Per la prima volta da tanto tempo, riesco a tranquillizzare la scimmia impazzita, che continua a buttare semi di stress nella mia mente e a poter pensare liberamente e con tranquillità alla direzione che la mia vita sta prendendo.
E’ strano stare qui, da parte, mentre tutti si affannano a celebrare l’ennesima festa comandata, con riti fatti di abitudini perbenistiche e formali, privi di libertà e sincerità.
Una volta tanto apprezzo l’aver seminato molto e a lungo per costruire una libertà, che sia fatta a mia misura e che non leda quella degli altri a me vicini, delle persone a cui voglio bene. E’ una bella sensazione, se riesci ad avere l’equilibrio per valutarla da una certa distanza, è stata ed è una grande conquista, frutto di sacrifici e grandi costi oppure solamente di scelte, spesso difficili e complesse, ma sempre autentiche.
Sono arrivata ad un altro “cambio” nella mia vita, è ora di ridisegnare profondamente una vita che oggi ha nuovi valori e nuove scoperte da fare.
E’ ora di chiudere la fase “madre di famiglia” e di aprire quella che ancora non saprei come nominare, lo scoprirò col tempo. Mia figlia è ormai una donna, autosufficiente nel pensiero e nelle scelte, coraggiosa e fiera, esattamente come avrei voluto che fosse, frenata e confusa dall’approccio al lavoro in un Paese che le offre ben poche opportunità, pur essendo il più bello del mondo. Per me è ora di lasciarla libera di andare e di costruirsi la sua vita, senza sentirmi come una zavorra. Da questo pensiero viene la decisione di creare una casa tutta mia, una “camera tutta per me”, finalmente dedicata al mio futuro.
Una volta presa questa decisione, l’usuale caos che riempie la mia mente si è espresso in tutta la sua grandezza. Così ho scoperto che forse le mie idee risiedono proprio lì, nel caos, dove maturano e poi vengono declinate in altre aree del cervello, quelle che ho usato e sto usando nel mio lavoro, decisamente più ordinate e metodiche. Ora la vita sconvolge schemi che si sono rivelati solo “frasi fatte”, diventa più veloce, instabile e imprevedibile. L’amore cambia dimensione, in modo inspiegabile ma piacevole, meno agitato e tumultuoso, ma più ricco di sfumature. Il cambiamento è una dimensione che mi appartiene, non mi ha mai spaventato, anzi, mi ha sempre dato energia.
Certamente i pensieri e le preoccupazioni del quotidiano rimangono e sono i rumori di fondo che soffocano gli entusiasmi, che impauriscono e che mi fanno sentire fragile. Ma l’idea che finalmente avrò un “luogo del mio cuore” mi appassiona, proprio perché è la prima volta che mi accade. Mi sono sempre sentita provvisoria nelle vite degli altri, la mia casa non era mia, ma quella del mio ex-marito in cui io ero provvisoria, grazie a mia figlia. Finalmente tutto questo finirà, il mio cuore sarà più leggero e la vita sarà più mia.
]]>Ebbene sì, il tempo sembra impazzito come ogni primavera, vestirsi è il solito problema, aggravato dalla sindrome costante….troppo caldo- troppo freddo – piove-non piove-lana-non lana
Questo si ripete ogni primavera, solo che me ne dimentico e anche se cerco di zittire, dopo troppi anni a bagnomaria nell’aria della moda, lo spirito frivolo che c’è (perché c’è!) in me sono sempre alla ricerca di quel capo che mi fa pensare che finalmente sta arrivando la bella stagione. Il pezzo forte di questa sensazione è il TRENCH, in ogni sua forma e declinazione. Questa primavera 2018 è di grande soddisfazione da questo punto di vista: infatti in tutte le Fashion Week della stagione ss2018 (cioè di un anno fa!!) è ricomparso un quid che mi rassicurava e mi riportava al tanto amato trench anche se ogni tanto difficile da riconoscere. Finalmente è tradotto in molteplici interpretazioni in ogni latitudine del pianeta, questa è davvero una bella soddisfazione.

Overcoat Woolrich
Allora ho scelto i miei preferiti, anche per rimodernare un grande classico che dal 1945 accompagna più o meno costantemente tutte le primavere. Infatti nasce, creato da Thomas Burberry( un inglese è un vero esperto in fatto di pioggia e intemperie assortite) dopo la 2 Guerra Mondiale, passa inossidabile attraverso oltre 70 anni e un’infinità di film da Casablanca a Dick Tracy per arrivare a rassicurarmi anche questa stagione in tutte le sue versioni che gridano… almeno per me: il caldo è per strada!!
Ecco quindi le interpretazioni 2018, la più interessante è il trench ricamato, sfrangiato, operato che libera la fantasia su un fit classico. La versione più easy, che sembra buttata là, ma non lo è affatto, ed è sempre pronta per il temporale improvviso di tutto l’anno è quella di Woolrich. Per chi non sopporta la sua lunghezza o semplicemente si muove in moto è perfetta la versione corta di Mango.

MANGO
Ma la protagonista di questa primavera è la versione giallo pastello, che trova d’accordo tutte le passerelle. Trench forever!!

(Photo by Christian Vierig/Getty Images)
E’ difficile che scelga un libro a scatola chiusa, ma questa volta è successo, questa copertina così variopinta mi ha conquistata subito con la sua densità di azzurro, nella libreria della Stazione Centrale di Milano.
Una volta salita sul treno ho iniziato questo libro, di cui non sapevo nulla e del quale ignoravo anche l’autore, che mi ha letteralmente conquistata, portandomi per mano in una narrazione delicata e profonda.
Il libro racconta di persone che si trovano in un paese straniero con una cultura che non riconoscono, circondati da olandesi che giudicano ogni loro azione per decidere se siano buoni o cattivi; e per questo si sentono confuse, hanno sentimenti contrastanti, non sanno ancora che direzione dare alla propria vita, chi vogliono essere e per quali motivi. Penso che sia il modo più sincero per parlare di un tema che coinvolge milioni di persone in carne e ossa ma che diventa subito numero, mero dato statistico diffuso dai media e utilizzato a vari scopi politici.
Un pappagallo volò sull’Ijssel si apre con la storia di Memed, un meccanico iraniano che arriva in Olanda con documenti falsi per curare la figlia Tala, affetta da una malformazione congenita al cuore, la sua storia si intreccia con quella di Pari, in un centro di accoglienza al seguito del marito, membro di un gruppo ribelle filoiracheno, e poi con quella di Lina, l’interprete che ha appena cominciato il suo cammino di inserimento nella società olandese, e di Khalid, pittore di talento. Le storie si mescolano in un equilibrio quasi musicale e raccontano il quotidiano con limpidezza e sincerità. Le difficoltà ad inserirsi in una società diversa diventano i pilastri di un nuovo mondo più cosmopolita e aperto, anche in una piccola comunità della campagna olandese.
Kader Abdolah, scrittore iraniano scrive in olandese, crea uno stile unico trasformando la sua tradizione narrativa persiana in una nuova matrice pienamente nordeuropea, usando con disinvoltura la sua lingua d’adozione tiene vivo un clima favolistico e sognante. Un pappagallo volò sull’Ijssel celebra i dubbi e la libertà della transizione, due mondi lontanissimi che si studiano, la bellezza e lo sgomento della confusione nell’avvicinamento inevitabile.
“Insegnami a piangere. E se piango. Insegnami a dire: non è niente.”
Così è iniziata la mia scoperta di Kader Abdolah, un vero e proprio innamoramento per questa storia, per uno stile narrativo talmente coinvolgente, da trasportarti mentalmente nella storia. Ho letto altri libri di questo autore e tutte le sue storie di emigrazione hanno come matrice la trasformazione dell’uomo in questa avventura di vita che lo porta incontro a nuovi mondi e nuove culture. Questo libro è stato come un primo amore, mi ha toccato nel profondo, con una delicatezza ed un’umanità rare a contatto con un argomento così umanamente attuale e controverso.
]]>Ammetto che quando ho sentito parlare la prima volta di Rosa Genoni, non avevo idea di chi fosse. Ancora più grave il fatto che per molti anni la mia professione si sia svolta tra moda e bellezza…. Una donna vissuta dal 1867 al 1954, densa di vita, un concentrato di energia che applica senza risparmiarsi al lavoro e alle sue convinzioni femministe e pacifiste, in un mondo che si prepara alla guerra.
Ma ancora oggi questa donna non ha perso il suo straordinario potere di coinvolgimento, dopo ben un secolo! E la mostra a lei dedicata a Milano, all’Archivio di Stato (Via Senato 10 – fino al 17 marzo) ne è la testimonanza: un viaggio nel suo mondo, pioniera come femminista e come pacifista partendo dal lavoro di sartina, in un mondo difficile come poteva essere l’Italia e l’Europa dei primi anni del ‘900.
Arriva giovanissima a Milano dalla Valtellina, inizia dal gradino più basso nelle sartorie milanesi, ma è straordinariamente determinata: studia alle scuole serali, impara il francese, entra nei circoli socialisti, testimonia con la sua vita la sua assoluta convinzione nell’emancipazione femminile. Diventa presto direttrice della Maison Haardt, con una idea forte: che la moda italiana non sia inferiore a quella francese, ma anzi possa essere superiore grazie al suo contenuto di arte, storia e manifattura artigiana unica al mondo. Unisce il suo lavoro in sartoria a un forte impegno filantropico e civile. Insegna sartoria alla Società Umanitaria, lotta per i diritti delle lavoratrici, per le detenute del carcere milanese apre un atelier, un asilo e un ambulatorio. Ha una vita rocambolesca, è un’instancabile paladine dei diritti civili in Italia e nel mondo come testimoniano lettere e documenti inediti in esposizione.
La mostra è curata da Elisabetta Invernici e dalla nipote di Rosa Genoni, Raffaella Podreider ed è divisa in due parti, una dedicata alla sua moda ed alla ricostruzione e realizzazione di alcuni abiti e delle sue lavorazioni che ne rivelano il gusto e l’abilità manifatturiera, l’altra è un passaggio storico tra le testimonianze reali della sua attività sociale e politica. Una doppia anima o forse una donna multitasking ante-litteram che era capace di grandi cose, senza fare rumore, come tutte le donne sanno fare da tempo immemore. Forse alcune più di altre.
Una mostra davvero da non perdere, per avere un pensiero d’orgoglio di genere, autentico e radicato.
]]>“Memoria” è il titolo della mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 4 marzo 2018 che raccoglie 105 foto di James Nachtwey , fotoreporter della Magnum Agency.
Le foto sono tutte a colori e rappresentano la nostra storia dai primi anni ’80 ad oggi.
La mostra si articola in 9 sezioni che raccontano la nostra storia dagli anni ’80 ad oggi. Ma è un punto di vista particolare : nudo e umano. L’autore ha scelto tutti i fronti estremi, dove l’uomo è messo a nudo, la guerra, la calamità, la sofferenza, in tutte le sue tremende sfumature.
Dal Salvador ad Haiti, dalla Bosnia alla Cecenia, dalla Somalia al Darfur allo Zaire a tutti i luoghi del nostro pianeta dove l’uomo è vittima di altri uomini, di soprusi passati sotto silenzio o peggio dimenticati – lì si accende l’obiettivo di Nachtwey per testimoniare, denunciare e ricordare che queste sono le grandi questioni dell’umanità da portare all’attenzione di tutti e da risolvere una volta per tutte, perché non si ripetano mai più.
Le foto, tutte a colori, brillanti comunicano tutte un’emozione profondissima, totalizzante, smuovono corde sopite della nostra umanità. Davanti a episodi del nostro quotidiano che i tg non raccontano, troppo estremi per poter essere portati sui tavoli internazionali e originare soluzioni che potrebbero essere davvero umane, nel rispetto della dignità di tutti, anche degli ultimi, ci sentiamo partecipi ed impotenti allo stesso tempo.
Le sue foto sono una denuncia gridata alla nostra indifferenza, alla nostra consuetudine alla spettacolarizzazione del dolore, al nostro non saper riconoscere la verità dalla fiction.
Questa mostra è un’immersione necessaria nella storia dei nostri giorni, indispensabile affinchè tutti noi ci sentiamo partecipi di un cambiamento, che ormai è in ritardo sulle necessità dell’uomo, perchè tutti noi si possa rimanere ad essere Uomini e non solo esseri viventi.
“Il mio lavoro- scrive Nachtwey- ha a che fare con la parte primordiale che prevale negli uomini quando le regole della civiltà e della socializzazione vengono infrante. A comandare è la legge della giungla. Violenza e possesso del territorio portano crudeltà, terrore, sofferenza e residuo spirito di sopravvivenza. E’ un processo oscuro e terrorizzante e io cerco di applicare qualcosa di spirituale a questo. Essenzialmente della compassione”
“La memoria è necessaria per immaginare il futuro senza ricadere negli errori del nostro passato”
Da vedere assolutamente, ora abbiamo il dovere di ricordare.
]]>‘Oltre l’inverno’ è l’ultimo romanzo della scrittrice sudamericana Isabel Allende. Nata in Perù, ha vissuto l’infanzia in Cile. Dal 2003 è naturalizzata Americana.
Il libro esce dopo un periodo particolare per l’autrice che, per la prima volta in vita sua, si trova single. Dopo un matrimonio in gioventù gioventù (dal primo matrimonio nascono i suoi due figli, Paula, morta a 29 anni per una malattia e Nicolas), il secondo in età più matura, dura quasi trent’anni e termina nel 2015.
Piccolo accenno al matrimonio e all’amore, utile per capire la dedica di ‘Oltre l’inverno’: ‘A Roger Cukras, per l’amore inaspettato’. Sembra questa dedica in qualche modo ispirare la semplice trama del libro che tiene legate tre vite, tre identità, tre mondi.
Il romanzo è ambientato a Brooklyn, nei nostri giorni, dove si incrociano le storie di tre persone, così diverse, tutte con un tragico passato, da sembrare simili.
Che cos’hanno in comune la matura Lucía (con l’accento acuto che non ho sulla tastiera), il professore Richard e la giovane Evelyn? Apparentemente nulla. Sarà la sapiente scrittura a creare attorno ai personaggi tre mondi che si intrecciano grazie ad un thriller un po’ paradossale, quanto ironico.
Attraverso il romanzo, si affrontano molti temi tutti attuali, trattati con lo stile consueto dell’Allende: dall’immigrazione clandestina alla tratta umana del 21° secolo, dalla povertà all’annientamento, dalla violenza sulle donne al loro accettare condizioni di apparente sottomissione.
É però un libro che, pur non creando l’ansia del finale, tiene ‘attaccati’ alle pagine, quasi con voracità, per la voglia di vita che sprigiona, per la positività che si respira, nonostante la crudezza del racconto.
Come dice Lucia (che richiama in qualche cenno la Allende) “A metà dell’inverno, infine ho capito che dentro di me c’è un’invincibile estate”.
E’ difficile dire se sia il più bel romanzo dell’Allende, forse no. Probabilmente non si presterebbe ad un’interpretazione cinematografica perché difficilmente si riuscirebbe a creare la stessa empatia tra i protagonisti e a vivere le loro complicate vite, ma direi che è un libro da leggere (preferibilmente quando si ha un po’ di tempo a disposizione per non essere costretti ad interrompere troppo spesso la lettura). Dopo averlo riposto in libreria ci si sente meglio e, mi sento di dire, anche un po’ più ‘cittadini del mondo’, perché, come dice Lucia a pagina 269 “Conosceva… lo strano potere curativo che avevano le parole, la condivisione del dolore e la consapevolezza che tutti hanno la loro quota di sofferenza; le vite si assomigliano e i sentimenti sono identici”
Una curiosità: l’Allende ha iniziato a scrivere anche questo romanzo l’8 gennaio, giorno in cui, nel 1981, ricevette la telefonata che annunciava la morte del suo amato nonno. E proprio quel giorno iniziò a scrivere il suo primo romanzo ‘La casa degli spiriti’. Da allora, forse per scaramanzia, inizia a scrivere i suoi libri l’8 gennaio!
]]>La notte dei Golden Globe ha dato finalmente un segnale forte e condivisibile a tutte le latitudini. La scelta di attrici e attori di vestire di nero come monito per le denunce per “sexual harassment” nel mondo dello spettacolo, ha colpito i media di tutto il mondo e quindi un gran numero di persone.
Dagli anni ’70 non si vedeva una mobilitazione così generale, destinata a fare coraggio, anche se in un modo plateale e forse sopra le righe. Però tutto serve per fare uscire dall’anonimato un problema che esiste da sempre ed è stato troppo a lungo dato per scontato.
L’effetto mediatico è forse ingenuo, ma serve, eccome, a mostrare che questo problema è finalmente emerso, è condiviso e c’è la volontà di superarlo.
Un altro particolare mi è piaciuto di questo “happening”: ho letto che il nero è “considerato un colore serio”. Io ho sposato da sempre questa idea, forse inconsciamente, in tempi lontani, perché era pratico, facile da abbinare e davvero strategico in certe situazioni estrema. Ma è da qualche tempo che lo ritengo affine ad una parte del mio carattere, la scelta “less is more”, che negli ultimi anni mi trova particolarmente d’accordo. Il nero è un colore che è davvero “autorevole e serio” anche nelle sue sfumature frivole.
Il colore nero mi ha sempre aiutato nel lavoro, a infondermi sicurezza, in un mondo professionale molto “al maschile”, dove ho sempre dato per scontato di dover faticare moltissimo a fare accettare le mie posizioni o idee, al di là dell’aspetto fisico. Trovo molto dignitoso questo fare diventare l’abito nero un manifesto di volontà forte e condivisa, l’essere prese sul serio su una tematica come la molestia sessuale e la discriminazione è un passaggio fondamentale di civiltà, che è esploso pubblicamente molto in ritardo. Ora bisogna riguadagnare il tempo perduto, conquistare quello che dovrebbe essere un diritto fondamentale, che è stato e continua ad essere calpestato anche nei Paesi che si dicono evoluti. E la strada è davvero ancora lunga ed in salita.
E’ indispensabile che noi donne riusciamo a fare squadra, in modo serio onesto e rispettoso, perché solamente una posizione compatta e condivisa a livello generale può portare a soluzioni concrete e non a compromessi che si perdono in mille piccoli personalismi o protagonismi. Il problema è davvero gigante e spesso invisibile, perché noi donne ci siamo rassegnate, come se non ci fosse rimedio alla mancanza di tutele e diritti.
Non vorrei però che questo movimento, come tutti i movimenti che esplodono quando si è superato un limite ormai troppo logoro, diventi eccessivo e diventi un limite quasi bigotto ad un rapporto sereno tra uomini e donne. L’abuso e la violenza vanno sempre puniti, ma quello che mi preoccupa è il mantenimento di un equilibrio, cosa sempre molto difficile quando si va “oltre”. E questo “oltre” è già troppo da troppo tempo.
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Una delle serie che mi ha più divertita quest’anno è stata “GRACE AND FRANKIE” su Netflix, con i due mostri sacri del cinema americano, Jane Fonda e Lili Tomlin , che trasformano la vita quotidiana di due “non amiche” perbene in una continua battuta. Molto divertente, un po’ surreale, ma molto molto piacevole, in un panorama di serie tv dedicate all’ansia ed alla paura per eterni adolescenti in cerca di adrenalina extra .
Grace e Frankie sono due donne che hanno superato i settanta, le quali hanno da sempre un rapporto conflittuale per via dei loro differenti stili di vita. La loro esistenza viene scombussolata quando i rispettivi mariti, soci in affari da oltre vent’anni, fanno coming out, confessando di amarsi e di volersi sposare. Tornate single, le due donne sono costrette a vivere insieme ed aiutarsi a vicenda, così da cominciare un nuovo capitolo della loro vita.
E’ la serie ideale per questi pomeriggi di vacanza, magari con un tempo grigio, porta una ventata di buonumore ed un punto di vista sul passare degli anni e le sue difficoltà. Si ride molto, con intelligenza e realismo di un fatto ineluttabile nella nostra vita, i contorni sono un po’ esagerati, ma aiutano a “relativizzare” la serietà delle cose e delle situazioni.
In effetti è in un certo senso anche educativa, la sere elimina la visione drammatica degli anni che passano e insegna, in modo originale, a non arrendersi ma anzi a vedere il lato comico in tutto ciò che accade. Il tutto è naturalmente supportato dalla bravura delle interpreti, grandissime e spassosissime, probabilmente non lontanissime dai loro caratteri personali.
Ho molto apprezzato questo punto di vista, piuttosto lontano dalla visione europea della donna “over 50” – in questo caso “over 70”, che le annovera in ruoli da nonne, più o meno ridicolizzate. Forse è una serie che dovrebbe fare pensare chi, in Italia, realizza film o serie tv.
Grace and Frankie offrono davvero una eccellente dose di buonumore contagioso, per affrontare il quotidiano con il sorriso, per rendere meno pesanti le difficoltà e gli scenari che la vita ci offre. In fondo il cuore è sempre quello di “ragazze” un po’ cresciute. E così sia!! Da vedere sole o con amiche coetanee!
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Negli uggiosi pomeriggi di queste giornate silenziose e piovose, in una Milano semideserta come sempre nelle vacanze di Natale, finalmente riesco a leggere i quotidiani, come attività alternativa allo sbirciare un po’ isterico ma costante ai Twitter e affini.
L’attenzione mi cade su un paio di notizie, in fondo con un collegamento “al femminile” tra loro. In Francia le donne francesi ammirano e ringraziano (arrivano 200 lettere al giorno!) Brigitte Macron, per aver rivendicato l’esistenza sociale e non solo delle donne over 50 – normali, lontane dall’esempio un po’ bionico ma di certo inquietante di Carlà. Lei finalmente osa tante cose che ce la rendono simpatica, come i suoi outfit incuranti delle regole bon ton delle signore della sua età in pubblico. In fondo manda un bel messaggio di orgoglio e di lavoro. Eh sì, perché reggere il passo con il marito, molto più giovane, Presidente della Repubblica, non dev’essere per niente facile. Ma lei lo fa con un sorriso e con un piglio autorevole e insindacabile: un bel messaggio per noi, per le tante interessanti avventure che la vita nasconde dietro l’angolo.
Dall’altra parte, da noi in Italia, un semplice Tweet di auguri di Laura Boldrini, una cosa garbata e affettuosa, inviata al termine della giornata di Natale, forse per non disturbare o per un pensiero tardivo, ha scatenato la solita orda di critiche, insulti e angherie varie da uomini costantemente arrabbiati e non
solo….
E’ mai possibile che non riescano, nemmeno per un attimo ad astenersi dalla critica cattiva, misogina e sterile, protetti dall’anonimato relativo della rete. Questa gente non riesce a vedere mai niente di buono, in una figura pubblica, figuriamoci poi in una donna, per di più Presente della Camera. E via che si scatena di tutto.
Forse è anche questa differenza di cultura, di pensiero e di atteggiamento che ci rende impermeabile ad una evoluzione sociale in questo Paese, dal quale i nostri figli scappano, giustamente, finché non compariranno segni concreti di dignità, cultura sensibilità e umanità, che non scompariranno come gocce nel mare dell’insulto e della critica a tutto e a tutti.
Queste due donne, non più giovanissime, ricevono attenzioni diverse, per motivi diversissimi, ma una riceve rispetto, l’altra no. Questa forse è una differenza che ci rende inferiori e alla quale, come sempre dovranno porre rimedio le donne.
]]>Siamo all’inizio dell’inverno, quindi stiamo più tempo in casa. Inauguriamo così una serie di ricette, che a noi piacciono molto e che vogliamo condividere. Non sono complicate, perché altrimenti passa la voglia. Contengono poca carne rossa, perché noi non ne mangiamo. Però le ricette che condividiamo sono quelle che ci piacciono di più e che fanno “casa” .
Cominciamo dalla ZUPPA DI CAVOLO NERO:
Anzitutto il cavolo nero è un vegetale ricchissimo di sostanze antiossidanti, sali minerali e vitamina C, tutti elementi che in inverno servono a difendere il nostro corpo da virus, dolori e raffreddori.
Ingredienti per 4 persone:
Cavolo nero gr 350 Farro 180 gr Fagioli cannellini secchi gr 180 Cipolla gr 120 Carota gr 100 Sedano gr 80 Salvia Alloro Formaggio grattugiato Brodo vegetale 2 l Olio extra vergine di oliva Sale Pepe in grani
Lasciate i fagioli in ammollo per una notte, poi lessateli per 50 minuti in abbondante acqua salata, aromatizzata con salvia e alloro. (Se non avete tempo potete usare i fagioli in scatola). Pulite il sedano, la carota e la cipolla e tagliate il tutto a dadini. In una pentola capiente scaldate 6 cucchiai d’olio e soffriggete le verdure. Unite le foglie di cavolo spezzettate, fate stufare brevemente e bagnate con il brodo. Portate a ebollizione e dopo 15 minuti dal bollore, unite il farro, i fagioli (quelli secchi ammollati) e un pizzico di sale. Coprite la pentola e fate cuocere per 40 minuti. Servite la zuppa condita con olio crudo e una macinata di pepe e formaggio grattugiato su un letto di fette di pane tostato. Potete anche frullarla per avere un aspetto più omogeneo.
*i fagioli in scatola andranno aggiunti a 10 minuti dalla fine cottura.
