Lo spettacolo è bellissimo e continuiamo a camminare verso la ormai vicina cima del Monte Lastroni. Troviamo diversi punti ottimi per il decollo con il parapendio e a quota 2.345 metri ci fermiamo, o almeno io e Alessandro restiamo qui, mentre Riccardo lascia lo zaino e continua verso la vetta del Lastroni. Io e Alessandro non siamo molto convinti di poter decollare; il vento è debole e soffia alle spalle. Non è proprio il caso di pensare a questo punto per iniziare il volo, ma mentre aspettiamo il ritorno di Riccardo, tutto cambia e il vento ora soffia perfettamente nella giusta direzione. Ci prepariamo e iniziano i decolli. Alessandro parte per primo seguito da Riccardo. Ora tocca a me e una volta in aria mi accorgo che il vento da est genera parecchia turbolenza nelle zone in sottovento, mentre in altre zone si formano stupende correnti ascensionali che mi portano alto sul Monte del Ferro, poi sul Monte della Piana ed infine faccio anche una rapida puntatina al Monte Chiadin. Proprio sul Chiadin mi trovo in compagnia di decine di camosci che corrono velocissimi appena mi vedono. Che mi abbiano scambiato per una enorme aquila o per un tacchino gigante? Bho!??!
Guardo l’ora e vedo che è il momento di tornare a Sappada per la meritata pizza con gli amici prima che chiudano il forno. Ci sono immense distese di prati innevati che permettono di atterrare ovunque e quindi atterro vicino alla pizzeria dove mi ritrovo con Alessandro e Riccardo. Che stupenda giornata, che bella compagnia e che bellezza volare a Sappada.
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Una volta pronti, ci spostiamo pochi metri sotto la cima in un bel terreno esposto al vento dell’ovest.
Peccato che il vento sia sud e comunque il terreno consente di gonfiare la vela con il vento del sud e poi correre spostandosi a destra per uscire in volo.
Il vento è ottimo, la neve non ostacola la corsa e soprattutto siamo tutti e tre bravi nella bella arte del decollo con il parapendio.
Partiamo senza alcuna difficoltà e con grande gioia. Il volo è bello e in compagnia di un simpatico gruppo di grifoni. Riesco anche a girare qualche termica sopra Paluzza e non posso chiedere di meglio.
Che giornata di sole, di montagna e di volo!
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Ci troviamo in sette e parcheggiamo le auto a Val di Lauco e saliamo il sentiero CAI 165 che in poco tempo ci porta all’incrocio con il sentiero CAI 166. Siamo tanto in anticipo per il volo e decidiamo di fare prima un sopralluogo sul Monte Tribil dove, dopo una breve camminata, troviamo il prato buono per il decollo, ma lo lasciamo per una prossima uscita. Torniamo indietro, visitiamo la bella Malga di Claupa e poi, con un po’ di dispiacere, ci rendiamo conto che la cima del Monte Claupa è piena di alberi e non c’è traccia di un prato. Decollare non sarà possibile da quella cima!
Vabbè, poco male. Continuamo a camminare sul sentiero CAI 166 verso il Monte Arvenis e dopo pochi minuti vediamo una cimetta con un’antenna e un piccolo prato che dovrebbe essere adatto al decollo. Insomma forse riusciamo a partire con le nostre vele. Abbiamo due soluzioni; partire verso sud e virare subito a destra per cercare di attraversare la cresta della montagna ed andare verso Ovaro, oppure decollare verso ovest con nubi che spesso tolgono visibilità, poco vento, presenza di neve, poco spazio per il gonfiaggio e corsa. Se il decollo va male…… meglio non pensarci visto il rapido cambio di pendenza e il terreno pieno di sassi e mughi.
Alessandro, Valter ed io decolliamo con le piccole vele da montagna verso ovest, mentre Giova che ha la vela grande, parte da sud e virando a destra riesce passare la cresta e dirigersi verso l’atterraggio. Si atterra tutti nei pressi della chiesa di Ovaro senza alcuna difficoltà e andiamo subito in birreria per aspettare Giannino, Fabio e l’altro Alessandro che nel frattempo rientrano a Val di Lauco per poi raggiungerci in auto.
Sinceramente, se dovessi consigliare un decollo, mi sentirei di provare il prato sul Monte Tribil che è decisamente più adatto e più semplice. Buona montagna e buoni voli!
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Alessandro è spesso interrotto dallo smartphone con messaggi e telefonate di lavoro. Stiamo rallentando un po’, forse un po’ troppo, ma il sentiero è talmente diretto che la cima si fa sempre più vicina, mentre il fronte nuvoloso è ancora abbastanza distante. Dai che c’è la facciamo!
In poco più di due ore dalla partenza, siamo arrivati in cima ed il vento è talmente buono che già mi immagino veleggiare sulla cresta della catena del Gran Monte insieme ad Alessandro, sarebbe il top.
In pochi minuti apriamo le nostre vele e nel frattempo le nuvole di pioggia si sono avvicinate e purtroppo il vento è calato tantissimo, appena sufficiente per gonfiare le vele e decollare dai bellissimi prati sommitali. Il volo è breve, ma molto divertente visto che siamo in compagnia di branchi di camosci, alcuni cervi e poi il volo radente a questa particolare montagna è proprio bellissimo. Atterriamo a Pradielis. Felici.
La pioggia poi è arrivata, ma siamo già in auto con tutta l’attrezzatura rimessa in ordine e all’asciutto. Giornata perfetta!
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Oggi sono insieme a Riccardo e per pietà nei miei confronti, sceglie il percorso più facile (CAI 829) e iniziamo a salire con facilità fino ad un cartello che ci indica Monte Valcalda a 3 ore e mezza di distanza. Da quel cartello inizia un tratto faticosissimo fino al ricovero Casera Sopareit. Roccette, pareti erbose ripidissime, tante foglie e ogni tanto si cammina su un’esile sentiero. Abbiamo anche dovuto usare in un paio di occasioni la cartografia digitale per rientrare nel sentiero, insomma “un bel ravano”.
Esco da questo tratto senza forze, ma non mi arrendo e invece di decollare dai bellissimi prati presso Casera Sopareit, a quota 1550 metri, salgo ancora di altri 400 metri fino alla cima Monte Valcalda. Sono disintegrato fisicamente e capisco perchè qui non ci salga quasi mai nessuno. Riccardo mi dice di non essere per nulla stanco, ma di essere molto, molto contento del percorso selvaggio appena fatto. Buon per lui e avanti fino alla cima!
Arriviamo alla nostra meta e vorrei fermarmi un po’ per riposarmi, ma il vento è ottimo e sono già le 14; meglio prepararci al decollo prima che l’intensità del vento inizi a calare.
Provo un gonfiaggio della mia veletta da montagna e sembra tutto regolare. Riccardo sarà il primo a partire visto che ha un parapendio più grande che a stento trova lo spazio per dispiegarsi nel piccolo prato sommitale; meglio che lo aiuti nei preparativi e nello stendere la vela. Sono un po’ in ansia, ma decolla perfettamente, come il suo solito.
Ora tocca a me, ma la mia piccola vela si adatta perfettamente al poco spazio e nonostante il vento ormai quasi nullo, decollo anche io senza difficoltà. Il volo e l’atterraggio sono gli unici due elementi facili di tutta la giornata, ci volevano.
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Salgo molto lentamente il ripido sentiero visto che ci sono una infinità di rami da spostare e da tagliare. Arrivo agli Stavoli Palis ed inizio a sgomberare il prato di decollo dai molti tronchi e rami presenti e mi rendo conto di due cose; il vento è quasi nullo, al traverso di 45° e poi lo spazio fra gli alberi è decisamente al limite per un decollo in assenza di vento. Direi perfetto per continuare la mia serie di incontri ravvicinati con le piante!
Sono da ore che sto lavorando e di scendere a piedi, come sarebbe giusto fare, proprio non ne ho voglia e apro la vela più in alto possibile per cercare di sfruttare al massimo la lunghezza del prato. Una, due, tre false e la vela cade sempre nello stesso punto, sopra alcuni rami secchi.
Penso che dovrei proprio chiudere la vela e scende a piedi, ma faccio un ultimo e disperato tentativo. Apro per bene la vela, aspetto un alito di vento e traziono con grande energia le bretelle delle A. La vela sale immediatamente ed inizio a correre. Riesco a correggere l’inevitabile scarroccio dato dal vento al traverso e continuo a correre verso il mio destino. Sono tremendamente vicino ai rami degli alberi alla mia sinistra e già immagino il rumore della vela che si impiglia nei rami. Spero di non restare appeso visto che le conseguenze non potrebbero essere del tutto positive, ma tutto va liscio e, non appena in aria libera, lancio un urlo fortissimo che mi scarica di tutta la tensione. Stavolta è andata bene, anzi benissimo.
I lavori sono poi continuati in altre tre uscite ed ora il passaggio fra gli alberi è migliorato, comunque è si un bel decollo, abbastanza facilmente raggiungibile, in zona di forti ascendenze e perfetto per il vento pomeridiano, ma è consigliabile solo nelle belle giornate dove il vento di brezza arriva frontale e stacca la vela immediatamente dal terreno. Con poco vento, o al traverso, resta un decollo tecnico e con una certa probabilità di infrascamento. Uomo avvisato, mezzo salvato!
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Di questi miei pensieri non ne parlo con Rocco, che propone un cammina e vola in Val Visdende; inutile tediarlo con pensieri negativi, meglio andare sul posto e verificare di persona la situazione.
Siamo in autunno ed arriviamo in valle verso le 10, i prati a fondovalle sono ancora ghiacciati, ma la giornata è splendida e non manca molto all’alzarsi del sole oltre le cime delle montagne, sole che trasformerà questa valle in una splendida conca invasa dai colori dell’autunno. Cerchiamo un atterraggio e fra le varie opzioni decidiamo per dei prati vicini al Rio Lavazei. Da qui iniziamo la salita verso i prati sotto il Col Chiastelin che da alcune foto viste in precedenza, sembrano perfetti come esposizione e pendenza per il decollo con le nostre vele.
Si sale rapidamente per dei sentieri da poco rinnovati in seguito distruzione causata dalla tempesta Vaia del 2018 e ci facciamo anche un breve tratto fuori sentiero per arrivare al decollo. Un momento, ho detto decollo, ma avrei dovuto dire la perfezione di tutti decolli da me visti fino ad ora.
Prati enormi, erba bassa (grazie mucche e cervi), pendenza perfetta e addirittura possibilità di decollare con tutti i venti a parte il nord. Io un simile decollo me lo sono sognato parecchie volte, ma nella realtà è la prima volta che mi trovo in un posto simile.
Davanti a noi, si esibiscono nel volo dei grifoni, uno stormo di corvi e anche un’aquila. Tutti ci dicono che la giornata è buona ed è ora di uscire ad assaggiarla. Non mi faccio pregare e decollo. Dopo qualche minuto, mi trovo con tutto il gruppo in volo e mi visto che le condizioni sono buone, mi faccio anche un piccolo e meraviglioso giro della valle. L’atterraggio non è facile ed ha una particolarità. Si atterra a 20 metri da una trattoria che è aperta tutto l’anno e io, a questo punto, proclamo la Val Visdende come la valle perfetta!
P.S. Dopo pochi giorni e nonostante le oltre due ore di auto da Udine, ci sono tornato!
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“L’avventura inizia con l’immaginazione, con il sogno che si fa strada dentro di noi molto prima che si metta piede fuori di casa. […] Comincia già da quando a casa ci si immagina la salita, l’itinerario, il paesaggio da scoprire. Il sogno è la scintilla che accende la voglia di partire.”
Il sogno.
Ho sempre ammirato Walter Bonatti; di tante riflessioni profonde, ce n’è una che ultimamente mi risuona sempre più spesso; forse perché crescendo si tende a smettere di sognare, forse il tempo a disposizione per andare “a caccia dell’inutile” viene rimpiazzato da burocratiche responsabilità; si tratti di alpinismo, aria, o chessivoglia:
È questa l’essenza, lo stimolo per ovviare alla routine e cercare il proprio spazio di azione. Perché è sempre comodo crearsi una routine, più facile ed efficiente, anche sulle attività che dovrebbero proprio aiutarci ad uscire dalla stessa…
Nasce così l’idea di andare in esplorazione nelle montagne più selvagge del territorio friulano: le Dolomiti d’Oltrepiave. Questa catena sembra essere lì apposta per stimolare il sogno: valli strette con dislivelli inclementi che si aprono a dismisura, solo dopo aver guadagnato quota, faticosamente.
Terreni impervi e difficili che culminano in luoghi che sembrano essere relegati nei libri delle favole.
Creste aggettanti che fanno spazio a un vuoto sospeso.
Guglie e campanili che svettano imponenti, gendarmi e custodi di un silenzio sacro.
Proprio il desiderio di risentire queste sensazioni mi spinge alla caccia di un decollo nel cuore del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane: memore delle splendide vallate nella zona compresa tra Cima dei Preti e Spalti di Toro, incontrate dopo un pernottamento in Casera Laghet de Sora, l’idea è proprio quella di andare in esplorazione su questi terreni non abbastanza conosciuti.
GEMONA DEL FRIULI, 25 ottobre, con Stefano e Susi; Daniele ci raggiungerà a Montereale. Ci lasciamo dietro un banco di nubi che oscurano il sole: imboccata la Valcellina il meteo è da favola! Chi ben cominica…
Lasciata l’auto a Pian Fontana (959 m slm), valutiamo come potenziale atterraggio il parcheggio, stretto e lungo; nel greto del Cimoliana i sassi non sono esattamente come nel (medio corso del) Tagliamento: vorremmo che le nostre caviglie tornassero a casa assieme a noi!
Decretato comunque che il parcheggio sia sufficientemente atterrabile, montiamo la manica a vento portatile di Stefano (super!) e ci immergiamo nel sentiero che porta all’imbocco della valle di Santa Maria. Siamo accompagnati dalle meravigliose lastronate SE di cima dei Preti che culminano nell’aggettante e anelata Cresta dei Triestini. La valle è lunghissima e si snoda per diversi chilometri; ci imbattiamo in sorgenti e torrenti, salti e cascatelle immerse in una faggeta stupenda, flagellata dai venti di Vaia nel 2018, ormai un ricordo.
Con l’aumentare della quota i faggi lasciano spazio ai mughi, il sentiero a una grava ripida, instabile e faticosa; il vento da Sud Ovest aumenta, le nuvole in alto corrono veloci e comincia a formarsi qualche cumulo qui e là.
Giungiamo finalmente a forcella Spè (quota 2096 mslm), sferzati dal vento, baciati dal sole. Cima Spè, a Ovest, chiama. Non ci sono abbastanza tempo, gambe e volontà, nonostante sembri di toccarla con un dito: solo qualche centinaio di metri di dislivello ci separa da essa; ma è sempre bene avere dei buoni motivi per tornare. Ci accontentiamo della splendida vista a Nord con vista sul Rifugio Tita Barba, appollaiato sul versante Cadorino.
Dalla forcella il decollo è possibile, ma il vento è sostenuto e il rientro non è di certo garantito: probabilmente non lo sarebbe anche con l’attrezzatura da cross. In condizioni adeguate varrebbe la pena considerare un decollo dai bei prati sottostanti la cima, ben evidenti anche dalla forcella.
Si continua, quindi, verso il bivacco Gervasutti, dove ci aspettiamo di trovare uno spot per spiccare il volo in condizioni meno proibitive.
Il sentiero che riporta verso la Cimoliana si dirige verso Sud; scollinato il versante, ci si para dinanzi uno spettacolo meraviglioso: il Cadin degli Elmi domina l’altopiano dove è situato il Bivacco Gervasutti, su una conca idilliaca, circondata da pareti aggettanti che racchiudono una dolcezza commovente.
Senza fretta, ci godiamo lo spettacolo in cui siamo immersi, che sarebbe davvero gretto liquidare in una frettolosa “preparazione al decollo”.
Il bivacco è del tipo “a latta”, rosso; sembra essere più frequentato da salamandre che da umani, come rilevato da un avviso lasciato sul tavolo: viste le condizioni della struttura si sconsiglia il pernottamento in caso di precipitazioni.
In decollo, appena davanti il bivacco, c’è giusto spazio per una vela alla volta: dopo una breve discesa i mughi riconquistano terreno; lo spazio non è enorme ma sufficiente.
Decolliamo attorno all’una, il vento è debole ma nella direzione giusta; all’imbocco della Cimoliana appoggiandosi ai pendii ripidi e mugosi il sole regala qualche termica e la tentazione di provare a risalire la valle è forte. Il vento aumenta decisamente di intensità e rimanendo a ridosso delle creste favorisce il galleggiamento in dinamica; senza perdere quota giungo all’imbocco della Val Montanaia: meraviglia.
Tuffo al cuore e lacrimuccia…
Ma è meglio invertire la direzione: solo per affrontare il “traversino” dall’uscita della conca del Gervasutti perdo moltissima quota, l’efficienza è da paracadute. Atterriamo quindi sulla strada vicino a Pian Pagnon (grande prato come potenziale atterraggio comodo) che attraversa il greto del Cimoliana; non ci sono problemi ad atterrare visto il vento forte, nonostante negli strati bassi la turbolenza si senta bene e il vento sia forte e rafficato.
Ci godiamo il vento regalandoci qualche minuto di gonfiaggio; la macchina è a poco più di un chilometro e Stefano va a recuperarla.
Ci aspettano delle ottime birre e dei manicaretti in osteria di Mezzo (Cimolais), ciliegina sulla torta di una giornata che ha soddisfatto le migliori aspettative… e ha saputo regalare quel gusto inedito che solo l’ignoto e l’avventura sanno lasciare, invitando a nuovi sogni per toccare di nuovo nuvole e guglie sospese…
Foto di Susy, Daniele, Stefano e Matteo.
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La giornata è ottima e la salita è facile. Ad un certo punto, dopo il ricovero Entralais, resto in ultima posizione, sono solo nei miei pensieri e ad un certo punto resto folgorato dalla bellezza dei prati di alta montagna, che si trovano in una bellissima valletta proprio dietro il Cret dai Laris; che posto magnifico.
Raggiungiamo la nostra meta, passo Entralais, ma tre piloti decidono di provare il decollo da un prato vicino alla Forcella della Fuina. Alla fine decolliamo tutti senza alcun problema e in volo i dubbi sul raggiungimento del lontano atterraggio vengono fugati dalle potenti correnti ascensionali che ci fanno volare altissimi sulle stupende creste della Val Pesarina. Che posti fantastici nella nostra Carnia!
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Per raggiungere la cima dello Scinauz ci sono due modi: da passo Pramollo per un lungo e abbastanza difficile sentiero, oppure da Santa Caterina per un lungo e ancor più difficile sentiero. Vada per il secondo anche perchè parte proprio dal prato su cui si vorrebbe atterrare.
Questo sentiero è stato fortemente voluto e riaperto dall’amico Loris di Tarvisio che ci ha speso molto tempo per ri-tracciarlo, dopo decenni di abbandono causa divieto. Non è un sentiero facile, ma grazie a pochi, ma precisi bollini rossi, si riesce abbastanza facilmente a mantenere la giusta traccia.
Oggi siamo in due, io e Riccardo, e siamo davvero fortunatissimi per aver trovato una giornata perfetta per camminare e speriamo anche per volare.
Iniziamo con un guado dove dobbiamo togliere gli scarponi, poi attraversiamo stupendi boschi pieni di funghi, quindi roccette, traversi in terreni molto sdruciolevoli ed esposti e infine piccole distese di pini mughi.
Arriviamo alla base militare che è quanto di meno scontato si possa trovare in mezzo al nulla! La visitiamo interamente e ci stupisce per la grandezza e per le strutture ora abbandonate. Un tunnel di oltre 200 metri con all’interno un trenino a cremagliera, camerate, sala da pranzo, locali tecnici, eliporto…. Vabbè, sembra proprio che il nostro Friuli abbia ospitato un punto di osservazione radar davvero imponente. Mi chiedo come deve essere stata la vita degli avieri durante l’inverno su questa montagna lontana da tutto.
Il vento è ottimo e iniziamo a valutare possibili decolli. In cima allo Scinauz è possibile decollare, ma non con il vento odierno, sotto la cabina della ex funivia è possibile partire, ma è davvero tecnico. Troviamo uno spiazzo di circa 20 metri per 20 a fianco della stazione ex funivia che ci sembra la miglior soluzione per oggi. Ci dedichiamo alla pulizia dei pochi mughi presenti nello spiazzo e iniziamo a provare qualche gonfiaggio. Vento laminare. Non ci sono segnali di turbolenza nonostante la vicinanza di un grande edificio, ottimo.
Il decollo si presenta emozionante. Dopo il gonfiaggio, faremo alcuni passi in piano e poi il pendio diviene immediatamente ripido, molto ripido. Diciamo che con il vento buono è facile, ma con poco vento, penso non sia per nulla banale. Sta di fatto che il vento sembra volerci molto bene ed è perfetto. Riccardo apre le danze con uno splendido decollo e poco dopo lo raggiungo. Le termiche sono ben organizzate e il volo è davvero bellissimo. Dopo aver sorvolato l’intero percorso di salita e non solo, atterriamo a Santa Caterina facendo molta attenzione a non invadere il prato dedicato ad un cavallo e un asinello. Anche oggi abbiamo vinto!
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