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]]>L’annuncio non è casuale. Il Mantovano, teatro della fiera, arriva da un’estate segnata da una sequenza di eventi estremi: il 28 agosto un violento fortunale ha attraversato la provincia con raffiche fino a 148 km/h e chicchi di grandine tra 6 e 8 centimetri, colpendo colture ancora in campo e alcune strutture agricole nel Basso Mantovano. Una prima stima di Coldiretti Mantova, diffusa dal presidente Fabio Mantovani, parla di danni diretti e indiretti — incluso il calo di produzione — che potrebbero superare ampiamente i 60 milioni di euro. A livello nazionale, Asnacodi Italia ha stimato in oltre 700 milioni di euro il valore dei danni alle produzioni assicurate causati dagli eventi climatici estremi nella prima parte del 2026.
Il comunicato diffuso da Agea l’indomani dell’incontro con Vitale individua tre leve operative. La prima è la “Digital Risk Identity“: un profilo di rischio individuale, costruito per ogni impresa, coltura e particella, che premierebbe con condizioni contrattuali migliori, tariffe agevolate e procedure più snelle le aziende che investono attivamente in prevenzione (reti antigrandine, bacini di accumulo, sensoristica avanzata). Vitale ha precisato che il rating non avrebbe finalità punitive.
La seconda leva riguarda l’accertamento del danno: superare la perizia tradizionale valorizzando i dati già disponibili con satelliti, radar meteorologici e stazioni certificate per attivare pagamenti automatici quando il danno risulta oggettivamente misurato dalla tecnologia, senza ricorrere a un sopralluogo umano per confermare ciò che i sensori hanno già registrato.
La terza riguarda il ruolo dei Consorzi di difesa, che Agea vorrebbe trasformare da intermediari amministrativi a “Risk Management Hub territoriali”: centri di consulenza, formazione e analisi preventiva a supporto delle imprese nella scelta delle coperture. Il tutto applicando il principio del “once only”: il dato già acquisito dall’amministrazione non va richiesto di nuovo all’agricoltore.
La proposta interviene su un impianto che nel 2026 ha già mostrato segnali di tensione da entrambi i lati. Sul fronte degli adempimenti, con l’avvio della campagna assicurativa 2026 Confagricoltura Piacenza ha segnalato ai propri associati nuovi vincoli procedurali — dalla delega al Centro di assistenza agricola all’aggiornamento del fascicolo aziendale — come condizione necessaria per accedere a copertura e contributi pubblici: una conferma indiretta della complessità che Agea dice di voler tagliare.
Sul fronte della struttura pubblica, il sistema resta consistente. Il Fondo mutualistico nazionale AgriCat, istituito dalla legge 234/2021 e incardinato nel Piano Strategico Nazionale della Pac come intervento SRF04, copre le perdite catastrofali da alluvione, gelo/brina e siccità superiori al 20% della produzione media, con un indennizzo che non supera il 55% del danno al lordo di franchigia. Per il 2026 lo stesso Fondo ha già introdotto moduli di denuncia geospaziali precompilati per gli eventi gelo/brina e siccità: un primo passo di semplificazione che anticipa, in scala minore, la logica ora rilanciata da Vitale. A questo si affianca il mercato delle polizze agevolate, che secondo alcune stime di settore ha superato i 10 miliardi di euro di produzioni assicurate nel 2023. Nella dotazione per lo sviluppo rurale del Piano Strategico Nazionale, gli strumenti di gestione del rischio assorbono complessivamente, secondo un’elaborazione di Confagricoltura su dati ministeriali, circa 2,87 miliardi di euro.
Il comunicato presenta la proposta come una cornice già definita. Restano almeno tre punti da chiarire.
C’è infine un aspetto che il comunicato non affronta, ma che riguarda da vicino le imprese di contoterzismo: gli investimenti che la “Digital Risk Identity” vorrebbe premiare (reti antigrandine, bacini di accumulo, sensoristica avanzata) sono lavorazioni specialistiche, che richiedono competenza tecnica e macchine dedicate. Se la proposta troverà attuazione normativa, il sostegno pubblico alla prevenzione difficilmente potrà limitarsi ai soli beneficiari finali: dovrà includere, a monte, chi questi impianti li progetta, li installa e li manutiene.
I prossimi mesi e gli eventuali atti attuativi, a partire da una revisione del Piano di Gestione dei Rischi in Agricoltura diranno se il modello “conoscere, prevenire, misurare, pagare” resterà un annuncio di fiera o diventerà la cornice del sistema assicurativo agricolo italiano.
MR Menga
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]]>L'articolo Albo Agromeccanici Marche: «Il problema non è riconoscere chi svolge un’attività, ma qualificare l’impresa agromeccanica» proviene da blog.contoterzisti.it.
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UNCAI prende atto della replica diffusa da CAI Agromec sull’Albo delle imprese agromeccaniche della Regione Marche e ritiene utile riportare il confronto al testo della legge, evitando contrapposizioni tra organizzazioni. Nessuno contesta il valore del riconoscimento dell’attività agromeccanica a livello territoriale. Il punto sollevato da UNCAI riguarda invece il criterio con cui la legge regionale identifica l’impresa agromeccanica.
L’articolo 2 della legge regionale Marche n. 14/2025 stabilisce infatti che è «impresa agromeccanica» l’impresa individuale o societaria, comprese cooperative e consorzi, che svolge le attività definite come agromeccaniche dall’articolo 5 del decreto legislativo n. 99/2004. La stessa legge, all’articolo 3, prevede inoltre specificamente requisiti per le imprese iscritte all’Albo che esercitano anche attività agricola, agroalimentare o forestale. «È proprio il testo della legge, non un’interpretazione di parte, a dirci quale sia il problema – osserva il presidente di UNCAI Aproniano Tassinari –. La norma identifica l’impresa agromeccanica attraverso l’attività esercitata. Non introduce invece una distinzione tra l’impresa agromeccanica professionale e l’impresa agricola che svolge anche, verso terzi, attività riconducibili all’articolo 5 del decreto legislativo n. 99/2004».
Poco importa che le disposizioni attuative approvate dalla Giunta regionale lo scorso 31 agosto preveda due sezioni differenziate per tipologia di impresa, agricola o agromeccanica, se poi entrambe le situazioni vengono ricondotte all’interno dello stesso Albo. E poco importa che le disposizioni attuative propongano una definizione di impresa agromeccanica differente da quella dell’articolo 2 della legge regionale e meno “inclusiva”: le norme nazionali distinguono già imprese agromeccaniche e imprese agricole, perché una norma regionale dovrebbe favorire una zona grigia evitando una definizione chiara e non ambigua delle prime?
La questione non riguarda quindi la possibilità che esistano imprese con attività diversificate. È normale che un’impresa agromeccanica possa avere anche terreni propri e che un’impresa agricola possa svolgere attività per conto terzi nei limiti previsti dalla normativa. Il punto è stabilire se queste situazioni debbano essere ricondotte indistintamente alla medesima categoria quando si istituisce un Albo destinato a qualificare le imprese agromeccaniche. «Attività agromeccanica e impresa agromeccanica non sono concetti equivalenti – prosegue Tassinari –. La prima identifica una prestazione; la seconda dovrebbe identificare un’impresa che esercita professionalmente quella attività, con una propria organizzazione, competenza e struttura imprenditoriale. È questa distinzione che, a nostro avviso, deve essere affrontata nella futura disciplina nazionale».
Il decreto legislativo n. 99/2004 definisce l’attività agromeccanica, ma non ha introdotto una disciplina organica della figura professionale dell’imprenditore agromeccanico. È proprio questa lacuna che una legge nazionale sull’Albo dovrebbe colmare.
UNCAI respinge inoltre l’affermazione secondo cui si sarebbe sfilata dal percorso condiviso per arrivare a una disciplina nazionale. «Su questo punto non intendiamo alimentare una polemica a distanza – prosegue Tassinari –. Esistono documenti e comunicazioni che ricostruiscono il confronto tra le organizzazioni. Se CAI Agromec lo ritiene utile, siamo disponibili a renderli pubblici, lasciando che siano i fatti a stabilire chi abbia interrotto il percorso e per quali ragioni».
L’obiettivo di arrivare a una disciplina nazionale omogenea rimane per UNCAI prioritario. Ma una norma nazionale avrebbe poco senso se si limitasse a trasformare in Albo l’elenco di tutte le imprese che svolgono una determinata attività. Dovrebbe invece riconoscere e qualificare una categoria imprenditoriale.
UNCAI non mette in discussione la necessità di dare risposte alle imprese nei territori in attesa di una disciplina nazionale. «Non siamo contrari al riconoscimento regionale della categoria – precisa Tassinari –. Siamo contrari alla possibilità che, in nome di una generica inclusività, si perda la distinzione tra attività e impresa. Siamo infatti convinti che un Albo debba rendere chiaro chi appartiene alla categoria che intende qualificare. La complessità delle realtà aziendali non deve diventare un motivo per rinunciare alla chiarezza delle definizioni».
La questione non è dunque stabilire quale organizzazione abbia ottenuto il risultato più importante. La questione è quale modello di riconoscimento sia più utile e più solido per gli imprenditori agromeccanici e per le istituzioni. E nelle Marche, per la prima volta, c’è un Albo che si allontana dal modello di UNCAI e di altre Regioni. «UNCAI continuerà a lavorare per una definizione nazionale chiara, trasparente e professionalmente qualificante dell’impresa agromeccanica – conclude il presidente dell’Unione Nazionale Contoterzisti –. Su questo siamo disponibili al confronto con tutti. Ma il confronto deve partire dai testi normativi e dalla necessità di dare finalmente un’identità precisa a una categoria imprenditoriale che merita di venire identificata dalla professionalità dei suoi interventi e non genericamente attraverso un’attività che chiunque può svolgere».
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Il pioppo non ha bisogno di essere reinventato. Ha però bisogno di essere continuamente studiato, migliorato e messo nelle condizioni di esprimere tutto il proprio potenziale. È questa, in fondo, la particolarità della pioppicoltura: una coltivazione profondamente legata alla tradizione agricola italiana, ma nella quale ricerca, innovazione, qualità e mercato sono diventati elementi decisivi per costruire il futuro. Una coltura arborea, inoltre, obbliga a ragionare con un orizzonte temporale più lungo rispetto alle produzioni annuali.
Le scelte di oggi accompagneranno il terreno per anni e devono quindi tenere insieme tecnica colturale, redditività, qualità del legno e prospettive della filiera.
Di questo si parlerà martedì 15 settembre a Peccioli, nella Sala Fonte Mazzola, dove Confagricoltura e CREA organizzano il secondo seminario di studio sulle prospettive di sviluppo della coltivazione del pioppo per costruire una filiera toscana.
I lavori inizieranno alle 9.15 con gli interventi di Vittorio Mazzetti D’Albertis, presidente dell’Unione Provinciale Agricoltori di Pisa Confagricoltura, del sindaco di Peccioli Renzo Macelloni e di Stefania Saccardi, vicepresidente della Regione Toscana e presidente del Consiglio regionale. L’introduzione sarà affidata a Raoul Romano, direttore del CREA – Centro di ricerca Foreste e Legno.
Ma in quale scenario si muove oggi la pioppicoltura? Fabio Boccalari, presidente dell’Associazione Pioppicoltori Italiani, affronterà lo scenario nazionale, mentre Silvia Piconcelli, vicepresidente del Gruppo di lavoro Foreste di Copa-Cogeca, porterà il punto di vista europeo.
A seguire, Livia Lazzarotto e Giovanni Filiani, dirigenti della Regione Toscana, interverranno sulle prospettive regionali. Un passaggio importante per passare dalla semplice presenza della coltura alla costruzione di una vera filiera toscana.
Il tema della filiera sarà ripreso da Alessandra Stefani, presidente del Cluster Italia Foresta Legno, con un intervento dedicato al ruolo del Cluster per la pioppicoltura.
Ma una filiera, per essere tale, deve infine confrontarsi con il mercato. E proprio questo sarà il tema affidato a Davide Pettenella, professore dell’Università di Padova, che parlerà delle prospettive del mercato del legno di pioppo alla luce dei nuovi accordi commerciali e delle politiche della bioeconomia.
La qualità di una produzione agricola acquista infatti un significato pieno soltanto quando riesce a incontrare una domanda capace di riconoscerne il valore. Per il pioppo, questo significa guardare contemporaneamente alle esigenze dell’industria, all’evoluzione degli scambi commerciali e al crescente interesse per le materie prime di origine biologica.
Dopo il coffee break delle 11.30, alle 11.45, il seminario proseguirà con una tavola rotonda coordinata da Gianluca Cavicchioli, direttore di Confagricoltura Toscana e di UNCAI Siena.
Al confronto parteciperanno Enrico Allasia, presidente della Federazione nazionale Risorse Boschive e Coltivazioni Legnose di Confagricoltura; Nicoletta Azzi, consigliere incaricato del Gruppo Compensati di Assopannelli, collegata da remoto; Giovanni Sordi di Ente Terre Regionali Toscane; Carlo Bartolini Baldelli, presidente di Confagricoltura Toscana; ed Emilio Gatto della Direzione Foreste del MASAF.
Le conclusioni saranno affidate a Leonardo Marras, assessore allo sviluppo economico e all’agricoltura della Regione Toscana.
La composizione del tavolo dice già qualcosa sulla direzione del confronto: per costruire una filiera non basta il rapporto tra chi pianta e chi raccoglie. Servono agricoltori, organizzazioni professionali, ricerca, istituzioni regionali e nazionali e industria. La pioppicoltura diventa così un punto d’incontro tra agricoltura e settore forestale, tra produzione primaria e trasformazione.
La giornata non si fermerà alla sala convegni. Dopo la degustazione dei prodotti tipici della Val d’Era, prevista alle 13.30, alle 15.30 è infatti programmata una visita ai nuovi impianti di pioppicoltura dell’azienda Le Serre di Peccioli. Qui il discorso tornerà alla terra. Il programma prevede la presentazione degli impianti policiclici e dei nuovi imboschimenti, con il benvenuto di Spargi.
È forse il modo migliore per concludere una giornata dedicata alle prospettive della coltura: dopo aver parlato di scenari nazionali ed europei, di politiche forestali, mercato e bioeconomia, andare a vedere che cosa sta accadendo concretamente nei terreni. Perché la pioppicoltura vive proprio in questa tensione fra tempi lunghi e innovazione continua. Il suo passato è fatto di esperienza agricola; il suo futuro dipenderà dalla capacità di trasformare quella esperienza in conoscenza, qualità e organizzazione di filiera. E in Toscana, a Peccioli, il 15 settembre si proverà a capire come farlo.
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La novità più visibile è la nuova generazione del Fendt 1100 Vario MT, trattore cingolato che ora copre una fascia di potenza compresa fra 521 e 680 CV. La gamma comprende quattro modelli: 1151 Vario MT da 521 CV, 1156 da 571 CV, 1162 da 625 CV e 1167 da 680 CV. Quest’ultimo utilizza il motore MAN D42 da 16,2 litri, con una coppia massima dichiarata di 3.100 Nm.
L’incremento di potenza ha richiesto anche un’evoluzione della trasmissione VarioDrive, ora ulteriormente rinforzata. Rimane invece il principio costruttivo del sistema Mobil-Trac: la maggiore superficie di contatto dei cingoli consente di distribuire il peso su un’area più ampia rispetto a una macchina gommata di pari potenza, con l’obiettivo di contenere pressione sul terreno e slittamento.
La novità non è però soltanto meccanica. La cabina è stata riprogettata e adotta la postazione di guida FendtONE, con terminale da 12 pollici integrato nel bracciolo, joystick multifunzione, 3L-Joystick e dashboard digitale. Sono disponibili anche funzioni di guida automatica Fendt Guide e di gestione delle capezzagne Fendt TI Headland, mentre Fendt Workgroup permette di coordinare da due a dieci macchine dotate di FendtONE.
Particolare attenzione è stata riservata alle condizioni di lavoro polverose. Il sistema può integrare una ventola reversibile per la pulizia del pacco radiatori e sistemi di aspirazione passiva della polvere per i filtri del motore e della cabina. È un’evoluzione interessante soprattutto per le lavorazioni estive e in condizioni di siccità, dove polvere e residui vegetali rappresentano un problema sia per il raffreddamento sia per la qualità dell’aria.

Gli ordini della nuova generazione sono già aperti e le prime consegne sono previste dall’inizio del 2027. (fendt.com)
Più interessante, in prospettiva, è forse la strategia che Fendt sta applicando alle macchine già vendute. Gli aggiornamenti software non vengono infatti considerati soltanto come correzioni, ma come uno strumento per aggiungere nuove funzioni durante la vita operativa del trattore.
Dal luglio 2026, ad esempio, TMS Flex è disponibile sui trattori gommati Fendt compatibili. Il sistema combina il pedale di guida e la leva di comando della velocità, lasciando al software la gestione coordinata di regime motore e rapporto di trasmissione. La funzione può essere introdotta anche su diverse serie già esistenti attraverso un kit di retrofit comprendente joystick, software e intervento in officina. Le serie interessate vanno dai 200 Vario Gen3 fino ai 1000 Vario Gen2.
Un altro aggiornamento riguarda la gestione delle capezzagne: è ora possibile memorizzare più linee per uno stesso appezzamento e per diversi ostacoli. Una soluzione utile quando sullo stesso campo vengono utilizzate macchine con larghezze di lavoro differenti, evitando di dover sostituire le impostazioni precedenti.



Anche il Tramline Control viene ampliato, permettendo di gestire la pianificazione delle carreggiate con una larghezza di lavoro dimezzata. L’obiettivo è facilitare la corrispondenza fra attrezzature, per esempio quando seminatrice e irroratrice hanno larghezze differenti.
Infine, è stata ulteriormente sviluppata l’assistenza alla frenata del rimorchio, con una funzione che consente di intervenire in modo proattivo sulla frenatura.
Il dato importante, al di là delle singole funzioni, è quindi il passaggio da un trattore concepito come prodotto finito a una macchina che può essere aggiornata e arricchita digitalmente nel tempo.
La stessa logica si estende alla gestione aziendale. FendtONE, introdotto nel 2019, mette in comunicazione le funzioni disponibili a bordo della macchina con quelle utilizzabili dall’ufficio.
La versione FendtONE offboard consente di gestire appezzamenti, macchine, incarichi di lavoro, squadre e dati di telemetria, oltre a scambiare dati con software gestionali di terze parti attraverso interfacce aperte. È disponibile in 14 Paesi europei, tra cui l’Italia.
Dove FendtONE offboard non è disponibile, Fendt propone ora ai propri clienti PTx FarmENGAGE, piattaforma sviluppata da PTx, il marchio AGCO dedicato alle tecnologie di precisione. FarmENGAGE consente di gestire campi, tracce, mappe applicative, incarichi, macchine e operatori, con scambio wireless dei dati con le macchine Fendt. L’accesso avviene da PC, tablet o smartphone.

Le due piattaforme non sono quindi presentate come un unico sistema globale, ma come soluzioni complementari distribuite a seconda dei mercati. È un dettaglio significativo: la digitalizzazione agricola non riguarda più soltanto ciò che accade sul trattore, ma anche la programmazione del lavoro e la successiva trasformazione dei dati di campo in informazioni gestionali.

Il passaggio successivo è l’automazione. Fendt sostiene che la combinazione di guida automatica, gestione automatizzata delle capezzagne e applicazioni specifiche per superficie consenta di raggiungere i requisiti associati al livello 3 di automazione. In questo schema la macchina esegue autonomamente il processo previsto, mentre l’operatore rimane responsabile del monitoraggio e deve poter intervenire quando necessario.
È importante distinguere questo concetto dalla macchina completamente senza conducente. Il livello 3 descritto da Fendt presuppone ancora la presenza dell’operatore come supervisore.
Un passo ulteriore viene invece da PTx OutRun, sistema di retrofit sviluppato per automatizzare specifiche operazioni. Le prime applicazioni riguardano il carro di trasferimento durante la raccolta dei cereali (OutRun Grain Cart) e la lavorazione del terreno (OutRun Tillage). La piattaforma utilizza lo stesso hardware e software per entrambe le applicazioni ed è destinata, nelle aree in cui è disponibile, ai trattori Fendt 900 Vario e 1000 Vario.
La differenza rispetto alla guida automatica tradizionale è sostanziale: in questo caso il trattore può lavorare senza conducente a bordo nell’ambito dell’operazione prevista. Si tratta quindi di un approccio più vicino al livello 4 di automazione, ma circoscritto a determinati compiti e ambienti operativi, non a una generica capacità di “guidare da solo” in qualsiasi condizione.


Le quattro novità, considerate nel loro insieme, mostrano quindi una trasformazione che va oltre il semplice aumento delle prestazioni. Il 1100 Vario MT porta 680 CV e FendtONE nel mondo dei cingolati; gli aggiornamenti software aggiungono funzioni a macchine già operative; FendtONE offboard e FarmENGAGE collegano il parco macchine alla gestione aziendale; OutRun porta infine l’automazione dalla guida assistita all’esecuzione autonoma di alcune lavorazioni.
È una traiettoria che interessa particolarmente anche il contoterzismo. Per un’impresa agromeccanica, infatti, il valore della tecnologia non si misura soltanto in cavalli o capacità di traino, ma nella possibilità di coordinare più macchine, programmare gli interventi, documentare le lavorazioni e, progressivamente, separare la presenza dell’operatore dalla singola macchina.
La vera novità, insomma, non è un singolo trattore. È l’idea del trattore come nodo di un sistema: macchina, attrezzo, operatore, ufficio e dati che lavorano insieme. E, almeno per alcune operazioni, con la prospettiva che domani il conducente possa non essere più necessariamente seduto sul sedile.
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Droni, sensori, atomizzatori e altre tecnologie per l’agricoltura di precisione entrano nel nuovo intervento nazionale dedicato alla sostenibilità dei vigneti. Con il decreto 4 agosto 2026, n. 381401, il Ministero dell’Agricoltura ha definito le disposizioni nazionali per attuare l’intervento previsto dall’articolo 58, paragrafo 1, lettera m), del Regolamento (UE) 2021/2115.
La misura partirà dalla campagna vitivinicola 2026/2027 e prevede un sostegno che può arrivare fino all’80% dei costi ammissibili. Per la prima annualità, la domanda dovrà essere presentata entro il 30 novembre 2026. Le modalità operative saranno definite da AGEA, d’intesa con le Regioni, e il sistema informatico dovrà essere aperto almeno 60 giorni prima della scadenza.
Il punto da tenere presente è però uno: non si tratta di un contributo generalizzato per acquistare macchine agricole. L’investimento deve essere inserito nella strategia di sostenibilità del vigneto e contribuire concretamente agli obiettivi ambientali e climatici della misura.
Il nuovo intervento si inserisce nell’OCM vino e completa, senza sostituirla, la misura già prevista per gli investimenti nel settore vitivinicolo. La differenza è importante: mentre l’intervento dell’articolo 58, paragrafo 1, lettera b), continua a riguardare gli investimenti nella fase di trasformazione e cantina, il nuovo intervento della lettera m) si concentra sulla fase agricola, cioè sul vigneto, escludendo gli interventi di ristrutturazione e riconversione dei vigneti.
L’obiettivo è sostenere investimenti materiali e immateriali capaci di contribuire alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità dei sistemi produttivi e alla riduzione dell’impatto ambientale della viticoltura.
Il decreto individua diverse categorie di intervento: dalla gestione delle risorse idriche alle tecnologie per la produzione di precisione o digitalizzata, dalla conservazione del suolo e del carbonio alla tutela della biodiversità e del paesaggio, fino alla riduzione e alla migliore gestione dei rifiuti.

Tra gli esempi indicati dal provvedimento compaiono sensori, droni e atomizzatori. Sono tecnologie molto diverse tra loro, ma accomunate dalla possibilità di rendere più precisa la gestione del vigneto.
Un sensore può consentire di raccogliere informazioni sull’umidità del terreno, sul microclima o sullo stato vegetativo delle piante. Un drone può essere impiegato per il monitoraggio del vigneto e per l’acquisizione di dati utili a individuare anomalie e differenze all’interno degli appezzamenti. Un atomizzatore tecnologicamente evoluto può invece contribuire a rendere più precisa la distribuzione dei trattamenti.
Ma attenzione a una distinzione fondamentale: il decreto non finanzia una macchina semplicemente perché appartiene a una certa categoria tecnologica. L’investimento deve essere coerente con gli obiettivi della misura e la domanda deve dimostrare il beneficio prodotto dall’investimento. Secondo le indicazioni applicative disponibili, la documentazione tecnica deve consentire di valutare preventivamente il contributo positivo dell’investimento agli obiettivi ambientali e climatici.
In altre parole, non basta scrivere «acquisto di un drone». Occorre spiegare perché quel drone migliora la sostenibilità della gestione del vigneto. È un cambio di prospettiva non secondario. Il criterio non è soltanto la modernità della macchina, ma la sua funzione all’interno del processo produttivo.
L’intensità massima dell’aiuto può arrivare all’80% dei costi ammissibili. Non significa però che ogni azienda riceverà automaticamente l’80%. Il decreto lascia infatti spazio alle Regioni, che dovranno definire diversi aspetti dell’applicazione territoriale della misura e potranno stabilire condizioni ulteriori e percentuali inferiori. Anche AGEA dovrà emanare una successiva circolare per completare il quadro operativo. Per questo, prima di acquistare una macchina, sarà necessario verificare il quadro applicativo della propria Regione, l’ammissibilità dell’investimento e le condizioni tecniche richieste.
Anche l’elenco definitivo degli investimenti ammissibili e alcuni parametri applicativi, tra cui la superficie minima richiesta, devono essere completati con le successive disposizioni.
Il decreto individua tra i potenziali beneficiari:
I richiedenti devono condurre vigneti con varietà di uve da vino ed essere in regola con gli obblighi relativi alle dichiarazioni vitivinicole e con la normativa sul potenziale viticolo. Sono inoltre escluse le imprese considerate in difficoltà secondo la disciplina europea applicabile.
Ed è proprio quest’ultimo aspetto a meritare attenzione quando si parla di imprese agromeccaniche.
La presenza, tra i beneficiari, delle società di persone e di capitali che esercitano attività agricola potrebbe indurre a pensare che anche una società agromeccanica possa accedere alla misura. Non è però il fatto di essere una società, né il semplice codice ATECO, a determinare l’accesso. Il requisito sostanziale è l’esercizio dell’attività agricola e, soprattutto, la conduzione di vigneti con uve da vino.
Un’impresa agromeccanica che, per esempio, utilizza un drone per monitorare i vigneti dei propri clienti non diventa per questo beneficiaria dell’intervento. Lo stesso vale per un’impresa che acquisti un atomizzatore tecnologicamente avanzato per effettuare trattamenti nei vigneti dei viticoltori clienti: l’attrezzatura sarebbe destinata all’erogazione di un servizio agromeccanico, mentre il decreto finanzia gli investimenti effettuati dal soggetto beneficiario nell’ambito della propria attività viticola.
Diverso è il caso di una società che eserciti contemporaneamente attività agricole e agromeccaniche e che conduca direttamente propri vigneti da vino. In questo caso la società può rientrare, in linea di principio, nella platea dei potenziali beneficiari; l’investimento dovrà però essere riferito all’attività viticola e rispettare tutte le condizioni previste dal decreto.
Gli investimenti finanziati devono inoltre rimanere nella proprietà e nel possesso del beneficiario per almeno cinque anni dalla presentazione della domanda di pagamento del saldo finale. Si tratta di un vincolo che interessa direttamente macchine, attrezzature e altre immobilizzazioni oggetto dell’aiuto.
Per la prima annualità, quella relativa alla campagna 2026/2027, la scadenza nazionale è fissata al 30 novembre 2026. A regime, il decreto prevede invece il 30 marzo di ogni anno. Il sistema informatico dovrà essere aperto almeno 60 giorni prima della scadenza e AGEA, d’intesa con le Regioni, dovrà completare le disposizioni operative.
Per le aziende vitivinicole, dunque, il momento è quello di definire gli investimenti e verificarne preventivamente l’ammissibilità. Non basta però scegliere una macchina «4.0» o una tecnologia di precisione: occorre dimostrare quale problema ambientale o climatico l’investimento intende affrontare e quale miglioramento produce nel vigneto.
Fonti: DM MASAF 4 agosto 2026, n. 381401; Regolamento (UE) 2021/2115; AGEA e disposizioni regionali di prossima emanazione.
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]]>C’è un modo semplice per capire se un prodotto agricolo è diventato davvero patrimonio di un territorio: provare a raccontarlo senza parlare soltanto del prodotto.
È quello che sta facendo Risò, il Festival internazionale del riso che torna a Vercelli dall’11 al 13 settembre con la seconda edizione. Il programma parte dal chicco, naturalmente, ma prova a seguirlo all’indietro, dentro la risaia, l’acqua, la ricerca, la meccanizzazione, il lavoro, il paesaggio. E poi lo accompagna in avanti, verso la cucina, i mercati, l’innovazione e il turismo. Perché il riso, quando arriva nel piatto, nasconde quasi completamente la quantità di tecnologia, organizzazione e lavoro che sono serviti per produrlo.
E in una terra come quella vercellese l’acqua è forse il modo migliore per ricordarlo.
Quest’anno il tema dell’acqua attraversa il Festival. Non soltanto come problema ambientale, ma come infrastruttura agricola, fattore produttivo e questione di gestione del rischio. Il programma mette infatti a confronto cambiamenti climatici, disponibilità idrica, mercati e strumenti assicurativi. ISMEA, per esempio, presenta a Risò la nuova “Polizza semplificata riso”, nell’ambito di un incontro dedicato alla prevenzione e alla gestione dei rischi nella filiera. Confcooperative dedica invece un seminario a cambiamenti climatici e mercati globali.
È probabilmente uno dei punti più interessanti dell’intera manifestazione. Perché parlare di riso oggi significa parlare inevitabilmente di acqua. Ma significa soprattutto parlare di come si governa l’acqua.
Il Vercellese offre, da questo punto di vista, una lezione che precede di molto l’attuale dibattito sulla crisi climatica. Uno degli incontri del Festival ricostruisce infatti il rapporto storico tra acqua e risicoltura, dai cistercensi di Lucedio al Canale Cavour, mostrando come il sistema irriguo abbia preceduto di secoli la diffusione della coltura del riso.
La lezione è semplice: l’agricoltura non vive soltanto di pioggia. Vive di infrastrutture, opere idrauliche, manutenzione, conoscenza e capacità di distribuire una risorsa nel momento in cui serve.
Una questione molto contemporanea, nonostante abbia radici antiche La siccità di questa estate e il livello raggiunto del lago Maggiore hanno evidenziato che quando c’è carenza d’acqua, le leggi non contano per gli amministratori. Le norme mettono l’agricoltura al secondo posto tra chi dovrebbe avere un accesso garantito in caso di siccità, subito dopo l’uomo; eppure questa estate diversi amministratori hanno, di fatto, relegato l’agricoltura al terzo, privilegiando l’industria. Nonostante l’appello di numerosi Comuni.
L’Ente Nazionale Risi ha scelto di raccontare l’evoluzione della risaia anche attraverso il proprio spazio espositivo di oltre 100 metri quadrati. Tre epoche: ieri, oggi, domani. La prima passa attraverso la memoria. Il ciclo pittorico Rapsodia della risaia di Enzo Gazzone, con 40 opere realizzate prima dell’avvento della meccanizzazione, restituisce un mondo nel quale la risaia era soprattutto lavoro manuale. Poi arriva la risaia contemporanea, raccontata attraverso un ambiente immersivo che segue il paesaggio durante le stagioni. Infine il futuro, con sei postazioni di realtà virtuale attraverso le quali entrare nei luoghi e nelle professioni della filiera.
È una successione interessante anche per chi si occupa di meccanizzazione agricola. Perché racconta, senza bisogno di proclami, una delle trasformazioni più radicali dell’agricoltura italiana: quella che ha sostituito una parte consistente del lavoro fisico con macchine, precisione, automazione e conoscenza.
E forse è proprio qui che il riso può diventare un buon osservatorio dell’agricoltura che verrà. Non perché la tecnologia debba necessariamente sostituire l’uomo, ma perché nelle campagne moderne il lavoro umano si sta spostando dalla forza alla capacità di governare processi sempre più complessi.
C’è poi un’altra idea interessante, contenuta nel progetto Il riso, pane dell’anima. L’Ente Nazionale Risi ha costruito insieme a Diapsi Vercelli (Associazione di Volontariato per la promozione della salute mentale) un percorso nel quale la biodiversità del riso diventa metafora della diversità umana. Il progetto comprende una mostra di 14 acquerelli botanici di Angela Petrini e lavori realizzati da persone seguite da Diapsi, che saranno messi in vendita durante Risò.La metafora funziona proprio perché il riso è tutt’altro che un alimento indistinto.
Varietà diverse significano caratteristiche agronomiche e qualitative diverse. Cambiano la pianta, il chicco, la destinazione, la risposta all’ambiente. Anche qui il riso esce dal piatto e torna ad essere agricoltura.

E poi c’è un’immagine che probabilmente resterà più di molte parole: il nuovo “Risegno” dell’Ente Nazionale Risi. Realizzato ad Arborio, sulla strada per Buronzo, misura 120 metri per 62 ed è indicato come la più grande opera di land art realizzata finora in una risaia italiana. È composta da diverse piante di riso e celebra gli 80 anni della varietà Arborio. Una risaia normalmente la si guarda dal basso, magari dal bordo della strada. Qui viene trasformata in qualcosa che si può leggere dall’alto. È un po’ quello che sta facendo Risò con l’intero comparto: cambiare punto di osservazione.
Il programma non è però soltanto divulgazione. Tra gli appuntamenti figura Riso al futuro: la ricerca della sostenibilità, dedicato a suolo, acqua, difesa e tecniche di evoluzione assistita. E ci sono momenti dedicati alla ricerca sul breeding, fino alla passeggiata scientifica organizzata dal CREA nei propri campi sperimentali, dove sarà possibile ripercorrere oltre un secolo di evoluzione delle varietà di riso.
Il 13 settembre si parlerà anche di come il riso da risotto sia nato proprio a Vercelli, a 101 anni dalla scoperta degli incroci che hanno trasformato la risicoltura italiana.
Sono appuntamenti che aiutano a mettere una parola spesso dimenticata accanto a “tradizione”: ricerca.
Il riso italiano è tradizione perché esiste da molto tempo. Ma continua a esistere anche perché qualcuno ha passato decenni a selezionare varietà, studiare suoli, gestire acqua, migliorare tecniche colturali e adattare la produzione a condizioni ambientali e mercati che cambiano.
Risò non vuole però essere un congresso agricolo travestito da festa. Il programma si allarga alla città e al territorio con mostre, spettacoli, tour, degustazioni, laboratori e iniziative nei borghi delle Vie d’Acqua. Il sito ufficiale parla di oltre 70 mila presenze nella prima edizione e di più di 10 mila partecipanti ai tour territoriali. È probabilmente questa la vera scommessa. Portare il consumatore prima della pentola.
Fargli vedere che dietro un risotto c’è un paesaggio. Che dietro quel paesaggio c’è una rete irrigua. Che dietro la rete irrigua c’è una storia. Che dentro la varietà di un chicco c’è ricerca. Che dietro la macchina che entra in risaia c’è un’impresa e qualcuno che la sa utilizzare. E che dietro tutto questo esiste una filiera economica che deve continuare a essere competitiva. Perché l’agricoltura italiana ha un problema curioso: spesso è molto più moderna di come viene raccontata.
E c’è un’altra coincidenza interessante nel calendario italiano. Pochi giorni dopo la conclusione di Risò, dal 17 settembre al 13 ottobre, a Isola della Scala, nel Veronese, si aprirà la 58ª Fiera del Riso, dedicata al Nano Vialone Veronese IGP. Ventisette giorni nei quali il riso sarà soprattutto gastronomia, tradizione, territorio e convivialità. Non sono manifestazioni concorrenti. Semmai raccontano due facce della stessa cosa.
A Vercelli il riso prova a spiegare da dove viene e dove sta andando. A Isola della Scala torna soprattutto a ricordarci perché continuiamo a volerlo mangiare. In mezzo ci sono la risaia, l’acqua, le macchine, la ricerca, il mercato e chi ogni giorno tiene insieme tutti questi elementi. Che poi è, in fondo, la definizione più concreta possibile di una filiera agricola. Il risotto è soltanto l’ultimo atto. Il riso comincia molto prima.
Il programma completo di Risò 2026
Il sito ufficiale della 58ª Fiera del Riso di Isola della Scala
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L’acqua della transizione climatica a un nonsoché di speciale. A volte non arriva. A volte arriva tutta insieme. E sempre più spesso arriva quando non serve.
L’estate appena conclusa lo ha ricordato con una certa insistenza. Secondo l’elaborazione ANBI su dati Copernicus, agosto 2026 è stato il mese di agosto più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media superiore di 0,85 °C rispetto alla media 1991-2020. Anche gli oceani hanno continuato a viaggiare su valori eccezionali: dalla terza decade di giugno le temperature medie hanno raggiunto nuovi record, fino ai 21,11 °C del 24 agosto. E il Mediterraneo non è stato da meno. In una vasta area compresa tra il Tirreno centro-meridionale, la Sicilia e il Nord Africa le acque hanno superato i 32 °C; sulle coste occidentali italiane e della Francia meridionale le anomalie mensili sono arrivate fino a 4 °C, con punte di +6 °C. Numeri che sembrano appartenere alla meteorologia. In realtà parlano direttamente di agricoltura.
Il caldo prolungato e il mare molto caldo contribuiscono infatti a creare le condizioni per una estremizzazione degli eventi atmosferici. Così, mentre i campi soffrono per la mancanza d’acqua, possono arrivare precipitazioni violente, grandinate e nubifragi capaci di concentrare in poche ore quantità d’acqua che il territorio non riesce a trattenere.
Nell’ultima settimana di agosto, per esempio, grandinate con chicchi superiori ai 7 centimetri hanno interessato oltre 300 comuni della Pianura Padana e delle Alpi orientali, secondo la European Severe Weather Database. Chi scrive abita a Cremona, uno dei centri maggiormente colpiti dalla grandine lo scorso 28 agosto: tetti di case e chiese scoperchiati, 10mila alberi abbattuti.
E qui compare il paradosso: la stessa estate può essere contemporaneamente troppo secca e troppo bagnata. Dipende dalla scala temporale.
Un campo ha bisogno di acqua quando la coltura è in fase di sviluppo. Un temporale che scarica in un’ora una quantità enorme di pioggia può invece trasformare quella stessa acqua in ruscellamento, erosione e allagamento. L’acqua che non viene intercettata dal suolo o dalle infrastrutture finisce rapidamente nei fiumi e poi in mare.
La domanda, quindi, non è soltanto: quanta acqua abbiamo? È: quanta ne riusciamo a conservare per quando servirà?
La situazione delle risorse idriche fotografata dall’ANBI alla fine dell’estate è tutt’altro che uniforme. Nel Nord Italia le precipitazioni hanno consentito ai grandi laghi di recuperare rapidamente. Il Verbano è salito di oltre 70 centimetri in meno di un mese, raggiungendo il 52,7% di riempimento; il Lario ha guadagnato oltre 95 centimetri, arrivando al 61,2%, mentre il Sebino si trovava al 49,3%. Anche il Po ha recuperato portata dopo un periodo nel quale l’ingressione marina (con il cuneo salino) era arrivata a quasi 30 chilometri. Ma a Pontelagoscuro il fiume continuava a viaggiare circa il 30% sotto la media del periodo.
Nel resto d’Italia il quadro rimane molto disomogeneo. Alcuni bacini del Centro-Sud presentano riserve superiori a quelle dello scorso anno: in Basilicata restavano quasi 230 milioni di metri cubi, oltre 107 milioni in più rispetto al 2025; in Sicilia gli invasi contenevano oltre 500 milioni di metri cubi, il 63% in più di un anno fa. Altrove, invece, la situazione resta critica. Il Trasimeno è sceso sotto quota -2 metri; i laghi di Albano e Nemi hanno perso 17 centimetri in circa un mese e quello di Bracciano 12 centimetri. In Veneto, il Bacchiglione viaggiava ancora al 78% sotto la portata media storica.
La fotografia è dunque quella di un’Italia idricamente frammentata. Ed è forse proprio questa la caratteristica con cui dovremo imparare a convivere.
La risposta non può consistere nel prevedere semplicemente più acqua per l’agricoltura. Occorre costruire la capacità di gestire una risorsa sempre più variabile.
È il ragionamento che l’ANBI propone da tempo e che trova una traduzione concreta nel Piacentino, dove il Consorzio di bonifica ha appena inaugurato tre nuovi laghi al servizio del distretto irriguo dell’Arda. Si chiamano Moronasco e Molinazzo, nel comune di Alseno, e Caolzio, nel comune di Castell’Arquato. Insieme hanno una capacità di 436.200 metri cubi: 203.000 il lago di Molinazzo, 133.000 Moronasco e 100.200 Caolzio.
Non sono giganteschi invasi destinati a risolvere da soli la crisi idrica italiana. Ed è proprio questo il punto. Sono una componente di un sistema.
Il distretto irriguo dell’Arda serve circa 14.000 ettari ed è attraversato da circa 380 chilometri di canali. Per renderlo più efficiente sono stati realizzati anche una condotta di 20 chilometri e 38 stazioni di telecontrollo. L’acqua, insomma, non viene semplicemente accumulata: viene gestita.
I tre bacini, finanziati con 12,86 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture attraverso il PNRR, sono sottesi alla diga di Mignano. La loro funzione è interessante: recuperare le cosiddette “code irrigue”, cioè quei piccoli disallineamenti temporali che possono verificarsi tra l’erogazione dell’acqua e la sua consegna alle aziende agricole. Significa che la resilienza di un sistema irriguo non dipende soltanto dalla quantità d’acqua disponibile, ma anche dalla capacità di far coincidere il più possibile acqua, tempo e luogo.
È la stessa logica che sta entrando in molti altri settori dell’agricoltura: sensori, telecontrollo, irrigazione di precisione, modelli previsionali e gestione digitale diventano strumenti per ottenere più risultato da ogni unità di risorsa. I nuovi laghi piacentini sono, in questo senso, opere fisiche che incorporano una logica molto moderna.
Il presidente ANBI Francesco Vincenzi lo sintetizza proponendo un nuovo piano nazionale ed europeo degli invasi: non aspettare l’emergenza per chiedersi dove trovare l’acqua, ma trattenere una quota maggiore di quella disponibile quando arriva per poterla utilizzare nei periodi di necessità. È un cambio di prospettiva importante.
Per decenni abbiamo ragionato sull’acqua soprattutto come qualcosa da allontanare rapidamente quando era troppa e da cercare disperatamente quando era poca. L’estremizzazione degli eventi climatici impone una terza strategia: trattenerla, quando è possibile, senza compromettere la sicurezza del territorio, e distribuirla con efficienza.
Non significa trasformare ogni valle in un bacino artificiale. Significa costruire sistemi diversificati: grandi invasi dove servono, piccoli bacini, reti irrigue efficienti, recupero delle perdite, telecontrollo, manutenzione dei canali, capacità di ricarica delle falde e una migliore gestione del territorio. L’adattamento climatico, insomma, non ha una sola opera-tipo. Ha bisogno di una infrastruttura diffusa.
C’è una frase del presidente del Consorzio di bonifica di Piacenza, Luigi Bisi, che vale più della celebrazione di un’opera pubblica: il valore dei nuovi bacini non sta soltanto nella loro capacità di stoccaggio, ma nella possibilità di gestire meglio la risorsa e rendere più efficiente l’intero sistema irriguo. È probabilmente questo il punto che rischia di sfuggire quando si discute di acqua soltanto attraverso i numeri degli invasi.
Un milione di metri cubi in più non ha lo stesso valore in ogni luogo e in ogni momento. Dipende da quando arriva, dove viene conservato, quanto si perde per strada e con quale efficienza viene distribuito. In agricoltura, poi, il valore dell’acqua si misura anche in raccolti salvati, qualità delle produzioni e continuità delle filiere. Come ricorda Paolo Sckokai, direttore dipartimentale nel campus piacentino dell’Università Cattolica, il valore dell’acqua va oltre il suo prezzo: basti pensare alla filiera del pomodoro, che nel territorio piacentino vale circa 800 milioni di euro, ma che senza acqua semplicemente non esisterebbe.
Non dobbiamo aspettarci necessariamente che ogni anno sia uguale a questo. Dobbiamo però prepararci al fatto che la variabilità diventerà una componente strutturale del rischio agricolo. Un anno può cominciare con invasi pieni e finire con una grave crisi idrica. Oppure può accadere l’opposto. Una perturbazione violenta può riempire un bacino e contemporaneamente devastare una coltura.
Il clima non ci sta semplicemente togliendo acqua. Ci sta togliendo, soprattutto, la prevedibilità con cui eravamo abituati a gestirla. Per questo l‘adattamento non è una parola da convegno. È una voce di bilancio, un’opera idraulica, un canale mantenuto efficiente, un sensore installato, una diga gestita bene, un bacino che conserva l’acqua di un temporale per consegnarla a un campo settimane dopo.
La sfida non sarà impedire alla pioggia di essere estrema. Sarà riuscire a trasformare una parte dell’acqua che oggi arriva nel momento sbagliato nell’acqua che domani potrebbe arrivare al momento giusto.
E i tre piccoli laghi della Val d’Arda, più che una risposta alla crisi climatica, possono essere letti come una dimostrazione concreta di questo principio: nell’agricoltura del clima estremo, l’acqua non basta averla. Bisogna saperla aspettare. E soprattutto, saperla conservare.
Fonte: Anbi
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]]>I rappresentanti del Copa-Cogeca dei Paesi europei più colpiti da fenomeni meteorologici estremi durante l’estate in corso hanno evidenziato al Commissario Christophe Hansen e al Ministro Martin Heydon (in rappresentanza della Presidenza irlandese) il diffuso deterioramento dell’agricoltura europea.
Da un’analisi del Copa-Cogeca, i Paesi più colpiti sono quelli a sud, centro e ovest. Slovenia, Austria, Francia e Italia segnalano le conseguenze più gravi. Danni significativi a livello regionale sono stati, inoltre, registrati in Spagna, Ungheria, Germania, Croazia, Repubblica Ceca, Irlanda e Romania.
Danneggiate soprattutto le colture erbacee: cereali, mais e semi oleosi. Per quanto riguarda il mais, ad esempio, la Slovenia ha registrato perdite del 50-70%, la Francia del 40% e l’Italia del 20-25%, con picchi fino al 70% in alcune aree non irrigue. Anche patate, barbabietole da zucchero e ortaggi hanno accusato un duro colpo, soprattutto nelle zone meno irrigate. Frutta, uva e olive hanno subito stress da calore, scottature solari, caduta precoce e una riduzione delle dimensioni e della qualità dei prodotti, con conseguenze particolarmente gravi segnalate in Croazia, Italia, Slovenia e Spagna. In Croazia, la produzione di frutta, e di uva in particolare, è stimata in calo di circa il 30%, mentre oltre il 90% degli uliveti non dispone di irrigazione.
Anche la zootecnia è sottoposta a una pressione crescente. La riduzione della disponibilità di pascoli e foraggi ha determinato un forte calo della produzione di fieno, con perdite che raggiungono almeno il 50% in Ungheria e il 30-90% nelle aree colpite della Germania. Anche Francia, Slovenia, Spagna e Irlanda segnalano significative carenze di mangimi. In alcune zone (Italia compresa), la produzione di latte è già diminuita tra il 10% e il 15%, mentre sono stati registrati impatti negativi anche sul benessere animale. La necessità di acquistare mangimi sta aumentando i costi di produzione e alimentando preoccupazioni per il prossimo inverno.
Questa crisi climatica, che si aggiunge alla già esistente crisi dei fattori produttivi e ai forti aumenti dei costi dei fertilizzanti e dell’energia, non rappresenta più soltanto una questione legata al raccolto di quest’estate; sta, infatti, generando rischi produttivi, economici, inflazionistici e di sicurezza alimentare che si protrarranno nei prossimi mesi.
Al momento le risposte a questa situazione sono limitate e prevalentemente di carattere nazionale o regionale. I vertici del Copa-Cogeca ritengono tali misure insufficienti, considerata la dimensione europea e l’ampia diffusione geografica degli impatti. Chiedono, pertanto, una risposta più incisiva e rapida da parte dell’Unione Europea con raggi di azione nel breve, medio e lungo periodo.
Nel breve periodo servono:
Nel medio periodo, l’auspicio è che l’Europa possa superare i vincoli strutturali che limitano la capacità degli agricoltori di adattarsi. Servirebbero:
Quest’estate ha reso evidente che gli eventi meteorologici estremi non sono più fenomeni eccezionali. L’agricoltura europea ha bisogno di un chiaro indirizzo politico di lungo periodo e di risorse finanziarie adeguate a costruire la propria resilienza. La futura PAC e l’OCM, insieme al Fondo europeo per la competitività, devono garantire la capacità di investimento necessaria per l’adattamento, l’innovazione, la gestione delle risorse idriche e la gestione del rischio.
Fonte: Confagricoltura
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]]>Le esportazioni dall’Italia nei primi cinque mesi del 2026 diminuiscono di 98.000 tonnellate (-4,5%) con un meno 61,2 milioni di euro (-2,5%), rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Calano in particolare le vendite all’estero di cereali in granella (-70.200 tonnellate, di cui -41.000 di grano duro e -25.000 t di grano tenero), dei prodotti trasformati (-58.500 t) e in misura minore della semola di grano duro (-1.700 t).
Per contro aumentano le quantità esportate di farina di grano tenero (+20.000 t, pari a +14,5 milioni di euro), di paste alimentari (+2,7% in quantità e -1,2% in valore) e di mangimi a base di cereali (+5,6% in quantità e +5,8% in valore).
Le vendite all’estero di riso (considerato nel complesso tra risone, riso semigreggio e riso lavorato) si riducono di 22.000 t, pari a -7,1%.
I movimenti valutari relativi all’import/export del settore cerealicolo hanno comportato nei primi cinque mesi del 2026 un esborso di valuta pari a 3.513,9 milioni di euro (3.813,3 nel 2025) ed introiti per 2.432,2 milioni di euro (2.493,4 nel 2025). Pertanto il saldo valutario netto ì pari a meno 1.081,7 milioni di euro, contro meno 1.319,9 milioni di euro nel 2025.
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]]>Roma, 2 settembre 2026 – UNCAI prende atto del completamento dell’iter attuativo della legge regionale Marche n. 14 del 2 luglio 2025 e delle dichiarazioni di soddisfazione diffuse da CAI Agromec e Frima, la federazione regionale, ma ritiene necessario riportare il confronto sul punto centrale: la qualificazione dell’impresa agromeccanica e la sua distinzione dall’impresa agricola. Va peraltro chiarito che la delibera di ieri, in quanto atto attuativo, può incidere solo sulle modalità di accertamento dei requisiti già fissati dalla legge: non può, e non poteva, ridefinirli. Il nodo identificativo resta quindi aperto.
Il tema non è dunque se nelle Marche esista oggi un Albo, né se sia positivo che le imprese che forniscono servizi agromeccanici siano sottoposte a requisiti e procedure. Il tema è che cosa debba identificare un Albo delle imprese agromeccaniche.
La legge marchigiana si intitola “Disposizioni per la qualificazione delle imprese agromeccaniche” e definisce formalmente l’impresa agromeccanica come l’impresa, individuale o societaria, che svolge le attività agromeccaniche richiamate dal decreto legislativo n. 99 del 2004. Allo stesso tempo, però, disciplina nell’ambito dell’Albo anche le imprese che esercitano attività agricola, agroalimentare o forestale.
È proprio qui, secondo UNCAI, che emerge il problema.
Un’attività e un’impresa non sono la stessa cosa. L’attività agromeccanica è individuata dalla normativa nazionale attraverso le lavorazioni e i servizi prestati. L’impresa agromeccanica, invece, è un soggetto economico che organizza mezzi, macchine, lavoro, competenze e investimenti per offrire professionalmente tali servizi a terzi. La differenza non è una costruzione associativa di UNCAI: l’ordinamento italiano distingue già le due realtà.
È particolarmente evidente nel DM 14 dicembre 2001, n. 454, che disciplina il carburante agricolo agevolato: l’agevolazione spetta agli esercenti l’attività agricola per l’esercizio delle attività agricole in conto proprio e, separatamente, alle imprese agromeccaniche che effettuano prestazioni a favore delle imprese agricole.
Questo significa che il nostro ordinamento conosce e riconosce due differenti funzioni economiche: da una parte l’impresa che produce reddito attraverso l’attività agricola; dall’altra l’impresa che fornisce servizi agromeccanici a favore delle imprese agricole. Ed è una distinzione che deve essere preservata.
“Un’impresa agricola può certamente svolgere lavorazioni anche per conto terzi nei limiti consentiti dalla normativa – osserva il presidente UNCAI Aproniano Tassinari – ma questo non significa che debba essere automaticamente identificata come impresa agromeccanica. E vale anche il contrario: un’impresa agromeccanica che possiede o conduce terreni e vi svolge direttamente attività agricola non diventa per questo automaticamente un’impresa agricola per tutte le sue attività. Può avere una propria attività agricola e, contemporaneamente, esercitare professionalmente l’attività agromeccanica per conto terzi. Le due realtà economiche restano distinguibili e devono essere riconosciute come tali”.
La stessa disciplina delle agevolazioni ne è una dimostrazione concreta. Un’impresa agromeccanica che svolga anche direttamente attività agricola può accedere, ricorrendone i presupposti, agli strumenti previsti per l’attività agricola in relazione alla propria attività agricola, ma non acquisisce per questo la qualifica di impresa agricola per l’attività agromeccanica svolta per conto terzi. Al contrario, quando l’ordinamento individua una misura destinata alle imprese agricole in quanto tali, l’impresa agromeccanica non vi rientra automaticamente come impresa agromeccanica.
È quanto avvenuto anche con il recente credito d’imposta per l’acquisto di gasolio e benzina previsto nel 2026: la norma ha destinato il beneficio alle “imprese agricole”, per il carburante utilizzato nell’esercizio delle attività agricole in conto proprio. L’impresa agromeccanica non è stata inclusa tra i beneficiari in quanto tale.
“È una distinzione che qualche volta si tende a dimenticare quando si discute di rappresentanza del comparto – prosegue Tassinari – ma che riemerge immediatamente quando si applicano le norme. Se impresa agricola e impresa agromeccanica fossero davvero la stessa cosa, non sarebbe necessario distinguerle ogni volta che lo Stato attribuisce diritti, agevolazioni, obblighi o responsabilità“.
Per UNCAI, quindi, il nodo dell’Albo marchigiano non è quello dell’inclusione, ma quello della identificazione. Essere inclusivi non significa necessariamente essere giusti. Un elenco che comprenda il maggior numero possibile di soggetti può risultare inclusivo, ma non per questo è capace di identificare una categoria economica.
“Una categoria professionale ed economica – sottolinea Tassinari – ha bisogno di confini chiari. L’impresa agromeccanica non deve essere definita soltanto da ciò che fa, ma anche da come opera sul mercato: autonomia organizzativa, orientamento alla clientela agricola, investimenti in macchine e tecnologie, strutture e competenze professionali, nonché un criterio di prevalenza economica dell’attività agromeccanica. Questo non significa dire che l’impresa agromeccanica debba essere necessariamente artigiana, né imporre una determinata forma societaria. Significa darle una identità imprenditoriale riconoscibile”.
È questa la differenza tra un albo delle imprese che svolgono attività agromeccanica e un vero Albo delle imprese agromeccaniche. Il primo registra una condizione operativa: svolgere determinate lavorazioni. Il secondo dovrebbe identificare un soggetto economico: l’impresa che esercita professionalmente l’attività agromeccanica come propria funzione imprenditoriale.
La legge regionale Marche contiene certamente elementi utili, come l’individuazione delle prestazioni effettuate a favore di terzi, i requisiti relativi alle macchine, al contratto collettivo, alla sede, alla regolarità previdenziale e alla disciplina antimafia. Ma, nella valutazione di UNCAI, non compie fino in fondo il passo necessario per separare l’identità dell’impresa agromeccanica da quella dell’impresa agricola che svolga anche attività agromeccanica, un passo che, essendo di natura definitoria, richiede ora un intervento legislativo e non solo attuativo.
L’organizzazione ricorda che Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte hanno rappresentato esperienze territoriali attraverso le quali è stato possibile avviare una riflessione sull’identificazione delle imprese agromeccaniche. L’obiettivo, per UNCAI, non è moltiplicare gli albi regionali, ma utilizzare queste esperienze per arrivare finalmente a un riconoscimento nazionale omogeneo della categoria.
“Da anni si parla di Albo nazionale delle imprese agromeccaniche – afferma Tassinari –. È proprio per questo che dispiace vedere la parola ‘Albo’ utilizzata per uno strumento che rischia di non risolvere il problema dell’identità della categoria. L’Albo non può essere il punto di arrivo se alla fine non consente di sapere con chiarezza chi è un’impresa agromeccanica“. Ed è quanto accaduto nelle Marche.
UNCAI ritiene che, proprio perché si trattava di una scelta destinata a incidere sull’identificazione della categoria, sarebbe stato utile un confronto più ampio con tutte le rappresentanze degli imprenditori agromeccanici, compresa UNCAI — e resta disponibile, sin d’ora, a un confronto tecnico con la Regione Marche in vista di un futuro intervento legislativo che introduca i criteri di prevalenza economica e di orientamento alla clientela agricola già proposti a livello nazionale.
“Abbiamo parlato con diversi imprenditori marchigiani – conclude Tassinari – e sappiamo che esiste nella regione un tessuto di imprese che ha caratteristiche, organizzazione e mercato del tutto coerenti con ciò che dovrebbe essere una impresa agromeccanica. Questi imprenditori non chiedono di essere confusi con altri soggetti. Chiedono semplicemente che venga riconosciuto ciò che sono”.
Per UNCAI, dunque, il compiacimento espresso da una singola associazione non può essere automaticamente presentato come il compiacimento dell’intera categoria, tanto più se questa ha una base composta da numerosi agricoltori. La categoria avrà motivo di compiacersi quando avrà ottenuto ciò che attende da anni: un riconoscimento normativo chiaro, nazionale e non ambiguo dell’impresa agromeccanica come soggetto distinto dall’impresa agricola.
“Non contestiamo il valore delle imprese agromeccaniche nelle Marche e non contestiamo l’esigenza di qualificarle. Contestiamo l’idea che per qualificare una categoria sia sufficiente includere soggetti diversi sotto la stessa definizione. Agricoltura e agromeccanica sono complementari, ma non sono la stessa cosa. La filiera ha bisogno di entrambe; proprio per questo deve saperle distinguere“.
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