Dal 2012 sensibilizzato da vicenda personale (sono acufenizzato dal 2010), ho approfondito, dal punto di vista del counselling psicologico, lo studio del tinnitus-acufene.
Negli anni ho sviluppato una metodologia di intervento finalizzata alla gestione emotiva di un disturbo che non di rado risulta invalidante.
I principali obiettivi sono il contenimento: attraverso il sostegno emotivo e la creazione di uno spazio di elaborazione della sofferenza della rabbia, della paura, dell’angoscia; l’individuazione e la modifica di pensieri e convinzioni che amplificano il disagio; la ristrutturazione di schemi e modelli comportamentali disfunzionali.
In particolare, il percorso di consulenza psicologica parte dall’assunto che interrompere il circolo vizioso ansia-stress-acufene possa rappresentare, spesso, la chiave di volta per fermare un processo di escalation caratterizzato da vissuti di frustrazione, paura, angoscia, sempre più pervasivi e impattanti sul benessere e la qualità di vita, anche in relazione alle difficoltà che si riscontrano ad adattarsi e a convivere con il disturbo.
Dal punto di vista neuropsichico si verifica una sorta di corto circuito tra risposta emotiva, processi attentivi e filtri cerebrali addetti all’ inibizione delle informazioni non significative che può essere descritto, sinteticamente, con questo schema psicopatogenetico:
L’equazione inconscia (acufene=minaccia) attiva una serie di alterazioni neurofisiologiche evolutivamente selezionate per proteggere l organismo da eventuali danni, (aumento pressione vascolare, rilascio adrenalina, aumento della tensione muscolare, aumento del cortisolo, ecc.) Tale assetto psicofisiologico è programmato per affrontare una situazione emergenziale (modello di reazione attacco-fuga) che generalmente si protrae per un tempo circoscritto, quando questo non accade, per la persistenza di una interpretazione avversiva dello stimolo, la difficoltà a ripristinare una condizione di equilibrio omeostatico dell organismo si traduce nella cronicizzazione di uno stato di ansia/stress che nel tempo incide negativamente sulla salute psicofisica.

Per ottenere un miglioramento e indebolire la forza centrifuga di questo perverso automatismo, collaboro con il paziente alla individuazione e modifica di specifici pattern di risposta cognitivo-emotivi e comportamentali, laddove rappresentano tentativi disfunzionali di affrontare e risolvere il problema acufene.
In quest’ottica l’ACT: acceptance and committment therapy, la mindfullness, la immaginazione guidata, l’arricchimento sonoro personalizzato, il training autogeno, la ricodifica dei sistemi rappresentazionali interni e altre tecniche e strategie mutuate dalla gestalt therapy, dalla terapia breve strategica, dalla PNL, dalle psicoterapie cognitiviste di terza generazione rappresentano strumenti utili a sperimentare e apprendere nuove modalità maggiormente efficaci di riposta e adattamento all’acufene.
In sintesi, dopo una valutazione approfondita del problema e delle sue complicanze, propongo al paziente un patto di collaborazione finalizzato a: acquisire competenze e potenziare le capacità di gestione del disagio; promuovere un cambiamento funzionale a superare il senso di impotenza e frustrazione; facilitare i processi di adattamento e abituazione all’acufene.
Il progetto prevede l’attuazione di un programma specifico di counselling individuale caratterizzato da un approccio di tipo pratico-esperenziale; un primo colloquio di valutazione online, seguito da incontri, online o in presenza, con cadenza settimanale più 3 incontri di follow up distribuiti nell’arco dei 6 mesi successivi alla conclusione del percorso.
Contatti: Dr Davide Barone
Prenotazioni:

La teoria della relatività ha dimostrato che la nostra percezione ordinaria della realtà, caratterizzata dall’indipendenza delle dimensioni spazio e tempo è illusoria: il prodotto di processi mentali funzionali alla costruzione di una rappresentazione del reale fondata su criteri di ordine prevedibilità e controllo.
Gli studi di Einstein hanno aperto nuove porte anche nel campo della ricerca psicologica e psicoanalitica. Il modello teorico di Ogden (nota 1), relativo ai processi di costruzione dell’esperienza soggettiva, può aiutarci a comprendere come concetti spazio-temporalmente significanti e significati, siano diversamente rappresentabili nel contesto di livelli differenti di complessità dell’organizzazione psichica.
in quest’ottica esperienze come assenza, cambiamento di stato o di forma, ambivalenza di un oggetto sono concepibili solo nel contesto dell’organizzazione psichica di un Sé “depressivamente” in grado di riconoscere l’identicità nella differenza, ossia l’identità dell’oggetto nelle diverse espressioni temporalmente dislocate. Questo in virtù di una capacità, prima inesistente nella posizione contiguo autistica e schizoparanoide, di storicizzarsi in uno spazio e in un tempo misurabili. Una volta dotatosi di una propria pelle psichica e della capacità simbolica, in pratica, il Sé può “oggettivarsi” e “soggettivarsi”, essere autoriflessivo, rappresentarsi nello spazio e contemporaneamente nel tempo, strutturare una memoria attraverso cui percepirsi identico in unità di tempo differenti.
“Nella modalità depressiva– dice Ogden – si è radicati in una storia creata attraverso l’interpretazione del proprio passato e sebbene le proprie interpretazioni del passato siano soggette ad evolversi (e la storia sia quindi in perenne evoluzione e trasformazione), il passato è avvertito come immutabile” (Ogden 1989). Differenza e identicità in una coscienza o stato di coscienza “tridimensionalizzata” da una “mentalità” temporale e spaziale insieme diventano, quindi, modi di essere non escludentisi.
L’”oggetto” e il Sè possono allora essere concepiti unici e differenti contemporaneamente, ossia, identici nella “sostanza” anche se diversi nella “forma”, viceversa è ipotizzabile che tale rappresentazione integrativa di due differenti codifiche della realtà (nota 2 ) sia preclusa ad una mente che funziona solo “bidimensionalmente”; una mente che, all’interno di uno spazio psichico senza tempo (o uno spazio-tempo quadridimensionale), comprime qualsiasi evento su un piano sincronico di presenza infinita in modo che, mancando la possibilità di un confronto diacronico, l’evento stesso non può essere riconosciuto e classificato ma solo conosciuto sensorialmente in un perenne “qui e ora”.
In pratica, la capacità di ordinare anche temporalmente gli eventi impone una “forma nuova” alla conoscenza, trasformando lo spazio mentale presimbolico in un “luogo” in grado di contenere anzi “comprendere” gli stessi elementi secondo una diversa complessità. In questo modo l’assenza, ad esempio, in quanto significazione di una particolare relazione tra passato e presente (tra un prima di presenza e un dopo di non presenza dello stesso oggetto) non può essere rappresentata ma solo esperita, sensorialmente, sulla pelle nella modalità contiguo autistica o esperita nello spazio, come presenza concreta di un oggetto frustrante, nella modalità schizoparanoide: il seno assente diventa il seno cattivo kleiniano che coesiste nello spazio con il seno buono presente.
A questo livello d’organizzazione psichica, in sintesi, perdita equivale sempre a separazione nello spazio e, in generale, qualsiasi trasformazione, qualsiasi cambiamento di stato o di forma non può essere percepito come tale pertanto quelle che, “depressivamente”, sarebbero state rappresentate come qualità diverse di un oggetto identico che si manifestano in unità di tempo separate, diventano qualità di oggetti diversi spazialmente separati. Si può notare che le rappresentazioni schizoparanoidi dell’assenza e dell’ambivalenza sono state presentate non come risultato di un’attività difensiva di scissione volta ad evitare l’esperienza intollerabile di amare e odiare lo stesso oggetto, (quell’ambivalenza intollerabile perché oltre il controllo narcisistico) ma come trasformazioni obbligate di esperienze inconcepibili ad un determinato livello di organizzazione psichica.
“Quante volte abbiamo chiamato scissione una non ancora avvenuta differenziazione o integrazione? Questo uso improprio del termine scissione non é forse un uso indebito di un modello adultomorfo?” (Imbasciati) si chiede Imbasciati nel suo articolo su inconscio e simbolopoiesi. In realtà l’intento è proporre un punto di vista alternativo perchè credo che “junghianamente” si possa e si debba evitare l’“unilateralizzazione” di un singolo “vertice” teorico per trovare “la struttura che connette” (Bateson 1984) diversi ambiti di sapere.
NOTE:
1 Nel suo libro il limite primigenio dell’esperienza Ogden indaga l’ipotesi che “l’esperienza umana sia il prodotto dell’interazione dialettica fra tre diverse modalità generatrici dell’esperienza stessa: la modalità depressiva, la schizoparanoide, la contiguo autistica” ciascuna con forme di simbolizzazione, metodi di difesa qualità di referenza oggettuale e grado di soggettività diverse anche se sistemicamente interdipendenti nella creazione di una matrice di significato dell’esperienza in cui prevale ora una ora un’altra modalità o posizione psicologica. Ogden specifica che allo stesso modo in cui il concetto di coscienza non ha senso se si astrae dal concetto di inconscio così nessuna modalità generatrice di esperienza esiste isolatamente e in modo indipendente dalle altre: ciascuna rappresenta il contesto negativo dell’altra
2 Correlate, presumibilmente, a due diverse modalità di processamento dell’informazione (lineare e non lineare in parallelo e sequenziale simmetrico e asimmetrico ecc

BIBLIOGRAFIA
Bateson G. (1984) Mente e natura Adelphi, Milano
Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza Tr.it. Armando, Roma 1972.
Bion W. (1963) Gli elementi della psicoanalisi Tr. It Armando, Roma 1979
Imbasciati A. Origini e costruzione dei processi di simbolizzazione: Inconscio e simbolopoiesi in www.psychomedia.it
Jaines J (1976) Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Trad. it. 1984 Adelphi, Milano
Ogden T.H. (1989), Il limite primigenio dell’esperienza. Tr.it. Astrolabio, Roma, 1992.
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Le opere di teatro-danza più mature di Pina Bausch, approfondiscono la visione intima della coreografa e dei suoi danzatori, che sono chiamati direttamente ad esprimere le proprie personali interpretazioni dei sentimenti. Questo avviene in una modalità che possiamo definire profondamente gestaltica laddove i protagonisti si fanno corpo e musica; dunque non fanno musica, non leggono uno spartito, non eseguono pedissequamente, ma diventano essi stessi corpo e musica nel senso che nell’hic e nunc creativo; in uno stato di coscienza, appunto, di integrazione dove non c’è distinzione tra essere e rappresentare, tra significante e significato, tra ciò che si fa e ciò che si è: Il corpo è musica, e la musica si fa corpo; il gesto musicale è un gesto di contatto profondo con la propria essenza e nello stesso tempo richiede ascolto, sintonia con l’altro che è esterno; richiede consapevolezza e integrazione di ciò che è dentro e ciò che è fuori di noi, in un gioco di equilibri fragili, come nell’atto della creazione musicale dove la nota successiva esiste e non esiste nello stesso tempo, ossia non è ancora stata creata ma è parte di una struttura invisibile che si autodetermina in modo circolare e epigenetico.
E’ evidente che nel processo di farsi corpo e musica si intersecano una serie di piani di coscienza e il suono, il gesto, prodotto diventano musica in quanto sintesi “estetica”; espressione di una serie di consapevolezze riguardanti quello che provo, quello che provano gli altri, l’”atmosfera”, il clima emotivo; la coscienza di ciò che accade, di come l’espressione di un determinato gesto o suono, si armonizza con i gesti e suoni degli altri attuanti; di come i(n)spiro e mi faccio i(n)spirare da chi è in scena in quel momento, dalla scena stessa, dalla coreografia, dalle luci, dalle voci, dai volti, dalle reazioni del pubblico.
Tutti dunque concorrono in itinere nel qui e ora della performance alla creazione artistica, lo fanno attraverso un processo circolare, accordando continuamente il proprio sentire e fare, a quello altrui, in un moto di oscillazione continua tra entrare fuori e uscire dentro.
Sono molte le domande che possono nascere da una riflessione epistemologica relativamente all’utilizzo dell’email nel contesto di un setting psicoterapeutico.
Quando il paziente scrive una email all’analista? Quale significato attribuirgli? Come deve rispondere l’analista? E’ davvero utile trattare la “email” come materiale d’analisi all’interno del luogo predisposto della terapia, alla stregua del classico sogno trascritto oppure in realtà, l’analista sta cercando di ricondurre sul terreno conosciuto e controllabile della propria competenza consolidata un evento che lo ha colto impreparato? Nel caso invece in cui lo psicoterapeuta decida di non rispondere alla email come reagirà il paziente?
E’ plausibile ad esempio che interpreti la non risposta come una disconferma immaginando di essere stato respinto per aver messo in atto un comportamento seduttivo, con tutte le implicazioni transferali che ne possono conseguire (ad esempio in termini di fantasie edipiche e angoscia di castrazione o d’onnipotenza, di controllo ecc.).
In effetti l’email potrebbe rappresentare anche una “seduzione”, termine etimologicamente connesso all’idea di sviare e distrarre, in questo senso, l’email del paziente rappresenterebbe l’agito collegato al desiderio di allontanare l’analista dalle regole, le convenzioni “istituzionalizzate” della relazione analitica (il setting cosidetto esterno) laddove, ad esempio, siano, piu’ o meno inconsciamente, vissute dal paziente come rappresentative dell’autorità e del potere di una figura paterna a cui si desidera strappare “l’analista-madre” per poterne ricevere, senza condizioni, l'”amore”. Si profilerebbe, in pratica, una riproposizione del triangolo edipico, le cui implicazioni tragressive emergerebbero anche nel desiderio di violare quella sacralita’ che il setting tradizionale, soprattutto quello considerato “puro”, puo’ evocare. Lo stesso tema (email e psicoterapia) puo’ essere proposto in una chiave kleiniana maggiormente generalizzabile: quella dell’invidia del seno, con conseguente introiezione della “email-parti dell’io” all’interno del “computer-analista-madre” per appropriarsi degli oggetti buoni che vi sono contenuti.
Dunque, in che modo gestire queste proiezioni, il transfert, il controtransfert, la necessita’ di stabilire dei confini? Come mantenere una certa neutralita’ senza sembrare punitivi o rifiutanti?
E, per quanto riguarda piu’ specificamente la teoria della tecnica, lo Psicoanalista deve continuare a comportarsi come tale con il paziente anche fuori il setting prestabilito dell’analisi? E, quindi, quali sono i reali confini del setting?
Altre domande, quindi, a testimonianza di quanto il tema non sia affatto banale, anche perche’ l’email, in particolare nel contesto Psicoterapeutico, ha una natura estremamente ambigua e ambivalente che deriva forse dal suo essere “transizionale” in molti modi; qualcosa a meta’, ad esempio, tra la parola scritta e parlata, tra il pensiero e l’azione, tra virtuale e reale, tra oggetto concreto e immateriale input elettronico, tra finzione e verità, tra interno ed esterno al luogo spazio-temporale della terapia.
Ma proprio questa ambiguita’ di fondo, questo essere in bilico sempre fra due possibilita’ che possono anche essere contemporaneamente in contraddizione e pertanto offrire sempre differenti punti di vista, mi sembra facciano dell’email uno strumento da non sottovalutare e anzi da valorizzare. Infatti, se costruire insieme una rappresentazione alternativa dell’esperienza è spesso uno degli obiettivi del lavoro Psicoterapeutico, l’utilizzo della posta elettronica, esprimendo in qualche modo un nuovo “setting”, offre opportunita’ per essere che rivelano nuovi modelli di relazione, veicolanti aspetti delle personalita’ del paziente e dell’analista differenti da quelli emersi nella relazione terapeutica tradizionale; promuove, in sostanza, un”alterita” che forse piu’ che ridotta va in qualche modo protetta per sfruttarne quella carica perturbante che potrebbe tornare utile, tra l’altro, per vitalizzare o disincagliare il processo Psicoterapeutico dalle secche di una relazione bloccata.
Quello che piu’ mi affascina, pero’, e’ la sovrapposizione e interazione di livelli interpretativi che emergono come se la email, nel contesto della Psicoterapia, fosse un caleidoscopio di significati che si possono ottenere e a cui dare un valore “trasformativo” soprattutto in virtu’ della possibilita’, che realizza, di guardare contemporaneamente dentro e fuori la stanza dell’analisi; di cambiare il vertice di osservazione permettendo un processo simile a quello teorizzato da Bion dell’oscillazione “Ps-D” ossia: un processo alternante di costruzione e decostruzione di una percezione e di una comprensione che genera nuova conoscenza.
I concetti di “livello logico” e “paradosso”, mutuati dall’approccio sistemico, possono essere d’aiuto per spiegare l’apparente contraddizione di uno strumento che se da un lato, tramite l’atto dello scrivere, facilita un’oggettivazione dell’emozione; un differimento dell’impulso e della soddisfazione del desiderio e quella tolleranza alla frustrazione che Bion considera generatrice di pensiero (desaturazione); dall’altro, all’interno della relazione analitica, rischia di assumere la forma di “agito” ossia un atto impulsivo che risponde ad un’esigenza di scarica emotiva e soddisfazione immediata di un desiderio inconscio. E’ chiaro che i termini di questa contraddizione non sono piu’ escludentisi se collocati su differenti livelli logici sicche’, in ultima analisi, i benefici dello scrivere (Pennebaker 1989), di quel raccontarsi che implica una scissione, funzionale al processo Psicoterapeutico, tra Io che sperimenta e Io che osserva e, consequenzialmente, l’assunzione di una posizione riflessiva e critica sulla propria esperienza (mentalizzazione), possono sommarsi ai benefici potenzialmente derivanti dall’interpretazione della email come acting, come richiesta di collusione, che invece fornisce informazioni preziose sullo “status quo” della relazione e sulle dinamiche di transfert e controtransfert, che in particolare investono il setting.
Se dovessi sintetizzare in una metafora penso si potrebbe paragonare l’utilita’ della email alla terapia a quella dello specchietto retrovisore di un’automobile, il quale porta allo sguardo del conducente (il terapeuta) la visione di uno spazio altrimenti difficilmente percepibile; tale visione puo’ porsi come contemporaneamente disponibile a quella diretta, connaturata alla posizione di guida (la visione condizionata dai ruoli) ed essere utile, ad esempio, per percepire a 360° la collocazione (il significato) del veicolo (la relazione analitica, la Psicoterapia) all’interno di quel setting piu’ vasto che e’ la vita di tutti i giorni.
BIBLIOGRAFIA
Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando Roma 1972;
Carli R. (1987) Psicologia clinica. Utet, Torino;
Lingiardi V., Gazzillo F. (2003) Quale setting per la posta elettronica? In Psicotech rivista n 2 Franco Angeli, Milano;
Neri C. Correale, A. Fadda P (a cura di) (1994) Letture Bioniane. Borla, Roma;
Pennebaker J. (1989), Stream of consciousness and stress: Levels of thinking, in J.S. Uleman – J.A. Bargh (a cura di), Unintended Thought, Guilford Press, New York;
Watzlawick P. Beavin J. H. Jackson D. (1967) Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio, Roma, 1971.
Sappiamo ormai che la rivoluzione tecnico-digitale riguarda, come i psicotecnologi sostengono da tempo, non solo la società, le abitudini, il comportamento ma anche la mente e addirittura il cervello in un rapporto tra cultura e pensiero che non può che essere circolare e interattivo.
In quest’ottica è inevitabile, poichè tale rivoluzione investe anche la psicoanalisi, una riflessione critica e autocritica sulla perturbazione che i nuovi modelli cognitivi ed affettivo emotivi promossi dall’interattività digitale producono su tutti i piani del sapere psicoanalitico e psicoterapeutico in genere, a partire cioè dagli aspetti più pratici fino agli aspetti più tecnico-teorici concernenti la riflessione sul setting e sul metodo.
La sensazione è che l’apertura a questa riflessione sia ostacolata da una sorta di terrore sacro, d’istinto di conservazione, che attiva meccanismi difensivi e resistenze non insoliti allorquando la psicoanalisi è stata chiamata ad un “mutatis mutandi” dal confronto con nuovi modelli comportamentali e relazionali emergenti nel contesto socio-culturale. Così, anche ora, una sorta di rimozione delle “pulsioni critiche” pare verificarsi ogni qualvolta la riflessione sulle mutazioni psicotecnologiche investe il Sè psicoanalitico del terapeuta, la sua identificazione in un metodo, una gestualità, un ruolo, un rito.
In tal senso appare indiziante e sintomatico di uno spostamento reattivo, il proliferare selettivo di ricerche e studi esclusivamente sulle psicopatologie tecno-derivate (internet, smartphone, videogioco-dipendenza ecc) o sulle psicoterapie on-line; quasi come se il volto della rivoluzione neo-tecnologica possedesse il potere “gorgonico” di pietrificare la ricerca, inducendo una sorta di cecità isterica nello sguardo psicoanalitico qualora indugi oltre i suoi tipici territori di infagine. Quest’atteggiamento di evitamento appare, di fatto, sempre più difficile e anacronistico da sostenere. Le nuove tecnologie, infatti, sono ormai non solo dentro la stanza dell’analista sotto forma di computer, smartphone, tablet, email, strumenti che entrambi i soggetti della relazione psicoterapeutica usano per lavorare, per comunicare, per ricordare, per pensare, in breve per vivere; ma, in un certo senso, stanno trasformando la stanza stessa che da luogo chiuso, spazio-temporalmente definito dell’analisi, diventa sempre più anche “non-luogo” ubiquitario e virtuale grazie alla multimedialità e alla reperibilità continua permessa dalle ITC . Quello che vorrei proporre è, pertanto, la ricerca di una visione integrata, che riconosca le potenzialità trasformative, a vari livelli, delle nuove tecnologie della mente sulla pratica, sulla tecnica, e sulla epistemologia psicoterapeutica; auspicando un percorso di allargamento progressivo dello sguardo che dal particolare approdi al globale, dal referenziale all’autoreferenziale, dal lineare al sistemico. Con l’ausilio di una tabella a doppia entrata ho provato a descrivere, schematicamente, le specificità dei possibili apporti “neo-tecnologici” alla clinica psicoterapeutica; in relazione alle combinazioni di differenti ambiti del “sapere” (tecnico-operativo, teorico-epistemico) e del “fare” psicoterapeutico (pratico-organizzativo e simbolico-interpretativo) potenzialmente coinvolti.
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Derrick De Kerckhove, sostiene che il sistema nervoso (il luogo privilegiato dell’interazione fra corpo, pensiero e ambiente) non si sviluppa… “solo anatomicamente, seguendo la programmazione genetica innata, ma anche neurologicamente, seguendo una programmazione culturale”. (de Kerckhove 1996 pag 114)
L’esperienza umana si fissa, dunque, nel sistema nervoso sotto forma di “programmi” (ovvero abitudini neurologiche) che possono essere utilizzati (applicati) in diverse funzioni e operazioni tanto mentali quanto fisiche; questo significa che l’esposizione prolungata ai media determina l’emergere di strutture neurologiche specifiche che condizionano in modo specifico l’esperienza della mente e del corpo; non puo’ esistere, pertanto, secondo il filosofo canadese, una forma di pensiero o di essere al di fuori del campo di condizionamento istituito dalle tecnologie della comunicazione (psico-tecnologie) diffuse nella societa’: “Noi siamo costantemente creati e ricreati dalle nostre stesse invenzioni. Il mito della fondamentale universalita’ del genere umano e’ solo il prodotto di un auspicio dei filosofi settecenteschi. La nostra realta’ psicologica non e’ una cosa ‘naturale’. Almeno in parte dipende dal modo in cui l’ambiente, e quindi anche le nostre estensioni tecnologiche (ovvero i media), ci condizionano”. (1996 p. 16)
Questa concezione suggerisce che e’ possibile definire una storia dell’intelligenza in cui ad ogni “medium” della comunicazione corrisponde una forma di pensiero specifica.
Il programma insito nel codice alfabetico, ad esempio, basato sul principio della frammentazione e della sequenzialita’ orizzontale e’ stato il supporto di un pensiero particolare: quello celebrato in modo inequivocabile nei dialoghi platonici (il logos dialettico) e nei testi prosaici di Aristotele; il pensiero teoretico scientifico basato sulla dimostrazione sillogistico-deduttiva cioe’ sull’analisi sequenziale e lineare dei concetti e degli enunciati.
Quello che De Kerckhove, tiene a sottolineare e’ che ogni psicotecnologia agisce sui suoi usufruitori abituali, mettendone in forma non tanto la mente ontologica quanto il “meccanicistico” cervello; strutturando una specifica organizzazione neurale cognitiva ed emotiva che l’ex allievo di Mcluhan chiama “brainframe”:“Un brainframe e’ qualcosa di diverso da un atteggiamento o da una mentalita’, pur essendo tutto questo e molto di piu’. Pur strutturando e filtrando la nostra visione del mondo, esso non e’ esattamente un paio d’occhiali di tipo particolare dato che il brainframe non e’ mai localizzato nella struttura superficiale della coscienza, ma nella sua struttura profonda”. (1993).
Dunque le nuove tecnologie della comunicazione modificano il “brainframe”, la “cornice mentale” alfabetica, interferiscono e interagiscono con il processo di selezione e filtro delle informazioni, con lo “script” biologico e culturale implicato nel processo di costruzione attiva ma automatizzata e inconsapevole dell’esperienza del reale. A tal proposito è interessante rilevare il paradosso per cui la mutazione psicotecnologica in atto comporti una rivalutazione del sensorio, globale, emotivo, accomunando per questi aspetti l’attuale “brainframe”, associato allo sviluppo di una intellligenza collettiva-connettiva, a quello vigente in un periodo storico in cui le modalita’ di trasmissione della cultura erano regolate dall’oralita’ (dalla conquista del linguaggio da parte dell’Homo Habilis, fino all’introduzione della stampa a caratteri mobili nel 1450 circa)
Caratteristiche fondamentali del web sono:
Tali caratteristiche supportano, lo sviluppo di una comunicazione interattiva, in grado di mobilitare il patrimonio epistemico dei singoli soggetti per dar vita ad una nuova forma di intelligenza collettiva-connettiva, ma se da un lato, tale intelligenza, evolve attraverso l’integrazione cognitiva degli individui; dall’altro, a livello individuale, si associa a nuove modalita’ di significazione e costruzione soggettiva dell’esperienza nella misura in cui, i limiti e le limitazioni che condizionano “il processo conoscitivo” nel reale, sono, nel contesto virtuale meno importanti e ad essi subentrano nuove capacita’, nuovi vincoli o “non vincoli” elettronici, indipendenti dal programma della sopravvivenza biologica; gli stessi concetti di tempo e di spazio, osserva Caronia…“non sono piu’ cosi’ “oggettivati” come nella concezione deterministica della scienza, sembrerebbero piu’ influenzati da una dimensione relativistica o quantistica”. ( 2005)
NOTE e BIBLIOGRAFIA:
BIBLIOGRAFIA
Capra F. (1989) Il Tao della fisica Adelphi Milano
Caronia A. (2005) Intervista reperibile sul sito www.pol-it.org
De Kerckhove D. (1996) La pelle della cultura Costa & Nolan
De Kerckhove D. (1999) L’intelligenza connettiva Aurelio De Laurentis Multimedia, Roma
Levy P. (1995) Il virtuale Raffaello Cortina, Milano
Levy P. (1996) L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio Feltrinelli, Milano
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Alcuni autori rilevano un parallelismo tra le concezioni di Freud e Janet sull’attività mentale e rispettivamente prima e seconda legge della termodinamica (Semerari 1995). Secondo Freud, quando l’energia mentale destinata a un ricordo, difensivamente represso, viene allontanata dal sistema conscio non può essere scaricata e deve essere trasformata in una parte inconscia di lavoro mentale, per esempio, trasformata in un sintomo di conversione o in un sogno, da qui, la analogia con la prima legge della termodinamica, che afferma la conservazione e trasformazione dell’energia.
Per Janet, invece, il processo mentale di elaborazione dell’informazione realizza una condizione di entropia negativa, una tendenza a creare ordine e significato nel contesto entropico generato da flussi di informazione molteplici e caotici che continuamente colpiscono gli organi sensoriali. Il fallimento di questo lavoro mentale conscio di formazione di significato, di estrazione di ordine e unità lascia qualsiasi tipo di informazione che sfugga alla sintesi personale (come l’informazione traumatica) nello stato disordinato dell’elaborazione subconscia. Alla luce di questa teorizzazione, conscio ed inconscio rappresentano un continuum che opera in un’incessante integrazione. Questo modello al momento sembra poter spiegare numerosi punti oscuri della psichiatria e della filosofia della mente, uno di questi è proprio il fenomeno della dissociazione della coscienza.
Le teorie psicoanalitiche del Sé hanno introdotto i concetti di “Splitting verticale” e “Splitting orizzontale” per delineare ulteriormente le differenze tra dissociazione e rimozione, mentre le ricerche sull’attaccamento hanno contribuito a fornire un modello etiopatogenetico dei disturbi dissociativi. Mary Ainsworth (1995) ha individuato, tra gli altri, un particolare pattern d’attaccamento del bambino che può manifestarsi già dopo i primi mesi di vita, definito “disorientato-disorganizzato” per cui il comportamento di ricerca del contatto con la figura di accudimento appare, parzialmente, inibita dalla simultanea attivazione di tendenze evitanti. E’ stato appurato che la maggior parte dei bambini con questo tipo di attaccamento ha dei genitori che non hanno ancora elaborato un lutto recente e, per tale motivo, esprimono in modo ambivalente il loro affetto mostrandosi essi stessi spaventati-evitanti. Secondo Liotti (1991) è possibile, in questi casi, che il bambino sviluppi un disturbo dissociativo in età adulta in quanto, nel rapportarsi con comportamenti affettivamente incoerenti e nel subire una relazione contraddistinta da imprevedibilità e confusione, essi introiettano modelli rappresentativi di sè e di sè con l’altro intrinsecamente contradditori e incompatibili e, dunque, scarsamente integrabili in una coscienza autoriflessiva.
La caratteristica essenziale dei disturbi dissociativi è la sconnessione delle funzioni, solitamente integrate, della coscienza, della memoria, della identità o della percezione dell’ambiente, Le alterazioni possono essere improvvise o graduali, transitorie o croniche. Per “dissociazione”, quindi, si intende la separazione di una parte o di un gruppo di processi mentali dal resto della coscienza, con la conseguenza che questa parte sentirà e si comporterà come un’identità mentale indipendente dalla personalità globale che, a quel punto, risulterà incapace di esercitare alcun controllo sulla porzione scissa (Caretti et al 2000 ).
Lo psichiatra Caretti descrive una particolare forma di disturbo dissociativo definito disturbo da Trance Dissociativa la cui manifestazione essenziale consisterebbe in uno stato involontario di trance che non è previsto dalla cultura della persona come parte normale di una pratica culturale o religiosa e che causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione funzionale. Con il concetto di “trance” si vuole descrivere un’alterazione dello stato di coscienza simile al sonno, ma con caratteristiche elettroencefaliche non dissimili da quelle dello stato di veglia. Durante lo stato di trance l’individuo perde consapevolezza e contatto con la realtà fino al ritorno alla condizione normale accompagnata da amnesia. Lo stato di trance può riscontrarsi nella suggestione ipnotica, nella sintomatologia dell’isteria, in alcune forme di epilessia o in stati di eccitazione che possono investire interi gruppi impegnati in rituali mistico religiosi. Per gli antropologi lo stato di trance è anche un’esperienza di passaggio e di trasformazione come indica l’etimologia latina “transitus”, esperienza scandita da una fase di crisi, trascendimento e ripresa di sé a cui corrispondono motivi e significati diversi, a seconda del contesto culturale, ma tutti volti a determinare il passaggio da uno stato di disordine individuale o collettivo a uno stato di ordine dove nel disordine emergono la malattia fisica e lo stato di squilibrio psichico e nell’ordine la guarigione e la creazione di un nuovo equilibrio.
Caretti con il termine “trance dissociativa da videoterminale” fa riferimento a una forma di dissociazione, collegata ad una dipendenza patologica dagli ambienti virtuali, dai videogiochi, dai nuovi strumenti tecnologici e dalle loro molteplici applicazioni che può manifestarsi attraverso un’alterazione temporanea marcata dello stato di coscienza. Un’effetto di tale alterazione potrebbe essere la perdita del senso abituale dell’identità personale e la sua sostituzione con un’identità alternativa. Dal punto di vista psicodinamico in questa sindrome si intrecciano tre dimensioni potenzialmente psicopatologiche: la dipendenza, la regressione, la dissociazione.
– La dipendenza implica un ipercoinvolgimento di tipo ritualistico con il computer e le sue applicazioni; una relazione di tipo ossessivo-compulsivo;•una tendenza a “sognare ad occhi aperti” come modalità esperenziale prevalente sull’azione nei rapporti reali;debolezza dell’Io; tendenze fobiche nei confronti della vita sociale.
– La regressione comporta: una tendenza a relazioni immaginarie che compensano le scarse relazioni oggettuali; •ritiro autistico; fantasia autistica come modalità difensiva dell’Io.
– La dissociazione si caratterizza per: labilità nei confronti dell’Io; dispersione del Sé; depersonalizzazione, cioè distacco ed estraneamento da se stessi fino alla perdita del contatto vitale con la realtà.
BIBLIOGRAFIA
Ainsworth M. (1995) Effetto sull’attaccamento bambino-madre del lutto irrisolto della madre per una figura di attaccamento, o di un’altra esperienza traumatica. In L’attaccamento nel ciclo di vita. Il Pensiero Scientifico, Roma
Caretti V. (2000), Psicodinamica della trance dissociativa da videoterminale. In: Cantelmi T. Del Miglio C. Talli M. D’Andrea A. La mente in Internet. Psicopatologia delle condotte on-line. Piccin, Padova
Caretti V. La Barbera D. (2001) Psicopatologia delle Realtà Virtuali.: Masson Milano
Liotti G. Intreccialagli B. Cecere F. (1991) Esperienza di lutto nella madre e predisposizione ai disturbi dissociativi della prole: Uno studio caso-controllo in Rivista di Psichiatria n 26
Semerari A. (1995). “Il modello clinico negli ‘Studi sull’isteria’. Psicoterapia, 1(3), 37-55
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Il filosofo Pierre Levy per definire cosa si debba intendere per “virtuale” propone di rifarsi al suo etimo e, precisamente, alla parola latina “vis” (forza, potenza) nell’accezione che del termine si fa in ambito metafisico: virtuale è ciò che è in potenza e non ancora in atto (l’albero è virtualmente presente nel seme, il seme è l’albero in potenza, anche se ancora non esiste come tale).
Virtualità e attualità sono solo due diversi modi di essere “un testo scritto con un programma di videoscrittura è virtuale quando ancora sullo schermo del computer passibile di infinite e imprevedibili modifiche. Il suo stato di esistenza in potenza diventa attuale quando, stampato, diventa tangibile, definitivo e utilizzabile secondo gli scopi di chi lo ha editato” (Levy 1997)
Il “virtuale”, dunque, non ha nulla a che vedere con il falso, l’illusorio, l’immaginario. Questa accezione del termine, molto vicina a ciò che intendiamo quando ci muoviamo nei mondi virtuali del nostro computer e quando lavoriamo con altri “in rete”, rimanda ad una definizione del termine “virtuale” non come di opposto a “reale/naturale” bensì di “sensibile”, più specificamente, per Levy non è reale solo ciò che è “sensibile” ma è reale ciò che ha delle conseguenze per l’individuo, influenzandone il suo spazio di vita. In genere, invece, nel senso comune, viene definito virtuale ciò che non ha a che fare con la nostra sensibilità fisica. “Virtuale” viene inteso come un attributo che relega l’oggetto, la persona o la situazione da esso specificata in una zona di “irrealtà”. Virtuale come opposto di reale ovvero naturale, dove per “reale” si intende ciò che può essere esperito con i nostri sensi a diretto contatto con la fonte di sensazione e senza la mediazione di qualsivoglia artefatto. Tale visione risente dell’influenza di una cultura meccanicistica, assoluta e rassicurante, intrinsecamente dipendente dalla concezione di una realtà oggettiva, unitaria e lineare; concezione che è ormai stata superata.
Il mutamento paradigmatico della scienza, dovuto alle scoperte della fisica quantistica* e della cibernetica, ha evidenziato la possibilità di una compresenza di realtà multiple e conflittuali sia a livello soggettivo, nella coscienza, che oggettivo e ha messo l’osservatore di fronte alla sua responsabilità di costruttore del sistema osservato. Anche la fisiologia, d’altronde, ha dimostrato che non esistono figure, prospettive e colori assoluti e che tutta la percezione è fondamentalmente virtuale, una proiezione di contenuti mentali che strutturano le sensazioni. Non conosciamo, pertanto, una realtà data ma solo una costruzione consensuale della realtà, la quale, in senso assoluto, è mera potenzialità che l’uomo, attraverso l’evoluzione biologica e culturale, ha attualizzato in un particolare modo condivisibile e funzionale alla sopravvivenza. La realtà, in quanto potenzialità inconoscibile che attende di essere significata è paragonabile, al “pensiero vuoto” kantiano che può essere pensato ma non conosciuto, alla variabile matematica o alla “preconception”di Bion definibile come “un sentimento di attesa che ha la capacità di orientare verso certe realizzazioni” (Neri et al 1994 ) così come la realtà fenomenica, quindi significata, rimanda alla “conception” di Bion ossia: “il risultato dell’incontro di un presupposto con impressioni sensoriali ad esso adeguato” (Neri et al 1994 ) oppure alla trasformazione di una variabile in una costante.
In sintesi la realtà fuori dalla coscienza è virtuale ossia una matrice di possibilità, un “significante senza padrone” (Lacan 1995), un universo segnico caotico non ancora significato; è l’hardware senza il software. La realtà dentro la coscienza, è invece il virtuale che si attualizza, l’effetto di un processo di “tuning” collettvo, il prodotto di una funzione algoritmica della coscienza; è anche uno stato di coscienza che non riconosciamo come tale: come un sogno mentre sogniamo; è un esperanto privo di simboli, è una musica non fatta di suoni: una sinfonia silenziosa.
https://www.youtube.com/watch?v=Dpa2VH71_W8
* La fisica quantistica sostiene che ad ogni particella (quanto) si può associare un’onda, e ogni onda è una manifestazione di una particella. Max Born precisò che questa onda rappresenta la “probabilità”, nel senso che “predice” quali futuri siano possibili per quella particella..Lo stato di una particella è dato dalla sovrapposizione di tutti i suoi possibili futuri..A far collassare la funzione d’onda è l’interferenza di un altro sistema; dunque, se cerco di misurare una quantità di un sistema (la sua velocità, per esempio), faccio collassare la funzione d’onda e, pertanto, leggo un valore per quella quantità che prima era semplicemente una delle tante possibilità. E’ il mio atto di osservare a causare la “scelta” di quel particolare valore della velocità fra tutti quelli possibili.
Bibliografia
Born M., (1956) Physics in My Generation, London: Pergamon Press,
Deleuze G., (1969) Logica del senso, Feltrinelli, 2011, Milano
Lacan, J. (1995) Scritti, 2 volumi, Torino, Einaudi
Levy P. (1997) Il virtuale, Raffaello Cortina Editore
Neri C. Correale A. Fadda P (a cura di) (1994) Letture Bioniane, Borla
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“L’essenza del teatro, risiede nel sapere che di teatro si tratta, che si sta recitando, mettendo in scena, mimando, in una realtà che è del tutto finzione […] l’autenticità è nell’illusione, nel recitarla, nell’osservare in trasparenza dal suo interno mentre la recitiamo, come un attore che vede attraverso la sua maschera, e solo in questo modo può vedere”. (Hilmann 1984)
Negli anni di frequenza dell’istituto Atmos artiterapeutiche tante sono state le esperienze significative sia dal punto di vista professionale che della crescita e sviluppo personale. Vorrei però, in questa sede, menzionare due attività alle quali mi sento particolarmente legato: quella laboratoriale di “tra musica e teatro” e quella teatrale relativamente alla realizzazione di “Editing Edipo” (una rivisitazione, in chiave gestaltica, della tragedia di Sofocle portata in giro in varie città italiane con discreto successo di critica e di pubblico). Entrambe mi hanno dato la possibilità di sperimentarmi in qualcosa di completamente nuovo e sorprendente. Sembra solo ieri quando, alla fine di un faticosissimo laboratorio, Gianluca mi chiede: E tu perchè non fai l’Edipo?… Io un po’colto impreparato, un po’ ignaro di quello che mi aspettava, un po’stanco e emotivamente confuso, non seppi svincolarmi. Tre giorni dopo (tre giorni di attesa snervante) mi ritrovai a 200 km da Roma, e dalle mie rassicuranti abitudini, a calcare le scene del vecchio teatro comunale di Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone. Alle 9 di sera, con solo una misera Peroni in corpo, debuttai. Sospinto da una invisibile mano mi ritrovai, tremante, davanti al pubblico; “nudo”, senza protezioni, costretto a sfidare i tabù, le mie paure, le resistenze e l’idea che fino a quel momento mi ero fatto di me stesso, (la quale tenacemente difendeva la sua sopravvivenza). Alla fine quando il pubblico, sebbene un po’perplesso, ci tributò un lungo applauso, tutti noi, ancorché stremati, fummo invasi da una gioia incontenibile che sentimmo il bisogno di condividere; spontaneamente e perfettamente in contatto con le nostre emozioni ci riversammo in platea come un’orda dionisiaca suonando, ballando, cantando, in uno stato d’animo di esaltazione collettiva. Fu bellissimo, illuminante, mi sentivo libero, respiravo;
compresi quanto fino ad allora convinzioni, idee rigide, schemi e copioni ripetitivi, mi avessero limitato nella capacità di sperimentare e scoprire nuove parti e possibilità di essere. In quel momento raccoglievo i frutti di un seme che era stato piantato anche durante gli odiati-amati laboratori. Mi parve strano e incredibile che quel “delirio collettivo”, quella sorta di girone infernale in cui finivo il mercoledì sera, potesse funzionare, avere un potere trasformativo eppure era così: attraverso la musica, il suono, il ritmo, il movimento, il corpo, la voce, il gesto, il silenzio, il gioco della follia, l’incontro con l’”altro”, l’incontro con parti di me attraverso l’altro, accadeva qualcosa; una sorta di miracolo, qualcosa dentro come in una reazione alchemica, trasmutava.
Il vecchio vestito troppo stretto e inamidato, lasciava il posto ad uno nuovo che io stesso tagliavo e cucivo su di me: un vestito su misura nel quale potevo sentirmi a mio agio che finalmente mi permetteva di respirare; per apprendere avevo dovuto immergermi in “una corrente viva di esperienze in continuo cambiamento”.
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Tutti siamo consapevoli che la qualità della nostra vita è strettamente correlata alla qualità delle nostre interazioni con gli altri, eppure nei curricula scolastici non vi è traccia di una educazione alla relazione nessuno, istituzionalmente, si preoccupa di insegnare alle nuove generazioni a comunicare e relazionarsi in modo sano e costruttivo. Essere in grado di ascoltare, conoscere e rispettare l’altro, l’altro da noi, il “diverso”; è fondamentale e lo è, in particolare, nel contesto di una società resa sempre più “liquida” dalla esizialità dei confini, dalla volubilità delle definizioni, dalla confusione dei ruoli e dei generi; un “non luogo”in cui non è scontato nemmeno discernere il reale dal virtuale. Il sistema scolastico italiano, purtroppo, ha un impostazione educativa ancora troppo vincolata al modello logico – deduttivo focalizzata, più che altro, sugli aspetti cognitivi a discapito della dimensione emotivo- intuitiva.
Il processo di apprendimento non può più essere solo una questione di acquisizione di nozioni e prescindere dall’“esperienza” nella accezione più profonda, viva e oserei dire spirituale del termine.Lo psicoanalista inglese Wilfred Bion ha coniato il termine “apprendere dall’esperienza” (1963) riferendosi ad”…una modalità di apprendimento che comporta la partecipazione ad un’esperienza emotiva tale da indurre un cambiamento nella struttura della personalità”. La sua teoria definisce un modo di guardare alla conoscenza che si fa carico della complessità dell’individuo nella sua interezza. Due cose importanti sono da sottolineare in questa definizione: l’esperienza ha sempre a che fare con un vissuto emotivo; apprendere dall’esperienza implica sempre una trasformazione profonda di sè stessi, inoltre, riguardo all’“oggetto”, della conoscenza , “…cio che viene appreso è il significato di ciò che è stato interiorizzato ……, ma si imparerà anche qualcosa circa le modalità di pensiero utilizzate ..”. Si evince, dunque, che esiste un nesso tra la comprensione di qualcosa (un evento, un concetto, un’idea,…) e la comprensione di sè ovvero tra cognizione e meta-cognizione. (D. Meltzer, M. Harris, 1983).
Più recentemente gli studi di Goleman, hanno evidenziato la necessità di considerare l’elaborazione emotiva e le capacità relazionali, motorie, artistiche come espressioni fondamentali di quella che, comunemente, chiamiamo intelligenza. Saper comunicare con efficacia, saper ascoltare, gestire le relazioni interpersonali, essere capaci di mediare tra le proprie e altrui esigenze, interpretare e usare in modo consapevole i codici della comunicazione non verbale, osservare e comprendere le dinamiche relazionali, riconoscere le emozioni che animano noi e gli altri, imparare in certe situazioni a essere dentro e fuori l’ emozione stessa, la relazione, l’identificazione in un ruolo; non sono doti innate, caratteriali, come in genere si tende a credere ma skill, potenzialità che si possono sviluppare ed e-ducare (dal latino e-ducere: portare fuori) attraverso metodi e strumenti appropriati.
l’intelligenza emotivo-relazionale è importante, quanto se non più dell’intelligenza cognitiva anche perché gli studi neuropsicologici dimostrano che in realtà sono espressioni di un sistema integrato, emisfero destro e sinistro del cervello interagiscono attraverso un fascio di connessioni mediali , chiamato corpus callosum. Non vi è comprensione piena, un reale “apprendere dall’esperienza” senza la complementarietà di un processamento in parallelo e sequenziale”, lineare” e non lineare, asimmetrico e simmetrico dell’informazione in assenza di capacità metacognitiva; ossia capacità di definire il contesto” virgolettarlo”. Una dialettica degli opposti è insita nella struttura della mente e permea il processo di conoscenza. La filosofia cinese ha sempre sottolineato la natura complementare dell’intuitivo e del razionale, definedole espressioni della polarità archetipica e universale rappresentata dai concetti di Yin e Yang. (Barone D. 2007)
Bibliografia
Augè M. (1999) Nonluoghim Ed. Eleuthera, Milano
Baumann Z. (2002) Modernità liquida, Ed. Laterza, Roma-Bari
Barone D. (2007, “La costruzione dell’esperienza in internet”), in Rivista della S.I.P. tech, Società italiana di psicotecnologie e clinica dei nuovi media, anno 5, 1, Franco Angeli, Milano.
Bion W. R. (1962) Apprendere dall’esperienza, trad.it. 1983, Armando
Meltzer D. e Harris M. (1983) Il ruolo educativo della famiglia, trad.it. 1986, CST.
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Il cyberspazio è il luogo o il “non luogo” (Augè 1993) creato dall’interconnesione mondiale dei new media, dove l’interazione fra esseri umani e “spazi” ossia identità, comunità, territorialità, sono attuati in forma digitale; una forma che conferisce il carattere plastico, fluido, calcolabile, modificabile in tempo reale, ipertestuale, interattivo e per concludere virtuale dell’informazione. Si parla di una nuova forma di comunicazione e di un nuovo spazio psichico, sociale e culturale ma anche della produzione di una “infosfera” (Levy 1997) che circonda il pianeta. Tramite il varco costituito dal monitor si entra quasi fisicamente in una nuova dimensione dell’esperire; la televisione o il cinema, invece, inducono l’ingresso nello schermo mediante identificazione con un attore od una attrice, un’ambiente, una storia da cui si è “posseduti”, tutto ciò rappresenta uno stimolo alla passività; il cyberspazio, invece, è una forma di comunicazione che presuppone un’azione, un’interattività. L’immersione nella virtualità cyberspaziale determina una dissociazione fra il mio corpo seduto alla “consolle” e il flusso di pensieri coscienti ed inconsci che guidano l’ indice sul mouse; la “freccia” che appare sullo schermo prolunga il mio corpo in uno spazio virtuale che è al di la dello schermo. La rete, dunque, permette di sperimentare distanze multiple consentendo di agire e di comunicare contemporaneamente qui ed altrove, in un luogo materiale nel quale si rimane nel proprio corpo ed in un luogo “magico” al di là dello schermo, nel quale si entra con una parte di sè, dove ci si può creare e comunicare con altri che stanno accedendo allo steso spazio virtuale oppure navigare senza meta andando alla deriva. Nel cyberspazio si possono fare delle ricerche come uno studioso nella biblioteca di Babele o si può diventare un altro: una donna, un vecchio, un bambino, un’eroe, un sadico; il desiderio diviene un impulso telefonico che viaggia nella “rete”. Tutto ciò, però, sembra implicare una trasformazione cognitiva, la cui comprensione richiede la totale revisione di un’idea gerarchica della mente dominante dall’alto il corpo, costruttrice di saperi che hanno al vertice le idee più generali e alla base i “dati” fenomenici; una mente immaginata saldamente dentro il corpo che invece ora si delocalizza ponendosi fuori dal corpo e che priva di un centro si riconosce e può essere rintracciata nelle operazioni che compie anzi, addirittura, questa “mente” fuori dal corpo mette in contatto persone che hanno un rapporto di comunicazione sensoriale pressoché nullo. La mente non è concentrata in una parte del sistema ma è distribuita nel sistema; viene dal basso e non dall’alto e inoltre non ha un corpo a cui affidare la funzione di contenere le immaginazioni. E’ come se si ripercorressero quelle stesse tappe fatte nei primi anni, se non giorni, della esistenza con la completa esclusione del corpo, limite e confine reale del sé. Il virtuale richiede solo un supporto esterno sul quale riprodurre le proiezioni delle proprie rappresentazioni. In termini psicoanalitici, pertanto, può essere visto come una sorta di ‘‘spazio transizionale”, un’estensione del mondo psichico individuale, una zona intermedia tra il sè e il non-sè che diventa il terreno ideale per l’espressione di fantasie inconsce.
Bibliografia
Auge M. (1993) Non luoghi Eleuthera, Milano
Levy P. (1997) Il virtuale Raffaello Cortina Editore, Milano
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Nel 1984 Frederic Jameson scrisse un articolo sulla postmodernità dove, nel delinearne le tendenze, includeva la “precedenza della superficie sulla profondità, della simulazione sulla realtà, del gioco sulla serietà” (Jameson 1984); contemporaneamente, accusava la mancanza di oggetti in grado di rappresentare la postmodernità. Oggi abbiamo finalmente l’oggetto adeguato alla sua rappresentazione: il cyberspazio, che tuttavia rappresenta una sfida alla rappresentazione stessa.Bibliografia
Gibson W, (2000) Neuromante, Editrice Nord, 2000, Milano
Jameson F (1984) Postmodernism, or The Cultural Logic of Late Capitalism New Left Review
Levy P (1999) Cybercultura. Gli usi sociali delle nuove tecnologie Feltrinelli, Milano
Tagliagambe S. (1997) Epistemologia del cyberspazio Demos editore Cagliari
]]>[2] Iniziata la sua attività come professore di filosofia nei Licei nel 1880, approdò all’Ateneo bolognese con un insegnamento di antropologia presso la Facoltà di Lettere. Negli anni seguenti, grazie all’attività del suo Laboratorio di antropologia e psicologia sperimentale presso l’Ateneo romano dove si era trasferito, sviluppò un programma di ricerche scientifiche nell’ambito della psicologia e dell’antropologia. Nel 1893 fondò la Società romana di antropologia. Noto anche all’estero per i suoi contributi nelle scienze dell’uomo, riuscirà a portare il III Congresso internazionale di psicologia a Roma, nel 1905, sotto la sua presidenza.
[3] In seguito, principi e concetti estrapolati dalla teoria biologica dell’evoluzione furono generalizzati a molti aspetti della realtà. Il darwinismo sociale, ad esempio, concepì una società governata dalla “lotta per l’esistenza” e la sopravvivenza del più adatto, tale visione del mondo accrebbe l’interesse verso lo studio di metodi e strumenti utili a descrivere e valutare le caratteristiche psicologiche in relazione alla loro funzione sociale favorendo, di fatto, lo sviluppo di specializzazioni come la psicologia delle differenze individuali e la psicologia applicata.
[4] Personalità di grande spessore e vitalità intellettuale nel panorama culturale italiano: pioniere di una psicologia su basi scientifiche autonoma dalla filosofia e in armonia con l’evoluzione della ricerca psicologica in Europa ed in America. Ricercatore eclettico e disponibile al confronto interdisciplinare stabili relazioni con i più grandi psicologi dell’epoca Freud, Binet, Janet, James, ecc. La sua attività di ricerca e le sue pubblicazioni spaziarono dalla metodologia agli studi psicofisiologici sul sonno , dalla psicopedagogia, alla psicologia giudiziaria e criminale, dalla psicopatologia alla neuropsichiatria infantile. Utilizzò, precorrendo la psicoanalisi freudiana, l’analisi dei sogni insieme all’intervista e allo studio della stroria individuale come metodo di indagine nella clinica psicopatologica; scoprì la demenza precocissima ossia l’autismo prima di kanner e fu autore nel 1925 del primo manuale di Neuropsichiatria infantile, che segno la nascita nel nostro paese di questa disciplina.
[5] di origine polacca, acquisisce a Lipsia una solida formazione naturalistica e lavora a lungo con Wundt. Nel l896; assistente di Mosso a Torino, è direttore di un laboratorio di psicologia sperimentale “ufficioso”. Nel 1906 ottiene una cattedra autonoma di psicologia sperimentale che occuperà fino al 1933. Le sue ricerche sono quasi esclusivamente di laboratorio e vertono sulla sensazione (gustativa, tattile , termica e dolorifica), sui tempi di reazione, sulla percezione visiva, sui fenomeni eidetici; tutte le sue ricerche sono improntate ad uno stretto sperimentalismo wundtiano
[6] filosofo e docente universitario. Fondò la rivista internazionale di filosofia Logos e fu autore di una decina di monografie. allievo di De Sarlo, fu influenzato molto dalla concezione della conoscenza scientifica del suo maestro che si rifaceva alle teorie di Franz Brentano. Nel primo periodo della sua vita, Aliotta si interessò in particolar modo alla psicologia sperimentale come ricercatore, mentre in un secondo periodo dal 1944 circa, rivolse il suo interesse alla filosofia e all’epistemologia. Nella sua prima fase, prettamente psicologica,agli inizi del nuovo secolo, Aliotta afferma che i fatti psichici non possono essere quantificati come avviene con i fatti fisici esistenti e misurabili, in quanti i fatti psichici sono elementi costitutivi della coscienza. La psicologia, perciò, essendo una scienza empirica che studia i fatti psichici interni al soggetto, avrebbe dovuto servirsi del metodo dell’introspezione, riferendosi a formulazioni matematiche al solo scopo simbolico.
[7] Dopo aver frequentato il laboratorio di psicologia sperimentale di Firenze, si laureò nel 1913 con Francesco de Sarlo di cui divenne presto assistente. Convinto assertore della dimensione sperimentale della psicologia e in particolare della psicologia applicata, Bonaventura svolse le sue ricerche nel laboratorio fiorentino fino al 1938 quando, per le “leggi razziali”, fu costretto a trasferirsi in Palestina. Qui, in un ambiente plurietnico, focalizzò i propri interessi scientifici sulla psicologia sociale, nonché sull’orientamento scolastico e professionale. Prima di lasciare l’Italia aveva dedicato un lavoro monografico a La psicoanalisi.
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Le idee di Brentano, anche grazie alla rielaborazione “de sarliana”, hanno un forte impatto sulla scena culturale italiana. L’interesse che suscitano, nell’ambito del dibattito tra psicologi e filosofi sull’epistemologia della conoscenza, si traduce spesso, sul piano pratico della ricerca sperimentale psicologica, in una revisione dei criteri e dei principi metodologici: considerare oggetto d’indagine della psicologia l’evento psichico in sè, così come si presenta alla coscienza nell’immediato implicava, necessariamente, assumere l’introspezione come metodo indispensabile di analisi dei dati sperimentali.https://www.youtube.com/watch?v=BbNcHbrmfFk
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Il processo di significazione del virtuale meno vincolato ad una grammatica biologica e sociale di codifica dell’esperienza, riflette, nel suo compiersi, quella modalità privata e soggettiva di creazione simbolica e attribuzione di senso tipica del pensiero psicotico o onirico. Nel cyberspazio possono emergere i processi primari di pensiero, e non censurato, il “principio del piacere”, la soddisfazione immediata del desiderio non condizionata dai vincoli fisici del mondo reale.
Il passaggio attraverso “lo specchio di Alice” conferisce materialità al nostro inconscio, aprendo le porte ad un universo governato da un minor numero di leggi. Gli stessi concetti di tempo e di spazio come afferma Caronia: “non sono più così “oggettivati” come nella concezione deterministica della scienza, sembrerebbero più influenzati da una dimensione relativistica o quantistica”. (Caronia 2005)
Tutto questo produce, però, un’illusione: sono immerso in una dimensione che mi segnala che posso compiere atti inimmaginabili nel sistema spazio-temporale ordinario e, paradossalmente, questa realtà non mi appartiene del tutto, perchè non sono solo io che invento i miei atti ma anche il computer che mi convoglia lungo un sentiero precostituito nella sua memoria digitale; anche se è proprio percorrendo questo sentiero che, attraverso l’interattività biotecnologica, la mente si delocalizza e si arricchisce di un terzo modello di rappresentazione dell’esperienza: quello della simulazione virtuale, che trascende la biunivocità di una contrapposizione realtà-sogno.
Lo schermo del computer, dello smartphone, dell’ipad, accoglie e performa un tipo di pensiero che non è l’uno o l’altro ma è contemporaneamente simbolico e sensoriale, logico e analogico, secondario e primario. Il virtuale, può essere visto allora non solo, pessimisticamente, in una prospettiva psicopatologica, come medium di un processo involutivo della coscienza teso alla regressiva ricostruzione dell’illusione narcisistica ma, in modo alternativo, come spazio transmediale-sincretico che riassume in sé, integrandole, le diverse dimensioni, i diversi modi di essere e di “fare” della mente in un “nous” distintivo dell’umano-cyborg postmoderno; un universo integrato in cui le stesse contraddizioni fra realtà e immaginazione, vero e falso, normale e patologico, vengono in un certo modo sublimate dentro questo spazio di iper-realtà che ingloba tutto, ivi compreso qualcosa che sembrava essenziale come “il rapporto fra soggetto e oggetto nella dimensione virtuale non c’è più soggetto ne oggetto, ma entrambi in via di principio sono elementi interattivi”. (Baudrillard J. 1999). A riguardo è molto interessante l’analisi della “antropologa del Cyberspazio” Sherry Turkle: “. Ci stiamo spostando verso una cultura della simulazione dove le persone si sentono sempre più a proprio agio nel sostituire le rappresentazioni.

In ogni caso, si può condividere l’opinione di Thomas Maldonado ricercatore di sistemi architettonici al Politecnico di Milano, che , distingue nettamente tra una versione “forte”: la realtà virtuale di tipo immersivo-inclusivo (i computer con il cyber-corredo), in cui l’osservatore vive interattivamente lo spazio creato dal computer, rispetto ad altri esempi di virtualità in cui non si verifica quell’alto grado di immedesimazione non solo psicologica ma anche fisica con l’alter ego digitale. In un’intervista l’autore del libro “Reale e virtuale”, mette in guardia da vari pericoli: “La finzione ha svolto un grande ruolo nella cultura, ma , fino a qualche tempo fa, era molto chiaro il confine con la realtà. (…) Oggi il confine tende a sfumare (…) se lo strumento ci permette di entrare dentro la storia agendo da protagonisti, allora il distacco e le distinzioni diventano impossibili. C’è di che preoccuparsi e c’è un grande bisogno di riflettere, senza pregiudizi, su queste tecnologie” (Maldonado 1997).
Bibliografia
Baudrillard J. (1999) intervista: www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/b/baudrillard.htm
Caronia A. (1997) Il corpo virtuale: dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti Muzzio Padova Caronia A. (2005) Intervista reperibile sul sito www.pol-it.org
Maldonado T. (1997)Web: se c’è una ragnatela deve esserci un ragno http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/m/maldonad.htm
Maldonado T (2002) intervista al Sabato settimanale del Corriere della Sera 27/6/2002
Turkle S. La vita sullo schermo Milano, Apogeo, 1997
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Nel cyberspazio il processo conoscitivo e’ connesso, caratteristicamente, ad un’atto di scelta “definitoria”3 reso potenzialmente mai definitivo, sempre modificabile e quindi incerto, dalla vigenza di una condizione che il filosofo Zizek4 definisce di “sospensione del master simbolico5“, ne deriva che la “scelta” stessa diventa, in tale contesto, un’atto decisionale arbitrario, originale, meno regolato culturalmente.
Per chiarire questo concetto possiamo citare un’osservazione anedottica dello stesso Zizek: “Il problema di scrivere al computer e’ che cio’ potenzialmente sospende la differenza tra i semplici abbozzi e la “versione finale”: non c’e’ piu’ una versione finale o un testo definitivo, dal momento che ad ogni stadio si puo’ lavorare al testo ad “infinitum”, ogni versione ha lo status di qualcosa di virtuale (condizionato, provvisorio)…Questa incertezza naturalmente da spazio alla richiesta di un nuovo master il cui gesto arbitrario dichiari “finale” una certa versione, causando in tal modo il collasso dell’infinito virtuale entro una realta’ definitiva.” (Zizek 2004 pag 215-216)
La responsabilita’ della scelta (intesa sempre come atto costitutivo del conoscere e dell’esperire) ricade, insomma, tutta sulle nostre spalle per cui, diventando una questione “privata”, rimanendo all’interno di un contesto di definizione personale, essa si pone in un rapporto di determinazione diretta con l’inconscio individuale; in una relazione paragonabile a quella che conduce alla creazione artistica o al sintomo nevrotico-psicotico o, ancora, al simbolismo onirico.
D’altronde, un cyberspazio che consente la presentificazione della “scelta”, la disponibilita’ contemporanea di tutte le alternative, di tutte le identita’, di tutti i potenziali esiti, somiglia a quella dimensione inconscia in cui e’ assente il“principio di non contraddizione logica” che vige, invece, nel pensiero razionale-cosciente.
Il mondo “Virtuale” di internet ci appare, dunque, come una superficie piatta, senza punti ciechi, senza zone d’ombra, omogeneamente illuminata; una dimensione in cui tutto e’ visibile, ogni scelta mostra le sue conseguenze, ogni simbolo e’ saturato, ogni “incipit” portato a compimento; una superficie dove il“significante-padrone”, svelato, perde il suo potere e il suo fascino se-duttivo.
La dinamica del desiderio e dell’immaginazione non puo’ nutrirsi in questa condizione che delle distanze, delle differenze, dello “spazio di assenza,” che si genera attraverso l’apertura e il confronto con il “Grande altro” del mondo esterno reale; tale confronto implica avere una consapevolezza di livello superiore che derivi dal permanere nella coscienza di una doppia visione del proprio esistere ed essere virtuale e reale.
Il pericolo psicopatologico puo’ concretizzarsi quando questa consapevolezza e’ carente; quando vi e’ un’incapacita’ a “giocare”, a denominare il contesto, a concepire il “come se”, il “virgolettato”, in breve a mentalizzare; all’opposto, se si ha una capacita’ di attraversamento consapevole dei registri simbolici, l’esperienza delle “realta’ virtuali” rappresenta un’opportunita’ per guardare noi stessi e il mondo in modo relativistico; diventa, in sintesi, una sorta di educazione “Zen” alla conoscenza.
Possiamo notare, inoltre, che questa capacita’ di considerare livelli multipli di realta’ ed “essere”, in interattivita’ semantica, e’ uno degli scopi e delle capacita’ del lavoro di analisi dello psicoterapeuta pertanto, lo studio del Cyberspazio e del “Setting”, ad esempio, sono connessi in senso tautologico; la “mente” psicoanalitica possiede un’affinita’ elettiva per lo studio della “mente” nel Cyberspazio, dunque, “pensare” la complessita’ del Cyberspazio puo’ aiutare a pensare la psicoanalisi stessa e viceversa.
In termini pratici, va rilevato che lo psicoterapeuta di oggi e ancora di piu’ quello del futuro, si trovera’ a dover gestire uno spazio analitico “fantasmaticamente” sovrappopolato dalle nuove entita’, “id-entita’” e “relazioni” elettroniche che si sostituiscono, aggiungono e interagiscono con quelle tradizionali; senza contare che, contestualmente, deve valutare il cambiamento che i nuovi “oggetti” impongono allo spazio analitico, oltre che al suo stesso spazio mentale.
Sempre piu’ spesso, infatti, lo psicoterapeuta si confronta, ad esempio, con il trauma di pazienti che subiscono la perdita non di un partner reale, in carne e ossa, ma di un partner di cui non si conosce neanche l’aspetto, l’odore, la gestualita’; conosciuto, frequentato e amato-odiato esclusivamente on-line, attraverso una modalita’ relazionale spesso puramente testuale e astratta.
Sembrerebbe che, in questi casi, l’assenza di un significante stabile dell’identita’, costituito dal corpo e dal suo linguaggio non verbale, pur rappresentando, sotto certi aspetti, un limite: in termini di possibilita’ espressive e ampiezza/varieta’ dell’informazione comunicabile; funzioni come un potente incentivo per lo sviluppo di tali relazioni, una sorta di afrodisiaco digitale; non solo in quanto l’assenza del corpo coincide con un’anonimato che permette di realizzare il desiderio magico-infantile di essere invisibile e dunque agire in modo onnipotente il desiderio senza essere costretti a rispondere del proprio comportamento, ma soprattutto perche’, sospendere il “master simbolico”, (rappresentato da una corporeita’ data e non negoziabile) rimandare ad “infinitum”, parafrasando Zizek, il collasso dell’infinito virtuale entro la realta’ definitiva del corpo e dei suoi codici; consente di tenere aperta l’identita’ reciproca ad una continua possibilita’ di ridefinizione e risignificazione proiettiva che realizzi, come e quando si vuole, il desiderio narcisistico di un immagine di se’ e dell'”altro” sempre ideale.
https://www.youtube.com/watch?v=5XS8630i7jM
NOTE E BIBLIOGRAFIA
Bion W. (1962) Apprendere dall’esperienza. Tr. It. Armando Roma 1972
Fonagy L. Target M. (2001) Attaccamento e funzione riflessiva. Raffaello Cortina Editore, Milano
Lacan J. (1974) Scritti Einaudi, Torino
Matte Blanco I. (1975) L’inconscio come sistemi infiniti, saggio sulla bi-logica. Einaudi 1981
Zizek S. (2004) L’epidemia dell’immaginario Meltemi, Roma.
]]>Abbiamo visto che il percorso della neonata psicologia scientifica italiana risulta ostacolato, in origine, da una serie di difficoltà e problemi di ordine economico, politico, culturale. tali da indurne una sorta di complesso del “brutto anatroccolo” sia nei confronti delle altre discipline in patria, che nei confronti delle altre scuole psicologiche in campo internazionale. Gli storici, tuttavia, sono concordi nell’individuare, già negli ultimi anni dell’ottocento, segnali di una relativa riscossa: inizia, infatti, parallelamente allo sviluppo industriale ed economico, una fase di “decollo” ed “affermazione” testimoniata dal funzionamento di un numero sempre maggiore di laboratori di psicologia all’interno di università di filosofia, medicina e antropologia (ricordiamo gli psicologi De Sarlo a Firenze, Kiesow a Torino, Corleo a Palermo ecc.) e da un forte incremento della produzione psicologica in italiano.
In questa fase il 1905 rappresenta un anno fondamentale, vi avvengono almeno tre eventi particolarmente significativi:
L’istituzione, per volere del ministro dell’istruzione Bianchi, di tre cattedre di psicologia a Roma, Napoli e Torino affidate rispettivamente a De Sanctis, Colucci e Kiesow.
La nascita, grazie a Giulio Cesare Ferrari, della prima rivista italiana specificamente psicologica: la rivista di psicologia, che legherà da lì a pochi anni le sue sorti a quelle della SIPS di cui è, ancora oggi, organo ufficiale
Lo svolgimento a Roma del 5° congresso internazionale di psicologia, presieduto da Sergi e Sante de Sanctis , evento che rappresenta un importante attestato di stima della comunità internazionale per la ricerca psicologica italiana.
In realtà “non è tutto oro quello che luccica”: i problemi che hanno caratterizzato la prima fase della psicologia italiana seppur attenuati persistono. In fondo, a ben vedere, gli unici grandi centri, in cui la ricerca è integrata e al passo con gli altri paesi, sono quello di Torino, sviluppatosi intorno al laboratorio diretto da Federico Kiesow e, dopo la prima guerra mondiale, quello di Padova diretto da Vittorio Benussi.
Di lì a poco fosche nubi tornano ad addensarsi all’orizzonte: la classe dirigente, interessata ad allargare il consenso tra le masse contadine e la piccola borghesia, tradizionalmente moderate e cattoliche, sposa l’idealismo di Croce e l’attualismo di Gentile. Nella società italiana si verifica un ritorno all’antiscientismo, all’irrazionale a discapito del positivismo ancora radicato nella comunità scientifica; forti dell’appoggio politico, che diventa incondizionato durante il fascismo, i neoidealisti e gli attualisti attaccano anche da posizioni istituzionali la psicologia ritenuta pseudoscienza (vedi la già citata riforma Gentile del 1923) ed, in genere, hanno vita facile nella loro azione poiché dall’altra parte non trovano l’opposizione corporativa di chi si riconosce in un ruolo e un’identità forte e coerente. In tal senso la SIP (che diventerà SIPS nel 1960 e SIPs nel 1976): prima associazione ufficiale di psicologi in Italia, fondata nel 1910 a Firenze per iniziativa di Giulio Cesare Ferrari, svolge sicuramente una funzione importante e positiva (organizzò due congressi nazionali già prima del 1915) seppure non sufficiente a salvare la psicologia italiana da una crisi alimentata, anche intestinamente, dall’inasprirsi dello scontro tra sostenitori di una psicologia sperimentale e biologica (De Sanctis, Kiesow, Colucci ecc…) e sostenitori di una psicologia filosofica (De Sarlo, Aliotta, Gemelli ecc…).
E’ necessario chiarire però che quest’ultima poco ha a che fare con la vecchia psicologia puramente astratta e speculativa, in realtà non si tratta neanche di una vera scuola o corrente di pensiero che abbia raggiunto una certa sistematicità; bensì di una prospettiva, un punto di vista che accomuna, trasversalmente, studiosi di formazione diversa nella volontà di difendere l’autonomia e l’identità della psicologia anche fuori le ristrette mura dei laboratori, cercando una strada alternativa sia al riduzionismo scientista; sia alla speculazione astratta priva di riscontri sperimentali; una via di mezzo insomma tra questi due estremi, che valorizzi la componente umanistica e, pur non potendo prescindere da considerazioni di ordine filosofico, riporta al centro dell’indagine psicologica il pensiero, la coscienza, i processi superiori (Cfr Sava G. 2000).
Colui che, maggiormente, sostiene e promuove il progetto di una psicologia non subalterna sebbene legata alla filosofia è, indubbiamente, Francesco De Sarlo: personalità di rilievo sia perché fonda a Firenze uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale in Italia; sia perché autore di una rielaborazione originale del rapporto tra conoscenza scientifica e indagine filosofica in chiave psicologica.
Profondamente influenzato dalla “fenomenologia” di Brentano, De Sarlo fa del concetto brentaniano di “intenzionalità”, l’architrave della sua riflessione teoretica sul valore gnoseologico della psicologia, scrive De Sarlo (1903):
“L’esperienza psichica diretta rappresenta il solo mezzo cha noi abbiamo per arrivare al fondo della realtà” e poi: “Una nuova psicologia ha la sua ragione in se stessa, avendo per oggetto quella peculiare forma di esperienza che è l’esperienza interna”
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In tutti i maggiori paesi occidentali, studiosi e scienziati di varie discipline sono coinvolti in un lungo dibattito per stabilire se la psicologia possa essere ritenuta una vera scienza, in Italia però, anche per la presenza di poche personalità di spicco, tale dibattito risulta povero di spunti davvero originali; d’altronde il nostro paese, all’ indomani immediato dell’unità politica, si presenta ancora come un coagulo di realtà sociali e culturali divise e isolate nel loro provincialismo. Una situazione che, unita all’assenza di un coordinamento nazionale delle strutture e delle risorse finanziarie e intellettuali presenti sul territorio, limita non poco le possibilità di confronto e cooperazione; la circolazione e lo scambio delle informazioni nel mondo scientifico.
In questo periodo storico le redini del potere economico e politico sono, per lo più, nelle mani di una borghesia moderata centro settentrionale nel cui animo convivono, non senza contraddizione, una visione ancora fortemente spiritualista e religiosa ed una forte propensione e fiducia verso i principi e i valori del positivismo. Questi stessi atteggiamenti di fondo si traducono, nel mondo accademico, in una contrapposizione spesso troppo rigida e conflittuale tra positivisti e neoidealisti; tra i fautori di una psicologia scientifica e filosofica. Benedetto Croce e Giovanni Gentile[1], ad esempio, rappresentanti di punta della corrente di pensiero idealista, criticheranno aspramente la psicologia scientifica; ritenendola priva di valore euristico e gnoseologico in quanto dedita allo studio di un individuo “isolato”, “ritagliato”, “chiuso in sé”, ridotto a “pseudoconcetto”.
E’, dunque, in un clima di scontro e di arroccamento su posizioni ideologiche opposte che in Italia, a partire dalla seconda meta dell’ottocento, si consolida una psicologia di matrice positivo evoluzionista grazie, soprattutto, all’impegno e alla passione intellettuale di due pionieri quali furono Roberto Ardigò e Giuseppe Sergi[2]: il primo interessandosi alla possibilità di applicare alle scienze umane i risultati della ricerca biologica darwiniana scrive nel 1870 “La psicologia come scienza positiva” (da molti storici ritenuto l’atto di nascita della psicologia sperimentale in Italia); il secondo, assertore di una concezione dell’evento psichico quale epifenomeno dell’attività biologica fonda, nel 1876, l’Istituto di Antropologia e Psicologia dell’Università di Roma.
Di rilievo in questo periodo sono anche i lavori di Gabriele Buccola, tra i primi ad utilizzare il metodo di studio basato sui tempi di reazione e autore di un’opera: “La legge del tempo nei fenomeni del pensiero” che costituisce il più importante contributo italiano di psicologia sperimentale nell’Ottocento.
In generale, la propensione positivistica ad indagare con metodo scientifico il fenomeno psichico, fino ad allora invece “soggetto” metafisico e “oggetto” di speculazione filosofica, trova un valido ancoraggio teorico nella teoria evoluzionista[3]: considerare l’attività psichica il punto d’arrivo, il culmine di un processo evolutivo che accomuna uomini e animali non solo per l’aspetto fisico ma anche per quello psicologico, consente di ridefinire il problema della mente in termini naturalistici, in modo che possa essere studiato attraverso i metodi delle scienze empiriche
NOTE: [1] (Dalle parole ai fatti Gentile, nel ruolo di ministro dell’istruzione, firmerà nel 1923 una riforma scolastica che porterà ad un ridimensionamento della trasmissione del sapere psicologico, nella scuola).
[2] Iniziata la sua attività come professore di filosofia nei Licei nel 1880, approdò all’Ateneo bolognese con un insegnamento di antropologia presso la Facoltà di Lettere. Negli anni seguenti, grazie all’attività del suo Laboratorio di antropologia e psicologia sperimentale presso l’Ateneo romano dove si era trasferito, sviluppò un programma di ricerche scientifiche nell’ambito della psicologia e dell’antropologia. Nel 1893 fondò la Società romana di antropologia. Noto anche all’estero per i suoi contributi nelle scienze dell’uomo, riuscirà a portare il III Congresso internazionale di psicologia a Roma, nel 1905, sotto la sua presidenza.
[3] In seguito, principi e concetti estrapolati dalla teoria biologica dell’evoluzione furono generalizzati a molti aspetti della realtà. Il darwinismo sociale, ad esempio, concepì una società governata dalla “lotta per l’esistenza” e la sopravvivenza del più adatto, tale visione del mondo accrebbe l’interesse verso lo studio di metodi e strumenti utili a descrivere e valutare le caratteristiche psicologiche in relazione alla loro funzione sociale favorendo, di fatto, lo sviluppo di specializzazioni come la psicologia delle differenze individuali e la psicologia applicata.
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Fino alla metà dell’ottocento la psicologia non ha avuto nessuno di quei caratteri per cui
La psicoterapia Gestalt si è sviluppata all’interno del movimento della psicologia umanistica e poggia i suoi fondamenti teorici nella Fenomenologia e nell’Esistenzialismo.
In molti casi adattarsi alla realtà significa accettare di essere scissi, divisi tra ciò che è giusto fare e ciò che non lo è, tra il buono e il cattivo; significa votarsi a clichés comportamentali rinunciando a una natura propria per accontentarsi di una solo sociale. E’ chiaro che in questo modo va perduta ogni profondità così come ogni capacità di essere creativi. “La compiacenza…dice Winnicott…”porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante, e che la vita non valga la pena di essere vissuta. In maniera angosciante, molte persone hanno avuto modo di sperimentare un vivere creativo in misura appena sufficiente per permettere loro di riconoscere che, per la maggior parte del tempo, esse vivono in maniera non creativa, come imbrigliate nella creatività di qualchedun altro oppure di una macchina”.(1974)

Bibliografia
Castaneda C. Il fuoco dal profondo, Rizzoli, 1985 Jaynes J. Il crollo della mente bicamerale e origine della coscienza, Adelphi, 1984 Mazzei S. Creatività e integrazione estratto da “qui e ora” Rivista di Gestalt Taddei G. Conferenza inaugurale del "Daimon, convegno sulla creatività (estratto) reperibile su www.atmos-artiterapeutiche.it Winnicott D. "Gioco e realtà", Armando Armando, 1974 Zinker J. Processi creativi in psicoterapia della Gestalt,. Franco Angeli 2002]]>