Sei un uomo che deve governare il suo destino. Ma questo non puoi governarlo. (Calipso – Charlize Theron)
A distanza di tre anni da Oppenheimer (2023), Christopher Nolan ci porta nell’opera di Omero con una pellicola mastodontica e lunghissima, divisa in tre fasi narrative. Se la prima racconta la crescita delle tensioni in una Itaca dove le speranze di un ritorno di Ulisse sono ormai quasi estinte, la seconda, con il racconto del suo vagabondaggio marittimo dopo la presa di Troia, si compone di rappresentazioni della sua memoria dopo anni lontano da casa, dove la narrazione inizialmente frammentata a poco a poco si completa, e dove lo sforzo di ricordare i momenti più dolorosi impone che questi arrivino solo verso la fine del viaggio, tanto esteriore quanto interiore.
Quello di Ulisse, infatti, è il più letterale “viaggio dell’eroe”, su cui è impossibile non vedere un filo conduttore con quanto già espresso da Nolan con Oppenheimer, un uomo schiacciato dal peso delle proprie scelte, incapace di separare il successo dell’impresa dalla distruzione che aveva contribuito a generare, e il regista ne fa ereditare ad Ulisse la stessa condanna morale: non è l’eroe che pensava di essere, che fatica a tornare a casa non tanto perché il mare glielo impedisce, ma perché è lui stesso a non sentirsi più degno del calore del suo focolare. Per vincere la guerra di Troia si è trasformato consapevolmente in un usurpatore di vite e di tradizioni e il suo lungo errare diventa un espediente per ottenere il tempo necessario per accettare questa parte della sua natura. Solo quando sarà disposto a guardare in faccia il dolore provocato agli altri, soprattutto alle famiglie a cui appartengono le vite spezzate per le sue scelte, ammettendo quanto in realtà non sia un uomo forgiato di sole virtù, potrà davvero tornare ad essere il re di Itaca.
Questa parte centrale, purtroppo, soffre di alti e bassi, non tanto perché sia noiosa o non coinvolgente (la pellicola dura quasi tre ore, ma ha un ottimo ritmo e non si è mai tentati di spiare l’orologio), ma a causa della necessità di spezzettare troppo spesso il racconto in episodi, ricordati da Ulisse tra una conversazione e l’altra con Calipso, con la quale egli sta passando anni annebbiato dalla leggerezza e spensieratezza regalati dal mangiare i fiori di loto da lei offerti. L’essere un insieme di flash e memorie che compongono man mano il periodo tra Troia e il naufragio sull’isola di Ogigia impediscono di approfondire tali episodi, anche se permettono delle ellissi evidentemente necessarie per non allungare ulteriormente l’opera. Di conseguenza, di fatto gli eventi in tempo reale sono quelli su Ogigia, Sparta e Itaca, mentre in tutti gli altri casi l’Ulisse a schermo è quasi sempre all’interno di un ricordo.
In ogni caso, è la terza fase quella più riuscita, perché svela tutta la parte più emotiva che finalmente ha la libertà di emergere: l’amore e al contempo la frustrazione di Penelope, il legame di Ulisse con la sua gente, con la sua famiglia, il riconoscimento di Argo, l’importanza di Telemaco di essere riconosciuto come degno erede e quindi tutti gli elementi in cui più si crea empatia con i personaggi affiora alla fine ed effettivamente si può dire che Nolan qui ha saputo tornare alla potenza dei finali, che fino a Interstellar (2014) erano stati una costante della sua filmografia, dove la componente emotiva emergeva con forza, mentre i suoi lavori più recenti si erano dedicati più a parlare alla testa che alla pancia, e probabilmente parte del merito questa volta è anche di una materia prima così nota e universale.
Inoltre, la divisione in atti così netta si porta dietro anche il particolare approccio di Nolan col tempo, ovvero le diverse modalità di contestualizzazione temporale degli eventi, in questo caso divisi tra “presente” e “ricordi”. Nonostante questi elementi, tuttavia, si percepisce poco la mano di Nolan nella regia, un po’ anonima e senza picchi, forse un po’ vittima del peso universale della storia da narrare, che non rende giustizia al fatto di essere il suo primo film completamente girato in IMAX. Le scene di combattimento a loro volta soffrono ancora della mancanza di una vera coreografia, per cui si percepisce che, come in altre occasioni, non c’era l’ambizione di puntare neanche questa volta su questo fronte.
Il cast, invece, è piuttosto riuscito, dimostrando l’inutilità delle polemiche che erano emerse online e quanto viviamo in un mondo in cui anche la voce di corridoio meno fondata, se si porta dietro la possibilità di creare engagement grazie al suo potenziale potere polemico, viene issata a verità e cavalcata da chi è consapevole che quando la realtà la renderà inappropriata, ormai si sarà ottenuto il proprio scopo. Gli attori che erano stati messi più in dubbio hanno quindi la loro ragion d’essere ed esiste il contesto giusto per tutti loro, e bisogna dare atto a Nolan di aver avuto grande fiducia nel proprio lavoro, senza dar peso alle preventive sentenze di questa parte di audience.
Infine, va fatta una menzione della più recente iterazione di Ulisse, in Itaca. Il Ritorno (2025), dove Ralph Fiennes lo interpreta in un modo probabilmente migliore, dando vita ad un uomo combattuto, con occhi più profondi, e un dolore più sommesso e allo stesso tempo più struggente; tuttavia, anche Matt Damon fa un buon lavoro e sicuramente, sottoposto all’esigenza di presentare il protagonista in un arco temporale più lungo e completo, ha dovuto gestire anche la necessità di coniugare rappresentazioni distanti vent’anni l’una dall’altra.
Quale che sia la versione che si preferirà, è importante che questi grandi racconti epici continuino ad avere nuove e diverse interpretazioni, perché solo la varietà ci permette di osservare da più punti di vista le storie che rappresentano degli archetipi fondamentali della cultura occidentale in generale, che raccontano dilemmi e contraddizioni alla base dell’umanità della sua storia.
Odissea
Regia: Christopher Nolan
Attori: Matt Damon, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Tom Holland, Charlize Theron, Zendaya, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal, John Leguizamo, Elliot Page, Benny Safdie
Durata: 172 minuti
Uscita: 16 luglio 2026
]]>A volte per ritrovare qualcuno bisogna attraversare il buio dentro di se
(Eura, Giulia Maenza)
La musica non salva, ma illumina ciò che perdiamo (Orfeo, Luca Vergoni)
Sorprendente esordio di Virgilio Villoresi, che trasforma la materia del mito e la modernità di Buzzati in un film che sembra respirare come un sogno fatto a mano. Orfeo è un`opera visionaria che unisce recitazione dal vivo, animazione e un’estetica artigianale.
Il protagonista è Orfeo (Luca Vergoni), un pianista introverso che passa le sue giornate fissato da una villa in rovina che domina la vista dalla sua finestra. Una notte nel cabaret Polypus, conosce Eura (Giulia Maenza), una danzatrice enigmatica. Tra i due nasce un legame intenso e velato di malinconia. Ma la giovane custodisce un mistero e, all’improvviso, svanisce. Orfeo la scorge mentre entra in una minuscola porta in via Saterna e decide di seguirla. Oltre quella soglia si apre un mondo ultraterreno, sospeso e visionario, popolato da figure simboliche, soldati scheletrici, creature metà donne e metà serpente, il Mago dei Boschi, l`Uomo Verde. In questo spazio surreale, Orfeo è costretto a confrontarsi con la perdita, la memoria e il desiderio, in un percorso che è insieme mitologico e profondamente interiore.
Un aspetto fondamentale del film è il profondo rapporto del regista con Dino Buzzati e, in particolare con Poema a Fumetti (1969), opera considerata da molti come la prima graphic novel italiana. Villoresi non si limita a riportare sullo schermo ciò che Buzzati aveva creato, ma rielabora quel mondo, lo rianima e lo trasforma, pur conservando la Milano malinconica e il continuo dialogo tra vita e morte che caratterizzano l’opera originale. Buzzati, da parte sua, era già attratto dal mito di Orfeo ed Euridice, che aveva reinterpretato in modo contemporaneo, con un’ atmosfera lirica, sospesa e carica di sfumature crepuscolari. Il regista racconta di aver provato una sorta di rivelazione leggendo Poema a Fumetti, come se quelle pagine gli avessero aperto uno spiraglio interiore, permettendogli di riconoscere una sensibilità e un immaginario molto vicini al proprio. Anche sul piano visivo il film rende omaggio allo spirito di Buzzati, le scenografie, i piccoli set costruiti artigianalmente e l’uso di tecniche manuali richiamano non tanto l’aspetto letterale del suo fumetto, quanto la sua atmosfera poetica e immaginifica. Non a caso la casa di produzione porta il nome di Fantasmagoria, un termine che richiama immediatamente l’abilità buzzatiana di creare mondi bizzarri, misteriosi e pieni di incanto inquieto.
In definitiva Buzzati non è solo una fonte di ispirazione ma è una presenza che permea il film in profondità, quasi una guida invisibile che ne orienta lo sguardo e l’estetica. La colonna sonora porta la firma di Angelo Trabace, e nel film non svolge un ruolo accessorio, ma è una componente narrativa vera e propria. Più che accompagnare le immagini, la musica suggerisce stati d’animo, fa emergere ricordi, silenzi e mancanze. Le linee di pianoforte diventano cuore emotivo della storia. La scelta di questo strumento non è casuale, riflette l’identità di Orfeo come musicista e diventa un ponte simbolico tra il mondo reale e la dimensione ultraterrena in cui il protagonista si avventura. Inoltre, l’intero impianto sonoro segue la filosofia estetica del film, niente effetti digitali invadenti ma un flusso musicale morbido che sembra provenire dall’interiorità stessa del personaggio, come un’eco dei suoi sentimenti profondi. I costumi del film, realizzati da Sara Costantini, giocano un ruolo essenziale nel definire l’atmosfera sospesa che attraversa l’intera opera. Non sono semplici abiti di scena ma sembrano quasi annunci o abiti simbolici, capaci di definire il confine tra il reale e l’onirico. La cura è minuziosa, nulla è accessorio, come se l’abito fosse una seconda pelle dell’animo. Nel Teatro Polypus, gli abiti sembrano usciti da un sogno Art Nouveau, con le sue vetrate, i lampadari e gli arredi che evocano la raffinatezza delle arti figurative del primo Novecento. L`abbigliamento diventa un elemento strutturale dell’immaginario del film. Virgilio Villoresi firma con Orfeo il suo primo film di lunga durata, dopo anni dedicati ad un cinema delle immagini pure, spot pubblicitari, videoclip, cortometraggi, fashion film e numerosi lavori sperimentali. Il suo approccio alla regia nasce da una convinzione profonda che il cinema deve essere costruito con le mani, come un oggetto fragile e prezioso. Per questo motivo sceglie la pellicola 16 mm, scenografie realizzate artigianalmente, miniature, animazioni in stop-motion e trucchi ottenuti direttamente sul set, come l’uso di vetri inclinati per generare apparizioni e presenze fantasmatiche. L’insistenza sull’artigianalità diventa una presa di distanza consapevole dal dilagare dell`immagine digitale e dai suoi automatismi, una sorta di resistenza creativa che riafferma il valore del gesto manuale e dell’immagine materica.
Il film ha un aspetto visivo originale e molto artistico. Unisce mito Buzzati e la visione del regista in una storia emotiva che comunica più con le immagini che con la trama. Luca Vergoni offre un Orfeo delicato ma intenso che diventa un alter ego dello spettatore, Giulia Maenza una Eura enigmatica e Vinicio Marchioni dà all’uomo verde un forte valore simbolico. Non è certamente un film per tutti. L’opera ha un andamento meditativo che però può non convincere chi preferisce storie più lineari. La sua narrazione è più evocata che raccontata con molti elementi simbolici e lo stile artigianale potrebbe risultare poco immediato al grande pubblico. Orfeo di Virgilio Villoresi è tra le opere più originali dell’anno. Non una semplice rilettura del mito di Buzzati, ma una reinterpretazione poetica che attraversa sogno, ricordo e perdita. Con un’estetica artigianale, una musica sottile e costumi dal sapore ultraterreno, il film crea un universo visivo che appare insieme nuovo e sorprendentemente vicino. Ideale per chi ama un cinema artistico e contemplativo, offre un`esperienza intensa e fuori dagli schemi.
Orfeo
Regia: Virgilio Villoresi
Attori: Luca Vergoni, Giulia Maenza, Aomi Muyock, Vinicio Marchioni, Ettore Altieri, Emanuela Andorno, Paolo Belletrutti, Alessandra Breviario, Llewis Busignani, Antonio Calafati, Daniele Cereghini, Olivia Chiaramello, Martina Cozzi, Giulia Cutrera, Barbara De Bortoli, Giulia Gonella, Alba Claudia Laudisio, Andrea Lavagnino
Durata: 74 minuti
Uscita: 20 novembre 2025
]]>Se ci sono alieni che ascoltano, per favore venite a prendermi. Okay, ciao, vi amo.
(Elio)
Nel nuovo film d’animazione dei Pixar Animation Studios, intitolato semplicemente Elio, ci troviamo di fronte a un’opera che tenta di coniugare l’epica spaziale con il dramma intimo di un’infanzia segnata dalla perdita. Il protagonista è Elio, un bambino a disagio, orfano e profondamente introverso, che vive con il peso di un senso di colpa paralizzante. Il ragazzino ritiene infatti di essere la causa del rallentamento della carriera di sua zia Olga, Maggiore dell’Air Force e figura di riferimento della sua vita. Olga aveva pianificato di partecipare a un prestigioso programma spaziale, un sogno coltivato per anni, ma ha dovuto cambiare radicalmente i suoi piani quando il nipote è andato a vivere con lei dopo la tragica morte dei genitori.
Questo incipit stabilisce immediatamente il tono emotivo della pellicola: Elio è convinto che la zia non lo ami davvero, o che perlomeno lo veda come un ostacolo alla propria realizzazione professionale. Questa percezione di “essere di troppo” spinge il bambino a rifugiarsi nel sogno di una vita altrove, lontano dalle incomprensioni terrestri.
Spinto dal desiderio di evasione, Elio arriva a costruire un sofisticato sistema radio artigianale per captare segnali dallo Spazio profondo, fino a mandare messaggi diretti agli alieni con una richiesta tanto bizzarra quanto disperata: essere rapito. Contro ogni aspettativa, il suo segnale viene intercettato e il bambino riesce a raggiungere davvero un’astronave titanica che trasporta il Comuniverso, un’organizzazione interplanetaria che funge da sorta di Nazioni Unite galattiche, con rappresentanti provenienti da galassie lontanissime.
A causa di un colossale malinteso tecnologico e linguistico, gli alieni credono che Elio sia un potente e saggio ambasciatore della Terra. Il bambino, pur di non tornare a una realtà dove si sente indesiderato, decide di alimentare la menzogna, accettando il ruolo di rappresentante dell’umanità. Tuttavia, la sua permanenza nel Comuniverso non sarà una vacanza: Elio dovrà confrontarsi con lo spietato Lord Grigon, un antagonista che vuole conquistare l’assemblea e sottometterla al suo dominio autoritario.
Uno dei punti di forza del film risiede nel rapporto tra Elio e Glordon, il figlio del temibile guerriero alieno. I due scoprono di essere speculari: entrambi soffrono di una cronica carenza di affetto e hanno enormi difficoltà a esprimere i propri desideri in un mondo che li vorrebbe diversi da come sono.
Il momento in cui il piccolo alieno elenca i nomi con cui lo chiama solitamente il padre è sottile e in perfetto equilibrio tra divertimento ed emozione. Sentire termini come “problema” o “errore” usati come epiteti affettivi fa riflettere profondamente sull’impatto del linguaggio e sulla percezione che ne hanno i più piccoli. La Pixar qui torna ai suoi temi classici: la costruzione dell’autostima attraverso lo sguardo degli adulti e il trauma di non sentirsi all’altezza delle aspettative genitoriali.
Mentre Elio esplora le meraviglie e i pericoli del Comuniverso, sulla Terra la narrazione segue una traccia parallela inquietante e affascinante: per non destare sospetti, è stato inviato un clone di Elio. La zia Olga, però, non si lascia ingannare facilmente. La sua diffidenza cresce quando si ritrova davanti un bambino “troppo” ubbidiente, silenzioso e disponibile rispetto al nipote reale, complesso e turbolento, che conosceva.
Questo espediente narrativo permette al film di esplorare il tema dell’identità: cosa ci rende noi stessi? Sono i nostri difetti e le nostre resistenze a definirci più delle nostre virtù? Il disagio esistenziale del singolo ragazzino diventa così una metafora di una ricerca collettiva dell’umanità, sempre a caccia di risposte sui misteri dell’Universo e sull’ipotesi di una vita diversa e migliore rispetto al pianeta Terra.
Elio si inserisce in un solco cinematografico densamente popolato. I temi del contatto tra umani e alieni esplorano territori già battuti da classici come Lilo & Stitch (2002) per il tema della famiglia “disfunzionale” e E.T. l’Extraterrestre (1982) per lo stupore dell’incontro. Il riferimento ai cloni che si confondono con gli umani è un omaggio dichiarato alla fantascienza paranoica de L’Invasione degli Ultracorpi (1956). Riferimenti dichiarati dalla stessa produzione.
Il rapporto con una realtà alternativa ritenuta superiore o dove il protagonista può finalmente avere un ruolo eroico richiama inevitabilmente La Storia Infinita (1984) e Il Mago di Oz (1939). In ambito Pixar, la parentesi del clone richiama la malinconia dell’abbandono tipica dell’orsetto Lotso in Toy Story 3 (2010), mentre le dinamiche di amicizia tra mondi diversi seguono il sentiero tracciato da Luca (2021).
Dal punto di vista visivo, il film è una gioia per gli occhi. Il design del Comuniverso è fantasioso e vibrante, allontanandosi dalle estetiche sci-fi stereotipate per abbracciare forme organiche e colori pastello. Una nota di merito va all’edizione italiana: è piacevole ritrovare la pratica di avere scritte in italiano direttamente integrate nelle scene (cartelli, monitor, scritte sui muri), un omaggio agli adattamenti storici dei classici Disney che aumenta l’immersione dei piccoli spettatori.
In definitiva, Elio è un film gradevole e curato, capace di regalare momenti di autentica commozione. Tuttavia, a tratti risulta prevedibile e sembra mancare di quel respiro universale e dirompente che ha caratterizzato i capolavori Pixar fino a Coco (2017). Sebbene sia lontano dall’originalità radicale di opere come Inside Out o Wall-E, rimane un racconto necessario sulla necessità di essere visti e ascoltati, confermando che, anche a milioni di anni luce da casa, il mistero più grande da risolvere rimane sempre quello del cuore umano.

Elio
Regia: Adrian Molina, Madeline Sharafian, Domee Shi
Voci: Yonas Kibreab, Zoe Saldaña, Remy Edgerly, Brandon Moon, Brad Garrett, Jameela Jamil, Young Dylan, Jake Getman, Matthias Schweighöfer
Durata: 98 minuti
Uscita: 18 giugno 2025
]]>Che cosa dirà la gente quando vedrà che sono tornato da solo… che ho condotto i loro uomini alla morte? (Odisseo – Ralph Fiennes)
Dopo lo splendido Nowhere Special – Una storia d’amore (2020), capace di emozionare in modo delicato con il suo struggente inno alla perseveranza nella ricerca della gentilezza, ritroviamo Uberto Pasolini a dirigere un’opera ancora una volta introspettiva, che carica il protagonista, non più solo figura paterna, ma anche marito e re, di un fardello costruito con sensi di colpa e responsabilità, che ne annebbiano l’antico splendore e carisma.
Ralph Fiennes nei panni di Odisseo è un uomo trasformato, gli occhi persi nel vuoto, distrutti da una battaglia senza veri vincitori e da un ritorno a casa traumatico e quasi temuto: un uomo incatenato dai rimorsi, troppo grandi per tornare a mostrarsi agli occhi di un popolo al quale non potrà che dare brutte notizie. Il suo ritorno è una corsa ad ostacoli volontaria, forse peggio dell’esilio: sente ormai la guerra entratagli sottopelle, diventando impossibile pensare di tornare come prima. I suoi occhi parlano chiaro, ma non le sue parole: solo in un’occasione rivela i suoi pensieri, chiamando “fortunati” coloro che sono morti, non quelli che sono sopravvissuti. Il tempo gli sembra ormai vuoto, ed egli naviga in un costante senso di inadeguatezza, uno stress post traumatico figlio dei danni che la guerra arreca anche ai più virtuosi: l’uomo che predicava nella divina commedia il “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza” è, ormai, l’ombra di se stesso.
Ad Itaca, nel frattempo, Penelope ha il compito di tenere a bada i cittadini pronti a prenderne la mano e, interpretata da Juliette Binoche, agisce da donna sobria e risoluta nella sua cieca e convinta fedeltà verso il disperso marito, rappresentando una fermezza che ben si sposa all’austerità della scenografia, che lascia da parte qualsiasi tentativo di abbellimento od ostentazione. Viene evitata qualsiasi caratterizzazione, tanto che l’opera potrebbe essere ambientata in una generica isola del Mediterraneo: se non per i costumi, i riferimenti al presunto periodo storico sono assenti, così come dei propositi di conferire maestosità ai protagonisti o alla loro dimora. Emerge anzi una grande semplicità della vita e l’idea che questa sia la vera costante: Odisseo, ad esempio, che appaia come mendicante, marito o re, si mostra sempre allo stesso modo; ciò che cambia non è la ricchezza esteriore, ma quella interiore, quando egli dimostra a sé e alla sua famiglia di meritare ancora di farvi parte.
Tutto sull’isola è molto spoglio, crudo e viscerale, dove non c’è spazio per la filosofia e per la ragionevolezza. Il contrasto è, anzi, il vero primo cittadino, dove ogni giorno cresce il fermento dovuto all’estenuante attesa che Penelope decida il prossimo re. Ella, com’è noto, cerca di guadagnare tempo ogni notte facendo e disfacendo una fantomatica tela, e i pretendenti al trono diventano ogni giorno più insistenti, arrivando a dare un ultimatum alla regina, che si rende conto che la loro pazienza è al limite. In tutto ciò, suo figlio Telemaco è ogni giorno più in pericolo, in quanto troppo giovane e impreparato per governare, ma troppo grande per non rappresentare una minaccia futura.
Purtroppo, invece, gli altri personaggi non sono all’altezza del carisma di Fiennes e Binoche; Claudio Santamaria cerca di tenervi testa col suo personaggio, ma soprattutto il gruppo di presunti spasimanti di Penelope si presenta scarno e incapace di creare un contatto emotivo con gli spettatori, diventando semplici pedine di una sceneggiatura con il pilota quasi automatico. Si discosta in parte da questo binario Charlie Plummer, che, come Telemaco, cerca di emergere anche grazie ad incomprensioni quasi edipiche con padre, le cui risoluzioni però risultano accelerate, impedendo loro di maturare quanto avrebbero dovuto.
In maniera simile, soffrono anche le musiche, che, se partono inizialmente molto evocative, si adeguano presto al sobrio profilo del film, dove i dialoghi brevi e l’accumulo di pensieri celati guidano alla sua semplificazione, tornando ad arricchirsi solo nella parte finale.
Ciò che traspare con forza dall’opera è, in ogni caso, l’archetipico dilemma dell’uomo che, per proteggere la sua casa, va a combattere senza sapere che poi tornerà cambiato e incapace di abitarla come prima: il tema della guerra, della sua capacità di attirare l’uomo e di come questa diventi, per alcuni di loro, una prigione travestita da nuova casa si innalza a questione irrisolvibile della vita, e sicuramente lascia più di un pensiero nello spettatore, quindi peccato che manchi la distribuzione di pathos lungo tutta la pellicola e su più personaggi, con un grande divario di fascino tra le scene, dove solo poche si salvano da una tela finale un po’ sbiadita.
Itaca. Il Ritorno
Regia: Uberto Pasolini
Attori: Ralph Fiennes, Juliette Binoche, Charlie Plummer,
Tom Rhys Harries, Marwan Kenzari, Claudio Santamaria
Durata: 116 minuti
Uscita: 30 gennaio 2025
]]>La gente ha bisogno di speranza, Hera… di credere in qualcosa (Olwyn – Lorraine Ashbourne)
Tornare nella Terra di Mezzo 10 anni dopo Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate (2014) crea sensazioni contrastanti: ci si sente un po’ a casa, dopo che la trilogia originale ha sdoganato e fatto innamorare molti di noi di quelle suggestive terre dove onore, ambizione e magia convivono da secoli; ma allo stesso tempo, dopo sei lunghi film e una serie tv in corso, credo si sia giunti ad un limite in cui ulteriore esposizione a storie allacciate ai primi tre capolavori di Peter Jackson si porti dietro un enorme rischio di saturazione, che può essere disinnescato solo con una grande qualità.
La storia segue le gesta di Hera, terzogenita di Helm Mandimartello, re di Rohan, la quale si troverà ben presto in una guerra inaspettata contro il suo amico d’infanzia Wulf, in cerca di vendetta contro Edoras e la stirpe al suo comando. La protagonista ricorda Eowyn, personaggio della trilogia originale, per il suo legame con la casata reale che le impedisce di inseguire il suo desiderio di lottare come un uomo, ma se ne discosta per il suo desiderio di libertà e di non sottostare all’idea che, arrivata ad una certa età, il suo unico destino sia quello di sposarsi, qualunque sia il pretendente.
Purtroppo, però, questo primo esperimento di unione tra il mondo creato da John Ronald Reuel Tolkien e l’animazione giapponese non dà i risultati sperati. I disegni e le animazioni della produzione capitanata dal regista Kenji Kamiyama sono molto validi e spiccano soprattutto per la capacità di conquistare la libertà di movimento che ben si abbraccia agli spazi ampi e maestosi offerti dalle lande di Rohan. La regia, infatti, è molto dinamica, quasi dedicata a trovare soluzioni per rompere le due dimensioni in cui questa tipologia di cinema è fisiologicamente vincolata a muoversi. Soprattutto nella parte iniziale, sono le riprese a 360° a caratterizzare principalmente la pellicola, che a livello di direzione artistica cerca di seguire pedissequamente quanto proposto a suo tempo da Peter Jackson, dimostrando la continuità data dalla partecipazione di parte del cast artistico originale.
A tornare è anche la produttrice Philippa Boyens, che partecipò alla scrittura dei precedenti film e che qui, però, contribuisce alla scrittura di un soggetto troppo scarno e debole, costruito per portare a schermo più set pieces paesaggistici piuttosto che a valorizzare protagonisti e antagonisti e a creare le motivazioni necessarie affinché si generi empatia tra loro e gli spettatori. La sceneggiatura, infatti, non è all’altezza degli altri capitoli, presentando molti dei personaggi con ancor meno dimensioni di quelle con cui si muovono a schermo. Solo uno di loro presenta più di una sfaccettatura, ma i restanti non schiodano dal binario super inflazionato degli eroi senza macchia o dei cattivi senza scrupoli, quasi ridicolmente ottusi, dando vita ad eventi e scene che in certe occasioni si stenta davvero a considerare coerenti con la storia cinematografica in cui il film si inserisce.
Ed è forse questo il suo difetto più grande: volendosi inserire come prequel de La Compagnia dell’Anello (2001), creando l’origin story di un luogo iconico come il Fosso di Helm, non si dimostra in grado di raccogliere il testimone dal punto di vista della profondità dei temi e della loro messa in opera, dando vita ad un prodotto tanto bello esteticamente quanto caratterizzato da un sapore emotivo troppo semplice e insipido.
Il Signore degli Anelli – La guerra dei Rohirrim
Regia: Kenji Kamiyama
Voci: Brian Cox, Gaia Wise, Luke Pasqualino, Lorraine Ashbourne, Laurence Ubong Williams, Miranda Otto
Durata: 134 minuti
Uscita: 1 gennaio 2025
]]>Quando una persona muore, un corvo accompagna la sua anima nella terra dei morti, ma a volte accadono eventi così terribili che l`anima non riesce a riposare.
(Kronos ~ Sami Bouajila)
Spesso capita che i film figli di una lunga lavorazione arrivino alla pubblicazione con qualche problema, e se a questo si somma il desiderio di voler riproporre tramite remake una storia già precedentemente assimilata, amata e diventata un cult nella cultura pop come Il Corvo (1994), la risposta del pubblico per essere positiva deve avere a che fare con un prodotto di un’eccellenza superiore alla media. Purtroppo, però, non è questo il caso, perché la pellicola non è l’eccezione che conferma la regola, ma il classico esempio di una proposta quanto più “normale”, che poco o nulla ha di valido da aggiungere o rivoluzionare rispetto all’opera originale. La debolezza di questo remake è alla fine tutta qui, nelle sue scarsissime forze, carisma e capacità di creare e trasmettere pathos agli spettatori.
Uno dei principali problemi è il casting (o meglio, la sua direzione): per quanto Bill Skarsgård si impegna e cerca di essere credibile nella parte di Eric Draven del compianto Brandon Lee, qui in una versione modernizzata e tardo-adolescenziale, è l`accoppiamento con Tahliah Barnett (nei panni di Shelly) che non funziona, in quanto la cantante non possiede carisma sufficiente e non riesce a trasmettere l’intensità di una personalità tanto forte da poter rendere la loro breve storia d’amore così profonda da innescare il resto degli eventi. Infatti, l’evoluzione del loro rapporto è fin troppo rapido e non riesce ad assumere una gravitas tale da poter assumere i contorni di un legame così indissolubile da rendere credibile l’assunzione del protagonista a speciale missionario dell’aldilà incaricato di contrastare gli emissari del “male” che rappresentano gli antagonisti della storia, capitanati da Danny Huston, una sorta di demone umanoide che ha ottenuto il permesso di rimanere libero di muoversi nel mondo dei vivi in cambio della spedizione all’inferno di anime innocenti al suo posto. Inoltre, i comprimari sono un puro contorno, senza nessuna pretesa di avere proprie intenzioni o pregressi per giustificare la loro ragion d’essere, che risulta limitata al solo scopo di portare il protagonista ad essere sufficientemente equipaggiato da poter sconfiggere il carnefice della sua felicità. Quindi, per quanto la prova di Bill Skarsgård sia buona, è la direzione artistica qui intrapresa a non fargli giustizia: aver immaginato un Corvo ispirato allo sfortunato Joker di Jared Leto in Suicide Squad (2016), che già dimostrò il disinteresse del pubblico verso trasformazioni di questo genere di personaggi molto iconici, risulta molto difficile da comprendere.
Per quanto riguarda l’evoluzione della trama in sé, la linearità è padrona e non ci sono picchi né a livello di fotografia, né a livello registico, per non parlare della scelta di girare il podotto tra Praga e Monaco di Baviera per poi lavorare in post-produzione per far credere di trovarsi a New York, creando di fatto un’ambientazione fittizia, succedaneo della realtà, che anonimizza ulteriormente l’opera. L’ultima nota di demerito, infine, va alle musiche, in certi casi così idiosincratiche rispetto alle immagini da mettere a dura prova la già in bilico sospensione dell’incredulità. A salvarsi sono la scena di combattimento all’interno di un SUV e la parte a teatro preparatoria allo scontro finale, dove emerge il tentativo di legarsi al filone degli action moderni, come la saga di John Wick (2014-2023) e Io Sono Nessuno (2021), per trasmettere la ferocia e la propensione alla violenza acquisite dal protagonista nella seconda metà della pellicola. Mediocre.
Il Corvo 2024
Regia: Rupert Sanders
Voci: Bill Skarsgård, FKA twigs, Danny Huston, Josette Simon, Laura Birn, Sami Bouajila, Karel Dobrý, Jordan Bolger, Sebastian Orozco, David Bowles, Trigga, Samba Goldin, Isabella Wei, Jordan Haj, Dukagjin Podrimaj, Darija Pavlovicová, Caolan O’Neill Forde, Janek Gregor, Duy Anh Tran, Solo Uniacke, Brian Caspe, Peter Parker Mensah, Gregory Gudgeon, Bethany Adams, Jakub Strach, Robert James Rich, Vladimír Nezdaril, Beáta Golová, Jim High, Seam Turay, Lada Bocková, Daniel Matousek, Daivd Evropejský, Monika Foris Kvasnicková, Andrea Miltnerova, Paul A Maynard, Leona, Sinead Phelps, Daniel Daevee Szeleszan, Emmanuel Iloegbunam, Paul Dean, Antonin Hausknecht, Baha Chbani, Ahmad Alhadi, Martin Hub, Patrik Surowka, Jan Astl, David Bilek, Matous Brichcin, David Motl, Frantisek Deak, Jan Homolka, Dominik Sourek, Tomás Tobola, Miroslav Lhotka, Petr Prochazka, Ales Putik, Martin Matejcik, Jan Budar, Martin Spur,
Durata: 111 minuti
Uscita: 28 agosto 2024
]]>Certe persone…. Certi mondi… Si attirano come calamite.
(Barry Allen/Flash – Ezra Miller)
Il film The Flash, in uscita nelle sale il 15 giugno 2023, è basato sull’omonimo personaggio dei fumetti DC, e prima pellicola stand alone dedicata al velocista scarlatto. Dopo una produzione travagliata (la pellicola sarebbe dovuta uscire già nel 2016) il film vede la luce nel dicembre del 2019, quando il regista Andy Muschietti, già alla direzione di It (2017) e It 2 (2019), entra alla direzione del progetto sul personaggio DC. Successivamente rallentata a causa dell`esplosione della pandemia Covid-19 e le successive problematiche riguardanti la vita privata del protagonista Ezra Miller.
La trama in soldoni dovrebbe coprire l’arco narrativo Flashpoint, ma con diverse modifiche. Dopo aver ricevuto un avvertimento da Bruce Wayne, il mentore di Barry Allen, quest’ultimo decide di intraprendere un viaggio nel tempo per impedire la morte di sua madre. Questa azione ha conseguenze sconvolgenti, in quanto la linea temporale viene completamente modificata, dando vita a una realtà in cui non esistono individui con poteri soprannaturali e in cui Superman non è mai giunto sulla Terra. Barry, il velocista rosso, si trova quindi nella necessità di chiedere aiuto a un Batman alternativo per liberare Kara Zor-El, una supereroina naufragata, e salvare il mondo dalle minacce del Generale Zod. Solo così potrà fare ritorno alla sua linea temporale originale.
La pellicola porta lo spettatore all’interno di un viaggio emozionante e imprevedibile attraverso questa nuova realtà. Egli assiste ad un mondo in cui i supereroi non esistono e l`unico su cui può fare affidamento è il sé stesso del passato e il Batman di Michael Keaton. È affascinante come il prodotto spinge lo spettatore a riflettere sulle conseguenze delle azioni e sull’importanza delle scelte che si decide di compiere nella propria vita. La sceneggiatura è scritta discretamente, in alcuni punti tiene lo spettatore incollato allo schermo, anche se si vede che è stata rimaneggiata più volte. Sorprendentemente gli attori interpretano magnificamente i propri ruoli, Michael Keaton è calato completamente nel ruolo di Batman dimostrando, ancora una volta, tutto il suo talento. Tuttavia, alcuni fan potrebbero rimanere delusi dal fatto che l’evento Flashpoint si risolve in maniera relativamente differente rispetto alla sua controparte nei fumetti, come già annunciato dallo stesso regista. Ci sono state alcune opportunità mancate per esplorare ulteriormente le implicazioni di questo universo alternativo e i conflitti che ne derivano. Nonostante ciò, questo film è comunque un punto di svolta nell’universo DC poiché svolge la funzione di soft reboot. Le conseguenze dell’evento si estendono ben oltre la singola pellicola, influenzando quello che è il futuro dell’interno franchise, gettando le basi per il futuro. La trama è decisamente varia, ricca d’azione e botte, scene che riprendono la commedia e altre che vanno sul drammatico.
Le note dolenti sono sicuramente i VFX, quando Flash corre alla velocità della luce si vede che i personaggi che si trovano intorno a lui sono ricostruiti in CGI, ma nel complesso risulta accettabile se si pensa alla produzione travagliata che ha sicuramente contribuito a rallentare il tutto.
In conclusione, questo film è sicuramente importante, getta le basi per far conoscere al pubblico il personaggio del velocista scarlatto, offrendo un intrigante sguardo a un universo alternativo ricco di sorprese.
Alla fine è presente una scena post credit.

The Flash
Regia: Andy Muschietti
Attori: Ezra Miller, Sasha Calle, Michael Shannon, Ron Livingston, Maribel Verdù, Kiersey Clemons, Antje Traue, Micheal Keaton, Ben Affleck, Jeremy Irons, Temuera Morrison, Gal Gadot, Nicholas Cage, George Clooney, Christopher Reeve, George Reeves, Helen Slater, Adam West, George Clooney, Jason Momoa, Saoirse-Monica Jackson, Rudy Mancuso, Isabelle Bernardo, Luke Brandon Field, Ian Loh, Eric Tiede, Gabriel Constantin, Ed Wade, Nina Barker-Francis, Sean Rogers, Bastian Antonio Fuentes, Rosie Ede, Andoni Gracia, Oleg Mirochnikov, Luis Miguel Alvarez, Darren j Clarke, Cain Aiden, Judy Blackett, Ben Bradley, Sophie Clifton, Nick Davison, Liam Edwards, Paul Fairlie, Malachi Ferdinand, Stephane Fichet, Oliver Griffin, Eve Harding, Tianyi Kiy, Felicity Lamb, Richie Lawrie, Andy M Milligan, Marvin Montoute, Christopher Moore, Moziah Pinder, Richard Sutar, James Travis
Durata: 2 ore 24 minuti
Uscita: 15 giugno 2023
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Sai quando succede una cosa tremenda e uno dice “Tranquillo, ho visto di peggio”? Beh, quello che ti ho visto fare oggi è il mio “ho visto di peggio”.
(Rebecca – Awkwafina)
Dopo alcuni travagliati anni di lavorazione, trova finalmente la luce (o sarebbe meglio dire “l’oscurità”) la nuova iterazione di quello che doveva essere l`universo cinematografico horror della Universal. L’idea alla base del pellicola, per quanto non innovativa, è attuale e potenzialmente interessante: un ragazzo che combatte con un problema per lui enorme e senza via d’uscita, così come tali sembrano i problemi di chiunque abbia a che fare con persone dall’ego ingombrante, stressante e senza scrupoli. Ci troviamo davanti, quindi, ad una sorta di racconto di formazione in cui imparare ad affrontare il proprio Conte Dracula personale e diventare consapevoli del proprio valore nella società. Questo messaggio edificante, tuttavia, per quanto lasci intravedere l’imprinting di storia dove personaggi o eventi sovrannaturali vengono inseriti in contesti di vita quotidiana, tipico della mano di Robert Kirkman, autore dei fumetti The Walking Dead e Invincible e qui padre del soggetto originale, non ha il giusto respiro e finisce per essere un mero accenno di quello che poteva esprimere.
Passando al protagonista, per quanto Nicholas Hoult si sforzi nell’apparire una figura controversa, come vittima consapevole del male che sta portando al mondo, il suo personaggio è troppo abbozzato per poter creare una connessione empatica (e non viene purtroppo tenuto conto in alcun modo del contrasto tra la sua ingenuità giovanile e la sua età anagrafica, ultracentenaria).
Non hanno avuto sorte migliore né i personaggi secondari, molto stereotipati e piatti, né le scene di movimento, cucite con un montaggio discutibile, che rovina delle coreografie anche discrete che cedono sotto il peso di un lavoro di unione mal composto e mal gestito. Inoltre, le scenografie e gli antagonisti sono fin troppo macchiettistici, incapaci di creare davvero un’atmosfera cupa e opprimente. Infatti, il contesto urbano non è ispirato, in quanto non è altro che una generica città americana senza dettagli, con la classica gang e la classica polizia corrotta: anche a volerci vedere un senso di universalità del messaggio, traspare alla fine la convinzione che la sceneggiatura sia stata scritta con il freno a mano tirato.
D’altra parte, a spiccare è la prova spassosa e sopra le righe del solito Nicolas Cage, che (si) diverte e gioca con il suo ruolo, con l’ambizione di identificarsi in tutte le interpretazioni di Dracula che si sono susseguite negli anni, per ottenere una sintesi di movimenti, atteggiamenti, approcci e desideri di tutti loro. Ne risulta quindi un personaggio “summa”, tanto capace di strappare risate quanto terrore, un connubio che ci si chiede come mai ci sia voluto tanto a vedersi sul grande schermo. Segue questa linea anche il racconto in flashback della relazione con Robert Renfield (il protagonista), che riprende anche le vere scene dello storico film con Bela Lugosi del 1931, sostituendone gli attori.
Appurato, quindi, che il prodotto centri il punto per chi potrebbe trovare interessante passare un’ora e mezza chiedendosi cosa farebbe Nicolas Cage nei panni di Dracula, è un peccato che siano mancati più cura nel montaggio e per il personaggio di Awkwafina, un poliziotto stoico ed eroico che impedisce al pathos di emergere nella relazione con il protagonista.
Renfield
Regia: Chris McKay
Cast: Nicholas Hoult, Nicolas Cage, Awkwafina, Ben Schwartz, Shohreh Aghdashloo, Brandon Scott Jones, Adrian Martinez, Camille Chen, Bess Rous, Jenna Kanell, Danya LaBelle, Rhonda Johnson Dents, Christopher Matthew Cook, Michael P. Sullivan, Rosha Washington, James Moses Black, T.C. Matherne, Caroline Williams, Marcus Lewis, Derek Russo, Marvin Ross, Gabriel ‘G-Rod’ Rodriguez, Dave Davis, Keith Brooks, Joshua Mikel, Chloe Adona, Stephen Louis Grush, Christopher Winchester, John Cihangir, Brian Egland, Christopher Clarke, Lena Clark, Brianna Quinn Lewis, Lacey Dover, Shelby Bradley, Stefany Almendinger, Krystal Tomlin, Camden McKinnon, William Ragsdale, Miles Doleac, Lucy Faust, Mike Harkins, Oren Michaeli, Betsy Borrego, Sarah Durn, Anil Bajaj, Susan McPhail, LeConté Banks, Javonte Carney, Jordan Harris, Asiel Hardison, Hannah Hawkins, Tamika Jett, George Lawrence II, Cody E. Olsen, Victoria Pizzo, Maya Taylor, Will Thomas, Michaela Todaro, Raymond Turner, Victoria Walls, Isabel Lacon, Ahmari Vaughn, Natalie Allen, Alain German, Juan Guzman, Nick Drago, Meagan Kong, James Chavarria, Jonathon Hannah, Hugo Perez, Joshua P. Bell, Christian Deshautelle, Meghan Manning, Ahmed Zakzouk, Jose Roberto Areizaga Jr., Dane Bourgeois, Kenneth Kynt Bryan, Richard Chattmon, John Cortes, Geraldine Glenn, Choppy Guillotte, Gretchen Klein, Cynthia LeBlanc, Elton LeBlanc, Jophielle Love, Bridget Malbrough, Lauretta Morrison, Elmo Peoples, Kyler Porche, Taylor Shurte, K Steele, David Storm, Gissette Valentin, Carlton Welch II
Durata: 93 minuti
Uscita: 25 Maggio 2023
]]>“Non sei stanco di fallire? Potremmo morire…”.
“Ci sono cose peggiori della morte”.
Arriva sugli schermi un film sicuramente molto atteso dagli appassionati del famoso gioco di ruolo omonimo, che si affida ad una formula rodata per cercare di farsi apprezzare dal più ampio pubblico possibile. Siamo infatti davanti ad una trama semplice, senza particolari ambizioni narrative: di fatto un classico viaggio dell’eroe (o degli eroi, in questo caso) con un pizzico di romanzo di formazione, che però, a prescindere dalla vostra conoscenza cinematografica, alla fine della visione vi lascerà probabilmente con un sorriso.
Va considerato infatti che la pellicola ha l’arduo compito di includere molti elementi in poco più di due ore, e si può dire che tutto sommato riesce nel suo intento: trasmette l’idea di vastità del mondo in cui viaggiano i personaggi, anche se, comprimendo al minimo i tempi di viaggio, mostra spesso le lande attraversate in carrellate suggestive ma fini a se stesse e una messinscena non sempre a fuoco; fornisce ai personaggi un percorso evolutivo, anche se alcuni sono sacrificati a figure quasi macchiettistiche; presenta una certa varietà di etnie e introduce alle potenzialità magiche di alcuni di esse, senza approfondire come e perché queste si manifestino in certi soggetti.
Dovendo introdurre un universo così noto e ampio, era difficile attendersi di più da un progetto dallo scopo più commerciale che artistico, e l’intreccio narrativo si dipana con il pilota automatico, preferendo spingere sul lato comico piuttosto che ricercare l’epicità in cui forse alcuni fan potevano sperare, anche se, soprattutto dopo la prima metà, alcuni guizzi registici, con l’uso di carrelli e piani sequenza ben congeniati, e un’azione tutto sommato ben girata, portano la tensione ad un giusto grado di spensieratezza, rendendolo un film sì non molto ambizioso, ma comunque in crescita. Se infatti l’inizio molto didascalico (quasi stucchevole) sembra definire un racconto basato sugli stereotipi più classici (non manca, ad esempio, un personaggio deus ex machina con però un minutaggio dosato adeguatamente), con il passare dei minuti lo si identifica come un tentativo di depistaggio da parte dei registi per poi infilare qua e là degli elementi con un più efficace effetto sorpresa.
Tornando sulla parte comica in sé, questa non sempre funziona, e sono più frequenti i casi in cui va a quasi ad interrompere la sospensione dell’incredulità, ma nei momenti in cui è veramente diegetica e funzionale riesce a trovare un suo equilibrio.
Ci sono poi dei rimandi a film che sono inevitabili fonti di ispirazione, come Avengers (2012) e Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello (2001). Peccato, invece, che i nemici, resi fin troppo indefiniti e misteriosi, risultino dei meri bersagli: fornire un contradditorio agli spettatori avrebbe giovato a convincerli maggiormente del perché vadano combattuti.
Direttore: John Francis Daley & Jonathan Goldstein
Cast: Chris Pine, Michelle Rodriguez, Regé-Jean Page, Justice Smith, Sophia Lillis, Hugh Grant, Chloe Coleman, Daisy Head, Kyle Hixon, Spencer Wilding, Will Irvine, Nicholas Blane, Bryan Larkin, Sarah Amankwah, Colin Carnegie, Georgia Landers, Sophia Nell Huntley, Clayton Grover, San Shella, Barry O’Connor, Avril Murphy, Neil Stoddart, Adam Behan, Dan Poole, Natali Servat, Ian Hanmore, Paul Bazely, Kenneth Collard, Jason Wong, Hayley-Marie Axe, Darren Kent, Claude Starling, Richie Wilson, Philip Brodie, Paul Lancaster, Michael Redmond, Daniel Campbell, Bridie Mayfield, Sharon Blynn, Rylan Jackson, Appy Pratt, David Durham, Harriet Barrow, Justice Ritchie, Adrian Christopher, Richard Hall, Jeanne Nicole Ní Áinle, Fionnlagh Allan, Edd Osmond, Niamh McCormack, Anton Simpson-Tidy, Luke Bennett, Moe Sasegbon, Trevor Kaneswaran, Emer McDaid, Seamus O’Hara, Edgar Abram, Tom Morello, R.F. Daley, Jude Hill, Richard Croxford, Rylee Neilly-Large, David Sobolov, Jeff Bottoms, David Stanbra, Matthew Waterson, John Francis Daley, Kim Chapman, Tom Mason Duffy, Mark Epstein, Laura Przybilla, Aidan Rhys, Gordon Tarpley
Durata: 2 ore 14 minuti
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