Quando ho programmato il viaggio in Giappone sapevo che prima o poi sarei arrivato qui.
La scalinata del Santuario Suga.
Per molti è una location di un anime.
Per chi ha amato Your Name è molto di più.
È il luogo dove due persone che si sono cercate per anni si ritrovano quando ormai non ricordano più nemmeno il motivo per cui continuano a cercarsi. Sanno solo che manca qualcosa. O qualcuno.
E forse è per questo che questa foto mi emoziona.
Perché negli ultimi anni anch’io ho passato molto tempo a guardarmi indietro.
A pensare a una persona che ha occupato una parte importante della mia vita.
A chiedermi cosa sarebbe successo se le cose fossero andate diversamente.
A cercare risposte che probabilmente non esistono.
In Your Name il tempo cancella i ricordi.
Cancella i nomi.
Cancella i dettagli.
Ma non cancella ciò che quelle persone hanno lasciato dentro di noi e forse crescere significa proprio questo accettare che alcune persone non sono destinate a restare.ma anche capire che non per questo sono state meno importanti.
Mentre salivo quei gradini ho pensato che per anni il mio obiettivo fosse dimenticare ma oggi credo che fosse l’opposto: ricordare senza soffrire.
Conservare il bello senza restare prigioniero della nostalgia, perché la scalinata di Your Name non parla solo di ritrovarsi secondo me parla anche del coraggio di continuare a vivere fino al giorno in cui sarai pronto a incontrare di nuovo qualcuno.
Magari non la persona che stavi cercando e magari nenache una persona.
Magari una versione nuova di te stesso.
E mentre guardo questa foto mi viene da sorridere.
Perché per la prima volta dopo tanto tempo non sono su quei gradini ad aspettare qualcuno.
Sono semplicemente lì.
Presente.
In pace, guardando la persona che amerò per sempre incondizionatamente e che anche lei ama questa scalinata (per motivi diversi)
Forse, a volte, la domanda più importante non è rivolta a chi abbiamo perso.
Ma a chi stiamo diventando. ❤️
]]>Non puoi scegliere di non soffrire a questo mondo,però puoi scegliere per chi soffrire.
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Io ci sono arrivato tardi, come mi succede con la maggior parte delle cose che riguardano l’amore.
Per anni ho creduto di essere una persona coraggiosa. Avevo costruito cose, preso decisioni, mandato avanti una famiglia. Ma il coraggio vero, quello che ti chiede di guardare in faccia ciò che sei davvero, non ciò che mostri , quello l’avevo sempre rimandato. Con eleganza, devo dire. Quasi senza accorgermene.
La verità è che la paura è bravissima a travestirsi. Si mette il cappotto della prudenza, le scarpe del buonsenso, e cammina al tuo fianco facendoti credere di essere saggezza. Resto perché è giusto così. Resto perché ci sono i figli. Resto perché distruggere tutto sarebbe egoismo. Tutte cose vere, per carità. Ma mescolate, dentro, con qualcosa di meno nobile: la paura delle macerie. La paura del giudizio. La paura, soprattutto, di scoprire chi sei quando togli di mezzo le abitudini che ti definiscono da vent’anni. La paura di far soffrire come hai sofferto tu.
Ho capito una cosa, col tempo: non esistono scelte giuste o sbagliate in assoluto. Esistono scelte fatte per coraggio e scelte fatte per paura. E il bello, si fa per dire, è che dall’esterno sembrano identiche. Puoi restare in un matrimonio per amore o per vigliaccheria. Puoi andartene per libertà o per fuga. Il gesto è lo stesso. La differenza sta tutta nel motivo, e il motivo lo conosci solo tu, in quel posto silenzioso che di notte non riesci a zittire.
C’è una cosa che mi ha colpito, letta da qualche parte: il corpo, quando un muscolo fa male, tende ad assumere una postura sbagliata per ridurre il dolore. Funziona nel breve periodo. Nel lungo, quella postura storta ti distrugge. L’anima funziona uguale. Ci adattiamo, ci aggiustiamo, troviamo equilibri contorti pur di non sentire. E intanto diventiamo un po’ più storti.
Il dolore non si aggira. Si attraversa.
Non lo dico con la leggerezza di chi ha trovato tutte le risposte anzi ne ho trovate pochissime, e quelle poche mi hanno richiesto anni. Lo dico perché smettere di guardarsi indietro, verso quello che poteva essere e non è stato, e cominciare a guardarsi dentro è la cosa più faticosa e più onesta che un essere umano possa fare.
Rimpiangere è comodo. Richiede solo memoria e un po’ di malinconia. Cambiare richiede coraggio. E il coraggio, a differenza della paura, non si traveste da niente. Si riconosce subito, anche perché fa sempre un po’ paura anche lui.
Se sei arrivato fin qui probabilmente sai già di cosa sto parlando. E probabilmente sai già cosa dovresti fare. La parte difficile non è capirlo. È smettere di trovare motivi per non farlo.
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Ci sono partite che fanno male.
Quelle in cui dai tutto, ti prepari, ci credi davvero… e poi il punto finale va dall’altra parte della rete, oppure l’arbitro sbaglia proprio quando non doveva.
Dopo una sconfitta così ti viene da pensare: “se avessi fatto quel muro…” “se non avessi sbagliato quella battuta…” “se mi fossi buttata un secondo prima su quel pallone…” “Se non avesse fischiato”
La maglia sudata, il viaggio in macchina verso casa senza dire una parola.
Adesso brucia. E deve bruciare. Se non bruciasse, vorrebbe dire che non vi importava davvero.
Ma forse le partite più importanti non sono quelle che vinci. Sono quelle che ti fanno entrare nel deserto.
Perché nello sport, come nella vita, arriva sempre un momento in cui scopri che l’impegno non garantisce il risultato. A volte fai tutto giusto e perdi lo stesso. A volte qualcuno decide per te. E lì hai due possibilità: uscire dal campo cercando scuse… oppure attraversare quel deserto e diventare più forte.
I campioni non sono quelli che non perdono mai. Sono quelli che, dopo una sconfitta, tornano ad allenarsi con ancora più fame.
Ogni lacrima dopo una partita persa, ogni silenzio nello spogliatoio, ogni delusione che senti oggi… sta costruendo qualcosa che una vittoria facile non avrebbe mai potuto insegnarti.
Se il deserto deve arrivare, allora attraversalo fino in fondo.
Perché un giorno guarderai indietro e capirai che quella partita, quella sconfitta non ti ha tolto qualcosa.

C’era stata una collisione. Una di quelle convergenze rare in cui due storie emotive si cercano nel buio, si trovano e si incastrano con una precisione che, mentre la vivi, scambi per destino. Solo molto tempo dopo riesci a vedere la struttura nascosta dietro ciò che avevi chiamato magia.
Io portavo dentro una paura antica: l’abbandono: l’abbandono vissuto da piccolo, non sentirsi scelto dai propri genitori e non se n’era mai andata davvero. Era rimasta lì anche nei periodi in cui pensavo di averla superata. Con gli anni, però, quella ferita aveva preso una forma diversa.
Non volevo soltanto essere amato. Avevo sviluppato il bisogno profondo di non lasciare mai nessuno indietro.
I miei figli soprattutto.
Non volevo che conoscessero quella sensazione di vuoto, l’attesa di una presenza che non arriva, il dubbio di non essere abbastanza importanti da essere scelti. Volevo esserci. In modo totale. Con la determinazione di chi aveva conosciuto quel dolore e aveva deciso che non lo avrebbe trasmesso a qualcun altro.
Era come se il bambino ferito avesse costruito un adulto con un compito preciso: impedire che la stessa sofferenza si ripetesse, anche economicamente.
Per questo nelle relazioni non entravo mai con leggerezza. Portavo con me un senso enorme di responsabilità. Sentivo di dover proteggere, sostenere, garantire stabilità emotiva anche quando nessuno me lo chiedeva davvero. Questo ero prima d’incotrare lei.
Lei aveva una ferita diversa dalla mia, ma perfettamente compatibile. Un padre che ti abbandona all’improvviso.
Anche lei viveva dentro la paura dell’abbandono, però dalla prospettiva opposta: aveva bisogno continuo di sentirsi scelta, rassicurata, confermata. Aveva bisogno di sentire che io c’ero davvero. Sempre.
All’inizio quella dinamica ci univa in modo potentissimo.
Più lei aveva paura di perdermi, più io mi sentivo importante. Più io cercavo di rassicurarla, più lei si sentiva vista. Sembrava l’incontro perfetto tra due persone che finalmente trovavano qualcuno capace di capire la loro ferita.
Poi, lentamente, tutto iniziava a ripetersi.
Quando lei si sentiva davvero al sicuro, quel bisogno continuo di conferme diminuiva. Si rilassava. E proprio lì emergeva la parte peggiore di me.
Io avevo bisogno di percepire nell’altro il timore di perdermi. Era il mio modo distorto di sentirmi amato. La tranquillità non mi bastava. La associavo quasi all’assenza di sentimento.
Così iniziavo a creare distanza. Mi chiudevo. Mi allontanavo emotivamente.
Non perché volessi andarmene davvero, ma perché avevo bisogno di vedere una reazione. Volevo sentirmi cercato. Volevo sapere di essere ancora necessario.
Era una domanda continua, anche quando non veniva pronunciata.
Mi ami ancora?
Mi cerchi ancora?
Ti importa davvero di perdermi?
Quando quella tensione tornava, io mi riavvicinavo. Mi sentivo di nuovo al sicuro.
Si era creato un ciclo che si alimentava da solo.
Lei aveva bisogno di rassicurazione e io gliela davo. Quando finalmente si calmava, io iniziavo a sentirmi meno importante. Allora mettevo distanza. Lei tornava ad avere paura di perdermi e quella paura mi faceva sentire di nuovo amato.
Per molto tempo ho creduto che quello fosse amore.
Solo dopo ho capito che partivamo dallo stesso dolore, ma eravamo diventati persone diverse.
Lei era rimasta dentro il bisogno di essere scelta. Io invece avevo costruito sopra quella ferita il ruolo del padre, del protettore, di quello che deve reggere tutto anche quando dentro sta crollando.
A un certo punto il mio bisogno di non ripetere l’abbandono è diventato più forte persino del bisogno di essere amato.
È lì che la nostra storia ha iniziato davvero a finire.
Non per mancanza d’amore. Ma perché dentro di me aveva vinto la parte che non poteva permettersi di distruggere ciò che aveva costruito inseguendo una ferita che continuava a chiedere attenzione.
Ci ho messo anni a smettere di chiamare tutto questo amore.
Molte volte era bisogno.
Altre volte era paura.
Altre ancora controllo travestito da cura.
E credo che anche lei, in modo diverso, facesse lo stesso.
Non eravamo cattivi. Non eravamo irreparabili. Eravamo due persone che non avevano ancora imparato a distinguere l’amore dalla fame emotiva.
La verità è che ci siamo amati davvero.
Ma ci siamo anche usati, senza volerlo. Cercavamo nell’altro una soluzione a qualcosa che esisteva da molto prima del nostro incontro.
Oggi, quando guardo i miei figli, capisco che una parte di me aveva ragione.
Restare era giusto.
Sceglierli era giusto.
Provare a costruire qualcosa di stabile era giusto.
Il bambino ferito dentro di me esiste ancora. Ogni tanto vuole essere rincorso, vuole sentirsi indispensabile, vuole quella tensione emotiva che per anni ho confuso con l’amore.
La differenza è che oggi lo riconosco.
So che le ferite non spariscono davvero. Però puoi imparare a non lasciare che decidano al posto tuo.
Puoi imparare che un amore tranquillo non vale meno soltanto perché non fa male. Puoi restare dentro il silenzio di una relazione serena senza viverlo come una minaccia.
Forse maturare significa proprio questo: smettere di cercare qualcuno che riempia il vuoto e iniziare, finalmente, a prenderti cura di quella parte di te che per anni hai chiesto agli altri di salvare.
Lei e io ci siamo persi dentro la nostra tempesta.
Eppure, nonostante tutto, ci sono ancora parole che ogni tanto mi restano ferme in gola. Pensieri che avrei voluto raccontarti davvero, senza difese, senza orgoglio, senza il bisogno di avere ragione.
Avrei voluto parlarti con la verità calma che arriva solo dopo il dolore. Dirti che ho capito molte cose troppo tardi. Dirti che sotto tutta quella confusione c’era semplicemente un uomo spaventato che cercava amore senza sapere bene come riceverlo.
Ma tra noi ormai esiste qualcosa che non riesco più ad attraversare.
Un muro silenzioso, invalicabile.
E forse crescere significa anche questo: accettare che non tutte le persone che hai amato possono restare abbastanza vicine da ascoltare la persona che sei diventato dopo averle perdute.
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Ci sono poesie che studi, e poi ci sono poesie che ti succedono.
Per me, L’infinito di Giacomo Leopardi è stato entrambe le cose, ma non nello stesso momento.
La prima volta l’ho letto come si leggono tante cose a scuola: cercando di capire, di interpretare, quasi di “risolvere” il testo. La siepe, il colle, gli spazi interminati… tutto chiaro, tutto spiegato. Eppure, a essere onesto, non mi aveva lasciato molto. Era bello, sì. Ma distante.
Poi è tornato. Non perché dovessi studiarlo, ma perché ne avevo bisogno.
Mi ricordo esattamente il contesto: un periodo in cui avevo la testa piena, troppe decisioni, troppi pensieri che giravano senza fermarsi mai. E in mezzo a quel rumore, mi è tornato in mente quel passaggio sul silenzio, sugli spazi che la mente costruisce quando non vede più.
Ed è lì che ho capito una cosa che prima mi era sfuggita: L’infinito non parla dell’infinito. Parla di quando ti fermi.
Quella siepe, che a scuola sembrava solo un elemento del paesaggio, improvvisamente è diventata qualcosa di molto più familiare. È il limite che incontri ogni giorno: quando non riesci a vedere oltre una situazione, quando non hai tutte le risposte, quando sei costretto a rallentare.
E invece di essere un ostacolo, diventa uno spazio. Uno spazio mentale.
Leopardi, in fondo, descrive esattamente quel momento in cui smetti di forzare e inizi a immaginare. Non perché vuoi scappare dalla realtà, ma perché accetti che non tutto è controllabile. E lì succede qualcosa di strano: il pensiero si allarga, respira.
La parte che oggi mi colpisce di più non è nemmeno l’inizio, ma il finale. Quel “naufragare” che da giovane tendevo a leggere come qualcosa di drammatico.
Adesso lo leggo diversamente. È più simile a quando molli la presa. Quando smetti di voler gestire tutto e, per un attimo, ti lasci andare. Non è una sconfitta. È una forma di lucidità.
Se devo essere sincero, non credo più che esista “la miglior poesia” in senso assoluto. Ma credo che L’infinito abbia qualcosa che poche altre hanno: arriva quando sei pronto, come tante cose della vita.
]]>Sapevo che avrei trovato una connessione con questo film. E così è stato.
È una di quelle storie che sembrano parlare a te. E mi viene da pensare: se è stata scritta, diretta, interpretata e sentita da così tante persone, forse non sono così solo. Forse certi passaggi sono molto più comuni di quanto crediamo. E in un certo senso questo mi rincuora.
La storia è quella di due genitori che si amano, che condividono la stessa ferita. Eppure non riescono a restare nello stesso posto del dolore. Lo vivono in modo diverso.
E questo mi riporta alla mia situazione, vivere la perdita di un amore in maniera così diversa… ma allo stesso tempo così uguale.
Perché il dolore non parla una lingua sola. C’è chi resta dentro al ricordo, quasi a custodirlo. Chi invece scappa, perché scappare è l’unico modo per respirare.
E così accade una cosa difficile da accettare: due persone che si amano profondamente iniziano ad allontanarsi proprio mentre soffrono per le stesse cose. Non sempre perché l’amore finisce. Ma perché ognuno trova il suo modo di sopravvivere. E spesso quei modi non si parlano.
Guardandolo, mi sono accorto che qualcosa dentro di me si muoveva. Ma non riuscivo a capire bene cosa.
Non so se mi ha fatto pensare all’amore della mia vita che ho perso. Quello che pensavo sarebbe rimasto. Quello che ha fatto finire tutto il resto.
O a quello arrivato dopo, che per un attimo ho creduto potesse rimettere insieme i pezzi. E invece no.
Non so se mi ha riportato ancora più indietro, a quella sensazione di quando sei piccolo e ti chiedi se sei abbastanza per meritarti l’amore.
Avrei voluto piangere anch’io, per mio padre, per mia madre. Avere quel tipo di rapporto lì. Invece anche lì… il vuoto.
A un certo punto ho pensato: e se fossi stato più bravo? Più coraggioso. Più facile da amare. Più come Hamnet.
Poi mi sono fermato.
Perché la verità è che non so più quale lutto sto guardando. A cosa sto pensando, davvero. So solo che mi sento triste. Vuoto.
Forse mi sono immedesimato nel padre, in quel dolore muto di chi perde qualcosa e non sa più dove mettere tutto quello che sente. Un dolore muto che non sa nemmeno più a chi è rivolto.
Forse sto ancora cercando di dare un nome a perdite diverse che, col tempo, si sono mescolate.
Forse è questo che fanno certe storie, prendono un dolore che pensavi fosse solo tuo e lo mettono davanti a te in una forma diversa, e per un attimo capisci (o ri ticordi?) che quel vuoto che senti non è una cosa sbagliata da aggiustare.
È solo una parte della storia che continuiamo a portare con noi. Che farà parte di me.
Come se, da qualche parte, tutto quello che abbiamo perso continuasse comunque a vivere.
In un ricordo.
In una parola.
In una canzone.
In un profumo.
In un nome.
In un luogo che conosciamo solo noi.
E forse è proprio lì che ogni tanto riusciamo ancora a ritrovarci.
]]>Perché non hai pensato a me?
È la domanda di chi ha amato davvero, di chi ha dato tempo, attenzione e sentimenti… e a un certo punto si accorge che dall’altra parte non c’era lo stesso pensiero.
È il momento in cui si realizza che mentre tu pensavi a qualcuno, magari ogni giorno, quella persona non stava pensando a te.
Certe domande, anche quando fanno male, aiutano a capire quanto valore abbiamo dato a qualcuno.
Ed è forse proprio per questo che questa canzone continua a colpire:
perché dietro quella domanda c’è qualcosa che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato.
Will I find my way home? I’ve crossed this map all alone
Will I find my way home?
I’ve opened all the horizons
We’ve crossed a thousand lands For the price we think it must be worth
Farther than the farthest shining star
There’s still so much more to know
Will I find my way home?
I’ve crossed this map all alone Will I find my way home?
I’ve opened all the horizons
We will find our way home
We’ve crossed this map all over
We will find our way home
We’ve opened all the horizons
We will find our way home
We will find our way home
We will find our way home
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