Advertise with Googlier.com Arnaldo Casali http://arnaldocasali.altervista.org nel mio piccolo Wed, 01 Jul 2026 13:59:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.0.1 /favicon.ico Arnaldo Casali http://arnaldocasali.altervista.org 32 32 TROPPO AMORE UCCIDE http://arnaldocasali.altervista.org/troppo-amore-uccide/ Wed, 01 Jul 2026 13:48:59 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363109 Non è rimasto che un pezzetto
dell’uomo che ero un tempo

Troppe lacrime amare
mi stanno piovendo addosso
adesso

Sono lontano da casa
e sto affrontando tutto questo da solo
da troppo tempo

Nessuno me lo aveva mai spiegato
che lotta struggente sarebbe stata
dover crescere

Con questo cuore aggrovigliato
mi guardo indietro
e non capisco
quando e perché ho sbagliato

Troppo amore uccide
lo vedrai
distante
in frantumi come un cuore di vetro
se sei diviso e non decidi
tra l’amare ostinatamente
e l’amore che ti lasci dietro

Stai andando incontro ad un disastro
perché non leggi mai i segni
Troppo amore uccide
la tua vita ed i tuoi sogni

Sono solo l’ombra dell’uomo che ero
e sembra che non ci sia via di uscita da questa situazione
una volta ti portavo la luce
adesso non faccio che trascinarti nel burrone, vero?

Ma tu che faresti se fossi nei miei panni?
Non c’è verso di dare un senso a tutto questo
ed è impossibile non fare danni
Qualsiasi strada prendo perdo
è sempre troppo tardi
o troppo presto.
E tu se mi ami
quello che devi dire dillo
non voglio bugie
ti chiedo solo un po’ di tatto

Troppo amore uccide
proprio come se non ce ne fosse affatto
Ti prosciugherà tutta l’energia che hai dentro
ti farà urlare, supplicare e strisciare
e il dolore ti farà impazzire
ma non ti puoi permettere un lamento
perché sei la vittima del tuo stesso crimine
Troppo amore ti uccide
torturandoti fino alla fine

Troppo amore uccide
e trasforma la vita in una menzogna
Troppo amore uccide
e perde tutto quello che guadagna
ti abbandona anche quando dice che ti accompagna
e non conosce vergogna

Troppo amore uccide
e non ti lascia nemmeno capire il motivo
daresti la vita
venderesti l’anima
ma ti uccide
e ti lascia vivo.

Troppo amore non ha fretta
e non ti mostra via di uscita
pensi di aver chiuso la partita
ed eccoci ancora qua
schifoso farabutto

Troppo amore ti uccide
e ti costringe al lutto
Troppo amore ti uccide
Ti uccide
Ti uccide
e questo è tutto.

(adattata da Too much love will kill you di Brian May)

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I 17 modi più bastardi per lasciare qualcuno (tutti testati personalmente) http://arnaldocasali.altervista.org/i-17-modi-piu-bastardi-per-lasciare-qualcuno-tutti-testati-personalmente-2/ Mon, 20 Apr 2026 13:50:09 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363111 1. Sei l’unico problema di cui posso fare a meno.
2. Hai presente quello con cui ti ho tradito? Ecco, adesso voglio concentrarmi tutta su di lui.
3. “Ricominciamo a fare sul serio o ci lasciamo per sempre?”
“La seconda che hai detto”.
4. Non è che non ti amo, è che voglio vedere che effetto fa stare con un altro.
5. In questi giorni in cui non ci siamo visti ho capito che in realtà non mi interessi.
6. “Mi dispiace che non ci siamo visti, l’altra sera. Avevo tanta voglia di vederti”. “Io no, sennò ti avrei chiamato”
7. Questo rapporto è incompatibile con la mia morale. Quando stiamo insieme godo troppo e mi sento in colpa.
8. Spero che anche tu possa trovare qualcuno, perché sei davvero una brava persona.
9. Potrei pure restare insieme a te, ma significherebbe accontentarsi.
10. Sai, mi piace tanto quel tuo amico. Chissà, forse se sono libera ci prova.
11. “Ma come non mi ami? E la canzone bellissima che hai postato stamattina su facebook?”. “Era per il tuo migliore amico”
12. Il tuo delirio egotico-autolatrico è così estremo da risultare sublime e molto interessante sotto il profilo psichiatrico. Altri ti direbbe “fatti curare”, io ti dico: fatti studiare!
13. “E’ davvero finita, allora, questa piccola frequentazione. Se posso farti un appunto: sei lunatico, poco trasparente e confuso. Buona fortuna con la tua nuova fiamma. Addio”, “Grazie, ti saluta la mia nuova fiamma!”
14. “Non ti ho mai detto che sarebbe stato per sempre”, “No, però speravo che almeno dieci minuti li reggessi!”
15. “Piccola, perdonami ma sono un po’ depresso: ho appena scoperto che la mia ex adesso c’ha un altro”; “E hai il coraggio di venirti a sfogare con me? Sei un egoista di merda! Comunque… anche io ho un altro”
16. Devo confessarti una cosa: sono venuto a letto con te solo perché sei un medico e cercavo una scusa per spogliarmi nudo e farti dare un’occhiata a un neo sospetto.
17. Il nostro è un rapporto peccaminoso. E io ormai mi sono confessato.

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2025 http://arnaldocasali.altervista.org/2025-2/ Fri, 09 Jan 2026 20:52:05 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363099 Non sopporto quelli che insultano l’anno che finisce; insulti che sento puntualmente ogni anno almeno dal 1993.

Ho sempre pensato che trattare male l’anno che finisce porti anche un po’ di sfiga, ma soprattutto che – come tutti gli insulti e tutte le lamentele – esprima più la qualità di chi li pronuncia che quella dell’insultato.

Ci sentiamo sempre in credito e mai in debito e lasciamo che una disgrazia ci renda ingrati per tutto il resto. Salvo poi rimpiangere ciò che è passato.

Io non ho mai parlato in vita mia di un anno “da dimenticare” o un anno “brutto”. Semmai di un anno difficile, complicato, sofferto. E sono felice di poter dire ancora oggi di vivere il momento più felice della mia vita, e che non tornerei indietro nemmeno di un giorno.

Il 2025 un anno difficile lo è stato. E’ stato un anno pieno di sofferenza e di dolore. Non un dolore subìto, però: un dolore vissuto, di cui sono stato in buona parte artefice o comunque responsabile. E insomma non me la posso prendere con nessuno.

Francesco Franceschini su Facebook stigmatizzava l’atteggiamento vittimista ed egotico che tutti dimostrano nel fare bilanci: si dice sempre “penserò più a me stesso”, “non mi fiderò più di certa gente” e così via. Mai uno – scriveva Francesco – che dica: “Sono stato una merda: ho tradito e deluso tanta gente, statemi lontano”.

Ecco, io quest’anno sono pronto a farlo: nel 2025 ho tradito e deluso tanta gente. E’ stato un anno di grande sofferenza, di cui mi assumo la piena responsabilità. Ho subito abbandoni e voltafaccia, ho subito molti torti, questo è vero, ma ho anche ricevuto tanto amore. Ma proprio tanto. Forse più di quanto ne meritassi, anche se ce l’ho messa davvero tutta per meritarmelo.

E’ stato un anno particolarmente doloroso, eppure è stato anche l’anno in cui mi sono sentito più amato e desiderato. Addirittura corteggiato, il che non è male per un cinquantenne con più panza che capelli.

Insomma, sul piano affettivo non mi posso lamentare: io che ho sempre sofferto la sindrome di abbandono, non ho mai ricevuto tanto amore come nel 2025. Per una volta il problema posso dire davvero di essere io e la mia incapacità di gestirlo, l’amore.

Forse sul piano affettivo, a differenza di altri fronti, è stato un anno di raccolta più che di semina.

Niente vittimismi, dunque. Anche se non posso dire che sia stato un anno facile: ho perso tante persone, in questo anno in cui ho tagliato il fatidico traguardo del mezzo secolo.

Tanti lutti, alcuni particolarmente traumatici, come quello di Ciro – un amico carissimo, il prete a cui devo tutto, e il mio stesso lavoro (perché se non avesse fondato “Adesso” io non avrei mai fatto il giornalista) – e quello di papa Francesco: il mio punto di riferimento religioso, politico, umano, ma anche il mio capo di stato e il mio datore di lavoro, e soprattutto il Papa che ho sognato per tutta la mia vita, colui che ha incarnato più di ogni altro il Vangelo: non il papa più grande tra quelli che ho vissuto, ma anche tra quelli che ho studiato. Oltre ad essere anche il primo che ho incontrato personalmente, e per ben 11 volte in 12 anni.

Poi è stato un anno di tantissimi lutti pubblici. Che comunque incidono dentro di te, anche se sono persone che non hai nemmeno conosciuto.

Perché quando vengono meno tutti i personaggi che hanno segnato la tua infanzia, la tua adolescenza e la tua giovinezza, lo senti in modo particolarmente drammatico, il tempo che passa. Ti accorgi che cinquant’anni sono più di quanto possano sembrarti, e se ti senti così giovane è solo perché la tua vita è ancora freschissima: perché continui a conoscere gente nuova, a fare lavori nuovi, a gettarti in imprese nuove. Ma la verità è che sei ufficialmente un uomo di mezza età, con un futuro molto più breve del passato. E quando ti guardi intorno ti accorgi che i tuoi coetanei non solo sono padri, ma iniziano a essere nonni, perché – sì – hanno figli che hanno superato i venti.

E sì, ti rendi conto che quando tuo padre aveva la tua età, tu avevi già iniziato a scrivere racconti, stavi girando il tuo primo film autoprodotto, davi i primi esami all’università. Avevi già fatto alcuni degli incontri più importanti della tua vita.

Quando compi cinquant’anni qualche bilancio lo devi fare per forza, anche se ti rifiuti di guardarti indietro e hai un presente intensissimo, anche se la tua vita è ancora tutta in fermento e anzi, adesso lo è ancora di più – molto di più – di quando ne avevi quaranta, trenta o venti.

Anche se insegui ancora sogni di gloria, la verità è che a cinquant’anni le cose più importanti, in un modo o nell’altro, le devi avere fatte. La tua identità devi averla trovata.

Tutto sommato, buona parte delle cose importanti, sono riuscito a farle giusto appena un momento prima di compierli cinquant’anni. Quindi alla fine non mi posso lamentare. Sicuramente, in questo anno lunghissimo e sofferto, qualche traguardo l’ho superato.

Il giorno dei miei cinquant’anni è stato particolarmente significativo: anziché festeggiare il compleanno ho organizzato un grande evento, aiutato dalle persone che amo di più, e che in qualche modo ha messo insieme – per la prima volta – tutte le cose più importanti della mia vita: i miei due lavori, i miei due capi, Terni e Roma, l’Istess e il Vaticano: tutti e tutto nel segno di San Valentino e – per una curiosa e significativa coincidenza – nel giorno del mio compleanno. Ed è stato anche un grande successo, forse uno dei più grandi ottenuti negli ultimi anni, per riuscita dell’evento, apprezzamento, presenze.

Il 2025 è stato anche l’anno in cui sono diventato per la prima volta padrino di battesimo. E visto che si è parlato dei morti, è giusto parlare anche dei nati, come la bambina alla quale mi sono trovato a dare un nome: Chiara.

Nel 2025 sono anche diventato romano. Ufficialmente. Per la prima volta in vita mia, ho cambiato residenza spostandola in un’altra città.

Ed è buffo: dopo cinquant’anni vissuti in un quartiere periferico nella città più periferica del centro Italia, il più sconosciuto dei capoluoghi di provincia, sono diventato residente del primo municipio della città “Caput Mundi”.

Sono stato costretto a farlo, in realtà. Perché anche se mio padre è nato nel cuore di Roma e io ho sempre rivendicato le mie origini romane, resto orgogliosissimo della mia “ternitudine”. Ma questioni fiscali mi hanno costretto a diventare a cambiare residenza.

Perché il 2025 è anche l’anno in cui comprammo casa a Roma. Il buco di Trastevere dove siamo finiti fortunosamente in piena pandemia e che fino a un paio di anni fa era più che altro un appoggio per qualche giorno a settimana, è diventata a tutti gli effetti “casa mia”.

Il contratto di affitto sarebbe scaduto a breve, e finita la pandemia gli affitti nella Capitale sono tornati alle stelle. Così, conti alla mano, ci siamo resi conto che sarebbe stato più vantaggioso un mutuo. Convincere il padrone di casa a vendercela non è stato facilissimo, ma alla fine a marzo abbiamo firmato il famigerato rogito. Di conseguenza, un’altra emozione inedita del 2025 è stato vedere il mio conto alle poste svuotarsi completamente. Ho vissuto anche il brivido di sentirmi dire dal negoziante che c’era un problema con il Pos, per poi scoprire che il problema era che sul conto mi erano rimasti 2 euro.

Ho anche aperto un altro conto – il mio primo conto in banca – in questo 2025, ma questa è un’altra storia. Ho fatto anche il mio primo bonifico online! Insomma ho imparato un sacco di cose.

Tornando alla casa, quella di Terni – in cui sono in realtà ospite – deve essersi offesa molto per il tradimento subito con quella romana. Perché gli ultimi dodici mesi sono stati un autentico susseguirsi di catastrofi.

Abbiamo iniziato in primavera con l’invasione delle tarme da cibo. Una lotta durata quattro mesi, durante i quali mi sono sentito Netanyahu: sterminare esseri viventi colpevoli solo di abitare nella mia cucina e di fatto totalmente innocui, mi ha generato non pochi sensi di colpa. Tanto più quando gli insetti si sono trasformati in ostinatissime larve, che continuavano a moltiplicarsi nonostante il mio altrettanto ostinato sterminio.

Quando finalmente ci siamo liberati dalle larve, sono arrivati i ladri. Una storia particolarmente dolorosa anche per ripercussioni che non posso raccontare in pubblico. Mi limiterò a dire che mi hanno portato via l’unica cosa di valore che avevo in casa: la mia collezione di monete e banconote. Il problema è che se il valore economico era di diverse migliaia di euro, quello affettivo era semplicemente inestimabile. Non temevo i ladri perché ero convinto che se mi avessero derubato, avrebbero portato via solo le monete e le banconote di valore. Invece, probabilmente per la fretta, hanno portato via tutta la collezione. Una collezione che in gran parte era costituita da vecchi gettoni, giochi, medaglie ricordo, monete finte prese alle feste medievali. Materiale che non aveva alcun valore economico, ma che io avevo raccolto per tutta la vita: i pezzi più antichi risalivano alla mia infanzia.

E’ un trauma dal quale non mi sono ancora ripreso del tutto, perché davvero dentro quello scatolone improbabile c’era tanta parte della mia vita da collezionista compulsivo. Era la parte più importante della mia “Collezione di collezioni”.

Come sempre, ho cercato di prenderla con filosofia e mi sono detto che non c’è niente di meno francescano che essere attaccato ai soldi nella loro forma più materiale. Al tempo stesso quello che mi fa più rabbia è l’idea che ciò che mi è stato sottratto non abbia arricchito nessuno: l’idea che quello che per me era così prezioso sia finito tra i rifiuti.

Ad ogni modo, quando sono andati via i topi di appartamento sono arrivati i topi domestici. Tre simpatici topolini che, approfittando di una mia assenza particolarmente lunga (tra novembre e dicembre sono andato in Polonia due volte in due settimane, prima per ragioni di famiglia, poi per un festival), hanno colonizzato casa, prendendo possesso di camera, cucina, bagno, salotto, studio, ripostiglio, e mangiandosi tutti i cioccolatini arrivati un mese prima dalla Polonia.

Proprio a pochi giorni da Natale, e nel mezzo di un periodo di grande sofferenza emotiva. Tra l’altro devo dire che le prime persone a cui mi sono rivolto mi hanno terrorizzato. Sembrava che quei topi fossero radioattivi. Mi è stato intimato di fuggire immediatamente senza toccare niente, disinfettandomi le suole delle scarpe e facendo subito vaccinare la cagnolina che era entrata con me.

Più che di una disinfestazione, sembrava che la casa avesse bisogno di un rogo purificatore. Mi è stato consigliato di buttare tutto quello che era stato contaminato, materasso compreso.

Alla fine la derattizzazione è stata la cosa più semplice: l’azienda che ho chiamato – Ecodrago – è venuta subito, di sabato mattina, mi ha fatto spendere appena 50 euro (con tanto di fattura) e mi ha lasciato quattro trappole. Ho chiesto che non fossero mortali.

In poche ore con una sola trappola ho catturato tutti e tre gli inquilini. La sera li ho portati in trasferta in Sabina e li ho liberati nel bosco.

Il Natale, però, l’ho passato fuori casa, senza poter fare né albero né presepio. Però al cinema sono andato a vedere Un topolino sotto l’albero.

Per certi versi è stato un anno vissuto pericolosamente: un anno in cui ho divorato la vita fino a farne indigestione, un anno di ebbrezza di cui ancora trascino i postumi. Un anno passato in ambulatorio e in confessionale. Un anno goduto e pianto, un anno d’amore e di dolore, un anno di urla e di poesia.

E’ stato un anno sulle montagne russe, pieno di gioia, pieno di sofferenza e pieno di colpi di scena. Sicuramente non un anno tranquillo, non un anno noioso, anzi. Un anno senza pace, nel bene e nel male.

Per altri versi, è stato un anno sottotono, con pochi viaggi e quasi tutti di lavoro o di famiglia.

Se nel 2024 avevo scoperto l’Africa e l’Arabia, nel 2025 non ho “conquistato” nessun paese nuovo. Le vacanze estive le ho fatte a casa, anche se in 6 case diverse (Vacone in Sabina, Terni in Umbria, Roma, Opole e Suchebòr in Polonia e Riyad in Arabia Saudita.

Forse anche il Terni Film Festival, che doveva festeggiare il suo ventennale e i cinquanta anni dell’Istess, lo è stato, un po’ sottotono, rispetto alle ultime edizioni. Ma sicuramente è stato quello che ha avuto l’organizzazione meno stressante, grazie ad una direzione completamente rinnovata e particolarmente efficiente: Lucrezia Proietti direttrice artistica, Luca Mannaioli direttore organizzativo, Veronica Manzini coordinatrice generale.

Sono anche tre delle persone che più hanno segnato il mio 2025 e al quale devo tantissimo. Tre persone con cui sono decisamente in debito. Senza di loro non ci sarebbero stati nessuno dei due festival che abbiamo organizzato quest’anno, ma non ci sarebbero stati nemmeno alcuni dei momenti più belli di questo anno concluso.

Sotto il profilo cinematografico, forse non è stato così intenso, almeno per quanto riguarda le nuove uscite. Non ricordo quale è stato il primo film che ho visto al cinema. Tra i ricordi più intensi ci sono A complete Unknown e The Voice of Hind Rajab. Dovrei consultare le mie recensioni per trovare altri film memorabili, ma se non mi vengono in mente significa che così memorabili non sono stati. Devo dire di aver visto tanti film brutti, nel 2025. Tante opere pesanti e noiose. Anche se il finale è stato in grande stile con Buen Camino di Checco Zalone, che continua a macinare incassi mentre quel sistema di potere che gestisce il mondo del cinema – e dal quale mi sento sempre più lontano – rosica. E io godo nel vederli rosicare.

Nosferatu di Eggers non mi ha affatto entusiasmato, ma ha rappresentato l’occasione per rivedere tutti i film sul Dracula “apocrifo”, da quello di Murnau a quello di Herzog fino alla semi-parodia L’ombra del vampiro che – come quest’ultimo – vede tra i protagonisti Willem Dafoe.

Una cosa significativa di questo 2025 è che ho recuperato – e sul grande schermo – due film di Chaplin che non avevo mai visto, nonostante di Chaplin sono un cultore, un collezionista e anche un biografo (a lui è dedicato un racconto di Accadde a Natale): Luci della città, visto al Troisi e La febbre dell’oro al Cinema in Piazza.

A oltre trent’anni dall’inizio della mia passione chapliniana posso dire finalmente di aver visto tutti i suoi capolavori, chiudendo un altro cerchio.

Sulle piattaforme, poi, ho fatto delle full immersion che hanno segnato davvero il 2025. Ho iniziato a gennaio, in Arabia Saudita, con tutto il ciclo della Pantera Rosa, remake compresi, un film al giorno.

L’estate è stata segnata invece dal ritorno di Il Padrino. Una decina di anni fa avevo visto sicuramente i primi due, e li avevo già amati molto. Il terzo non lo ricordavo, e non so se perché non l’avevo visto o perché lo avevo giustamente dimenticato, essendo una ciofeca clamorosa, totalmente indegna dei primi due e anche degli Oscar a cui è stato candidato. Il “rewatch” della trilogia ha rappresentato anche e soprattutto l’occasione per scoprire quella che è stata sicuramente la mia serie dell’anno: The Offer, una mirabile ricostruzione storica della genesi del capolavoro di Coppola, che vede come protagonista il produttore e tra i personaggi non solo Coppola, Marlon Brando, Al Pacino, ma anche Ali McGrew, Mario Puzo e persino Robert Redford.

Sotto il profilo cinematografico è stato un anno – grazie alle piattaforme – di grandi recuperi: da Quei bravi ragazzi a Il mistero Von Bulow, da Moby Dick a Trumbo fino a Beetlejuice 1& 2 . Li ho amati entrambi, e nel secondo ho trovato l’adorabile prezzemolo Willem Defoe, che durante lo stesso viaggio in aereo ho trovato anche in Finalmente l’alba di Costanzo.

Tra le serie, sicuramente mi ha appassionato Vita da Carlo: ho trovato la terza stagione la migliore, e in generale con questa serie Verdone ha trovato una nuova dimensione e una sua ragion d’essere, dopo un progressivo degrado cinematografico iniziato negli anni ‘90 e culminato col suo ultimo – terrificante – film, uscito in pieno Covid.

Il 2025 ha segnato anche la chiusura di un ciclo di “rewatch” durato ben dieci anni: quello di Indiana Jones. Che aveva seguito un decennio (2004-2014) dedicato a Sherlock Holmes.

Tutto è iniziato con la lettura del romanzo di Fabio Bussotti Le lacrime di Borromini che mi ha fatto venire voglia – dieci anni fa, appunto – di rivedere I predatori dell’arca perduta.

L’anno dopo, scrivendo un articolo sul Santo Graal per il Festival del Medioevo, ho rivisto Indiana Jonoes e l’ultima crociata. Nel 2017, in occasione del mio primo viaggio in India, ho rivisto Indiana Jones e il tempio maledetto. Nel 2018 – a dieci anni dall’uscita in sala – ho rivisto Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.

Poi Beata mi ha regalato il cofanetto – inedito in Italia – con tutte Le avventure del giovane Indiana Jones, che ho quindi iniziato a vedere nel 2019.

Con l’avvicinarsi dell’uscita di Indiana Jones e il Quadrante del Destino la mia febbre Indiana ha superato addirittura i tempi della mia infanzia e della mia adolescenza (quando creai anche Indiana Arnold, prima come fumetto, poi come per una serie di racconti demenziali divenuti anche un film proprio quando uscì la serie televisiva).

Devo dire che Le avventure del giovane Indiana Jones, pur essendo un prodotto completamente diverso da quelli cinematografici, rappresenta una serie di livello altissimo estremamente sottovalutata. I documentari storici realizzati da Lucas per l’uscita del dvd – tre per ogni episodio – sono una miniera preziosissima. Confesso di aver imparato più cose in questi anni (soprattutto su Prima guerra mondiale e Palestina) di quanto avessi imparato in tutta la mia vita. Quindi sono stati una visione preziosissima.

Alcuni degli episodi, poi, sono davvero delle chicche: uno, in particolare – l’unico che vede anche la presenza di Harrison Ford – è addirittura una sorta di prequel, insieme, di Indiana Jones e degli Intoccabili (altro film recuperato nel 2025) con Indy coinquilino del giovane Eliott Ness, alle prese con il giovane Al Capone e amico di Ernest Hemingway e Louis Armstrong.

Ebbene nel corso del 2025 ho visto gli ultimi episodi, in cui Indy si cimenta addirittura con il cinema, facendo amicizia con Irving Berlin, John Ford ed Eric Von Stroheim.

Anche sotto il profilo letterario è stato un anno piuttosto sottotono. Non ricordo un solo romanzo, fatta eccezione per il folle Tegucicalpa di Francesco Salvi e Diventeremo amiche di Anna Cherubini su Emanuela Orlandi, che però forse romanzo non si può definire. Con Anna, sorella di Jovanotti, amici lo siamo diventati davvero, ed è stato uno degli incontri belli che questo anno mi ha regalato. E uno su san Valentino che a dire il vero non mi ha entusiasmato troppo.

Devo dire che questo anno di metà decennio mi ha riservato anche l’ennesima – e credo definitiva – delusione politica, da parte dello schieramento che avevo votato alle ultime elezioni regionali. Non dovrebbe fare poi troppo male, perché in fondo della politica non mi sono mai fidato e non è un caso se non l’ho mai fatta in modo attivo e se ho cambiato voto quasi ad ogni elezione.

Ma in generale, credo che il 2025 abbia dato il colpo di grazia, per quanto mi riguarda, alla cosiddetta sinistra. Quelli che continuano a presentarsi come i “buoni”, i democratici, i pacifisti, e poi da noi dimostrano di essere interessati alla spartizione di potere nel modo più becero e mafioso e a livello internazionale sostengono guerre e massacri salvo poi puntare il dito contro il cattivo di turno.

Quello che è successo, in questo anno passato, in Ucraina e a Gaza, è vomitevole. Da una parte una continua propaganda di guerra, dall’altra un’ipocrisia passata dal sostegno ad un governo assassino e massacratore finito poi nei distinguo e infine in una tardiva condanna quando ormai il mondo intero aveva preso consapevolezza del genocidio che ancora qualcuno si ostina a negare. Poi è bastato un accordo per dimenticarsi di nuovo dei palestinesi.

Penso che il genocidio di Gaza abbia segnato profondamente la mia coscienza e quella di tante altre persone, ma abbia aperto i nostri occhi su una realtà che non riuscivamo o non volevamo vedere. Credo che abbia squarciato un velo di ipocrisia che ci ha impedito per decenni di vederci chiaro su certe dinamiche, non solo mediorientali. E mi fermo qui perché se c’è una cosa che l’anno passato ci ha insegnato, è che è sempre più facile essere accusati di antisemitismo.

Tornando alle perdite di questo 2025, oltre ai lutti, ci sono state le fratture traumatiche, con persone con cui avevo lavorato benissimo: il mio editore – il migliore con cui abbia mai collaborato – con cui ho pubblicato due libri e realizzato antichi sogni, e che mi ha piantato in asso dall’oggi al domani senza spiegazioni, alla vigilia della pubblicazione di un nuovo libro. La segreteria dell’Istess che – anche lei – se ne è andata dopo quasi vent’anni di collaborazione – senza apparente motivo.

Ci sono state molte altre perdite, in questo 2025 (ma anche diverse significative e felicissime new entry) ma sopratutto tanta sofferenza, tanta fatica, anche laddove si costruisce qualcosa di nuovo.

La costituzione dell’associazione Cenacolo Cinema – banale burocrazia – per le circostanze in cui è avvenuta mi è costata quasi un esaurimento nervoso. La gestione del festival (nonostante l’organizzazione impeccabile) a causa delle mancanza di ferie – è stata particolarmente faticosa, costringendomi a fare da pendolare tra Terni e Roma tutti i giorni. In generale, direi che è stato un anno molto pesante e sofferto, in cui la fatica è stata molta più del riposo, in cui la semina è stata più del raccolto.

Penso a due progetti importantissimi, entrambi dedicati a Francesco d’Assisi.

Uno è un libro, dedicato a tutti i film che hanno girato su di lui. Un libro al quale, virtualmente, lavoro da trent’anni. Nel 1993, infatti, sono nati sia il mio amore per il cinema sia quello per Francesco d’Assisi. Nel 1999 ho scritto i miei primi articoli su Francesco e il cinema, nel 2002 ho scritto di fatto il primo capitolo di questo libro: una recensione della fiction con Raoul Bova. Nel 2006 ho iniziato il focus francescano al Terni Film Festival, da cui – di fatto – nasce questo libro, la cui prima stesura risale all’estate del 2019. L’occasione era stata un articolo per il Festival del Medioevo (un’altra perdita che ancora mi fa soffrire, e che nel 2025 in qualche modo ha avuto una ricaduta pesante). Dopo una lunga pausa (durante la quale io stesso ho girato un film su san Francesco) ho ripreso la lavorazione del libro nell’estate del 2023. Poi, dopo un’altra pausa di un anno ho iniziato la redazione definitiva nell’estate del 2024, per concludere definitivamente il libro il 25 marzo 2025.

Assurdamente, però, proprio al momento della consegna della versione definitiva, il mio editore – che aveva già preparato la copertina – si è tirato indietro. Dopo un mese di pura incredulità, nel corso del quale ho cercato inutilmente un dialogo, mi sono messo alla ricerca di un altro editore. E siccome io non torno mai indietro ma devo andare sempre avanti, il nuovo editore doveva per forza di cose essere più importante e prestigioso di quello vecchio. Quindi mi sono rivolto esclusivamente a grandi case editrici, ed è iniziato uno dei percorsi più difficili, umilianti, faticosi ma anche sorprendenti della mia vita da scrittore.

Perché finora avevo lavorato solo con piccoli editori che mi avevano, più o meno, cercato. Mai mi ero sottoposto all’umiliazione dell’essere rifiutato.

Sono stati tre mesi di grande sofferenza, anche perché mi sono reso conto che il mercato editoriale, in generale, è caduto molto in basso. Oggi di fatto, hai un mercato solo se hai un nome. E il nome non importa come te lo sia fatto: puoi essere un giornalista famoso, un comico, un calciatore, una fuoriuscito dal Grande Fratello, l’importante è che tu sia una celebrità, e allora puoi pubblicare. Se il nome non ce l’hai puoi aver scritto anche “I promessi sposi” ma non esisti e sei fuori dal mercato. E al di fuori del mercato, la saggistica è appannaggio di università e istituti culturali che pagano i libri, la narrativa di mitomani che se li pagano da soli. Ergo, senza un nome pubblicare senza pagare o senza qualcuno che paghi è impresa difficilissima.

E io, per principio, ho sempre rifiutato l’editoria a pagamento. Non ho mai pagato per pubblicare e non ho nessuna intenzione di farlo adesso.

E’ stato quindi particolarmente deprimente vedere arrivare sulla mia mail – insieme a schietti rifiuti – anche proposte editoriali più o meno indecenti, in cui l’acquisto copie va più che come un sostegno diventa un mercato vero e proprio in cui tu scrittore non sei quello che vende ma quello che compra.

Va aggiunto che i grandi editori, tendenzialmente, se non hai una raccomandazione nemmeno ti considerano. Quindi mi sono trovato anche nell’umiliante condizione di chiedere aiuto: una cosa che mi ha fatto così male da aver sfogato su facebook questa frustrazione, incontrando tanta solidarietà che alcuni addetti ai lavori mi hanno contattato in privato per offrirmi aiuto.

Alla fine, però, la morale era sempre la stessa: io ti presento, se non sei disposto a pagare o non trovi qualcuno che ti finanzia, non troverai nessun editore.

Tanto che ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di accettare queste condizioni, visto che nel frattempo si stavano facendo vive case editrici sempre più importanti e prestigiose.

Poi è accaduto una specie di miracolo: il libro è stato preso dalla casa editrice più importante di tutte e senza alcuna richiesta economica. Una casa editrice alla quale il libro non l’avevo nemmeno mandato, perché ero certo che lo avrebbe rifiutato. Mi ero limitato – tramite un amico – a chiedere un consiglio.

Poco dopo la manifestazione di interesse di questa casa editrice, si è fatto vivo un altro editore, anch’esso senza chiedere acquisto copie. Poi un terzo. Poi un quarto!

Insomma questo libro rifiutato da un piccolo editore e che all’inizio non lo voleva nessuno, alla fine se lo sono litigato in quattro editori. E due di quelli ai quali sono stato costretto a negarlo mi hanno chiesto se avevo altri progetti da proporre loro. Così adesso c’è il “rischio” che nel 2026 io possa uscire con tre libri pubblicati da altrettanti editori! Tre libri, peraltro, che sono i più importanti che io abbia mai scritto e che sono stati tutti rifiutati in passato da diverse case editrici.

Uno di questi, peraltro, sarebbe dovuto essere il mio primo libro in assoluto, perché è la mia tesi di laurea, la cui pubblicazione ho rimandato per la bellezza di 18 anni.

Insomma, quella di Francesco al cinema sembra una fiaba a lieto fine: rifiutato da un piccolo editore, e – dopo una lunga e sofferta ricerca – pubblicato dall’editore dei miei sogni; quello che era in cima alla mia lista, quello con cui, se avessi potuto scegliere, l’avrei pubblicato sin dall’inizio. Perché è la casa editrice che pubblica la rivista con cui sono cresciuto da bambino, la casa editrice che – a suo tempo – ha coprodotto addirittura il “Pinocchio” di Comencini, la casa editrice con ho anche lavorato, per un’altra rivista, ai tempi in cui ero freelance, e con cui sogno di pubblicare da sempre.

Resta il fatto il libro non è ancora uscito. Il lieto fine è ancora da scrivere e il 2025 è stato un anno di semina, non di raccolta.

La stessa cosa si può dire per il film della mia vita: La leggenda dei tre compagni, il progetto con cui ho realizzato tutti i miei sogni. Ma proprio tutti. E la cui storia, sembra a sua volta, una fiaba: un kolossal storico con tanti attori famosi, girato senza soldi, senza una produzione, ma con tanta passione, ostinazione, e un ideale francescano fortissimo.

Un film con cui ho realizzato quattro sogni in uno: fare il regista, fare un film su san Francesco, fare un film con l’attore che il mio mito di sempre, fare un film comico.

Il problema è che, anch’esso, non ha ancora visto la luce. Girato nel 2024, è ancora in fase di post-produzione. Il 2025 è iniziato male (con un lunghissimo stop, seguito alle riprese) ed è finito non troppo meglio (con un altro stop seguito alla prima bozza di montaggio).

Non perdo la speranza, l’ostinazione, la fiducia in questo progetto per il quale, però, il 2025 è stato un anno di entusiasmo e delusione, prospettive cieche, e – anche in questo caso – proposte e rifiuti. Di fatto non siamo ancora riusciti a finirlo.

Invece, a sorpresa, il 2025 è stato – ancora una volta – l’anno de La Stella di Greccio. Iniziato con la pubblicazione sulla piattaforma Play2000, nel mese di aprile è approdato su Prime Video: un grande traguardo che sembrava il compimento di un percorso inaspettato, imprevedibile e straordinario.

Invece, quando sembrava che la storia si fosse conclusa, si è riaperta inaspettatamente: dopo le proiezioni – più o meno in sordina – a Narni e a Roma, nel mese di ottobre il film è approdato a Pesaro con una proiezione straordinaria: oltre 200 spettatori paganti, per una serata nata in modo altrettanto straordinario (un gruppo di persone voleva organizzare un cineforum sul presepe di Greccio, ha cercato su internet e ha trovato il nostro film, e mi ha contattato) ha rappresentato anche l’inizio di un rapporto di amicizia e di collaborazione che sta già portando molti frutti.

Subito dopo è uscito – anche in questo caso, dopo una lavorazione lunghissima, stremante, faticosa, esasperante – l’agognato cofanetto con cd e dvd. E – ancora una volta a sorpresa – il primo a riceverlo è stato nientemeno che papa Leone XIV.

Anche questa è una storia pazzesca: ho incontrato Leone quattro volte da quando è stato eletto – la prima volta pochi giorni dopo l’elezione, prima ancora dell’insediamento ufficiale – eppure non ero mai riuscito a salutarlo. Ci sono riuscito grazie ad un’udienza pazzesca, in cui mi sono trovato a fianco a gente come Spike Lee, Cate Blanchett, Maria Grazia Cucinotta, Alba Rohrwacher, Christian De Sica e così via. Un’udienza alla quale – a dirla tutta – mi sono praticamente imbucato.

E’ stato un anno papale papale: per la prima volta ho assistito all’“Habemus Papam” dal vivo e ho partecipato a tutte le celebrazioni che hanno aperto e chiuso il Conclave.

Ho anche finito, dopo 20 anni, il libro “Conclave” di Giancarlo Zizola: un libro che leggo letteralmente una volta ogni morte di papa. L’avevo iniziato nel 2005, dopo la morte di Giovanni Paolo II. L’avevo ripreso nel 2013, senza nessuna fretta di finirlo. E l’ho concluso quest’anno, iniziando la lettura il giorno in cui è morto Francesco e concludendola il giorno in cui è stato eletto Leone.

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Il mio bene rifugio (non si scrivono poesie per le mogli) http://arnaldocasali.altervista.org/non-si-scrivono-poesie-per-le-mogli/ Fri, 19 Dec 2025 13:56:00 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363113 Tu
Sei l’oro
che aumenta ogni giorno di valore
Sei l’amore
che loro si sognano
sei il successo
che tutti agognano
sei il sesso
dopo il lungo digiuno del represso

Tu sei il rifugio
sotto il temporale
sei la bussola in mare
la stella polare
google maps sul cellulare

Sei presenza
nell’assenza
sei bellezza
senza tempo
sei l’amore
oltre la crisi
sei fedeltà
nel tradimento
sei certezza
nello sgomento

sei l’osso ambito
di Piccolina
sei il dolce risveglio
della mattina
sei un aeroporto
aperto
tu sei mistero
tu sei cemento
tu sei il silenzio del monastero
sei musica e divertimento

Tu sei la meta
la mia metà
la mia età
tu sei la mia
stella cometa

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50 http://arnaldocasali.altervista.org/50-2/ Tue, 21 Oct 2025 15:32:55 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363096 Quanto veleno devo ancora ingoiare
quanti appuntamenti mancare
quante serpi in seno allevare
affetti osservare scomparire
pugnali alle spalle incassare
delusioni accettare
traguardi aspettare
saggezza imparare
crociere rimandare
navi vedere salpare
aspettative tradire
inutili parole dire
Illusioni svanire
fiducia sprecare
furti subire
proteggere
chiudere
rosicare
tacere.
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Dimmi quando ti posso chiamare http://arnaldocasali.altervista.org/dimmi-quando-ti-posso-chiamare/ Sun, 09 Mar 2025 20:55:13 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363104
Allontanarsi dalla linea gialla
e io a mezzo metro volevo restare
Dimmi quando ti posso chiamare.
Se il cielo non è grande abbastanza
in questa stanza dovevo restare
Dimmi quando ti posso chiamare.
Non posso amare la pace
se solo non sono capace ad amare
Dimmi quando ti posso chiamare.
Volevo solo un altro giro di danza
e adesso la panza
la panza fa male
dimmi quando ti posso chiamare
Koocz.
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2024 http://arnaldocasali.altervista.org/2024-2/ Tue, 07 Jan 2025 18:48:54 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363091 Il bilancio dell’anno passato io, per tradizione, lo faccio sempre un po’ in ritardo. Come tutto, d’altra parte. L’anno scorso sono arrivato a pubblicarlo ad aprile. Quest’anno cerco di prenderlo un po’ più per tempo, e lo azzardo il giorno dell’Epifania, ad appena una settimana dalla sua chiusura.

Anche quest’anno vedo in giro per i social gente che continua a bullizzare il 2024 (ma se dal 2020 in poi c’è stato un vero e proprio accanimento, personalmente leggo insulti all’anno concluso almeno dal 1993). E non per essere sempre bastian contrario, ma io anche questa volta non posso che vederla esattamente al contrario, ed essere pieno di gratitudine. Sarà che forse io di anni “brutti” proprio non ne ricordo, ma anche questo che è finito è stato un anno incredibile e magnifico, sotto tutti i punti di vista.

E’ stato l’anno delle mie nozze d’argento con il giornalismo: 25 anni dall’inizio di tutto quello che sono oggi, e devo dire che è stato un anniversario celebrato davvero degnamente.

E’ stato un anno di viaggi – con la mia prima volta in Africa, in Kenya – e ben tre volte in Asia (Armenia, Qatar e Arabia Saudita, dalla quale scrivo), ma soprattutto un anno di cinema. Cinema visto, tanto – in sala e non solo.

Non sto qui a fare le classifiche dei 10 film più belli e forse non mi interessa nemmeno citare quelli più importanti (comunque non ci sono stati film così importanti per me, tra quelli usciti nel 2024 ma sicuramente “Joker 2” mi è sembrato il film dell’anno): trovo più significativo invece il fatto che quest’anno ho recuperato intere serie di film che non avevo mai visto. A cominciare da “Mission: Impossibile” che ho iniziato in volo verso l’Africa e di cui poi ho visto tutti i seguiti in un paio di mesi. Proprio in chiusura di anno, invece, ho visto i due Beetlejuice, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Il primo su Prime il secondo in volo per Rijad.

Tra le grandi novità di quest’anno c’è stato anche il televisore nuovo, peraltro. Che forse ci siamo decisi a comprarlo proprio quando ci siamo resi conto che quello minuscolo per film come Missione impossibile proprio non si poteva.

Proprio negli ultimi giorni dell’anno, poi, ho visto Get Shorty e Be Cool. Anch’essi li aspettavo da decenni, e devo confessare che se da una parte hanno confermato la mia passione per John Travolta, che pur non essendo né particolarmente bello né particolarmente bravo, rimane  uno degli attori più carismatici di Hollywood, dall’altra mi hanno sollevato un altro dubbio: come è possibile che Elmore Leonard sia considerato un grande scrittore? Perché se “Get Shorty” ha una storia esile esile, “Be Cool” è davvero la classica cagata pazzesca, che si regge (anche maluccio, a mio avviso) sulle tantissime celebrità coinvolte nel cast, visto che la trama è praticamente inesistente. E manco a dire che gli sceneggiatori hanno rovinato il romanzo, dal momento che Leonard figura tra i produttori della pellicola.

Il Terni Film Festival quest’anno ha avuto un’edizione semplicemente miracolosa. Ogni anno io dico che è stata l’edizione più bella – e il bello è che sempre vero. Ma quest’anno non è stata solo la più bella: è stata anche la più serena, realizzata senza eccessi di stress, la più partecipata e apprezzata anche dagli stessi ospiti. Tutto questo con la metà del budget dell’anno scorso, e con il mio coinvolgimento ridotto quasi al lumicino a cui si è aggiunto un disimpegno maggiore rispetto all’anno scorso anche di Lucrezia e di Beata (entrambe impegnate – come me – su altri fronti) che erano state le grandi artefici delle ultime due edizioni. Lucrezia, d’altra parte, è stata l’organizzatrice dell’altra grande novità di quest’anno: il festival “Umbria, i sapori del cinema” – preparato per oltre un anno – che ha ampliato e potenziato la missione del Terni Film Festival, allargandolo nel tempo e nello spazio (il festival si è svolto a settembre, in gran parte a Orvieto).

Per quanto riguarda il miracolo di novembre, invece, devo dire che oltre alla provvidenza divina, questo miracolo ha due nomi: Luca e Veronica, che quest’anno hanno davvero tenuto il timone del festival dall’inizio alla fine. E anche di Alberto Di Giglio, che è stata una new entry fondamentale.

Alla fine è stata un’edizione record per i personaggi coinvolti (nessuno dei quali – per la prima volta – si è fatto pregare) da Marco Risi a Marco Pontecorvo, da Pubble e Casa Abis, ad Andrea Roncato e Marco Marzocca, G-Max, Cristiana Dell’Anna, Gianmarco Saurino, Rosa Diletta Rossi, Phaim Bhuyian.  Su tutti Gildo Claps, artefice del momento più bello di questa edizione e uno degli incontri più importanti di questo 2024. Un anno che ha visto anche un altro incontro importante, peraltro: quello con Pietro Orlandi, che ho intervistato a Roma nel corso di un incontro che dovrebbe anche diventare un libro.

Film visti, film proiettati. Ma soprattutto è stato un anno di film fatti.

Il 2024 resterà nella mia storia come L’anno dei Tre Film: uno l’ho promosso, uno l’ho girato e uno è uscito. Non male per uno che ha sognato per trent’anni di fare il regista!

La Stella di Greccio è uscito alla fine del 2023, ma mi ha accompagnato per tutto il 2024: dalle proiezioni a Rieti e a Vacone (il 6 e 7 gennaio) a quella leggendaria alla Filmoteca Vaticana. Semplicemente, uno dei momenti più importanti della mia vita, con la consegna a papa Francesco il giorno prima e la proiezione in cui avevo a fianco a me a sinistra Francesco Salvi, a destra Liliana Cavani e dietro di me il ministro generale dei frati francescani!

Fino alla proiezione a Piediluco, al santuario di san Francesco il 21 dicembre, la prima televisiva il giorno di Santo Stefano e la pubblicazione sulla piattaforma Play2000 il 27 dicembre.

In mezzo ci sono state le proiezioni in Polonia e in Armenia, al festival Religion Today, a Todi, a Calvi, a Santa Maria delle Grazie e al cineforum di San Giuseppe Lavoratore – che conduco da oltre dieci anni e nel quale per la prima volta ho potuto mostrare un film mio.

Una storia che ancora non è finita visto che per tutto l’anno abbiamo lavorato anche al dvd e alla canzone con la colonna sonora.

E poi c’è il film girato nel 2024 e che uscirà (speriamo!) nel 2025. E che è – semplicemente – la cosa più importante che abbia mai fatto in vita mia.

Se la “Stella” aveva già di suo rappresentato il coronamento di un sogno trentennale, La leggenda dei tre compagni ha realizzato pienamente quel sogno. Più che un seguito della “Stella”, la Leggenda è un upgrade. La Stella aveva dimostrato che il film dei miei sogni potevo farlo davvero, con la Leggenda l’ho fatto.

La Stella è stato un esperimento: uno spettacolo teatrale divenuto un corto, un corto che si è rivelato un vero film, anche se molto povero, molto breve e quasi amatoriale. La leggenda dei tre compagni è un film vero, con un cast stellare e una storia molto più sviluppata. Insomma questo parte già come un film vero. Un miracolo reso possibile dall’amicizia di Francesco Salvi e Fabio Bussotti, grazie ai quali non solo l’ho potuto fare, ma ho potuto avere nel cast nomi come Max Cavallari dei Fichi d’India, Stefano Chiodaroli, Rosario Terranova, oltre che altri vecchi amici che sono riuscito a coinvolgere come Moni Ovadia, Adelmo Togliani e Annalisa Aglioti.

E’ un’esperienza dalla quale ancora non mi sono ripreso emotivamente. Perché è stata anche, inevitabilmente,  il più grande stress della mia vita, un momento molto galvanizzante ma anche dolorosissimo, in cui ho dovuto sopportare tensioni incredibili, anche perché – di fatto – l’ho prodotto da solo, senza il supporto che avevo avuto per “La stella”.

Essendo un progetto molto più importante e ambizioso, ora anche la post-produzione e la distribuzione sarà molto più difficile. Vedremo cosa succederà.

Nel frattempo, mi dispiaceva che in un anno così cinematografico, non avessi fatto – di fatto – un film nuovo. Così ne ho improvvisato un altro.

I primi di dicembre ho deciso – insieme a Luca, senza il quale ormai non posso fare nulla! – di produrre un nuovo film, da far uscire per Natale!

Detto e fatto: il 25 dicembre al Cenacolo San Marco abbiamo proiettato il mio secondo film: Accadde a Natale, che vede un cast ancora più stellare della “Leggenda”, che comprende – oltre allo stesso Francesco Salvi e altri attori importanti come Enzo Decaro – anche alcune vere e proprie leggende del cinema, scomparse di recente: Gastone Moschin, Marzia Ubaldi, Alessandro D’Alatri e Jerzy Stuhr.

Come è stato possibile fare una cosa del genere? Semplicemente, raccogliendo insieme materiale prodotto nell’arco di oltre quindici anni.

Accadde a Natale – tratto, come “La Stella” – dal mio romanzo “Accadde a Natale” (che ad oggi è anche la cosa più importante che abbia pubblicato, l’unico libro con cui mi sono ritrovato anche negli scaffali della libreria Termini!) è un film narrativo.

Gli episodi che lo compongono nascono come radio racconti tratti da quel libro (che però non avevo ancora pubblicato!) registrati per Radio TNA a partire dal 2008.

A partire dal 2013 quei radio racconti erano diventati video-racconti trasmessi su TeleTerni. Già allora, in realtà, ne avevo fatto un film (chiamato Il giorno di Natale) che però ha ormai poco in comune con il nuovo film, visto che la maggior parte del materiale è stata realizzata successivamente.

Non so ancora che cosa ne sarà esattamente nemmeno di questo film, che al momento ha visto quella sola proiezione. Ma sono felice di averlo fatto.

E’ stato un anno che ha segnato anche una nuova consapevolezza politica, che mi ha liberato definitivamente da vecchi schemi “fascisti e comunisti”, “democratici vs. dittatori”, ma anche una presa di coscienza cruda e terribile su come possa essere usato l’antisemitismo per giustificare un genocidio.

Confesso anche, che dopo quattro anni in Vaticano e dieci giorni in Arabia Saudita, inizio a mettere in discussione seriamente il concetto di democrazia come valore assoluto. Viviamo in un mondo ossessionato dalla libertà ma che ha messo da parte completamente valori come pace e giustizia.

Devo dire che soprattutto il viaggio in Africa, mi ha fatto nascere una nuova consapevolezza sulla presunzione di superiorità del nostro modello cosiddetto occidentale, la cui imposizione sta alla base delle due principali guerre che insanguinano il mondo da due anni.

Invidio il senso di comunità degli africani, ma anche queste due monarchie assolute che sono state capaci di esprimere quelli che sono probabilmente i due migliori politici del momento. Almeno, sicuramente gli unici due che non hanno interesse a scatenare la Terza Guerra Mondiale, gli unici che si pongono come mediatori in un mondo ormai contrapposto in due blocchi.

Politicamente è stato, ancora una volta, un anno di elezioni. E io, ancora una volta, le“vinte”. La cosa buffa è che negli ultimi dieci anni ha sempre vinto chi ho votato io, ma io non ho mai votato due volte consecutive lo stesso partito!

Evidentemente sono proprio l’italiano medio: il perfetto cittadino non schierato politicamente, che ad ogni tornata elettorale decide chi votare: il perfetto termometro degli umori del popolo.

E’ stato anche un anno di obiettivi. Seguendo un suggerimento di Marialuna, l’anno scorso – per la prima volta – ho provato a pormi dei traguardi molto precisi da raggiungere. Una cosa che non avevo fatto mai, da totale improvvisatore sempre pronto ad accogliere quello che succede. L’anno scorso, sorprendentemente, aveva funzionato: l’obiettivo prioritario che mi ero posto ero riuscito a raggiungerlo. Così quest’anno ho provato a bissare: mi sono posto tre obiettivi fondamentali: uno è stato pienamente raggiunto, uno è vicino al traguardo, l’altro – quello più difficile e “storico” – ovvero dimagrire, è ancora lontano dalla meta, ma ha comunque portato risultati importanti (col migliore risultato degli ultimi vent’anni, anche se la strada è ancora lunga).

E’ stato un anno importante sul lavoro, è stato un anno di grandi incontri, nuove conoscenze che lo hanno segnato profondamente, alcune anche proprio sul finale di questo lungo anno. Ecco, sotto il profilo delle amicizie, forse è stato un anno con un bilancio particolarmente positivo, perché – per una volta – le entrare sono più delle uscite.

E’ stato, sotto molti profili, un anno di maturazione più che di transizione. Ho concluso il mio primo mandato da direttore dell’Istess – un mandato pieno di ambizione e di entusiasmo, ma anche pieno di tranvate, di dolore, di fatica e di fallimenti – e iniziato il secondo, sotto una luce completamente diversa. Tre anni sono serviti a prendere le misure, e se da una parte è ovvio che siamo partiti in quarta per poi rallentare molto sotto il profilo “produttivo”, sicuramente questi tre anni vissuti pericolosamente – lunghissimi e intensissimi – sono serviti anche ad assestarci. Oggi, per la prima volta nella sua storia l’Istess ha un direttivo che corrisponde con il gruppo di lavoro. Una squadra fantastica, peraltro a maggioranza femminile (cosa che conferma la mia pessima opinione sulle quote rosa), intergenerazionale e interculturale. E la mia più grande soddisfazione è vedere che l’Istess riesce a fare a meno di me. In questi anni abbiamo creato un gruppo di lavoro vivace e autonomo, una macchina in grado di andare avanti ad organizzare grande eventi anche mentre il direttore è a migliaia di chilometri di distanza. E questa è davvero il risultato più grande, dovuto – in gran parte – alle due persone che più di ogni altra hanno segnato questo 2024, accompagnandomi in tutte le cose più importanti che ho fatto: Veronica e Luca. Oltre, ovviamente a Beata, con cui abbiamo vissuto un altro momento di grande cambiamento, con la chiusura del suo mandato romano e l’inizio del lavoro in Arabia Saudita. Dopo aver passato 4 anni lontani e 4 anni in simbiosi, ci siamo ritrovati di nuovo lontani, e non poco. Ma anche questo distacco è stato meno difficile di quanto temessi. Forse perché, semplicemente, se sei preparato (e noi lo eravamo) riesci ad affrontare qualsiasi difficoltà. Ma soprattutto, perché è molto meglio avere una persona vicina nel cuore e lontana fisicamente che il contrario. E visto che spesso nel matrimonio accade proprio il contrario, io mi sento davvero un privilegiato.

Se c’è una cosa che è cambiata in questo 2024, poi, è concetto di casa. Io e Beata, a due anni dal secondo matrimonio e a quattro dal primo, ci siamo trovati a vivere distanti ma a prendere la stessa residenza e investire su una casa tutta nostra.

Così ci ritroviamo – insieme – ad avere la residenza a Terni, la casa a Roma e il domicilio a Rijad.

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2023 http://arnaldocasali.altervista.org/2023-2/ Tue, 02 Apr 2024 16:11:06 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363088 Sono un po’ in ritardo, sì, lo so.

Ma io sono un ritardatario professionista. Io non sto mai sul pezzo. O meglio ci sto: ma su un altro pezzo. Quello di prima. 

Insomma il bilancio dell’anno trascorso lo fanno tutti negli ultimi giorni di dicembre. Io me la prendo sempre con molta calma, e quindi di solito lo faccio a febbraio. Quest’anno batto tutti i record, arrivando con tre mesi di ritardo giusti giusti.

Tre mesi di distanza, che però – guardandolo da lontano – mi consentono di vederlo meglio, questo clamoroso 2023.

Clamorosi, è vero, lo sono stati anche i primi tre mesi di questo 2024, ed è il motivo per cui non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi a guardare ciò che è stato. Per tracciare un bilancio, un minimo, bisogna fermarsi.

Questo sabato santo, allora, può essere il momento giusto. Il mese nuovo porta con sé il nuovo orario e anche la nuova Pasqua.

Dare addìo all’uomo vecchio – per dirla con san Paolo – è anche forse l’occasione migliore per dare addio all’anno vecchio.

Non ho con me la mia fidatissima agenda, quella dove scrivo – giorno per giorno – tutto quello che succede, e questo rende più difficile tracciare il bilancio perché devo affidarmi solo ed esclusivamente alla memoria.

La memoria però trattiene – o almeno dovrebbe – le cose più importanti. E quindi magari quest’anno le memorie dell’anno passato saranno più essenziali e meno prolisse.

D’altra parte le cose importanti sono state così importanti, che basta parlare di loro, senza elencare tutti i film che ho visto, tutti i libri che ho letto, tutti i posti che ho visitato. Anche perché di posti visti quest’anno – come gli ultimi tre – sono stati pochi. Il 2019 rimane l’ultimo anno “in viaggio”, di fatto – per un motivo o per l’altro – dal 2020 i viaggi sono stati pochissimi e cortissimi. Nessun “paese” nuovo conquistato nemmeno nel 2023, con brevi sortite solo in Polonia e Ungheria. 

Quanto ai film, ne cito uno solo, ma che vale tutto l’anno: Indiana Jones e il Quadrante del Destino. Un film che ho letteralmente aspettato per quindici anni, con una frenesia sempre crescente negli ultimi otto, da quando – cioè – è stato annunciato ufficialmente.

Non so perché ma la febbre da Indiana Jones che l’atteso arrivo di questo film ha generato, ha superato persino quella che avevo avuto – quindici anni fa – per Il Teschio di Cristallo. E questo nonostante questo nuovo film non sia stato diretto (con mia grande delusione) da Steven Spielberg.

La preparazione a questo film è stata epica: ho comprato online i gadget più assurdi mettendo insieme in salotto un vero e proprio museo di Indiana Jones: dal Santo Graal alle pietre del Tempio Maledetto, dal bastone dell’Arca fino al diario di Henry Jones Sr.

Ho rivisto tutti i film, letto (dopo 30 anni che l’avevo comprato!) Indinaa Jones e il destino di Atlantide e – dopo cinque anni – ho finalmente visto anche i cofanetti integrali di Le avventure del giovane Indiana Jones. Beata me li aveva regalati nel Natale nel 2017 ma di fatto avevo visto un episodio all’anno, mentre tra la primavera e l’estate del 2023 ho visto integralmente i primi due. (mi rimane ancora il terzo).

E’ stata un’esperienza importantissima perché il telefilm era nato con intenti educativi: in ogni episodio il giovane Indiana Jones incontra qualche grande personaggio del Novecento e ad ogni episodio è abbinato – nel cofanetto dei dvd (mai pubblicati in Italia) un documentario.

Confesso di avere imparato tantissimo da quei documentari. Anche se, essendo 2-3 documentari ogni episodio e gli episodi un prodotto tipico della TV anni ‘90, ecco la visione è stata decisamente più lenta rispetto a 1992, House of Cards, Twin Peaks o Young Pope.

Tra le cose che ho imparato, è che anche De Gaulle è stato un grande bluff e che tutte le guerre del mondo sono state scatenate da Inghilterra e Francia. Ecco, io fino ad oggi me la prendevo con l’America. Vedere i documentari sulla nascita della Palestina – proprio mentre scoppiava la guerra a Gaza – mi ha davvero illuminato, cambiando la mia prospettiva del mondo, capendo che a fare danni al mondo non sono i dittatori o i fanatismi religiosi, ma l’imperialismo europeo, convinto di poter e dovere conquistare il mondo intero esportando la sua civiltà.

Quando finalmente il film è uscito, per rispettare la tradizione, sono andato a vedere Il Quadrante del Destino con zia Maria e zio Bruno, con cui avevo visto tutti i film precedenti (a partire dall’Arca perduta, vista in un’arena estiva nel 1981).

Lo devo dire: io non sono rimasto affatto deluso. Nonostante le pessime premesse, le critiche feroci, l’insuccesso commerciale, io personalmente sono rimasto pienamente soddisfatto da questo film. Direi addirittura entusiasta. E mi dispiace molto che sia davvero l’ultimo.

Se la primavera e la prima metà dell’estate sono state consacrate a Indiana Jones, a fine giugno l’archeologo americano ha dato il cambio a Francesco d’Assisi.

Il più grande regalo che mi ha fatto il 2023, infatti è stato farmi diventare un regista.

La Stella di Greccio, concepito, girato, montato e presentato in appena cinque mesi, ha rappresentato non la realizzazione di un sogno, ma di almeno tre sogni diversi, coltivati per trent’anni.

Se nel 2013, per i miei vent’anni da francescano, avevo ricevuto come regalo papa Francesco. Per i trenta ho avuto il mio film su Francesco.

Nel 1992 ho iniziato a girare il mio primo film. Nel 1993 mi sono innamorato di Francesco d’Assisi.

Fare un film su Francesco ha unito insieme i più grandi amori della mia vita: il cinema e san Francesco.

Il terzo è stato un prodotto cinematografico che ha visto insieme la squadra che ho costruito in questi vent’anni da organizzatore del Terni Film Festival e tre da direttore dell’Istess.

Davvero tutto si è riunito in quel film: le mie ambizioni registiche frustrate per trent’anni (perché un film amatoriale no, non l’ho mai voluto fare), la mia passione per Francesco, e tutte le persone che ho incontrato in questi anni: da Cecilia a Marialuna, da frate Alessandro a Luisa, da Giordano a Fabio Bussotti e Francesco Salvi, fino a Mauro Cardinali, che è l’anello di congiunzione tra i due film del 2023, visto che ha interpretato anche Indiana Jones e il Quadrante del Destino.

Ho anche realizzato un altro sogno, per questo film: scrivere una canzone su Francesco con Marialuna Cipolla.

Ma devo smettere subito di parlare di questo film, perché non finirei mai: non è stata la cosa più importante del 2023, ma forse di tutta la mia vita.

Come Indy, anche Francesco si è portato dietro mezza estate e tutto l’autunno in varie incarnazioni. A ferragosto, infatti, in attesa di poter cominciare il montaggio, ho ripreso in mano un libro che avevo scritto nel 2019 e che da allora era in attesa di essere completato. Un libro su tutti i film su Francesco d’Assisi, motivo per cui, durante le vacanze polacche (durante le quali in una settimana sono uscito di casa solo due volte, passando l’intera giornata al computer scrivendo e montando) ho rivisto alcuni film, e visto per la prima volta altri film su Francesco.

E’ stato un anno di grandissima sofferenza; è stato anche il primo anno senza mia madre. Ma – paradossalmente – il motivo di questa sofferenza non è stata l’elaborazione del lutto, la presa di coscienza della sua assenza: il primo compleanno senza di lei, la prima Pasqua senza di lei, la prima estate senza di lei. No, sotto quel profilo, la grazia di Dio ha continuato ad accompagnare la mia famiglia. Tutto è andato al meglio.

La sofferenza me l’hanno creata le persone con cui sono stato costretto a rapportarmi. E la cosa più dolorosa, è che si è trattato – nella gran parte dei casi – di cosiddetti uomini di Chiesa. Gente che, teoricamente, di lavoro dovrebbe amare. I contesti sono stati diversi e non collegati tra loro. Il dolore però è stato atroce. Perché quando tu cela metti proprio tutta per “comportarti bene”, per rispettare gli altri, per non generare gelosie, per non pestare i piedi, per non urtare la suscettibilità, e nonostante questo ti ritrovi di fronte a qualcuno che ti considera un nemico e che quindi ti combatte, ti combatte a prescindere, e tutto quello che tu fai, dici e scrivi cerca di usarlo contro di te, e tutto questo spesso senza un motivo vero, solo per antipatia, ostilità pregressa, cattiveria gratuita, allora
la rabbia si mescola ad un senso di impotenza. E l’impotenza è sempre il sentimento più devastante.

In questo anno di guerra, io pacifista radicale, mi sono trovato in continuazione sul fronte, a combattere guerre personali che non avevano senso, a difendermi da attacchi continui – la cui utilità, per chi li sferrava – ancora mi sfugge.

Certo con queste premesse sembra che sia stato un anno terribile. Invece è stato un anno meraviglioso, in cui ho realizzato tanti sogni inseguiti per trent’anni.

Trent’anni, sì. Ce ne sono almeno tre, di cose che desideravo fare da trent’anni e che ho fatto nel 2023.

Poi ci sono cose che invece non volevo fare proprio, e che pure sono venute benissimo, come il Terni Film Festival: l’edizione di cui personalmente mi sono interessato di meno, e che si è rivelata in assoluto la più bella e clamorosa. E forse anche la più serena. Se quelle del 2021 e 2022 erano state funestate da sforzi immani e liti devastanti, nel 2023 sotto il profilo organizzativo è stata un’edizione miracolosa, in cui tutti i profili.

La più grande soddisfazione – può sembrare paradossale ma è così – è la consapevolezza che il merito del successo di questa edizione non è mio.

Non è vero che voglio essere al centro di tutto. Stare al centro di tutto è molto stressante. E quando lo stress supera l’appagamento narcisistico, allora è meglio farsi da parte.

Le soddisfazioni più grandi – l’Istess – me le ha riservate proprio di fronte a iniziative bellissime che non ho organizzato io. Poi una bella dose di sofferenza e di litigata non è mancata nemmeno quest’anno ma almeno – come dire – stavolta ne valeva la pena, perché non si trattava si scaramucce infantili tra organizzatori: stavolta sono finito  nel mezzo dello scontro degli scontri. In piena guerra ho cercato di far salire sullo stesso palco – nel segno del dialogo e della pace – una regista israeliana e un regista palestinese. Senza alcuna neutralità, sia chiaro: il festival ha sostenuto apertamente la causa di Gaza. Ma è stato proprio il regista di Gaza a rifiutare di dare la mano alla regista pacifista israeliana. E così ho finito per litigare e rompere i rapporti proprio con chi sostenevo di più. Ma questo mi ha fatto capire ancora di più quanto sia dura e complicata questa guerra, e quindi anche se ho urlato e pianto, sono felice di quello che è successo. A parlare di pace con i pacifisti è facile: cercare di far dialogare davvero chi non si parla, credo sia un titolo di merito.

Sul piano umano, è stato un anno di grandi ritorni – con amicizie ritrovate dopo decenni – e anche di amari commiati. 

Insieme al film, l’altra cosa più importante che ha segnato questo 2023, è stata l’assunzione in Vaticano.

Anche in questo caso, è stato un traguardo agognato e inseguito per decenni. E non parlo solo del Vaticano (con cui collaboravo già da anni) ma proprio dell’assunzione.

La prima volta che sono entrato per la prima volta da Porta Sant’Anna è stato quando avevo 22 anni, per studiare un codice alla Biblioteca Vaticana per l’Università.

Ero così eccitato di entrare per la prima volta dentro Città del Vaticano, che – all’uscita – pur di prolungare la mia permanenza dentro quelle mura esclusive, avevo comprato una scheda telefonica alle Poste Vaticane e mi ero messo a telefonare a chiunque dalla cabina. Non c’è bisogno che dica che cosa significhi per me, 27 anni dopo, diventare “Officiale” vaticano.

Quanto all’assunzione ogni anno il 15 agosto faccio la battuta perché il precariato è diventato una cifra stilistica della mia vita professionale. Al Giornale dell’Umbria in 15 anni da redattore abusivo, sono riuscito a restare l’Unico dei giornalisti della primissima ora a non essere assunto, e a restare co.co.co fino alla fine. Ovvero fino alla famigenrata mail di quattro righe con cui mi si diceva che, dopo 15 anni, il mio contratto (che nel frattempo da annuale era diventato mensile) non era stato rinnovato.

Nel 2024 celebro 25 anni di lavoro, venticinque anni dal mio primo articolo pubblicato su “Adesso” che mi ha proiettato, al tempo stesso, nella professione giornalistica e nella Chiesa Cattolica, dove sono stato addetto stampa diocesano, collaboratore della radio diocesana e corrispondente della radio nazionale, direttore artistico del Terni Film Festival, responsabile della comunicazione dell’Istess, articolista dell’Osservatore Romano e di Avvenire e direttore dell’Istess. Tutto questo senza mai guadagnare più di 600 euro al mese.

Infatti parlo sempre di attività giornalistica e mai di carriera, e uno dei miei tormentoni è: “Non chiedo mai quanto mi paghi. Per questo nella mia vita ho fatto di tutto: tranne i soldi”.

D’altra parte se a diciotto anni il tuo mito è Francesco d’Assisi, restare “poraccio” fino a cinquanta è anche una forma di coerenza.

E’ vero che non sono uno che chiede soldi, e nemmeno contratti o garanzie. Ho sempre e solo chiesto di potermi divertire, di fare qualcosa che mi piace, e l’ho fatto.

Mi vanto anche di non essere mai stato raccomandato, e quindi forse non è strano questo eterno precariato. Ora, ovviamente, nessuno – anche giustamente, a dire il vero – può credere che qualcuno venga assunto in Vaticano senza avere raccomandazioni. Considerando anche che sono state ufficialmente abolite da papa Francesco, e che prima non esisteva nemmeno un ufficio a cui mandare il curriculum. 

Invece, anche se la cosa mi è costata sangue e sudore e lacrime, io posso dirlo con orgoglio. La manovra di avvicinamento è stata lunga e progressiva (otto anni!), poi il proverbiale colpo di fortuna, con un articolo sul papa pubblicato su TPI (gratis – quando si dice essere pagati in visibilità!) che pensavo mi avrebbe precluso qualsiasi posisbilità di lavorare per il Vaticano, e che invece è stato notato da un celebre teologo (e autore di alcune delle più belle canzoni di Chiesa degli ultimi cinquant’anni) che stava cercando un addetto stampa per l’Istituto che dirigeva.

Da lì – in pieno lockdown (ho iniziato a lavorare in smart working, e ho messo piede in Istituto per la prima volta dopo 6 mesi che ci lavoravo!) – è iniziata un’avventura durata quattro anni.

Un’avventura che mi ha cambiato la vita, piena di entusiasmo, di duro lavoro e anche di sofferenza, di incidenti, di cadute e risalitead un certo punto sono finito persino al centro di un articolo di un giornale americano che voleva attaccare papa Francesco. Ed è essere attaccato per colpire il Papa, lo dico sinceramente, è una cosa che mi ha inorgoglito, anche se mi ha fatto finire nei guai.

Ho dato tutto me stesso, anche se devo ammettere che solo nel 2023 ho deciso che volevo a tutti i costi essere assunto perché – sì – è ciò che voglio fare nella vita. Così, quando è andato in pensione l’usciere ho detto che ero disponibile a sostituirlo pur di essere preso. E l’ho fatto.

Nel frattempo, un po’ paradossalmente, avevo assunto un altro incarico nell’Istituto, che è andato ad aggiungersi a quello di addetto stampa, e cioè segretario di redazione della rivista accademica ed editor di tutti i libri pubblicati dall’Istituto.

E’ buffo e singolare che tutto questo sia successo non solo nello stesso anno ma negli stessi mesi – nelle stesse settimane – in cui realizzavo l’altro grande traguardo della mia vita: fare il regista.

Addirittura la presentazione alla Filmoteca Vaticana è avvenuta nella mia prima settimana di lavoro.

Ad accomunare queste due grandi novità che hanno segnato così profondamente questo 2023, oltre al fatto di avere entrambe in qualche modo “compiuto” un percorso iniziato trent’anni fa, c’è forse anche la determinazione con cui le ho inseguite.

E questa è stata un’altra grande novità – direi la più importante novità del 2023.

Nella mia vita mi sono sempre lasciato guidare dalla corrente. Non quella umana, chiariamoci, perché se c’è un aspetto della mia personalità che mi ha sempre segnato sin da adolescente è l’anticonformismo.

Ma ho sempre avuto grande fede nella Provvidenza. Ho sempre pensato che Dio sa meglio di me quello di cui ho bisogno, quindi non ho mai inseguito con troppa caparbietà un progetto, ho sempre preso quello che la vita mi dava, e mi ha sempre dato cose bellissime.

Sono conspaevole che se mi fossi fissato degli obiettivi precisi, avrei fallito e avrei perso i treni più importanti della mia vita.

Per dirne una: a vent’anni ero convinto di voler fare l’attore. Nel 1998 ho fatto il primo e unico provino della mia vita, al CUT del Teatro Stabile dell’Umbria. Portai il monologo di Cyrano de Bergerac sul naso. Arrivai 26° e ne prendevano 20.

Mi sentii un fallito. Pochi mesi dopo, per caso, ho iniziato a fare il giornalista.

Oggi so che sarei stato un pessimo attore, e sicuramente un attore estremamente frustrato. Invece sono finito a fare il lavoro più bello del mondo, e sicuramente il più adatto alla mia personalità.

Tutte le cose più belle della mia vita sono avvenute per caso: nel 2005 chiesi un passaggio in macchina a Stefania Parisi che stava organizzando la prima edizione del festival Popoli e Religioni. E’ grazie a quel passaggio se oggi faccio il direttore dell’Istess.

Per questo non ho mai forzato la mano al destino, e sono sempre stato accogliente nei confronti della vita. Questo però, mi ha portato anche a perdere un sacco di tempo e di energie dietro a cose che mi piaceva fare, ma che non portavano a niente.

Per vent’anni ho speso quasi tutte le mie energie per la cronaca locale, pur essendo perfettamente consapevole che non era ciò che volevo, per vent’anni sono stato un frustato che avrebbe voluto scrivere su testate nazionali.

Se non ho mai insistito per avere un contratto al Giornale dell’Umbria era anche perché non volevo legarmi, volevo tenermi le mani libere, ma poi di fatto con queste mani libere non ci ho fatto nulla finché non sono rimasto col culo per terra. E solo allora – costretto dal bisogno di soldi – sono diventato un giornalista nazionale. E da free lance, mi sono trovato a scrivere su giornali più importanti, divertendomi di più e guadagnando quasi il doppio.

Quindi, ecco, due cose mi ha insegnato il 2023, che sono forse poi la stessa: riconoscere delle priorità, e combattere per quelle, fino al raggiungimento dell’obiettivo.

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LA NOSTRA AFRICA – diario di viaggio in Kenya http://arnaldocasali.altervista.org/la-nostra-africa-diario-di-viaggio-in-kenya/ Tue, 19 Mar 2024 16:25:11 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363085
Giorno 1 – 29 febbraio 2024
Per arrivare in Kenya viaggiamo 18 ore e attraversiamo 3 continenti: partiamo da casa alle 6 di mattina, decolliamo alle 9, con Qatar Airways. Durante il viaggio inizio a leggere “La mia Africa” di Karen Blixen, perché Beata dice che visiteremo casa sua, ora museo.
Vista la vasta offerta filmica, decido anche di vedere L’ESORCISTA – Il Credente, l’ultimo capitolo della saga, dove torna – per la prima volta dopo 50 anni, la madre di Regan, protagonista del primo capitolo, e anche la stessa Linda Blair, anche se con un cameo di pochi secondi.
La partecipazione delle due protagoniste del primo capitolo per legittimare quest’ultimo è comunque molto forzata. Per il resto il film ha grandi ambizioni, in gran parte – per forza di cose – disattese.
Dopo aver conosciuto e intervistato padre Amorth – il più importante esorcista al mondo – penso che non riuscirò a non trovare cretino qualsiasi film sugli esorcismi, a partire dallo stesso “Esorcista”. Da “Il rito” a “L’esorcista del Papa”, promettono tutti grande innovazione e poi si rivelano puttanate pazzesche.
Devo dire che “Il credente” vola decisamente molto più in alto: la storia è molto complessa e articolata, si evitano il più possibile gli effettacci horror più banali, ma poi si finisce sempre ai vomitini e a epiloghi totalmente insensati e per nulla plausibili.
Ho la sfortuna di capitare con un italiano dietro le spalle, che mi prende a calci praticamente per tutto il viaggio, che per il resto è estremamente piacevole, anche se da mangiare arriva puntualmente quando mi addormento.
La cosa che mi colpisce di più è il classismo esasperato: la prima classe è praticamente un salotto, la seconda un carro bestiame.
Intorno alle 16 – ora locale (in Italia sono le 14) arriviamo a Doha. Giusto il tempo di comprare una bottiglia d’acqua e fare tutti i controlli. Perché – si – anche se dobbiamo solo cambiare aereo, ci fanno rifare tutti i controlli, e dobbiamo lasciare anche l’acqua che avevamo comprato a Fiumicino e quella che ci hanno dato in aereo.
Il Qatar è di una ricchezza impressionante. Ma (e questo lo sapevamo già dai mondiali) non vedi un locale lavorare. Tutti – e dico tutti i lavoratori sono stranieri, immigrati dall’India o dalle Filippine.
Nel secondo volo mi faccio un altro capitolo di Blixen, e ne approfitto per vedere – per la prima volta dopo 28 anni – “Mission: Impossibile”. Che mi piace assai.
All’arrivo – ovviamente – ci portiamo via, comme d’habitude, forchette, cuscini e coperte destinate alla Collezione di Collezioni.
Arrivati a Nairobi impressiona subito l’estrema semplicità e il buio.
Se decollando da Doha avevamo lasciato un’arcobaleno di colori e una città dalle mille luci che in confronto Roma è Collescipoli, quando atterriamo a Nairobi non vediamo quasi nulla: sotto è tutto immerso nelle tenebre.
Non sembra un aeroporto internazionale: passiamo i controlli sotto una sorta di tensostruttura, fuori ci sono pochisismi lampioni accesi e non ci sono negozi (se non un piccolo chiosco, fuori dall’aeroporto).
Mentre ci prepariamo a partire veniamo già aggrediti dalle zanzare, e iniziamo immediatamente a prendere il Malarone.
Devo dire, però, che rispetto all’India, l’aria è molto meno umida, e soprattutto non c’è quel caratteristico odore pesante che mi sarei aspettato dall’Africa.
L’appartamento dove siamo ospitati è super-tecnologico, con la porta iper-blindata che si chiude con una combinazione.
Ci mettiamo a letto che sono passate le tre di notte.
L’Africa è arrivata.
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Giorno 2 – 1 marzo 2024
Quando ci siamo messi in viaggio ero terrorizzato dal Kenya. Mi aspettavo povertà, inquinamento, criminalità, malattie, caldo. Caldo africano, ovviamente.
La prima cosa che mi colpisce di Nairobi, è l’estrema igiene, l’estrema sicurezza, la gentilezza di tutti, e il clima, che è semplicemente il clima ideale: né freddo né caldo. Stai in maglietta, e stai bene. Siamo vicini all’Equatore, quindi il giorno e la notte hanno quasi la stessa lunghezza tutto l’anno, e anche la differenza tra inverno ed estate non è così radicale come da noi.
Nello specifico, qui siamo in autunno inoltrato, diretti verso l’inverno – che va da giugno ad agosto. Il problema è che le scuole chiudono – come da noi – in quello stesso periodo. Quindi le vacanze, i kenyoti, non se le fanno certo al mare.
Non ci volevo venire, ma dopo meno di 24 ore già mi trasferirei in Kenya. Perché questo è proprio il mio posto ideale, a cominciare dalla calma che hanno tutti. Non esite fretta, non esiste il rispeto radicale di un orario. Qui tela devi prendere comoda per forza se no vuoi impazzire.
Quindi, dopo una pigra mattinata a casa della sposa, in cui ho ripreso la lettura del libro di Blixen.
Era a casa dei miei, sulla libreria della camera di mio fratello, proprio sopra al mio vecchio letto. Non so chi glielo abbia regalato, ma non credo nessuno lo avesse mai letto. Dentro però ci ho trovato una stella alpina secca, che probabilmente ci aveva messo dentro mia madre, e la cartolina di un concorso per vincere una vacanza in Kenya rispondendo a una serie di domande sul film.
Ho guardato quel libro per 38 anni, senza che mi venisse mai la voglia di leggerlo; confesso che non mi è mai venuta mai voglia nemmeno di vedere il film. Ma quando Beata mi ha detto che avremmo visto casa sua ho pensato che era venuto il momento. Così, il giorno prima della partenza, sono passato a casa e me lo sono portato via.
Il 4 capitolo me lo inizio proprio dove il libro è ambientato, nel giardino di fronte a casa di Karen Blixen.
Arrivarci, in realtà, non è stato semplicissimo. In Kenya hanno una burocrazia digitale complicatissima. Per entrare in un museo devi registrati su un sito che però non funziona quasi mai.
Dopo aver passato un’ora – in quattro – alla biglietteria cercando di inutilmente di registrarci (ti chiedono tutto, persino una foto da scattare sul momento), abbiamo preso una guida che (guarda caso) ha risolto il problema facendoci entrare con il suo profilo.
Già, perché i biglietti non sono nominali. Quindi tu, in realtà, non devi per forza registrarti. Solo trovare qualcuno registrato che compra i biglietti al posto tuo. Che è sempre uno del posto, ovviamente.
La Casa-Museo di Karen Blixen è un esempio dell’impatto che il cinema può avere nelle stesse storie che racconta.
Blixen aveva lasciato l’Africa – dopo circa quindici anni – nel 1931, e nel 1937 aveva scritto il libro.
A proposito, ho scoperto che tra le opere di questa scrittrice danese estreamamente ricca, emancipata e borghese (nel museo c’è anche una foto con Arthur Miller e Marilyn Monroe), c’è anche “Il pranzo di Babette” da cui è stato tratto il film preferito di papa Francesco.
Dopo la partenza della scrittrice, la casa e la fattoria hanno cambiato molti proprietari. Solo dopo il grande successo del film (che vinse 6 Oscar) si era acceso un interesse turistico.
Così, la stessa casa di produzione del film, insieme agli immigrati norvegesi in Kenya e al governo del Kenya, hanno unito le forze per trasformare la casa in un museo, che ha aperto nel 1991. Sono riusciti a ri-acquistare anche molti dei mobili originali, mentre diversi altri che si trovano ora all’interno della casa provengono dallo stesso set del film.
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Giorno 3 – 2 marzo 2024
E’ giunto il momento per cui siamo qui. Il matrimonio di Veronica, la mia sorella romena, che otto anni fa mi ha presentato la sua collega Beata, e che lavora all’ambasciata dell’Unione Europea a Nairobi.
La cerimonia è straordinariamente breve per essere una messa ortodossa: appena due ore.
E’ una liturgia multi culturale e multi linguistica. Celebra l’arcivescovo Demetrio, che è europeo, concelebrano dei preti ortodossi africani e anche un amico di Vero che è rumeno ma vive negli Stati Uniti e appartiene (se ho ben capito) alla chiesa ortodossa della Russia bianca (cioè di matrice russa ma indipendente dal Patriarcato di Mosca). Ad ogni modo districarsi in mezzo all’organizzazione della chiesa ortodossa nel mondo è un’impresa disperata: negli Stati Uniti, si complica ancora di più, visto che – come in tutto – gli americani moltiplicano all’ennesima potenza le contraddizioni presenti nel resto del mondo.
Ad ogni modo la cerimonia è coinvolgente e trascinante, romeno-africana, con l’incoronazione degli sposi, il lunghissimo scambio degli anelli, e il prete che – all’improvviso – diventa animatore della festa.
Quando, rivolgendosi all’assemblea, dice “alzatevi tutti. Tutti, voi che siete ancora seduti, lì: alzatevi!” penso che sia arrivato il momento più sacro: quello dell’eucarestia.
Invece no: è arrivato il momento del bacio degli sposi e dell’applauso.
Poi ci si sposta al pranzo, che vede il prete, animatore e deejay. Si mangia poco (di fatto un solo piatto) ma si canta e si balla fino al tramonto.
Io mi sono già preso il Mal d’Africa.
Giorno 4 – 3 marzo 2024
Per la mia generazione Africa è sinonimo di povertà. Quello che non è cambiato dall’epoca coloniale ai giorni nostri, è il complesso di superiorità che gli europei hanno nei confronti degli africani.
Prima li volevamo civilizzare, adesso li vogliamo aiutare. Ma continuiamo a considerarli un popolo inferiore. Con tutta la buona fede che ci mettiamo, non riusciamo a scendere dal piedistallo dal quale li guardiamo.
Invece, paradossalmente, la povertà – almeno quella che vediamo in televisione o al cinema – ancora non l’ho incontrata.
Ho incontrato invece tanta ricchezza. Probabilmente sono ancora chiuso in una bolla borghese, perché il 60% degli abitanti di Nairobi vive nelle baraccopoli (la più grande conta 180mila abitanti, quasi il doppio di Terni) ma resta il fatto che quello che ho visto finora di Nairobi, è l’opposto di quanto mi aspettassi.
E cioè pulita, accogliente, sicura, gentile. Ma soprattutto: civile.
Fino ad oggi ho sentito due volte suonare il clacson: ma la prima volta era in modo festoso, la seconda volta alla guida c’era una donna bianca.
Quanto alle zebre, poi, ne ho viste più al Parco Nazionale che per le strade del centro.
Sono rarissimi gli attraversamenti pedonali, perché non servono a niente. Se devi attraversare la strada, in qualsiasi punto ti trovi, la macchina si ferma e ti fa passare senza alcun problema.
Il traffico di Nairobi è esattamente l’opposto di quello di Roma. Qui c’è la Civiltà.
E non è l’unica lezione che dovremmo imparare dall’Africa.
A Nairobi vivono persone di 42 etnie diverse, ognuna con la sua storia, le sue tradizioni, i suoi abiti tipici, la sua religione, i tratti somatici. Tutti perfettamente integrati, senza ghetti, senza rivalità. Tra membri della stessa tribù parlano nella loro lingua, con quelli di etnia diversa parlano swhaili, che è la lingua franca. Con gli stranieri parlano in inglese.
Ogni keniota, quindi, parla almeno tre lingue. Per spostarsi si usa Uber. Uno degl autisti ha un rosario appeso: gli chiedo se è cattolico. “Lo sono stato, ma adesso sono pentecostale”. Un altro è Avventista, ma tiene appesi in macchina un’immagine della Madonna e un verso del Corano. Per far sentire a suo agio chiunque entri.
Insomma ad un’ Europa vittima individualismo esasperato e nazionalismo stupido l’Africa insegna l’integrazione tra popoli e religioni, la condivisione, la comunione sociale.
In Ucraina si sta trasformando una guerra tra due politici delinquenti in un conflitto etnico, tra due popoli fratelli che cercano in ogni modo di esasperare ciò che li divide.
In Africa, invece, c’è un’identità comune, che non è nemmeno nazionale, ma continentale. L’africano si sente soprattutto africano.
Tutto questo penso mentre passiamo la giornata al Parco Nazionale a fare i turisti. Io, francamente, mi sento molto stupido a girare in macchina per un grande giardino pubblico (da cui si vedono in realtà, in lontananza anche tutti i palazzi della metropoli), insieme a decina di altre macchine, tutti a cercare di vedere un leone o una giraffa con cui farsi un selfie.
L’orfanotrofio degli elefanti è un’esperienza più toccante, anche se altrettanto turistica. E alla fine ce le facciamo anche noi, le foto mentre accarezziamo il dolcissimo elefantino. Però si mi sento parecchio bimbominkia.
Sarà che davvero più che la Savana, quello che mi colpisce dell’Africa è l’umanità.
Più che i pigri rinoceronti, le giraffe lontane, i leoni annoiati, o le pittoresche (o pitturate) zebre (non riesco a credere che siano reali!) mi colpiscono i racconti dei kiguiu, dei camba e dei masai, che intervisto mentre Beata contratta l’acquisto di un souvenir.
Perché anche qui – come in India – la contrattazione è un obbligo sociale: non ci sono prezzi sui prodotti che ti vendono. E quando gli chiedi quanto costa ti rispondono: tu quanto mi vuoi dare?
E comincia una discussione che (nel nostro caso) può protrarsi anche per un’ora.
E alla fine la parola d’ordine è sempre: HAKUNA MATATA. Che è un po’ il corrispettivo di “Sti cazzi!”.
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Giorno 5 – 4 marzo 2024
Siamo in missione speciale all’Università Tanganza per valutare future collaborazioni tra Roma e Nairobi.
Tangaza stata fondata ed è di proprietà delle congregazioni missionarie di praticamente tutti gli ordini religiosi presenti in Africa, dai tre ordini francescani (che almeno qui stanno insieme!) ai Comboniani.
Veniamo accolti dal Rettore, il Decano di Teologia e il Direttore dei progetti di Sviluppo, che è stato anche direttore del dipartimento del dialogo interreligioso.
Dopo la riunione formale, la parete alle nostre spalle si apre ed esce la sala da pranzo. Il pasto è semplice e frugale come tutti quelli che abbiamo consumato a Nairobi.
Una delle cose che mi piace di più, del Kenya, è che mangio poco e bene. Di fatto solo riso, verdure e un po’ di carne. Tendenzialmente una volta al giorno: e il grande miracolo è che non ho fame!
In questi giorni in Africa mi sto davvero disintossicando da tutto ciò che rende la mia vita pesante, stressante e obesa.
E’ la prima vera vacanza che faccio da cinque anni a questa parte. Non solo il primo vero viaggio dai tempi del Covid), ma anche la prima settimana in cui davvero stacco da tutto.
Non cazzeggio sul cellulare, non guardo la telelevisione, non dibatto – non commento, mon mangio pasta né salumi, e soprattutto non lavoro.
Viaggio, parlo, conosco, incontro, leggo: il romanzo di Karen Blixen non è particolarmente appassionante, perché di fatto non è un romanzo, ma un semplice libro di memorie, che segue in modo piuttosto disordinato il flusso di pensieri e di ricordi.
Leggerlo in Kenya, però, mi aiuta tantissimo a comprendere la realtà che mi circonda e le persone che incontro. E’ la guida ideale per qualcuno che non vuole essere un turista, ma un viaggiatore.
E’ molto significativo, ad esempio, il fatto che nel libro di Blixen non compare mai la parola “Kenya”. Si parla sempre e solo di Africa, e per un motivo molto semplice: il Kenya, ai tempi di Blixen, non esisteva. A quei tempi si chiamava “Africa orientale britannica”. Ma anche adesso, tutto sommato, non esiste più di tanto.
Per anni mi sentivo quasi in colpa a parlare di “Africa” piuttosto che dei singoli paesi – la gran parte dei quali conosciamo solo di nome (e di alcuni dei quali la maggior parte di noi forse ignora anche l’esistenza stessa).
Ma la verità è che il nazionalismo, in Africa, non c’è come in Europa. Non a caso le guerre – semmai – sono tra tribù, e quasi sempre aizzate dall’Europa. Il popolo africano si sente, in primis, africano.
Un congolese in Kenya è come un milanese a Roma. E’ uno che viene da un’altra regione, non uno straniero. D’altra parte il nazionalismo si nutre soprattutto di un’appartenenza etnica, linguistica e storica, e come già detto questo
in Kenya non esiste perché convivono tribù di 42 etnie diverse, ognuna con una lingua e una storia diversa.
Non a caso dei tre dirigenti universitari che incontriamo, solo uno – il rettore – è kenyota: il direttore dello sviluppo viene dal Congo mentre il decano di teologia è dello Zambia.
E’ lui che, dopo pranzo, ci guida alla scoperta dell’Università: visitiamo tutti gli uffici e tutte le aule, il grande auditorium, le due enormi biblioteche, incontriamo la responsabile della comunicazione e partecipiamo ad una lezione di italiano, tenuta da Noemi, una ragazza di Caserta che si è trasferita in Kenya due anni fa.
La cappella dell’università è semplicemente la Chiesa più bella che abbia mai visto. Totalmente in legno, è dominata da un crocifisso con un albero al posto della croce. Un posto dove non può non venirti voglia di pregare.
L’accoglienza è incredibile. Il Decano – don Jude, che parla anche benissimo l’italiano – ci regala caramelle, acqua e biscotti e siccome non riusciamo a prenotare un autista Uber, ci accompagna lui stesso alla nostra destinazione seguente.
Mentre scrivo mi sto sentendo male guardando – dalla terrazza del nostro appartamento – un operaio che sta dipingendo le pareti del palazzo di fronte, in bilico su un impalcatura senza alcun tipo di imbragatura che ne garantisca la sicurezza. Se scivola muore.
“Il Kenya è un paese pieno di contraddizioni” mi ha detto Noemi.
A fronte delle norme di igiene (tutti i locali pubblici hanno un lavandino con il sapone, nel pub addirittura ci hanno portato delle pasticche che imbevute di acqua calda si gonfiano fino a trasformarsi in salviette umidificate) ei di sicurezza (ti fanno il metal detector anche al risotorante, se passi con il rosso rischi l’arresto) la sicurezza sul lavoro, evidentemente, non è altrettanto accurata.
A Bomas dovremmo assistere a danze tipiche e visitare i Tucul – le proverbiali abitazioni africane. Ma la visita la museo si trasforma in un incubo.
E’ il primo impatto davvero negativo con l’Africa. Arriviamo tardi – accolti da un branco di babbuini – le danze sono già finite, ma possiamo visitare i tucul che – personalmente – sono la cosa che mi interessa di più. Ci fermiamo a guardare – sul prato – i fagoceri che brucano quando un uomo in divisa ci dice che lo spettacolo è finito ma possiamo visitare i tucul e ci porta da un’altra guida che ci dice che è tardi, quindi possiamo intanto visitare i tucul e poi pagheremo all’uscita.
Ci accompagna all’ingresso che però – scopriremo più tardi – è in realtà l’uscita, dove ci sono tutte le bancarelle dei venditori di souvenir. I quali ci bloccano, di fatto costringendoci a comprare qualcosa da ognuno di loro.
Dopo aver superato il quarto venditore perdiamo la pazienza e ci dirigiamo verso il percorso espositivo, ma veniamo immediatamente bloccati da un tizio con una radiolina che ci chiede i biglietti. Gli spieghiamo che sono quelli della sicurezza che ci hanno indirizzato così: lui dice “sono io la sicurezza”. Non ha uniforme né tesserino, ma di fatto ci costringe a tornare indietro: nel frattempo comincia a diluviare. Sotto la pioggia continua il dibattito con il tizio – che dice di chiamarsi Suzuki. E che dice di essere anche un autista Uber, e quindi può accompagnarci a casa. Gli diciamo che abbiamo già un amico che ci viene a prendere, poi ci spinge verso il ristorante.
Incontriamo anche le altre due guardie che ci dicono: “Non avete fatto la visita?”, Beata gli risponde: “Questo gentiluomo ce lo ha impedito”. Mi aspetto un chiarimento, invece, ognuno va per conto suo. Le guardie non chiedono niente a Suzuki, Suzuki non dice niente alle guardie.
Noi ci rifugiamo nel bar-ristorante – che è deserto – e ordiniamo due birre cercando di prenotare una macchina Uber, ma di fatto due tentativi vanno a vuoto. Nel ristorante ci siamo solo noi due, e un gruppo di neri che sembrano essere più membri dello staff che clienti.
Ogni tanto passa qualcuno che ci guarda.
Ormai la paranoia ha raggiunto livelli altissimi. Ci siamo convinti che ci stiano preparando la festa, perché il comportamento di tutti è più che sospetto. Una volta prenotato il secondo Uber fuggiamo letteralmente dal parco e ci dirigiamo verso l’uscita, prima che arrivi qualcun altro a dirci o a fare non so cosa.
Uber non arriva però. Le guardie all’ingresso del parco ci invitano a sederci. Poi parlano al telefono con qualcuno. Beata cerca di chiamare al telefono l’autista di Uber per sapere che fine ha fatto. Il tizio risponde ma non si capisce dove diavolo sia, in un minuto il credito telefonico finisce. Io attivo la connessione dati per permettere a Beata di chiamarlo con Whattsapp. La connessione non funziona, in compenso in appena 5 minuti di tentativo si mangia tutti i 40 euro presenti sul mio telefono.
Non abbiamo alcuna possibilità di usare il telefono nemmeno, eventualmente, per chiamare soccorsi. Intanto è diventato buio, le guardie continuano a guardarci. Decidiamo di tornare al centro per attaccarci alla wifi.
Cerchiamo di nasconderci, di non farci vedere dallo staff, mentre – vicino al ristorante – Beata si riconnette al wi-fi e chiama tramite whattsapp l’autista. Che ancora non si è capito che fine ha fatto.
Dopo altri dieci minuti di panico, l’autista si presenta. La paranoia, però, non è finita. Il ritardo dell’autista – che all’ingresso ha sicuramente parlato con le guardie – ci rende inquieti.
Passiamo di fronte alla baraccopoli di Kibera. Mi piacerebbe tanto visitarla, in fondo quel poco che so del Kenya lo devo anche ad Alex Zanotelli, che ha vissuto per anni nella baraccopoli di Korogocho.
Ma mi hanno detto che le slum sono off limits per i bianchi, se non sono accompagnati da una guardia del corpo. “No solo ti derubano e ti rapinano, ma ti sequestrano.
Beata, sempre usando la wifi, ha anche ricaricato il suo telefono, e adesso cerca di usare la connessione dati per verificare – con google maps – se l’autista ci sta portando davvero a casa, o chissà dove.
Io non riconosco le strade, la connessione dati va e viene e il panico continua per altri venti minuti. Finché, finalmente, non vediamo il cancello del Diamond Place, il residence in cui siamo ospiti.
Arrivati a casa decidiamo subito di annullare il safari di due giorni che dovevamo iniziare – da soli – il giorno dopo.
In realtà tutto il complotto di cui ci siamo sentiti vittime è stato, probabilmente, dettato dalla paranoia.
Nessuno ha mai pensato di rapirci o derubarci.
Semplicemente, Suzuki e le guardie si erano messi d’accordo per farci spennare il più possibile anche se era troppo tardi per accedere al museo.
La lezione, però, l’abbiamo imparata: se vuoi goderti la vacanza in Kenya da solo è meglio che non giri.
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Giorno 6 – 5 marzo 2024
E’ stata la giornata più lunga di questo soggiorno, durata tanto quanto il viaggio da Roma a Nairobi: 18 ore in giro per il Kenya.
Partenza alle 5 di mattina, per un Safari che definire “vero” è senza dubbio eccessivo, ma almeno questa volta di troviamo davvero nella Savana e non in un parco e all’orizzonte vediamo il Kilimangiaro, non i palazzi della metropoli.
L’altro giorno mi sembrava di stare davvero allo Zoo, ma nelle gabbie ci stavamo noi, chiusi in macchina a farci guardare dagli animali che passeggiavano.
Stavolta ci troviamo davvero in mezzo alla natura. Gli incontri con le bestie sono più rari ma assai più incantevoli.
Prima ancora di cominciare quest’avventura, però, dopo 4 ore di viaggio, c’è una tappa obbligata all’ennesimo negozio di souvenir. E io comincio a perdere la pazienza, perché di fatto siamo costretti a vagare per più di un’ora per questo grande bazar, dove i venditori ti assalgono come mosche: “Hello, my friend” e prendi il cestino, che ne pensi di questo, quanto mi offri per questo. I prezzi – dice Vero – sono almeno quattro volte il normale.
Io resto affascinato dall’architettura dell’edificio, costruito con tronchi d’albero e tende, dal retrobottega in lamiera dove artigiani-operai scolpiscono le statue vendute nel negozio, ma non ce la faccio più a fare la parte del pollo da spennare.
Mentre giro impaziente facendo foto e riprese, arriva l’italiano di turno. L’italiano lo riconosci subito perché non parla inglese e fa sempre il simpatico, trattando tutti come vecchi amici.
Il tipo, nello specifico, viene da Napoli e dice di essere stato già il giorno prima al bazar, e quindi esige almeno qualche tre x due.
Quando finalmente arriviamo all’ingresso del Parco Nazionale, con la scusa dell’ennesima sosta per andare in bagno, veniamo dati in pasto ad un gruppo di masai estremamente aggressivi che ti propinano gli stessi gadget che hai già comprato per tre giorni consecutivi.
Devo dire che non avevo mai trovato un atteggiamento così aggressivo nei confronti dei turisti, quasi ricattatorio. Tu non puoi comprare: tu devi comprare, perché sei solo un pollo da spennare, e ovunque vai devi lasciarti dietro una scia di soldi.
Anche se poi, a rifletterci, non posso che dare loro ragione. Perché non dovrebbero spennarci? Siamo ricchi e stiamo qui per spendere soldi. Se sei disposto a comprarti una cosa completamente inutile, perché non dovresti pagarla cara?
Sono i beni di prima necessità, quelli su cui non si deve lucrare, ma sui souvenir – tanto più souvenire come questi, tutti fatti a mano da artigiani – perché non dovresti lasciare un sacco di soldi?
Quello che mi rompe davvero, è che ogni giorno che passa compro sempre di meno, e alla fine ho speso molti più soldi dove me li sarei potuti risparmiare, e molti meno là dove valeva la pena di spenderli, come al villaggio Masai, ad esempio.
La mattinata nella Savana è bellissima e rigenerante, i fenicotteri, gli elefanti, le zebre, uno spettacolo difficile da dimenticare.
Dopo la pausa pranzo in un rifugio di montagna, è la volta della visita al villaggio Masai, che è forse l’esperienza più forte di questo viaggio.
I Masai, in Kenya, li trovi ovunque, ma di solito li trovi vestiti nei loro abiti tradizionali esattamente come a Roma trovi i centurioni al Colosseo: per farsi fotografare a pagamento, o per venderti souvenir.
Per il resto, i masai sono una delle 42 tribù del Kenya, e se non telo dicono difficilmente li puoi distinguere.
Al villaggio Masai, invece, la storia si è fermata. Incontriamo una famiglia che vive ancora come vivevano i suoi antenati: in capanne di fango, in cui vivono per massimo dieci anni, per poi rimettersi in viaggio.
Erano un popolo di pastori e guerrieri, oggi sono un popolo di pastori e venditori di souvenir. Anche qui, dopo averci chiesto una sorta di “biglietto di ingresso” (800 scellini a persona, circa 5 euro) ci portano nel loro piccolo mercatino dove fabbricano e vendono braccialetti e souvenir.
Più che di un bazar, in realtà, si tratta semplicemente di un prato, uno spiazzo dietro le capanne, dove hanno messo per terra dei tappeti con sopra la merce. Ma devo dire che sono assai meno aggressivi degli altri venditori, infatti alla fine torno a casa solo con un braccialetto che pago appena 500 scellini. Il tizio che me lo vende vorrebbe rifilarmi anche dei legnetti per accendere il fuoco, con cui poco prima mi ha fatto una dimostrazione. Ma io lo so che non ci riuscirò mai, ad accendere il fuoco come fanno loro, e quindi glielo lascio e mi faccio dare il resto.
Sono così disilluso da questo soggiorno in Kenya – così organizzato, così commerciale – che sarei tentato di pensare che pure questo villaggio Masai sia finto, e che questi presunti masai che danzano e cantano per noi, siano solo figuranti.
Capisco che è tutto vero perché ci fanno visitare una sola abitazione, e invece di capanne lì ce ne saranno almeno quindici, e fuori delle capanne ci sono bambini piccoli, donne intente a lavorare, insomma sì, questi sono masai veri.
Le case sono prive di qualsiasi illuminazione, per entrarci e fotografarle dobbiamo usare le torce del telefono – vivono completamente senza elettricità, ma in compenso hanno l’acqua: il villaggio è dominato da una grande cisterna che – mi dicono – alimenta tutti i villaggi della zona.
“Abbiamo anche la scuola, qui vicino” mi spiega uno di loro.
Le case sono minuscole e poverissime, ma bene organizzate, con stanze separate: “Qui cuciniamo, qui dormono i bambini, qui dormono papà e mamma”.
Il capo del viallggio ha 94 anni, ma non si fa vedere. E’ il figlio ad accoglierci e a guidarci.
Farci amicizia è molto facile. Uno quando gli dico che sono italiano inizia a parlare nella nostra lingua: “Un giorno verrò a Roma!” mi dice.
Un altro si innamora del mio cappello e mi chiede se gielo faccio provare. Glielo dò, si fa fotografare e me lo restituisce. “No, adesso è tuo!” gli dico. Ed è felicissimo. Un altro allora fa: “E io?”. Allora Beata va a prendere il suo e glielo regala.
Un altro ragazzo mi mostra con orgoglio il suo pugnale, che usa per tagliare il legno. La custodia e la cintura sono di pelle di mucca, così come le “coperte” su cui dormono.
Tornando verso casa leggo un capitolo dle libro di Blixen, in cui spiega anche la differenza di kikuiu e masai.
“E’ impossibile farsi odiare o amare dai kikuiu perché qualsiasi cosa tu faccia, nel bene o nel male, loro la considerano parte della natura. I masai, invece, provano rancore”.
Ma, si direbbe, anche gratitudine.
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Giorno 7
– 6 marzo 2024
Oggi era prevista una visita ad un monastero ortodosso, ma stavolta persino Beata ed esausta e decidiamo di prenderci un giorno di riposo, di completa nullafacenza.
Dormo fino a mezzogiorno e mezza. Ma non è tempo perso, perché il mio inconscio è estreamamente produttivo. Qui in Africa, poi, sogno anche se dormo dieci secondi.
Dunque stanotte ho sognato davvero di tutto. Alcuni capitoli di questo lungo sogno non li posso trascrivere, ma almeno l’incontro con Dario Argento lo devo raccontare.
Mi trovo in un salotto in compagnia di intellettuali estremamente borghesi, e c’è anche lui, sdraiato su un letto che sorseggia un bicchiere di vino, o forse di birra.
Io resisto per un po’, poi gli dico: “Senti, io spero che tu potrai apprezzare la mia sincerità…” e lui mi guarda già con occhi da assassino.
“Secondo me Profondo Rosso è un capolavoro, ma la maggior parte dei film che hai fatto, a partire da Suspiria, te lo devo dire, sono delle…”
Non riesco a finire la frase perché Argento si alza di scatto e mi lancia il vino sulla faccia. Io non la prendo benissimo, e gli tiro un cazzotto sulla faccia. Quello crolla a terra subito, e quando è sdraiato – mentre io sto già per chiedere soccorsi – la testa si apre ed esce tutta una roba che non so se è il cervello o un alieno.
Vista la piega che sta prendendo il sogno, decido di alzarmi.
Il resto della mattinata lo passo – per la prima volta – al computer, rispondendo a messaggi, svuotando una scheda sd, e scrivendo le memorie di ieri, mentre osservo un operaio lavorare su un impalcatura, in bilico sui tubi, senza alcun tipo di protezione.
Il resto della giornata lo passo a casa a preparare il comunicato stampa di StraValentino.
Di fatto l’unica uscita – piuttosto breve – è una sortita al supermercato.
Eppure anche passeggiare per le stade di Nairobi osservando la gente e le insegne è estremamente interessante e istruttivo.
Così come lo è stato – ieri – il viaggio di ritorno.
Tornando verso casa, abbiamo visto la scuola di cui mi aveva parlato il masai. La scuola che, secondo lui, stava “vicino” al loro villaggio, l’abbiamo incontrata dopo almeno venti minuti – mezz’ora di macchina.
E a parte che baracche con scritto “Hotel”, e i tantissimi e affollati mercatini che si incontrano, quello che mi colpisce di più, è vedere – sul ciglio di quelle che potremmo definire “superstrade” – gente, isolata, che cammina.
I primi giorni mi chiedevo cosa facessero queste persone, che camminano da sole in mezzo alla campagna, sul ciglio della strada.
La risposta, in realtà, è semplice. Ed è arrivata – lampante – quando, tra il villaggio masai e la scuola, ho visto decine di bambini camminare anch’essi, tranqulli, sul ciglio della strada.
Che cosa fanno? E’ ovvio: vanno. Vanno da una parte all’altra. Semplicemente, camminano a piedi.
Perché la maggior parte degli africani, anche per andare da un villaggio all’altro, o dalla chiesa al villaggio, o dalla città al villaggio, non si sposta in macchina, in autobus, in moto in bicicletta, ma cammina.
Questa cosa dei bambini che camminano anche per dieci ore per andare a scuola, l’avevo sentita dire tante volte dai missionari, ma sempre in tono pietistico. Invece ad osservarla con i miei occhi mi sembra una cosa normalissima.
Certo è inconcepibile in una società in cui i bambini non vengono lasciati soli nemmeno per fare tre metri. Inconcebile camminare per ore, quando già a dieci anni hai un’agenda pienissima tra palestra, calcio, psicologo e playstation.
In Europa educhiamo i bambini alla frustrazione e all’esaurimento nervoso. E pensiamo che i poverini siano quelli africani, che vanno a scuola a piedi.
La gente si stupisce quando dico che vado da Trastevere e Termini a piedi. Quarantacinque minuti circa. Perché noi siamo abituati a prendere la macchina anche per andare alla tabaccheria sotto casa. Così ci sembra qualcosa di incivile che ci sia gente che cammina tutto il giorno.
Ma voi pensate che sia più normale qualcuno che per andare da una parte all’altra va a piedi, o qualcuno che prende la macchina per andare in palestra e spendere 100 euro al mese per correre sul tapis-roulant?
La verità è che il pietismo con cui vogliamo aiutare l’Africa, è solo l’altra faccia del razzismo con cui vogliamo civilizzarla.
Siamo una società malata, che vuole contagiare tutto il mondo.
Il modello occidentale, fatto di consumismo, di diritti senza doveri, di individualismo esasperato, sta crollando, per questo siamo in guerra.
Perché quando con le buone non si ottengono più risultati, bisogna usare la forza.
Il conflitto in Ucraina e quello a Gaza – ormai credo che sia chiaro a tutti – sono due fronti della stessa guerra: la guerra che l’Europa e le sue colonie stanno facendo all’Asia per mantenere il proprio dominio economico, culturale e politico.
Allora la cosa più bella dell’Africa è vedere che esiste ancora un altro modello. La seduzione dell’Occidente – che porta tanti giovani a rischiare la vita per raggiungere Lampedusa – non è riuscita ancora a schiacciare completamente la cultura africana.
E’ un mondo colorato e artigianale quello in cui mi ritrovo appena varco la porta del Diamond Place.
E per inciso, non sto parlando dei tuniconi dai colori sgargianti.
Ecco, un’altra cosa che ho notato, è che da quando sono arrivato a Nairobi non ho visto nessuno – e dico proprio nessuno – indossare quei vestiti tradizionali, che vedi spesso, invece, ostentare dagli immigrati in Italia.
Non ho ancora capito la ragione: all’inizio ho pensato che fosse un modo per ostentare la propria identità, come noi italiani che all’estero parliamo di pasta e pizza o cantiamo Modugno, Cotugno e O’ Sole mio. Oggi una vetrina mi ha fatto pensare che – più semplicemente – quegli abiti siano tipici dell’Africa occidentale, e non di quella orientale.
Ma non credo che questo c’entri con il conformismo al modello occidentale. Il look delle donne africane, ad esempio, è molto diverso da quelle europee: a cominciare dai capelli.
Da quando la capigliatura “afro” non va più di moda – ovvero dagli anni ’80 – non trovi un africano capellone. I maschi hanno quasi tutti i capelli rasati o cortissimi, le donne spesso li portano cortissimi, ma la gran parte ha quelle treccine che dai noi seducono soprattutto certe ragazze fricchettone, e che qui invece sono la normalità, anche se l’abuso della piastra lo vedi in molte ragazze che sfoggiano capelli lunghi e liscissimi.
La caratteristica principale della donna africana, è il sedere enorme. E quindi anche tutti i manichini dei negozi, anche quando sono bianchi, hanno tutti il posteriore particolarmente sviluppato.
C’è bisogno di aggiungere che le donne kenyote sono bellissime e che non ho trovato un solo kenyota obeso o anche solo sovrappeso?
E’ raro trovare nei taxi o nei locali pubblici musica occidentale: di solito si sentono sempre canti africani, di vario genere, ma sempre bellissimi.
I taxi non ci vedono in giro, perché si usa moltissimo Uber, i Tuc Tuc ci sono anche qui, ma a Nairobi se ne vedono pochissimo, mentre è estremamente diffuso il moto-taxi. Motociclisti che trasportano passeggeri.
Quanto alle moto private, come in India è facile vedere con sopra anche tre persone.
Gli autobus di linea non ci sono, o almeno non hanno una livrea comune: ogni autobus che passa è diverso dall’altro, e sono tutti coloratissimi. Spesso recano messaggi religiosi: sul serbatoio di una macchina c’era scritto “Jesus loves you”.
In assenza di una religione dominante, il Kenya è sicuramente un paese pieno di religione: si trovano ovunque chiese di varie confessioni, moschee, ma anche insegne e murales inneggianti a Dio e a Gesù.
Un’altra cosa che mi ha colpito, è vedere i pali della rete elettrica in legno, realizzati usando tronchi di albero, e le insegne pubblicitarie dipinte a mano.
Oggi proprio mentre camminavamo su una striscia di fango che sostituiva il marciapiede, ci siamo imbattuti in un ragazzo che stava dipingendo un’insegna pubblicitaria.
Noi abbiamo gli attacchini, loro hanno autentici artisti che dipingono a mano scritte, disegni e persino i loghi dei social.
Chi, allora, sarebbe il più ricco, evoluto e civile?
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Ultimo giorno – 7 marzo 2024
L’ultimo giorno, in realtà, ne dura due. Perchè è iniziato la mattina del 7 marzo e si è concluso la notte dell’8.
Dopo il giorno “di recupero”, passato quasi tutto a casa, l’ultimo giorno è un gran finale, particolarmente intenso.
Inizia con la visita alla scuola ortodossa di Nairobi. Qui incontriamo i bambini delle elementari, poi ci dividiamo: le donne vanno a distribuire gli assorbenti alle ragazze, gli uomini visitano il Seminario ortodosso.
Dei bambini non dirò nulla. Perché se ne fa fin troppa di retorica sui bambini africani. E io non sopporto la retorica. Però non posso nascondere che si sia trattato di uno degli incontri più belli di questo viaggio.
La visita al seminario è senza dubbio interessante: nell’ufficio del rettore trovo le foto e i gagliardetti dell’Università Tanganza, a riprova della dimensione ecumenica che si respira in Kenya tra le chiese di diverse confessioni cristiane.
“Collaboriamo molto con i cattolici” mi dice il Rettore. E mi spiega che la Chiesa ortodossa del Kenya dipende dal Patriarcato di Alessandria d’Egitto, che copre tutta l’Africa e che – come ben so – è uno dei più antichi in assoluto.
Erano cinque, i patriarcati della Chiesa originaria: Gerusalemme, Alessandria, Roma, Antiochia e Costantinopoli.
E’ stata la conquista islamica di Gerusalemme e Alessandria e la rovina di Antiochia a generare la rivalità tra i due patriarcati superstiti sfociata nello Scisma d’oriente che ha diviso la Chiesa di Roma da quella di Costantinopoli.
Poi la stessa Costantinopoli è diventata islamica perdendo a sua volta importanza ed entrando così in concorrenza con il più recente – ma decisamente più grande e potente – patriarcato di Mosca.
Oggi la situazione della Chiesa ortodossa è diventata complicatissima.
Dal 2018 – con la nascita del Patriarcato di Kiev -è nato un nuovo scisma nella Chiesa ortodossa, perché Costantinopoli ha riconosciuto l’autonomia dell’Ucraina, mentre Mosca – ovviamente – no. Così ora Mosca e Costantinopoli non sono in comunione.
Poi, sin dall’epoca comunista, esiste un patrarcato russo alternativo – detto dei “russi bianchi” – che ha molti fedeli in America.
Di solito, poi, la chiesa ortodossa funziona un po’ come l’Islam, cioè essendo nazionale, gli emigrati continuano a seguire il proprio patriarca. Per dire, i rumeni italiani, stanno sotto il patriarca di Bucarest; ma i fedeli ortodossi che non vengono da un paese ortodosso (come i belgi) rispondono direttamente al patriarca di Costantinopoli.
Ora Dio solo sa come, i rumeni che vivono in America – come i nostri amici Florin e Madalina – non rispondono né alla chiesa rumena né al patriarca di Costantipoli, ma alla chiesa russa bianca, che peraltro non ha nemmeno un patriarca.
“Ma insomma un russo che vive in Afria – chiedo – può venire a messa da voi o no?”
“Tutti queste divisioni fanno parte della politica – mi risponde il rettore – la spiritualità è un’altra cosa”.
Insomma qui nessuno nega la comunione a nessuno. E’ più una questione di gerarchie, sinodi, eccetera.
Dopo aver visto gli uffici, la cappella e la grande biblioteca, visitiamo anche il dormitorio (ogni letto ha una zanzariera) e le aule, fermandoci alla lezione di musica.
Nell’aula c’è un vecchio pianoforte scassato che sembra uscito da un film western e che – intuisco – non funziona da un bel po’ ma gli alunni ci fanno ascoltare dei bellissimi cori. E mentre li ascoltiamo ci raggiungono le ragazze.
Sulla strada del ritorno Beata mi racconta che hanno regalato gli assorbenti alle ragazze della scuola, perché non possono permetterseli e per questo – quando hanno il ciclo – non vanno a scuola.
Intanto leggo sui social che in Italia sta spopolando una nuova serie televisiva – “Antonia” – incentrata sull’edometriosi.
Da noi le donne vanno dallo psicoterapeuta per i dolori mestruali mentre in Africa non hanno nemmeno gli assorbenti. La cosa mi suscita qualche riflessione.
La tappa successiva è il teatro della nostra disavventura di due giorni fa: Bomas.
Appena arrivati veniamo catapultati in un grande salone affollato da una scolaresca, che come ci vede inizia a salutarci e a festeggiarci.
Poi arriva lo spettacolo: due ore due di danze e musiche tradizionali. Praticamente ogni tribù del Kenye mostra i suoi costumi, la sua musica, la sua danza.
Spettacolo impareggiabile, anche perché gli stessi spettatori vengono coinvolti, chiamati sul palco a danzare con i ballerini.
Va detto, però, che solo una ragazza bianca (fidanzata con un nero) ha il coraggio di salire e cimientarsi con le danze africane: gli altri sono tutti neri, africani o di origine africana.
A un certo punto ho capito anche da dove Lorenzo Jovanotti Cherubini ha ripreso il suo Ombelico del mondo. Una delle danze presentate ha infatti lo stesso uso dei tamburi e del fischietto della canzone.
Chiuse le danze andiamo a visitare – finalmente – i famosi tucul, ovvero le tipiche abitazioni africane. Quelle dove vivevano le varie tribù dell’Africa e dove – ancora oggi – vivono alcuni indigeni all’interno delle riserve nei parchi nazionali.
E’ incredibile come ogni tribù abbia uno stile e un’architettura diversa.
Chi le case le fa di fango, chi di paglia, chi di legno – come i kikuyu, che sono l’etnia maggioritaria.
Ad accomunarle tutte è la forma di circolare, la grande semplicità dell’interno (dove c’è sempre un letto fatto di legno o di canne, uno spazio per il fuoco, e vari ambienti separati) e la gerarchia. La casa più grande è sempre del capo famiglia, poi c’è la casa della prima moglie, della seconda, della terza, del figlio sposato, del figlio non sposato, della suocera. E i rispettivi granai e pollai.
Quando arriviamo allo spazio dedicato ai masai possiamo confrontare questa riproduzione con il villaggio vero, che abbiamo visitato due giorni fa.
L’unica sostanziale differenza sta nei tetti delle capanne, per il resto è tutto molto fedele.
Se all’ingresso avevamo fatto amicizia con alcuni fagoceri che brucavano l’erba (animali estremamente mansueti) al ritorno incrociamo un gruppo di babuini, po diretti a casa per un cena frugale, prima di tornare a casa per fare i bagagli.
Intorno alle 22.30 – sempre con Uber – ci dirigiamo all’aeroporto. Anche se costa tutto di più ed è assai meno artiginale, confesso che comprare cose qui mi fa sentire più a mio agio, perché non sei costretto a trattare un’ora. E prima di imbarcarci di assicuro una coperta Masai.
Anche stavolta, per tornare a casa, attraversiamo tre continienti, facendo scalo a Doha, in Qatar.
Mi immergo nella lettura di Karen Blixen e inizio a vedere “Capitan America: Civil War” solo per devozione nei confornti di Spider-Man. Paradossalmente, però, il film è nel catalogo del primo aereo, ma non in quello del secondo: opto quindi per “Brian & Charles”, un piccolo gioiello inglese. Una commedia piena di poesia su uno strambo inventore che crea un robot.
La giornata iniziata il 7 marzo alle 9 si conclude l’8 marzo alle 15.30, quando finalmente siamo a casa.
Il viaggio in Africa, però, non è ancora finito: mi mancano ancora molte pagine di “La mia Africa” di Karen Blixen dal quale – ormai – non riesco più a staccarmi.
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EPILOGO

16 marzo 2024

“La mia Africa” di Karen Blixen giaceva da 38 anni sulla libreria sopra al mio vecchio letto, nella camera di mio fratello.

E’ un letto di quelli che si apre e si chiude, tipo ponte levatoio. Quel tipo di architetture mobili per risparmiare spazio rese famose dalla celebre scena del “taaac” di “Ragazzo di campagna” con Renato Pozzetto.

La cameretta che avevamo in via della Biblioteca – dove nato – era molto piccola, quindi il mio letto, di giorno il mio letto veniva chiuso e la scrivania veniva aperta, e di notte il letto veniva aperto e la scrivania chiusa.

Quando ci siamo trasferiti in via Battisti, io ho avuto una cameretta tutta mia, anche se ci ho messo anni per riuscire a dormire da solo. Ma quando mi sono trasferito definitivamente lì, in camera di Daniele Casali la scrivania è rimasta sempre aperta e il mio letto sempre chiuso. Ma io, come dire, ho continuato a frequentarlo, in qualche modo, quindi la libreria là sopra la conosco bene, così come i libri che ci sonno deposti, come “Masada” di Bruno Tacconi (che improvvisamente ha rappresentato qualcosa – quando sono andato in Palestina) e “La mia Africa” di Karen Blixen.

Non mi era mai passato per la testa di leggerlo, come non mi è mai passato per la testa di vedere il film, che si annuncia come un polpettone romantico. Quando però Beata Golenska mi ha detto che in Kenya avremmo visitato la casa di Karen Blixen, allora ho deciso di leggerlo durante il viaggio in Africa.

Non so chi l’ha regalato ai miei, nel 1986, ma è certo che nessuno l’ha mai letto. Probabilmente nemmeno chi lo ha comprato. Perché “La mia Africa” è il classico libro da regalare, e non da leggere. Un po’ come i romanzi di Umberto Eco.

D’altra parte ci sono tre modi per regalare un libro: il primo è condividere un’eperienza, quindi regalare un libro hai letto e che ti è piaciuto. Il secondo è fare un regalo mirato, donando un libro che pensi possa interessare al destinatario. Il terzo è quello di regalare un libro di moda.

E nel 1986 “La mia Africa” – con il film che vantava i due grandi divi del momento e aveva vinto 7 Oscar – era senza dubbio il più classico libro da regalare ma da non leggere.

Che il regalo fosse poco ispirato lo testimonia il fatto che se il prezzo è stato cancellato, non c’è alcuna dedica e addirittura c’è rimasta la cartolina di un concorso per vincere un viaggio in Kenya.

Mia madre lo usò solo per conservare una stella alpina secca. Per il resto, fino a due settimane fa il libro non si era mosso dal suo scaffale.

Il fatto che 38 anni dopo, quel regalo così poco utile sia diventato così importante per la mia vita, dimostra che regalare un libro è sempre un’ottima idea. Perché magari ci mette 40 o 80 anni, ma prima o poi diventa importante.

Appena l’ho iniziato a leggere mi sono chiesto come fosse stato possibile trarne una sceneggiatura: perché “La mia Africa” non è affatto un romanzo, ma un semplice libro di memorie che non segue più di tanto nemmeno un ordine cronologico.

Se sulla copertina campeggiano poi Robert Redford e Meryl Streep (Redford nei titoli del film viene addirittura prima), il personaggio che interpreta – Denys Finch Hatton, in realtà compare solo a pagina 179 e gli vengono dedicati – in tutto – appena tre capitoli. Il marito di Blixen poi, vero co-protagonista del film, viene appena menzionato un paio di volte.

Non ci sono momenti d’amore, nelle memorie di Blixen, e nemmeno digressioni autobiografiche: il libro è invece una straordinaria osservazione – dal punto di vista di un’aristocratica scandinava – dell’Africa, i suoi uomini, le sue tradizioni.

Mi ha aiutato tantissimo a capire il Paese che stavo visitando, ed è anche particormente interessante perché racconta un mondo che sta cambiando: dal 1913 (anno di arrivo della Bixen) al 1931 (anno in cui se ne è andò per sempre da Nairobi) il mondo è cambiato: sia sotto il profilo tecnologico (la narrazione passa dalle carrozze alle automobili e gli aeroplani) sia sotto quello politico, con una colonizzazione che si è fatta sempre più feroce e il rapporto degli europei con gli indigeni sempre più squilibrato.

Di solito sono sempre molto lento nelle mie letture. Per leggere un romanzo ci metto anche 6 mesi. Questo l’ho divorato in due settimane, ed era magnifico leggere le descrizioni dei masai, e subito dopo incontrarli, assaporare la descrizione della sua fattoria, poi togliere il libro dalla mia visuale e vedere la fattoria stessa.

Mentre lo leggevo, dal Kenya ho comprato su Amazon il dvd del film, da vedere appena tornati e appena finito il libro.

Non c’è niente di più banale di dire che “il libro è meglio del film” ma l’opera di Pollak si conferma – sin dalle prime immagini – come il polpettone romantico che mi aspettavo.

Il fatto che c’entri così poco con l’omonimo libro, poi, è spiegato sin dai titoli di testa: “Out of Africa” di Blixen è infatti solo una delle molte fonti usate dallo sceneggiatore, che ha utilizzato anche un altro libro di memorie scritto da Blixen vent’anni dopo – poco prima di morire – “Ombre sull’erba”, le lettere dall’Africa e ben due biografie di Blixen, di cui una incentrata proprio sulla storia d’amore con Finch-Hatton, il cui autore è anche produttore esecutivo del film.

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Il titolo non gliel’ho dato però Andrea Giuli ne ha trovati di meravigliosi: Anatema del coglione in abitacolo, il Coglione automunito, L’assassino in abitacolo, L’inutile che guida. http://arnaldocasali.altervista.org/il-vero-nemico/ Sat, 20 May 2023 15:36:01 +0000 http://arnaldocasali.altervista.org/?p=1789363077
Il vero nemico non è l’immigrato
né il razzista
Il vero nemico non è la feminazi
né il maschilista
Il vero nemico non è il gay
e nemmeno il fascista
Il vero nemico
È l’automobilista
E tu non lo sai
Perché lo sei
Turpe creatura in scatola
Frustrata e rancorosa
Che passi la giornata a cercare parcheggio
imbottigliata in un girone autostradale
Dispensatore di veleno
Nell’aria e nel suono
Arrogante padrone della strada
Aggressivo, violento
Assassino di Bonvi e di Serianni
E di trecento pedoni all’anno
quanti ne fai di danni
e nessuno lo dice
Ladro di spazio
brevipene omiciattolo
Che rosichi vedendomi sfrecciare al tuo fianco
Con un mezzo piccolo ecologico
E mi deridi come fosse un giocattolo
E inveisci e insulti e strombazzi
Se attraverso la strada sulle strisce
Le strisce le hai viste le strisce
Imbecille
Devi rallentare e invece acceleri
Per intimorirmi
Per farmi retrocedere aspettare
E sfrecci a cento in pieno centro
Quanto ho goduto quel giorno di fronte al Colosseo
In cui gli ambientalisti si sono sdraiati all’incrocio
Non è così che si protesta civilmente
Hai detto
Coglione
È strombazzando, invece, che si protesta civilmente?
L’hai fatta la scuola guida, asino?
Non sai che il clacson si usa in caso di pericolo
Non in caso di traffico
O di pedone lento
O di monopattino che circola in mezzo alla carreggiata
Coglione
Che tu possa non passare la prossima revisione
Che tu possa cercare parcheggio in eterno
Che il tuo macchinone sia preda di predatori di ogni sorta
Imbecille
che tu possa far tante scintille
andando a sbatte forte
Senza fatte troppo male
certo
Ma con tutte le ossa rotte.
(2023)
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