Dopo alcuni anni dedicati alla ricerca e allo studio sui temi dell’identità, del corpo e della persona, in cui l’artista ha volutamente scelto di allontanarsi dalle sedi espositive, Delfino ci svela le sue opere inedite quasi come se ci aprisse la porta di una vera e propria Wunderkammer in cui protagonisti non sono oggetti recuperati o trovati, ma ritratti di donne, amiche, conoscenti incontrate nella sua vita personale e professionale.
Una camera delle meraviglie intesa in senso filosofico, come tensione, desiderio di conoscenza e stupore ontologico che conduce a sondare il mistero della vita.
Come un antropologo, Delfino ha condotto in questi anni, attraverso l’utilizzo del linguaggio fotografico, da sempre suo mezzo espressivo privilegiato, un’indagine sul rapporto fra le persone e il loro corpo creando una vera e propria catalogazione, quasi scientifica, di immagini che ritraggono l’essenza del soggetto.
Spinto dalla necessità di risolvere l’enigma di quale relazione esista fra una persona e il suo corpo, Delfino esplora l’individuo donna non come entità biologica ma come fusione di persona psicologica e persona biologica riflettendo su quello spazio di riconoscimento sul “tra” inteso come luogo di pensiero su cui fondare e costruire una classificazione volta comprendere l’umanità nella sua interezza. Segretarie, artiste circensi, modelle fetish: tutte presenze, frutto di incontri irripetibili, che svelano all’artista la loro identità più profonda.
Una ricerca condotta sul campo con l’osservazione e il confronto con l’alterità che genera una circolarità ermeneutica fondata sul dialogo, fra osservatore e osservato, fra artista e modella. Un processo relazionale che non ha la pretesa di dare risposte, ma intende porre interrogativi sull’identità individuale e collettiva, offrendo, al contempo, uno spazio di riflessione critica sulla società.
Ritratti femminili concretizzati con l’utilizzo del banco ottico, strumento che permette a Delfino di entrare davvero in una profonda connessione con le sue modelle, quasi a rendere ogni scatto un gesto catartico che vuole favorire la profondità dell’esperienza.
Una scelta tecnica e poetica che oggi assume una valenza quasi politica: la decisione di lavorare in analogico, di scattare con banco ottico, sviluppare e stampare personalmente le proprie immagini. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, del deepfake e della manipolazione digitale illimitata, il gesto di Delfino si configura come un atto di resistenza. È una riaffermazione della realtà, della materia, del tempo.
Ogni fotografia è frutto di una presenza reale, di un incontro irripetibile, di una responsabilità condivisa tra fotografo e soggetto. L’analogico diventa così non solo una scelta formale ma una pratica di verità: un ritorno all’essenziale in una società sovraccarica di immagini senza corpo, di volti senza profondità, di simulacri che non hanno mai avuto un’origine.
Con questa nuova serie, dunque, Delfino prosegue la sua indagine sull’immagine e sull’identità, conducendo lo spettatore al cuore di una visione estetica rigorosa e lucida, in cui ogni elemento – dalla luce al dettaglio epidermico – sembra chiamato a rivelare la vera essenza del soggetto.
Le stampe a contatto su cartoncino baritato trattato al selenio e successivamente virate sepia restituiscono un’impressione materica e senza tempo, accentuando il senso di presenza assoluta dei corpi e dei volti ritratti.
Non si tratta, però, di una semplice restituzione mimetica del reale: l’immagine, nelle opere di Delfino, è sempre epifania, superficie che vela e svela tra trasparenze e dissolvenze, apertura verso un altrove ontologico mai del tutto raggiungibile, ma ineffabile e sfuggente, che respinge e seduce, in costante bilico tra scoperta improvvisa e ignoto eterno.
Di lui Viana Conti dice: “Il grande interesse di Delfino per la fotografia e i procedimenti della camera oscura lo portano sin da ragazzino a volerne approfondire, attraverso i suoi studi di chimica, le diverse possibilità. Già dai primi lavori sceglie di indirizzare la sua ricerca artistica verso la realizzazione di serie fotografiche e non alla sua sintesi attraverso una unica immagine. Non aspira al “momento decisivo” nel senso di Henri Cartier-Bresson ma persegue una rappresentazione quasi cinematografica dello scorrere del tempo attraverso immagini che apparentemente vogliono evocarne la natura inesorabile e che quindi non possono essere riducibili ad un singolo scatto”
Vi invitiamo a entrare nella meravigliosa Wunderkammer di Alessio Delfino vivendo un’esperienza che potremmo quasi considerare come un salto temporale che ci riporta a un’epoca in cui l’umanesimo era al centro dell’interesse culturale e artistico
Christine Enrile
]]>public show days: June 14 – 18, 2017- 12 pm – 8 pm
vip preview: June 12, 2017 (by invitation only)
vernissage: June 13, 2017 (by invitation only)
]]>
Sir Thomas Overbury nel suo poema “A Wife” (1613) scriveva: All the carnal beauty of my wife is but skin-deep (tutta la bellezza carnale di mia moglie non è che superficiale). Ma come affrontare il fascino eterno della carne e il modo in cui viene confuso con le questioni “sottocutanee”, soprattutto per quanto riguarda quella parte del corpo più inafferrabile: l’anima?
Qual è la ragione per cui vogliamo possedere un bel fiore al culmine della sua fioritura, se un giorno andrà a perdere i suoi petali? Inseguiamo ephemeron a nostro rischio e pericolo. Fin dall’antichità abbiamo cercato di abitare un universo alternativo, consegnando e attribuendo alla bellezza superficiale caratteristiche funzionali ad un’idea, come per esempio nel mondo greco e romano in cui la proporzione e l’armonia erano non solo indice di bellezza, ma di bontà e virtù. La kalokagathìa infatti indicava nella cultura greca del V secolo a.C. l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. Cambiati i secoli e cambiati i canoni e le idee di bellezza, non ne sono cambiate le effimere qualità, perché effimeri ne sono i canoni di valutazione.
SKIN DEEP non vuole essere un trattato, un’analisi dettagliata e profonda sull’estetica dei significati attribuiti alla bellezza della carne, in particolare nell’arte, ma proporre l’esplorazione, la pulsione desiderante di sei modalità dello sguardo scaturite da mondi e realtà diverse, che sfiorano i corpi raccontandoci e raccontandosi le loro esperienze e i lori pensieri sul concetto di Bellezza.
]]>30.10 – 27.11.2016
Giocare a carte è cosa che si addice a tutti, pratica che muove con successo gli animi. Consuetudine che consolida o distrugge rapporti sociali e svela i caratteri della commedia umana. E’ territorio eletto di apprendimento dell’astuzia e dell’esercizio della memoria fin dalla più tenera età.
Interrogare le carte, al contrario, non attiene al giocatore in cerca di svago ma è faccenda seria, destinata a quel particolare artigiano che aspiri ad affacciarsi alle soglie del percorso iniziatico. Si gioca a carte per passare il tempo e si gioca a carte per invitare il tempo a non passare.
Un cenno biografico. Quando Alessio Delfino scopre i Tarocchi è poco più che adolescente. Attratto dalla vetrina di un negozio singolare, acquista un volume con le illustrazioni dei trionfi, le carte marsigliesi che corrispondono sostanzialmente agli odierni arcani maggiori. Da quel momento impara a coltivare un rapporto con questi personaggi, un dialogo nella vita e nella fotografia, divenendone tra l’altro un esperto riconosciuto e spesso invitato a tenere conferenze sull’argomento. Perché Tarots? Delfino frequenta Parigi con assiduità, è sposato con una donna francese ed osserva serafico il continente dall’alto della sua doppia nazionalità.
Sebbene, come spiega egli stesso, l’origine di queste figure si possa individuare in Medio Oriente, e abbia avuto dei passaggi fondamentali attraverso il Nord Africa (pista egizia) e la Kabbalah ebraica (22 arcani come le lettere dell’alfabeto e il probabile etimo torah), egli sente e tratta i Tarocchi come francesi, perché è in Francia che le maggiori personalità di questa disciplina si confrontano in modo vivo e stimolante.
Le grandi stampe dei lavori di Delfino destano meraviglia per la scelta dei materiali, delle modelle, delle pose, mentre le messe in scena tendono in qualche modo ad essere tradizionali. Il tutto non viene oscurato dalla tecnica fotografica che è espressione sapiente e che aggiunge una testimonianza circa gli slanci e le tensioni del mezzo tout-court, specchio di generazioni di fotografi e dei loro feticci, dei loro abbandoni. Ama costruire personalmente i suoi set, infonderli di una luce neoclassica e di un approccio pittorico volti a restituire un certo alone di irrealtà. In questo contesto la svelatura dei corpi è una porta diretta sul femminile. La connessione ad un universo circolare che smaschera tutta l’inadeguatezza della linea retta. Un’esortazione a recuperare i favori della circolarità e dell’unione con lo Spirito. L’artista è il Bagatto, prima carta dei tarocchi, il novizio, il mago, il fanciullo della sapienza che accoglie l’iniziazione come carico necessario per appartenere al mondo segreto degli adulti. La capacità di far sbocciare la pillola di futuro che gli alberga dentro è sapienza o divinazione? L’esperienza può essere considerata divinatoria solo in veste di paradosso. E cioè quando si stabilisce l’accettazione dell’arbitrarietà come elemento duttile di conoscenza del Sé. L’esposizione alle figure, che si dotano di senso proprio nello stesso istante in cui si presentano, sono frutto di casualità così impenetrabili da parere talvolta mosse da qualcosa d’altro. In realtà in ogni esistenza coabitano tutte le esistenze possibili, come applicazioni silenti, come falchi, come furetti, come sliding doors momentaneamente incagliate da cui osservare il dentro e il fuori di ogni scena, di ogni scelta. Una scommessa importante che non può fallire. Una schedina del totocalcio segnata esclusivamente di triple. Ecco come la divinazione e l’esperienza sapienziale si ritrovano ad un punto comune. Il velo illusorio sfilato con un’eleganza da copertina, che lascia il seno scoperto alle metamorfosi del possibile. Mete formali a cui tendere, il sapere che passa attraverso il corpo che cambia continuamente.
Fabio Vito Lacertosa
]]>
Rêves
a cura di Viana Conti
Opening sabato 9 aprile 2016 ore 18.00
sarà presente l’artista
10 aprile – 3 giugno 2016
Piazza Invrea 4r – 16123 Genova – Italy +39 0102476642 +39 3356195394 – www.visionquest.it – info@visionquest.it
La VisionQuesT contemporary photography è lieta di presentare la personale di Alessio Delfino “Rêves” (Sogni).
Il grande interesse di Alessio Delfino per la fotografia e i procedimenti della camera oscura lo portano sin da ragazzino a volerne approfondire, attraverso i suoi studi di chimica, le diverse possibilità. Già dai primi lavori sceglie di indirizzare la sua ricerca artistica verso la realizzazione di serie fotografiche e non alla sua sintesi attraverso una unica immagine. Egli non aspira al “momento decisivo” nel senso di Henri Cartier-Bresson, ma persegue una rappresentazione quasi cinematografica dello scorrere del tempo attraverso immagini che apparentemente vogliono evocarne la natura inesorabile e che quindi non possono essere riducibili ad un singolo scatto.
Con grande capacità Delfino sviluppa temi che hanno interessato numerosi artisti e fotografi sin dagli albori della fotografia, dal “pioniere” Muybridge ai cubisti d’avanguardia: l’interpretazione delle immagini, la natura della vita, e, inoltre, le dinamiche e tridimensionalità dello spazio e del tempo all’interno della bidimensionalità della fotografia.
Nelle immagini in mostra lo spazio, il tempo, la realtà e i sogni prendono vita non attraverso la chiarezza del dettaglio ma nelle forme oscure, sfuocate ed indeterminate che sono caratteristiche del sogno, come a voler catturare non la rigidità della realtà ma le sue infinite possibilità. La fotografia non semplicemente come strumento per restituire una realtà ne per sintetizzare immagini del tempo, ma piuttosto come stratificazione di diversi momenti, replicando il movimento incessante della vita per unire il moltiplicarsi del tempo allo spazio attraverso la sovrapposizione di molti scatti.
Catturando un movimento del corpo nel momento in cui cessa di esistere, Delfino fissa il suo sogno su carta cotone, quasi a voler mantenere la forma eterea delle figure che sembrano essere state disegnate con i pastelli o le matite colorate. Le figure si mischiano allo sfondo opaco in sfumature incerte e indefinite al fine di mostrare una realtà fuggevole – o meglio: un sogno destinato a svanire nel momento stesso in cui l’osservatore distoglie lo sguardo.
La ricerca artistica di Delfino mira per cosi’ dire, a rendere la pluralità e la varietà del presente, sottolineata dalla scelta del corpo femminile nudo che serve anche ad evocare un’entità multiforme di natura creativa: una ricerca solo possibile in un luogo incerto, in una dimensione eterea, volubile e onirica.
Dichiarazione di poetica dell’artista
C’è un istante, nella mia giornata, sublime e terrificante, al tempo stesso.
È l’istante in cui il mio universo rimane sospeso in una nuvola, compresso, tra il terrestre e l’etereo, in un tempo atemporale, in un luogo irreale. È il momento del risveglio, in cui la mia dimensione onirica trapassa da esperienza fluida a fusione statica. In questo momento tutto ciò che era stato filmico, sequenziale e narrativo si immobilizza. Accade come se una pellicola che si svolge si schiantasse contro un muro invisibile, dando vita ad un fermo-immagine formato dalla fusione di una summa di fotogrammi. Immagine onirica, inconscia, che appare in un luogo non-luogo, fuori dallo spazio-tempo, ma, paradossalmente, insieme reale e presente.
È qui che vivo la mia percezione del sogno come intimamente legata alla sensazione del ricordo e alla pulsione del desiderio di fermarne l’esperienza in un’immagine.
E qui nasce Rêves. La necessità di dare una rappresentazione ad una dimensione interiore, percepita come immagine astratta e allo stesso tempo emotivamente nitida. Poter fissare l’esperienza onirica e post-onirica, emotivamente estetica, sotto forma di immagine, di non-luogo, di colore non-colore, di movimento immobile è il desiderio che ha innescato la serie Rêves. Attraverso la fotografia, mio linguaggio narrativo, ed il corpo umano, mio strumento espressivo, Rêves ricrea, attraverso una tecnica elaborata e sviluppata per oltre un anno, una dimensione reale ma inesistente, una sfera emotiva che avvolge il mio essere in quel particolare istante della giornata.
Aspirare alla realizzazione del Rêve perfetto, a quello che concentra, in un’unica opera, il massimo di emozione, dimensione e grandezza, corrisponde all’impulso generatore di questa serie, che proietta in una danza onirica, per definizione, una serie di immagini che ricercano la perfezione scaturita dal desiderio. Il desiderio che, per sua definizione (affascinante è l’etimologia della parola, “de-siderare” ovvero avvertire la mancanza delle stelle) è irraggiungibile ed incolmabile, diventa spinta propulsiva alla realizzazione di un lavoro di per sé utopico. Nella ricerca ossessiva di questa sublime utopia mi piace a volte immaginarmi, nei miei sonni travagliati, come quei legionari romani di guardia la notte negli accampamenti, i cosiddetti desiderantes, così chiamati perché, fissando le stelle, attendevano il ritorno dei loro compagni dispersi, durante il giorno, in battaglia. Desiderio che in cuor loro sapevano irrealizzabile. Così io, nei miei Rêves, attendo il ritorno di un’immagine, di un’emozione, dissolta in quell’istante in cui il terrestre e l’etereo diventano una cosa sola. Alessio Delfino, marzo 2016
Dopo la Finlandia, protagonista della prima edizione, per il 2015 la scelta è caduta su un altro Paese europeo di solide tradizioni artistiche, quale è l’Ungheria.
La mostra che vede la partecipazione di settanta artisti, 35 ungheresi e 35 italiani, è curata, per l’Ungheria, da Márta Simonffy, direttrice dell’Associazione Ungherese degli Artisti d’Arte Figurativa e Applicata di Budapest, e per l’Italia da Virginia Monteverde, presidente di Art Commission, ideatrice e curatrice dell’evento. Presentazione critica a cura di Viana Conti.
Domenica 12 luglio alle 18.00: Inaugurazione
Intervengono: Virginia Monteverde, Márta Simonffy, Viana Conti
Performance musicale del violinista ungherese Janos Hasur
Sabato 25 luglio alle 18.00: L’arte del terzo millennio: Paesi coraggiosi e formule innovative, le nuove frontiere del mercato. L’incontro è a cura di Bettina Bush, giornalista, collaboratrice di importanti testate d’arte e di Repubblica. Interverranno: la giornalista de La Stampa Fiorella Minervino, Gioia Mori, curatore di mostre e giornalista, direttore del mensile Art e Dossier dal 1986 al 2008, il critico d’arte italiano Viana Conti, il critico e storico d’arte ungherese Sulyok Miklós e Rocco Guglielmo (Fondazione Rocco Guglielmo), attuale direttore artistico del Marca, Museo delle Arti di Catanzaro.
La Biennale è visitabile fino a lunedì 17 agosto, tutti i giorni dalle 15.30 alle 19.00.
]]>ALESSIO DELFINO
“RÊVES | DREAMS”
8 novembre – 6 dicembre 2014
opening
“Notte delle Arti Contemporanee”
8 novembre 2013 | dalle ore 18.00 ale 24.00
Alessio Delfino, artista italiano, francese di adozione, declina il Corpo, nel ciclo che porta il titolo di Rêves/Sogni, sia come superficie che si dispiega nel processo del suo divenire nello spazio che come pellicola filmica che appare nel suo disparire. Disvelamento, e quindi Apokalypsis, e al tempo stesso velo fluido, trasparente e leggero, in cui il peso della fisicità corporale si fa luce, scrittura…scrittura di luce. Il linguaggio fotografico si ricongiunge così all’etimo greco di phòs-photòs e graphìa, profilandosi nella continuità del disegno, nell’astrazione ricorrente del segno. Ritraendosi dalla rappresentazione del corpo nella sua pienezza, l’autore non cessa invece di dischiuderlo nel suo farsi movimento, traccia, memoria, desiderio, percorso di acquisizione e conoscenza. Se di nudo si può parlare, a proposito del suo lavoro, occorre però rilevare che la nudità assoluta che ci prospetta è quella della sparizione del reale, espressa nella narrazione delle sue pieghe. Nei suoi scenari, che si strutturano come suture di situazioni oscillanti tra il sonno e la veglia, Alessio Delfino fa danzare la donna, sullo schermo fluido del suo immaginario, come imprescindibile figura dell’origine, arborescente, genealogica, nucleo generativo rinviante a caratterizzazioni morfologiche paracristallografiche. Ricorre, nel lavoro, il riferimento al principio del femminile come mito venusiano, come archetipo della fecondità creativa dell’essere, come coniugazione di Eidos con Eidolon, di idea con immagine, di forma con contenuto.
Questo indecidibile fotografo ha individuato nel corpo femminile, non certo una vittima sacrificale, ma quel suo campo semantico in cui può risuonare la profezia dell’oracolo delfico, la luce della verità e della conoscenza. Eros e Thanatos, energie originarie e destinali, non cessano, in ogni fase dell’opera di Alessio Delfino, di incrociare i loro sguardi, di coniugare il desiderio della bellezza con il desiderio della conoscenza, con le luci e le ombre dell’Essere. In Rêves l’artista mette in opera un set fotografico che risponde ad una fenomenologia immaginativa e proiettiva di segno onirico, volta a trascrivere, in uno scenario visibile, di inenarrabile bellezza, ma anche di inquietante mistero, l’universo invisibile dei pensieri latenti, i sommovimenti ondivaghi delle associazioni del profondo, le fughe dalla realtà nelle divagazioni visionarie della mente. Attratte da inesplorati vortici temporali verso zone remote di uno spazio subliminale, verso dimensioni inafferrabili dell’essere, creature, dai corpi bellissimi, fondendo le loro morbide membra l’una nell’altra, danno origine ad un mutante dai tentacoli di medusa, dalla pelle tatuata di serpente, dagli occhi ipnotici, pietrificanti come lo sguardo di Gorgone: materializzazione non lontana dalle rosee fantasie luciferine dei fratelli anglosassoni Jake & Dinos Chapman.
Delineando un arco, tra apice e caduta, la pulsione creativa di Alessio Delfino sembra preludere a quella distruttiva, a presagire, nella fusione inestricabile degli arti e dei ventri, ancora di Eros e Thanatos, il rientro in uno stato involutivo, preorganico, inanimato, di monito cimiteriale, sotteso allo scenario simbolico delle Vanitas.
Nel movimento del corpo femminile l’artista disegna l’idea della Metamorfosi, la forma del Tempo, le pieghe, pietose e impietose dell’esistenza, le cangianti apparenze di una stessa realtà. Splendente ed inquietante è il ciclo, in mostra, intitolato Metamorphoseis, 2007, in cui Delfino dà corpo, tra miti e riti, ad un non-luogo fisico, a quel mutante femminile che assume, di soggetto in soggetto, grandeur nature, le sembianze di undici dee dell’Olimpo, rivestite tutte, uniformemente, di una patina aurea, in cui è, fatalmente, iscritto un vissuto professionale, psichico, astrologico, umano-troppo umano. Attraverso la Bellezza della Donna, l’artista stesso si trasforma nell’oggetto del suo desiderio.
Le immagini, a partire dalla loro persistenza sulla retina, si compenetrano, dandosi come impercettibili vibrazioni nello spazio. Il corpo nudo della donna, colto nella performatività della danza – viaggio iniziatico, rituale arcaico, momento scenico, epifania, a seconda dei vari cicli di Alessio Delfino, non escluso quello di segno esoterico-teosofico – non cessa di entrare in uno spazio liquido a enne dimensioni. La memoria del movimento, di uno o più corpi nello spazio, si percepisce, nella sua opera fotografica, come nell’ascolto di un testo musicale. La risonanza dell’inizio entra nello scorrere della composizione, per compiersi nel finale, sommuovendo un’onda di ritorno che stimola l’intelligenza emotiva dell’insieme. Le rappresentazioni fotografiche del movimento, di questo ricercatore della Bellezza, tramite l’innovazione tecnologica, si danno nell’istantaneità di una visione di ordine sinfonico. Lo spettatore, di fronte ad un’opera, che si stenta a percepire come fotografica, coglie le tracce mnestiche di un corpo ripreso, di scatto in scatto, nella modalità di un movimento ossimoricamente immobile. Come nella struttura melodica di una scala musicale – nell’arco di una o più ottave – la poetica di Alessio Delfino nasce dalla declinazione, ascendente o discendente, di un fermo immagine, di un succedersi di pose, frequenze, intervalli, pause, stacchi, silenzi.
Il suo iter fotografico, a partire, espositivamente, dalla fine degli anni Novanta, si innesta nella metastoria di un’immagine cinetica, reale o virtuale, che trova i suoi antecedenti in Muybridge e Marey, e le sue espressioni artistiche nei movimenti del Cubismo e del Futurismo. Il suo ciclo dei Rêves è il primo processo radicalmente digitale, iniziato alla fine del 2012. Un’impressione visiva immediata, sembra restituire la totalità fisica del corpo o dei corpi, nel loro movimento nello spazio, mentre, a ben guardare, si possono ritrovare sorprendenti punti di contatto con il processo di sintetizzazione dell’immagine cubista. Infatti, decostruendo la struttura compositiva di parti del corpo, in cui apparizione e sparizione si compenetrano, si scopre che Delfino restituisce l’effetto ottico della trasparenza delle membra, mettendo in opera la modalità della fusione. Si parla appunto di compenetrazione e di fusione, mai di sovrapposizione, il cui esito sarebbe l’opacità e la pesantezza dei punti di contatto. Per visualizzare meglio questo parallelo, sarebbe utile riferirsi, a semplice titolo di esempio, a Les Demoiselles d’Avignon di Picasso o al Jeune homme triste dans un train di Duchamp. Prese le distanze dagli elementi compositivi di cubi, triangoli e spigoli, di questi maestri dell’avanguardia, per focalizzare, nella lettura, cerchi, linee e sinuosità, di questo fotografo contemporaneo, si rilevano ulteriori analogie e rispondenze nella ricercata neutralità dei valori tonali, nell’abbandono della resa prospettica a vantaggio di quella grafico-pittorica, ad effetto arazzo, nel riassorbimento della figura nel fondo, intenzione ed esito avvalorati dal ricorso ad una carta da acquarello, a base di cotone. L’artista infatti parla di desaturazione del colore, di decostruzione dell’impianto strutturale in direzione di una narratività.
Delfino persegue, nel processo di stampa digitale, zone di uniformità tra l’immagine ed il fondo, ottenendo il risultato di un’attenuazione del contrasto del chiaroscuro, di una diffusione del luminismo sulla pellicola tattile del supporto. Da un corpo reale nasce la realtà di un corpo immaginale che si dischiude a ventaglio, sboccia in una corolla, si addensa in un tronco, esplode in un astro. Le gambe si flettono, talora, nel vuoto, mani e braccia remano nello spazio. I capelli lisci, al vento o in caduta, mimano la fluidità dell’acquarello, ridisegnano lo skyline di un continuum di visage/paysage, ora addensati ora disseminati.
Entrando visivamente nell’agglomerato dei corpi, digitalmente modellati, vi si potrebbe anche leggere un’intenzione scultorea mai sopita, risalente ai tempi dell’Hasselblad, delle fotografie quadrate, ai sali d’argento, in bianco e nero, quando l’artista, agli esordi, fine anni Novanta, lavorava alla ricerca radicale di astrazione e alla modellazione di figure acefale, fortemente chiaroscurate e ad altissima definizione. Alessio Delfino non cessa di mettere in opera le condizioni di possibilità di un gesto del fotografare che si misura con le dimensioni temporali del Krònos, come scorrimento inarrestabile, e dell’Aiòn, come immobilità assoluta, cristallizzata nella luce. La Visione Greca attrae la danza della vita in un percorso di conoscenza, immobilizzandola sotto lo sguardo della Gorgone, che si appropria magicamente, come nell’amore e nella guerra, nel gamos e nel polemos, dell’oggetto guardato. Non è lo sguardo della donna che danza, stella scaturita dal Caos, come vuole Nietzsche, che ammalia e seduce, ma quello dell’artista che, come lo sguardo del serpente e del veggente, la ritrae, catturandola nell’immagine, incenerendola nel desiderio, facendola implodere, irrevocabilmente, nella chiarità serica della sua opera. Come si legge in Derrida, Alessio Delfino cerca le condizioni di possibilità di incrocio degli sguardi con il tatto, al fine di inaugurare, visivamente, un con-tatto, un incontro tra un io e un tu, tra un sé e un altro, tra la sua identità e l’alterità. Anche a livello materico, la sua opera stimola, sinesteticamente, una lettura fenomenologica, spazializzata, slittante tra il visibile ed il tattile. Soffermandosi sulla soglia batailleana del divieto e della trasgressione, facendo sfilare davanti all’osservatore una pallida e silente processione di statue concettuali, di figure mentali, l’artista pratica alchemicamente l’erotismo come un’ascesa e una discesa dalla macchina celibe di un possibile Grande Vetro duchampiano. Ancora Eros e Thanatos, ancora visioni di sculture greche toccate da un cieco, suggestioni di fronte alla bellezza incrinata della rovina, ancora Bataille che scrive Dell’erotismo si può dire che esso sia l’approvazione della vita fin dentro la morte. Non è da escludersi che l’artista lasci emergere, dal profondo, la sua estetica apollinea, le sue ninfe: remote risonanze di miti, figure, simboli, attinti al patrimonio genetico dell’immaginario occidentale, analizzato da Aby Warburg. O ancora, come sostengono la neuroestetica, la biochimica, la psicologia cognitiva, le sue immagini potrebbero provenire dalla registrazione mnestica di una rete neurale di engrammi, presentandosi, inaspettate, come intermittenti ologrammi. Una connotazione particolare dell’opera d’arte di Alessio Delfino è quella di estendere la rappresentazione della sua visione del mondo alla dimensione del sonno. Un sonno ad occhi aperti, Lucid Dream, nella letteratura anglosassone, che, nella ricerca di scienziati come Frederik van Eeden e Stephen LaBerge, elabora una sua sintassi ed una sua semantica del sogno, prendendo il nome di onironautica, di quel viaggio cioè che esplora lucidamente il sogno, conformandolo al proprio desiderio. A proposito di attività ipnagogica, non è l’interpretazione freudiana dei sogni o quella junghiana degli archetipi, che coinvolge l’artista, ma il processo creativo dell’attività onirica. Infatti come scrive Giancarlo Pagliasso i ‘sogni’ di Alessio, mediante le bizzarre architetture corporali con cui si presentano, sono in realtà esercizi metaforici o espedienti figurativi per parlarci della sostanza fisica dell’opera (d’arte).
Come nel processo di espansione e compressione dell’illusionismo anamorfico, così il dispiegarsi della reiterazione del corpo, nel movimento della danza, tende a ricomporsi nell’unicità del soggetto. Nella circolarità della sua poetica, ricorrono la reversibilità dell’uno nel molteplice, l’inestricabilità tra conoscenza e desiderio, il transitare dalla luce all’ombra, il confluire del senso estetico in quello ontologico. Chiudere gli occhi per vedere oltre, vedere il Nulla: indistinguibile ad occhi aperti. Passeggiando tra le superbe rovine dello sguardo, sfiorando con il desiderio irraggiungibili sculture greche, attraversando memorie d’antan et de nos jours, di un tempo e di oggi, Alessio Delfino, ritirato nel suo atelier, non cessa di Fotografare ad occhi chiusi, Sognare ad occhi Aperti…Photographier les Yeux fermés Rêver les Yeux ouverts…
Viana Conti
I sogni di Alessio
Le opere che Alessio Delfino ci propone come cifra espressiva dei suoi ‘sogni’, attraverso la serie delle sue ultime fotografie, può essere riferita all’ambito delle fonti somatiche oniriche, quelle che Freud chiama ipnagogiche? In qualche misura sì e no, a voler intendere quanto l’artista dice rispetto alla capacità di memorizzare, anche visivamente, i minimi particolari degli oggetti in stato di souplesse, mentre, dovendo mantenere un’attenzione vigile nei riguardi delle fisionomie, questa precisione di dettaglio si slabbra in una percezione talvolta indistinta e poco calettata.
Similmente alle osservazioni sull’etiologia del sogno da parte del padre della psicoanalisi, le immagini rêvées di Delfino si fondono in “molteplici oggetti simili o del tutto identici”(1), diversamente però non riguardano stimoli sensoriali interni in stato di rilassamento ma l’intenzionalità attenta e oggettiva della veglia.
Sono più sogni ad occhi aperti che interrogano la ‘notte’ di Mnemosine invece che lo scandaglio ermeneutico dei suoi strascichi diurni al risveglio.
Tuttavia, le composizioni, di piccolo formato, sembrano attivare i medesimi ingredienti retorici riscontrabili nel lavoro onirico inconscio. Intanto, sono concrezioni di posture corporali – l’artista interagisce sempre con modelli nudi, di preferenza figure femminili – unite insieme sulla base di una cernita di differenti movimenti che egli estrapola, grazie alla strumentazione digitale, da campionari di pose quasi sempre superiori ai cento scatti in ogni sessione di lavoro con ciascun soggetto.
Ogni singolo scatto raffigura una posizione del corpo del modello, che in buona sostanza funziona come il tema di avvio del ‘sogno’, il quale si conformerà in immagine definitiva ‘condensando’ in una «persona collettiva»(2) svariati altri momenti del suo posizionarsi diversamente in base alle indicazioni dell’artista. Questi, come un direttore d’orchestra, articola secondo un percorso definito la sequenza motoria, seguendola e fissandola, stazione per stazione, attraverso la macchina fotografica in istantanee successive.
Da questo materiale, Delfino perviene alla struttura finale del ‘sogno’, scegliendo le combinazioni plastiche che più sembrano confacenti alla sua idea espressiva e operando una ricomposizione ‘armonica’ delle varie figure in un plesso o ‘disegno’ d’insieme inaspettato e singolare.
Anche l’utilizzo della carta cotone, per stampare le foto, contribuisce a rendere i contorni dell’allotropo figurativo come se fossero tracciati a matita o a pastello, tanto che il costrutto immaginale sembra svaporare verso le tonalità opache dello sfondo quasi volesse rendere evidente la consistenza incerta e misteriosa, per la rammemorazione vigile, dei percorsi della logica onirica appunto.
Pure temporalmente, la dinamica costruttiva messa in atto dall’artista inerisce al lavorio discontinuo del sogno nel legare tra loro le situazioni. Infatti, ogni figura ricostituita ‘accorpa’ in sé, nell’hic et nunc della risultante artefattuale definitiva ed unica da esporre, scansioni temporali diverse, momenti parziali di vita che appaiono ancora individuabili, all’interno dell’amalgama ultimo che li conforma storicamente alla decisione poietica dell’autore, solo dopo attenta ed accurata analisi.
L’effetto “ a rebus”, che circola all’interno di questa serie di fotografie, risiede invece nella difficoltà in molti casi a collocare ‘morfologicamente’, cioè contestualmente ai ‘corpi’ d’appartenenza, parti anatomiche significative (glutei, seni, sesso e arti), fluttuanti ormai come significanti irrelati nell’orgiastica scambievole inerenza ad ogni possibile superficie epidermica.
Volendo psicanalizzare lo stesso Delfino, risulta consequenziale legare la metaforicità della condensazione, che propone allo spettatore, come allusione, dietro lo specchio, al desiderio di fusione totale con il corpo della madre da parte dell’infante.
Lasciando proseguire questo facile approccio, il messaggio vero dell’artista potrebbe allora risiedere nell’allusione, per traslazione, al carattere di feticcio dell’opera, attraverso cui la polimorfa perversità infantile trova finalmente un indirizzo socialmente ‘presentabile’.
La china di questo gioco, anche divertente se praticato in superficie, non può essere percorsa fino in fondo, tuttavia, perché proprio i dettagli, apparentemente marginali delle parti anatomiche connesse all’insistenza del desiderio, ci rendono edotti che un’azione di spostamento è avvertibile giusto rispetto a questi ultimi.
Ecco che allora queste componenti metonimiche, mentre referenziano attraverso le sineddochi visive in cui sono incastonate in favore della volontà dell’artista a ricostruire il corpo del suo modello, testimoniano al contrario che questo è un obiettivo secondario rispetto alle sue reali intenzioni.
I ‘sogni’ di Alessio, mediante le bizzarre architetture corporali con cui si presentano, sono in realtà esercizi metaforici o espedienti figurativi per parlarci della sostanza fisica dell’opera (d’arte).
Tale fisicità (o ‘scheletro’) dell’opera viene allegoricamente suggerita attraverso la rimodulazione formale della continuità cinetica del corpo nudo dei modelli, effettuata sottolineando e ‘mettendo a nudo’ che si compone dei due tropi basilari della metafora e della metonimia.
Oltre al valore paradigmatico per la grammatica dell’inconscio, che anche Lacan sulla traccia di Freud ha ripreso per illustrare le peregrinazioni del desiderio, metafora e metonimia hanno costituito da sempre l’ossatura dell’armamentario ‘linguistico’ con cui l’espressione artistica ha dato sostegno all’immaginazione nel suo sforzo di concretizzarsi in forma conchiusa.
Ora, con la deriva manieristica del Concettuale, invalsa durante il Postmoderno, l’arte contemporanea sembra, causa il prevalere dell’appropriazione e della citazione, aver preso congedo dall’istanza di creazione di nuovo senso immaginario, limitandosi ad un’illustrazione ‘sensata’ del reale, in cui convivono minimalismo ed enfasi, understatement e espressione urlata, insomma il risorgere di una neo-barocca retorica di forma e contenuto.
La proposta estetica di Alessio delfino pare procedere in direzione opposta a questa maggioritaria corrente di stucchevoli ‘ripetitori’ dell’esistente, i suoi ‘sogni’ alludono ad un possibile orizzonte di significati sicuramente ‘metafisici’.
Note
Freud, Opere, vol.III, tr. it. a cura di C.Musatti, Torino, Boringhieri, p.38.
p.273.
GianCarlo Pagliasso
8 novembre – 6 dicembre 2014; gio – sab. 15 – 19 o su appuntamento
franzpaludettotorino – Via Stampatori 9 (Piazzetta Viglongo) – 10122 Torino
www.franzpaludetto.com – torino@franzpaludetto.com
[nggallery id=6]
]]>Fotografia tra Lebenstanz e Totentanz
di Viana Conti
La danza può rivelare tutto ciò che la musica racchiude.
Charles Baudelaire
Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare…Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare. Così parlò Zarathustra.
Friedrich Nietzsche
Alessio Delfino, artista italiano, francese di adozione, declina il Corpo, nel ciclo che porta il titolo di Rêves/Sogni, sia come superficie che si dispiega nel processo del suo divenire nello spazio che come pellicola filmica che appare nel suo disparire. Disvelamento, e quindi Apokalypsis, e al tempo stesso velo fluido, trasparente e leggero, in cui il peso della fisicità corporale si fa luce, scrittura…scrittura di luce. Il linguaggio fotografico si ricongiunge così all’etimo greco di phòs-photòs e graphìa, profilandosi nella continuità del disegno, nell’astrazione ricorrente del segno. Ritraendosi dalla rappresentazione del corpo nella sua pienezza, l’autore non cessa invece di dischiuderlo nel suo farsi movimento, traccia, memoria, desiderio, percorso di acquisizione e conoscenza. Se di nudo si può parlare, a proposito del suo lavoro, occorre però rilevare che la nudità assoluta che ci prospetta è quella della sparizione del reale, espressa nella narrazione delle sue pieghe. Nei suoi scenari, che si strutturano come suture di situazioni oscillanti tra il sonno e la veglia, Alessio Delfino fa danzare la donna, sullo schermo fluido del suo immaginario, come imprescindibile figura dell’origine, arborescente, genealogica, nucleo generativo rinviante a caratterizzazioni morfologiche paracristallografiche. Ricorre, nel lavoro, il riferimento al principio del femminile come mito venusiano, come archetipo della fecondità creativa dell’essere, come coniugazione di Eidos con Eidolon, di idea con immagine, di forma con contenuto.
Questo indecidibile fotografo ha individuato nel corpo femminile, non certo una vittima sacrificale, ma quel suo campo semantico in cui può risuonare la profezia dell’oracolo delfico, la luce della verità e della conoscenza. Eros e Thanatos, energie originarie e destinali, non cessano, in ogni fase dell’opera di Alessio Delfino, di incrociare i loro sguardi, di coniugare il desiderio della bellezza con il desiderio della conoscenza, con le luci e le ombre dell’Essere. In Rêves l’artista mette in opera un set fotografico che risponde ad una fenomenologia immaginativa e proiettiva di segno onirico, volta a trascrivere, in uno scenario visibile, di inenarrabile bellezza, ma anche di inquietante mistero, l’universo invisibile dei pensieri latenti, i sommovimenti ondivaghi delle associazioni del profondo, le fughe dalla realtà nelle divagazioni visionarie della mente. Attratte da inesplorati vortici temporali verso zone remote di uno spazio subliminale, verso dimensioni inafferrabili dell’essere, creature, dai corpi bellissimi, fondendo le loro morbide membra l’una nell’altra, danno origine ad un mutante dai tentacoli di medusa, dalla pelle tatuata di serpente, dagli occhi ipnotici, pietrificanti come lo sguardo di Gorgone: materializzazione non lontana dalle rosee fantasie luciferine dei fratelli anglosassoni Jake & Dinos Chapman.
Delineando un arco, tra apice e caduta, la pulsione creativa di Alessio Delfino sembra preludere a quella distruttiva, a presagire, nella fusione inestricabile degli arti e dei ventri, ancora di Eros e Thanatos, il rientro in uno stato involutivo, preorganico, inanimato, di monito cimiteriale, sotteso allo scenario simbolico delle Vanitas.
Nel movimento del corpo femminile l’artista disegna l’idea della Metamorfosi, la forma del Tempo, le pieghe, pietose e impietose dell’esistenza, le cangianti apparenze di una stessa realtà. Splendente ed inquietante è il ciclo, in mostra, intitolato Metamorphoseis, 2007, in cui Delfino dà corpo, tra miti e riti, ad un non-luogo fisico, a quel mutante femminile che assume, di soggetto in soggetto, grandeur nature, le sembianze di undici dee dell’Olimpo, rivestite tutte, uniformemente, di una patina aurea, in cui è, fatalmente, iscritto un vissuto professionale, psichico, astrologico, umano-troppo umano. Attraverso la Bellezza della Donna, l’artista stesso si trasforma nell’oggetto del suo desiderio.
Le immagini, a partire dalla loro persistenza sulla retina, si compenetrano, dandosi come impercettibili vibrazioni nello spazio. Il corpo nudo della donna, colto nella performatività della danza – viaggio iniziatico, rituale arcaico, momento scenico, epifania, a seconda dei vari cicli di Alessio Delfino, non escluso quello di segno esoterico-teosofico – non cessa di entrare in uno spazio liquido a enne dimensioni. La memoria del movimento, di uno o più corpi nello spazio, si percepisce, nella sua opera fotografica, come nell’ascolto di un testo musicale. La risonanza dell’inizio entra nello scorrere della composizione, per compiersi nel finale, sommuovendo un’onda di ritorno che stimola l’intelligenza emotiva dell’insieme. Le rappresentazioni fotografiche del movimento, di questo ricercatore della Bellezza, tramite l’innovazione tecnologica, si danno nell’istantaneità di una visione di ordine sinfonico. Lo spettatore, di fronte ad un’opera, che si stenta a percepire come fotografica, coglie le tracce mnestiche di un corpo ripreso, di scatto in scatto, nella modalità di un movimento ossimoricamente immobile. Come nella struttura melodica di una scala musicale – nell’arco di una o più ottave – la poetica di Alessio Delfino nasce dalla declinazione, ascendente o discendente, di un fermo immagine, di un succedersi di pose, frequenze, intervalli, pause, stacchi, silenzi.
Il suo iter fotografico, a partire, espositivamente, dalla fine degli anni Novanta, si innesta nella metastoria di un’immagine cinetica, reale o virtuale, che trova i suoi antecedenti in Muybridge e Marey, e le sue espressioni artistiche nei movimenti del Cubismo e del Futurismo. Il suo ciclo dei Rêves è il primo processo radicalmente digitale, iniziato alla fine del 2012. Un’impressione visiva immediata, sembra restituire la totalità fisica del corpo o dei corpi, nel loro movimento nello spazio, mentre, a ben guardare, si possono ritrovare sorprendenti punti di contatto con il processo di sintetizzazione dell’immagine cubista. Infatti, decostruendo la struttura compositiva di parti del corpo, in cui apparizione e sparizione si compenetrano, si scopre che Delfino restituisce l’effetto ottico della trasparenza delle membra, mettendo in opera la modalità della fusione. Si parla appunto di compenetrazione e di fusione, mai di sovrapposizione, il cui esito sarebbe l’opacità e la pesantezza dei punti di contatto. Per visualizzare meglio questo parallelo, sarebbe utile riferirsi, a semplice titolo di esempio, a Les Demoiselles d’Avignon di Picasso o al Jeune homme triste dans un train di Duchamp. Prese le distanze dagli elementi compositivi di cubi, triangoli e spigoli, di questi maestri dell’avanguardia, per focalizzare, nella lettura, cerchi, linee e sinuosità, di questo fotografo contemporaneo, si rilevano ulteriori analogie e rispondenze nella ricercata neutralità dei valori tonali, nell’abbandono della resa prospettica a vantaggio di quella grafico-pittorica, ad effetto arazzo, nel riassorbimento della figura nel fondo, intenzione ed esito avvalorati dal ricorso ad una carta da acquarello, a base di cotone. L’artista infatti parla di desaturazione del colore, di decostruzione dell’impianto strutturale in direzione di una narratività. Delfino persegue, nel processo di stampa digitale, zone di uniformità tra l’immagine ed il fondo, ottenendo il risultato di un’attenuazione del contrasto del chiaroscuro, di una diffusione del luminismo sulla pellicola tattile del supporto. Da un corpo reale nasce la realtà di un corpo immaginale che si dischiude a ventaglio, sboccia in una corolla, si addensa in un tronco, esplode in un astro. Le gambe si flettono, talora, nel vuoto, mani e braccia remano nello spazio. I capelli lisci, al vento o in caduta, mimano la fluidità dell’acquarello, ridisegnano lo skyline di un continuum di visage/paysage, ora addensati ora disseminati.
Entrando visivamente nell’agglomerato dei corpi, digitalmente modellati, vi si potrebbe anche leggere un’intenzione scultorea mai sopita, risalente ai tempi dell’Hasselblad, delle fotografie quadrate, ai sali d’argento, in bianco e nero, quando l’artista, agli esordi, fine anni Novanta, lavorava alla ricerca radicale di astrazione e alla modellazione di figure acefale, fortemente chiaroscurate e ad altissima definizione. Alessio Delfino non cessa di mettere in opera le condizioni di possibilità di un gesto del fotografare che si misura con le dimensioni temporali del Krònos, come scorrimento inarrestabile, e dell’Aiòn, come immobilità assoluta, cristallizzata nella luce. La Visione Greca attrae la danza della vita in un percorso di conoscenza, immobilizzandola sotto lo sguardo della Gorgone, che si appropria magicamente, come nell’amore e nella guerra, nel gamos e nel polemos, dell’oggetto guardato. Non è lo sguardo della donna che danza, stella scaturita dal Caos, come vuole Nietzsche, che ammalia e seduce, ma quello dell’artista che, come lo sguardo del serpente e del veggente, la ritrae, catturandola nell’immagine, incenerendola nel desiderio, facendola implodere, irrevocabilmente, nella chiarità serica della sua opera. Come si legge in Derrida, Alessio Delfino cerca le condizioni di possibilità di incrocio degli sguardi con il tatto, al fine di inaugurare, visivamente, un con-tatto, un incontro tra un io e un tu, tra un sé e un altro, tra la sua identità e l’alterità. Anche a livello materico, la sua opera stimola, sinesteticamente, una lettura fenomenologica, spazializzata, slittante tra il visibile ed il tattile. Soffermandosi sulla soglia batailleana del divieto e della trasgressione, facendo sfilare davanti all’osservatore una pallida e silente processione di statue concettuali, di figure mentali, l’artista pratica alchemicamente l’erotismo come un’ascesa e una discesa dalla macchina celibe di un possibile Grande Vetro duchampiano. Ancora Eros e Thanatos, ancora visioni di sculture greche toccate da un cieco, suggestioni di fronte alla bellezza incrinata della rovina, ancora Bataille che scrive Dell’erotismo si può dire che esso sia l’approvazione della vita fin dentro la morte. Non è da escludersi che l’artista lasci emergere, dal profondo, la sua estetica apollinea, le sue ninfe: remote risonanze di miti, figure, simboli, attinti al patrimonio genetico dell’immaginario occidentale, analizzato da Aby Warburg. O ancora, come sostengono la neuroestetica, la biochimica, la psicologia cognitiva, le sue immagini potrebbero provenire dalla registrazione mnestica di una rete neurale di engrammi, presentandosi, inaspettate, come intermittenti ologrammi. Una connotazione particolare dell’opera d’arte di Alessio Delfino è quella di estendere la rappresentazione della sua visione del mondo alla dimensione del sonno. Un sonno ad occhi aperti, Lucid Dream, nella letteratura anglosassone, che, nella ricerca di scienziati come Frederik van Eeden e Stephen LaBerge, elabora una sua sintassi ed una sua semantica del sogno, prendendo il nome di onironautica, di quel viaggio cioè che esplora lucidamente il sogno, conformandolo al proprio desiderio. A proposito di attività ipnagogica, non è l’interpretazione freudiana dei sogni o quella junghiana degli archetipi, che coinvolge l’artista, ma il processo creativo dell’attività onirica. Infatti come scrive Giancarlo Pagliasso i ‘sogni’ di Alessio, mediante le bizzarre architetture corporali con cui si presentano, sono in realtà esercizi metaforici o espedienti figurativi per parlarci della sostanza fisica dell’opera (d’arte).
Come nel processo di espansione e compressione dell’illusionismo anamorfico, così il dispiegarsi della reiterazione del corpo, nel movimento della danza, tende a ricomporsi nell’unicità del soggetto. Nella circolarità della sua poetica, ricorrono la reversibilità dell’uno nel molteplice, l’inestricabilità tra conoscenza e desiderio, il transitare dalla luce all’ombra, il confluire del senso estetico in quello ontologico. Chiudere gli occhi per vedere oltre, vedere il Nulla: indistinguibile ad occhi aperti. Passeggiando tra le superbe rovine dello sguardo, sfiorando con il desiderio irraggiungibili sculture greche, attraversando memorie d’antan et de nos jours, di un tempo e di oggi, Alessio Delfino, ritirato nel suo atelier, non cessa di Fotografare ad occhi chiusi, Sognare ad occhi Aperti…Photographier les Yeux fermés Rêver les Yeux ouverts…
]]>