiato il responsabile della cittadella. A Giorgio Marchetti (Fede), sarebbe subentrato Alfredo Zirondoli (Maras), uno dei primi focolarini, che in quegli anni era responsabile della zona del Movimento che comprendeva Francia e Inghilterra. Pochi giorni dopo il mio arrivo, Maras espresse il desiderio di conoscere ad uno ad uno tutti noi della scuola di formazione. Pertanto, sarebbe andato a pranzare in ogni focolare. Il nostro fu scelto come primo. Abitavo in quel periodo in una delle “casette” prefabbricate. Durante la cena, Maras chiese a ciascuno di noi (eravamo in sette) di raccontare, in pochi minuti, la propria esperienza di vita. Qualcuno raccontò di sé e della scoperta del Movimento, qualcuno della propria scelta di Dio, qualcun altro dell’esperienza fatta fino ad allora nella cittadella. Io rimasi per ultimo. Quando arrivò il mio turno, non sapevo cosa dire, tanto mi sentivo un nulla. Mi sforzai comunque di dire qualcosa di positivo. Ma più andavo avanti, più ogni parola la sentivo senza senso, come vuota. Ricordo che abbracciai questo mio stato interiore doloroso come Gesù abbandonato “vuoto” e “senza senso”, abbozzai un sorriso e rimasi in silenzio. A quel punto, Maras disse a tutti: “Possiamo andare fuori”.

Libro di Jorge Esteban
Ricordo quella notte come fosse oggi. C’era un meraviglioso cielo buio carico di stelle. Maras guardando questo splendido spettacolo della natura, ci ricordò una frase di Chiara: “Solo di notte, si vedono le stelle”. Io, poi, l’interpretai così: quando passiamo certi momenti di oscurità, riusciamo a vedere le cose più lontane, o le cose più profonde, come l’amore di Dio. Pensavo che come di giorno, con la luce, le stelle non si vedono, così solo di notte, nel dolore, si capiscono le cose più profonde della vita. Poi Maras ci racconto che, prima di venire a Loppiano, era stato con Chiara a Londra. Durante quei giorni, lui era con un focolarino che stava passando una grande prova spirituale. Ritornando con lui in treno da Londra, ad un certo momento gli disse: “Guarda che belli quegli alberi!”. Data un’occhiata a quegli alberi spogli, l’altro guardò sorpreso Maras, come a volergli chiedere una spiegazione. Maras continuò: “Si, perché così rassomigliamo di più all’idea che Dio ha degli alberi… Penso che sia così che Dio li vede nella loro essenza”. Quella frase, sotto quel meraviglioso cielo stellato, fu per me di grande luce. Rimasi in profondo silenzio. Maras poi salutò e se ne andò.
Tornati a casa, andammo a letto. Io però non riuscivo a dormire, pensando alla frase di Chiara: “Solo di notte, si vedono le stelle” e a quella di Maras sugli alberi “nudi”. Era, credo, circa la mezzanotte e, spinto da una forza interiore, decisi di alzarmi per andare a parlare con lui. Tutti dormivano già. Mentre mi avviavo deciso verso la casa dove abitava Maras, risuonò una voce: “Dove vai a quest’ora?”. Nel buio, riconobbi il responsabile del mio focolare. Tornava da un incontro con Maras e gli altri responsabili dei diversi focolari. Quando gli dissi che avrei voluto parlare con Maras, lui mi rispose che era tardi e sarebbe stato meglio farlo l’indomani. Accettai il suggerimento in silenzio e ritornai a casa a dormire.
Il giorno seguente, mentre stavo entrando nella sala per le lezioni, un focolarino mi avvisò che Maras, al quale era stata riferita la mia richiesta, desiderava parlarmi. Andai subito ad aprirgli il mio cuore. Riuscii a raccontargli quello che sentivo dentro: un’impressione di vuoto, la sensazione di essere incapace di costruire una profonda unità, così come intuivo che avrei dovuto fare. Gli dissi quanto mi avevano impressionato sia la frase di Chiara, sia la sua sugli alberi spogli. E che quella sera, nel momento in cui avrei dovuto dire qualcosa di me, mi ero sentito un pò come un albero senza foglie, senza frutti, senza niente.
Lì compresi che Dio mi voleva proprio così, come quegli alberi. Ma capii anche che di fronte agli altri, non dovevo fermarmi alle apparenze esterne, alle loro “foglie”, ai loro “frutti”, ma cogliere la loro essenza. Concludendo, dissi a Maras: “Quelle frasi per me sono state illuminanti; ho capito che il mio senso più vero e il senso di ogni fratello è Gesù abbandonato. Solo partendo da questa base – Gesù abbandonato in me che ama Gesù abbandonato nei prossimi – mi sento capace di costruire la profonda unità a cui agogno”. E aggiunsi: “Pensavo che due persone ricche di sé non possono costruire l’unità. Possono farlo solo se povere di sé, essendo un “nulla d’amore”, come Gesù abbandonato”. Maras rimase contento di quanto gli avevo detto: da quel momento nacque con lui un rapporto di unità profonda, che poi si moltiplicò nel rapporto con tutti, incominciando dal mio responsabile di focolare.
Per questo, gli ultimi mesi trascorsi a Loppiano risultarono un corso accelerato di unità con Dio e con i fratelli. E con essa, tornò la gioia, vera espressione della nostra vita. In quel periodo diventai anche responsabile di uno dei focolari. Si avvicinava la partenza. Quando Maras scoprì che io non avevo ancora visitato Firenze, città studiata solo sui libri, organizzo per me e gli altri focolarini una visita al museo di San Marco, dove ci illustrò il Beato Angelico, le cui opere lasciavano trasparire la luce del divino. Quella giornata è rimasta per sempre nella mia memoria.
]]>
Su questo stesso blog è già pubblicato in versione manoscritta detta anche chirografa, qui.
Ecco, come lo stesso Maras introduce il suo testamento spirituale:
«Avvicinandosi il momento in cui la mia esistenza terrena finirà, sento il dovere di lasciare scritta una parola che riassuma tutto il mio passato, esprima il mio presente e si proietti nel futuro”
Ecco il testamento che Maras scrisse poco prima di morire,