Advertise with Googlier.com <![CDATA[Sagrin]]>https://www.albertoceresa.comhttps://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aU4x!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ad79fc3-b1fc-467d-86e2-766c996206bd_1024x1024.pngSagrinhttps://www.albertoceresa.comSubstackMon, 26 Oct 2026 20:02:19 GMT<![CDATA[30. Bestie]]>https://www.albertoceresa.com/p/30-bestiehttps://www.albertoceresa.com/p/30-bestieMon, 26 Oct 2026 09:28:43 GMTCari tutti,
sono trascorse solo due settimane nel mondo reale, ma nella Torino di Sagrin il tempo è molto relativo. La sua vita infatti è andata avanti a passo spedito. Lo troviamo quindi alle prese con una sfida importante: conquistare la giuria di un concorso letterario. Ma non voglio svelare altro, quindi vi saluto con il consueto affetto.
Alberto



Il corpo umano era, a ben vedere, una cosa oscena.
Irsuto, sudato, secco o espanso a dismisura.
Per non parlare dei denti, incastonati nelle bocche. Storti, tondeggianti o appuntiti, distanti o ammassati: qualsiasi foggia avessero, davano l’idea che l’uomo fosse poco più di una bestia pronta a divorare qualsiasi cosa.
A questo pensava Manlio mentre dall’alto del palco del Premio Letterario La Lontra d’Oro aveva una visuale aerea della platea.
Era la sua specialità: distrarsi per nascondere a sé stesso di essere corroso dall’ansia.
In ballo c’era una giuria, malevola per definizione, e tutto il resto.
Ma soprattutto, doveva dimostrare che Il Cetaceo fosse quattro spanne sopra il libro di Artemio.
Quell’accozzaglia di banalità che portava il titolo L’Applauso.
Sorvolò con lo sguardo la platea, fino a raggiungere Lucia, seduta in prima fila ma di lato, in una battaglia silenziosa tra supporto amorevole e distanza rispettosa.
Ripassò mentalmente l’istante in cui le sue labbra si erano appoggiate sulle sue guance.
Una voce al microfono richiamò bruscamente la sua attenzione.
Sul palco fece la sua comparsa la presentatrice, con uno splendido abito pieno di lustrini che brillavano a festa.
«Gentili ospiti, ci troviamo questa sera nella magnifica cornice della Mole Antonelliana per conferire il premio La Lontra d’Oro. I due finalisti leggeranno un estratto del loro libro, dopodiché la giuria si ritirerà per eleggere il vincitore. Il pubblico potrà contribuire tramite l’applausometro, che peserà sulla media finale. E ora lascio il campo… ad Artemio Bruni. Prego Artemio, il microfono è suo.»
Artemio si fece avanti.
Impeccabile nel suo completo gessato, prese il microfono sorridendo alla conduttrice, che arrossì impercettibilmente.
«Grazie cara, grazie. Gentili giurati, ecco l’estratto che ho scelto. Vi ringrazio per l’invito, sono davvero lusingato.»
La giuria farfugliò una risposta di cortesia.
«Quasi dimenticavo: un grande applauso al Prof. Dott. Greco, senza lui tutto questo non sarebbe stato possibile. Un mentore, un visionario.»
Seduto in prima fila, il Prof. Dott. Greco gongolò visibilmente, prendendosi gli applausi del pubblico.
«Prova prova, check check.»
Artemio iniziò la lettura con voce calda e sensuale.
«Ho tracciato la mia traiettoria umana su un foglio. Appare ai miei occhi come una freccia, che testarda, dopo molte titubanze e pericolosi precipizi, s’incunea infine nella sommità della cellulosa lineare. Guai, guai parlare di limiti, il rifugio per i poveri di spirito. E il domani? Mi chiedete del domani. A che serve pensarci, è già tutto scritto. Sarà un applauso scrosciante, inevitabilmente migliore dell’oggi, per non parlare del ieri.»
Artemio chiuse la lettura e rimase in silenzio per un attimo.
Poi riprese.
«Signori e signore, questo era L’Applauso.»
Non fece in tempo a completare l’ultima parola che il pubblico esplose in un boato, l’applausometro in tilt, con la lancetta rossa che si impennava fino a raggiungere il livello massimo.
«Grazie, troppo gentili.»
Artemio consegnò il microfono alla presentatrice, lanciando infine uno sguardo di soddisfazione a Manlio.
Manlio sentì le ginocchia sciogliersi, ma si impegnò per nascondere la sua agitazione.
La presentatrice prese la parola.
«Grazie Artemio, mi ero quasi dimenticata dello straordinario affetto che il pubblico prova per te. Congratulazioni per questo splendido estratto. E ora passiamo il microfono al secondo concorrente, Manlio Baleno. Qualcuno di voi si ricorderà di Manlio come il Detective Sagrin, ma ho ricevuto precise istruzioni di non parlarne. E così sia. Prego Manlio, è il suo turno.»
Manlio si fece avanti e non riuscì a dire nulla.
Non ringraziò la presentatrice e non salutò il pubblico, completamente pietrificato.
Il microfono gli sgusciava tra le mani sudate, come una saponetta.
Con la coda dell’occhio notò una macchia spessa e scura sulla giacca, proprio in corrispondenza del cuore.
Dannazione. Lo sapevo che quel ragù era assassino. Ma cristo santo ora dì qualcosa. Forza vecchio mio.
«Sono Manlio Baleno, e questo è Il Cetaceo.»
Dall’angolo della sala si sentì un applauso di incoraggiamento.
Lucia…
Iniziò la lettura, trovando in sé una voce inspiegabilmente forte, risoluta.
«Sono entrato nella pancia del cetaceo. Era lì ad attendermi, all’incrocio della strada, tra il supermarket e il negozio di articoli per la casa. Avevo con me una valigia. Dentro non c’era quasi nulla, grumi di polvere, nuvole di polline. Era maggio, e le giornate si affrettavano verso la calura estiva. L’animale chiuse la bocca con delicatezza. Il rumore del traffico si spense in un istante.»
Manlio si fermò e guardò il pubblico.
La sala era rimasta in silenzio. Nessuno applaudì, tranne Lucia.
Rimase immobile, con il foglio ancora in mano.
La conduttrice risolse brillantemente la situazione.
«E complimenti anche a Manlio, con il suo Cetaceo.»
«E ora un momento di pausa, lasciamo che la giuria si ritiri per annunciare il vincitore.»
La sala si riempì di un brusio sommesso, mentre Manlio si accartocciava su una sedia di plastica ai margini del palco. Dall’altra parte della stanza, Artemio mimò il gesto di un applauso, indirizzato a Manlio.
Si sistemò la giacca, tentando di nascondere la macchia di ragù. Chiuse gli occhi e attese in silenzio.
Dopo circa dieci minuti la conduttrice riprese la serata.
«Ci siamo, il momento dell’annuncio del vincitore. Una decisione sofferta. I giurati si sono confrontati su posizioni diametralmente opposte. Ma hanno infine scelto l’opera. Prego giurati, a voi il verdetto.»
«Per il talento fuori dai canoni. Per la vivacità con cui affronta il senso stesso del vivere, per la prosa fantasiosa… vince il premio Il Cetaceo, di Manlio Baleno. Congratulazioni.»
Il pubblico iniziò a rumoreggiare, fischiando per rimarcare il dissenso. Sul palco cadde con un tonfo una scarpa, lanciata dalle ultime file.
«Prego, prego, vi invito alla calma. La giuria si è espressa. Il voto del pubblico era a favore de L’Applauso, ma la maggioranza ha optato per l’opera del sig. Baleno.»
La platea non si calmava.
Manlio incrociò lo sguardo di Artemio.
In un istante Artemio si alzò, salutò il pubblico con una mano e si avviò verso l’uscita, per poi esclamare «Incompetenti!».
A breve distanza lo seguì il Prof. Greco, con aria incerta.
La presentatrice riprese la parola.
«Congratulazioni, Manlio. Il premio è tuo.»
Da dietro al sipario entrarono due ragazze, spingendo un carrello. Al centro del carrello una coppa di vetro trasparente, traboccante di gettoni d’oro.
Manlio la guardò stupefatto.
«Ed ecco il premio! Ventimila euro in gettoni d’oro. Inoltre l’opera potrà essere selezionata da uno dei giurati per la pubblicazione con una casa editrice di spicco. Grazie a tutti, purtroppo dobbiamo chiudere la serata, ci siamo già dilungati troppo e mi fanno cenno dalla regia di terminare.»
La presentatrice strinse la mano a Manlio, accompagnando il gesto con un sorriso sincero, mentre i giurati uscivano a uno a uno di scena.
Manlio restò per un attimo da solo sul palco.
Infilò cautamente la mano nella coppa di vetro, fino a prendere un gettone.
Plastica, un gettone di plastica colorata.
Sentì il sudore corrergli lungo la schiena.
Corse a perdifiato fino a raggiungere i giurati, che si intrattenevano a parlare.
«Grazie, grazie per avermi scelto. Ho solo una domanda. Cosa succede ora? I gettoni sono di plastica.»
Uno dei giurati rispose, con una risata breve.
«Caro Sagrin. Non si offende, vero? Il suo libro è davvero bello. Per il palato del pubblico, un po’ troppo moderno. Ma il mondo è pieno di libri di merda, il suo alzerebbe la media. In merito ai gettoni, quelli veri li riceverà a rate, se non sbaglio in trent’anni, dopo il versamento delle imposte dovute.»
«Trenta...»
«Sì, cosa pensava, di metterli nel borsello e scappare via? Siamo in Italia, caro Sagrin, niente è come sembra.»
«Ma la pubblicazione invece?»
«Che fretta, santo cielo! Qualcuno la chiamerà, prima o poi. Sa com’è l’editoria, no? Forse no, a pensarci bene. Be’, la saluto, e ancora complimenti.»
I giurati si allontanarono, mentre il pubblico si accalcava verso l’uscita.
Manlio scese dal palco e con gesto automatico si accese una sigaretta, inspirando profondamente.
Lucia si avvicinò, il viso incorniciato da un sorriso gioioso.
Manlio non fece in tempo a rivolgerle la parola, che sentì un tocco leggero sulla spalla.
Davanti a lui si presentò un ragazzo.
Venticinque, trent’anni al massimo.
Mingherlino, capelli castani mossi, occhiali con montatura di metallo.
«Signor Baleno, congratulazioni. Se ha un minuto, vorrei parlarle. Per una questione di lavoro.»


Manlio, 2026

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<![CDATA[29. Il mostro dei mari]]>https://www.albertoceresa.com/p/29-il-mostro-dei-marihttps://www.albertoceresa.com/p/29-il-mostro-dei-mariMon, 12 Oct 2026 10:08:25 GMTCare lettrici & lettori,
questo episodio segna un traguardo importante anche se passato in sordina: la fine della terza stagione. Si prosegue senza soste con la quarta stagione, perché non vedo l'ora di raccontarvi le folli disavventure di Manlio. Grazie per il sostegno e la partecipazione: fanno la differenza! Alberto



Manlio era seduto alla scrivania, con un aspetto stropicciato e l’aria febbrile. Era stato sveglio tutta la notte, arrovellandosi sul prossimo racconto da scrivere. Sentiva che quel racconto sarebbe stato l’ago della bilancia, la differenza tra un’opera marginale e qualcosa di così significativo da cambiare per sempre il corso della sua vita. Tuttavia era ormai consapevole che le parole hanno un moto proprio: se le acciuffi troppo presto ti ritrovi con un pugno di mosche, troppo tardi e svaniscono definitivamente. Il momento era adesso. E la pila di bollette da pagare sulla scrivania rafforzava il senso d’urgenza.Alzò la penna sul foglio e iniziò a scrivere di getto.


Il Cetaceo - Terzo racconto - Manlio Baleno

Il funzionario dell’ufficio del Museo delle Fatte (detto volgarmente: il museo delle cacche degli animali) si grattava la testa. Il museo era nato per rilanciare una comunità montana che perdeva forza e si spopolava ogni giorno. Il piccolo paese di Basal sorgeva in Val di Susa, non distante da Bardonecchia, di cui non condivideva però l’atmosfera da piccola città montana. Era più che altro un conglomerato di case diroccate, una piccola scuola e una chiesa gestita da un prete beone.
Il museo delle fatte era nato grazie agli sforzi congiunti dei pochi abitanti. Armati di sacchetti e palette avevano raggranellato le feci degli animali selvatici su per i boschi. Il bottino piuttosto magro includeva feci di volpe, di capriolo, di capre selvatiche e forse di lupo. Tanto bastava per attirare qualche scolaresca e portare a casa qualche spicciolo. Ma le feci si deterioravano e la voglia di rimboccarsi le maniche degli abitanti era esaurita da un pezzo.
Durante una riunione con il comitato scientifico (se così si poteva chiamare una bevuta di Genepì al bar) il funzionario aveva proposto un’idea brillante: portare il mare in montagna. Non tutto il mare, ma degli animali marini. Il pubblico sarebbe accorso da tutto il Piemonte. L’idea piacque e per alzata di mano si decise di procedere.
In breve tempo il funzionario aveva contattato i maggiori musei marini d’Italia, ricevendo grandi silenzi, frasi di scherno e rifiuti cocenti.
Ma infine il miracolo: l’Acquario di Genova aspettava un carico dalla Francia, che sarebbe transitato da Modane. Una sosta di qualche giorno nel museo sarebbe costata poca fatica, e avrebbe permesso agli autisti di riposarsi un attimo prima di riprendere il viaggio.
Era tutto deciso. Gli incartamenti parlavano di due animali rari e preziosi. Una tartaruga mastodontica e anziana, e un animale misterioso denominato semplicemente “mostro dei mari”. La comunità si attivò con una colletta, e chi non poteva mettere soldi mise manodopera. Nel giro di due giorni due grandi vasche in plexiglass sorsero nella sala principale del piccolo museo. L’acqua fu trasportata con secchi dalla fontana comunale, riempiendo per bene le vasche. In mancanza di vegetazione marina, furono disposti muschi e licheni raccattati qua e là.
Infine il gran giorno. Un tir alto più del campanile si fermò in centro al paese.
Una squadra di operai con gilet dai colori fluorescenti si mise all’opera, abbozzando qualche parola in italiano. Lavorarono dal mattino alla sera e ultimata la procedura ripresero il cammino. Finalmente il funzionario poté entrare nel museo.
Sul pavimento, arginata da un recinto in plastica, si trovava la tartaruga. Sembrava un animale preistorico, lento e con gli occhi acquitrinosi. Brucava timidamente una foglia di lattuga. Il funzionario rimase costernato. Quella non era una tartaruga di mare, bensì di terra. Pietrificato dal terrore, trovò in sé la forza per ispezionare il secondo animale.
Doveva essere di dimensioni piuttosto ridotte, a dispetto del nome, perché stava dentro un contenitore grande come un bicchiere. Il funzionario strizzò gli occhi ma nulla, non riusciva a vedere nulla. Cercò nei cassetti del museo fino a trovare una lente d’ingrandimento. Grazie alla lente riuscì a scorgere l’animale. Era poco più grande di uno spillo, e aveva un aspetto davvero orribile: piccoli tentacoli squamosi, il corpo gelatinoso e delle zanne microscopiche.
Non c’era tempo di ammettere l’errore.
Non fece parola con nessuno, e vietò a chiunque di entrare nella stanza fino all’inaugurazione.
Grandi pullman avevano parcheggiato nei pressi del paese, alzando nuvole di polvere. Il pubblico c’era, eccome. E a fronte del biglietto pagato, e profumatamente, esigeva di essere intrattenuto.
Il momento era arrivato.
Il funzionario disse alcune parole con voce tremante, e finalmente spostò i tendaggi che coprivano le vasche. Nella prima, la tartaruga rantolava, cercando disperatamente di uscire dall’acqua, che sarebbe presto diventata la sua tomba. Nella seconda, semplicemente non si vedeva nulla. I visitatori a turno impugnavano la lente, lanciavano un urlo di meraviglia e si affrettavano a spostarsi, incalzati dalla gente in attesa alle loro spalle.
Scesa la sera, i pullman erano ripartiti e il funzionario contava i soldi.
Fantasticava su un futuro radioso. Magari un’intervista in televisione, o un incarico prestigioso, addirittura in un museo di Roma.
Ma intanto c’era un’ultima fatica da fare.
Aspettò che il buio scendesse sul paese e poi raggiunse il piccolo cimitero alle spalle della chiesa. Imbracciò la pala e cominciò a scavare, mentre la carcassa di tartaruga attendeva immota poco distante.


Manlio posò la penna. Guardò il foglio, poi osservò ancora una volta le bollette, sperando che potessero in qualche modo svanire. Si voltò verso la finestra e vide il cielo di Torino che schiariva, appena dopo un acquazzone.
La Lontra d’Oro.
Si alzò, si accese una sigaretta e sorrise tra sé. Pensò a Lucia, al suo sorriso, al tocco delle sue labbra. E pensò che forse valeva ancora la pena. Di scrivere, sperare, perdere, e ricominciare.


Il mostro dei mari, 2026

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<![CDATA[28. I tre saggi]]>https://www.albertoceresa.com/p/28-i-tre-saggihttps://www.albertoceresa.com/p/28-i-tre-saggiThu, 01 Oct 2026 07:24:25 GMTCari tutti,
Manlio è tornato in anticipo: giovedì non è mai il suo giorno, ma aveva in animo di manifestarsi. Ed eccoci qua. Questa volta in compagnia di tre portentosi anziani dalla parlantina svelta e dai pensieri ancora più rapidi. Buona lettura, e grazie!
Alberto



Manlio si trovava a Torino, al Fante, quel grappolo di palazzi liberty e déco sparsi intorno a viali alberati, padroni di cani indaffarati con la passeggiata del mattino e un senso diffuso di quiete e mestizia. Era stato il biglietto di Lucia a condurlo lì, ma ora che era giunto a destinazione cominciava a nutrire qualche dubbio. Manlio osservò l’edificio.
Tre piani d’intonaco color fango. Benvenuta allegria.
Lesse l’iscrizione sulla facciata dell’edificio: Educatorio della Provvidenza.
L’Educatorio in questione però aveva davvero poco che facesse pensare a un aiuto provvidenziale: piuttosto a schiene ricurve in ambienti bui e aria viziata.
Prima di entrare Manlio fumò ancora una sigaretta, consapevole che non sarebbe stata né la prima né l’ultima della giornata. Varcò la soglia, solo per essere immediatamente bloccato dal custode, un signore di mezz’età ossuto e dall’aria piuttosto malevola.
«Salve, non può entrare. Arrivederci»
«Buongiorno a lei. In realtà ho un appuntamento.» disse Manlio, raspando nelle tasche in cerca del biglietto di Lucia, senza successo.
«La fermo subito. Nessun appuntamento, neanche se fosse con la Regina d’Inghilterra. Non so se sono io che non mi spiego bene o se lei è duro d’orecchi.»
Manlio digrignò i denti e si trattenne dal percuotere l’uomo. Finalmente trovò il biglietto e scorse con gli occhi la calligrafia amabilmente rotonda di Lucia. «Erminio, Osvaldo, Amedeo.»
L’uomo proruppe in una risata particolarmente irritante.
«I tre mentecatti? Ma perché non me l’ha detto subito? Ha tempo da perdere, beato lei. Quelle tre mummie si sono rifiutate di lasciare il palazzo, quindi li abbiamo confinati in una stanza in fondo, l’unica che non deve essere ristrutturata. Avanti, e buon divertimento.»
«Vivaddio. Ancora una cosa: ma questo posto cos’è?»
«Lei è un comico di professione? Lo sanno anche le pietre. Università della terza età.»
«Terza..età?»
«Che sia la prima la seconda o la terza, frega niente. Mi basta uno stipendio e poche scocciature. Quindi, pedalare, grazie.»
Manlio si sorprese ad apprezzare la maestosa antipatia del custode, aspra e schietta come un limone. Si congedò con un cenno della mano e raggiunse l’unica stanza accessibile del complesso, in fondo a un lungo corridoio sonnacchioso.
La porta era chiusa, ma si sentiva una conversazione concitata provenire dall’interno. Bussò tre volte con le nocche della mano.
«Chi va là? Bussate quanto volete ma noi non ce ne andiamo..ci siamo incatenati ai radiatori!»
Manlio aprì la porta e si annunciò, scandagliando rapidamente l’interno della stanza, come avrebbe fatto per un’indagine.
Tre uomini, di cui uno in sedia a rotelle. Anziani. Libri ovunque e montagne di fogli sparse sul pavimento. Cumuli di matite di varie lunghezze. Odore di sigaro toscano. Stanza spoglia e con le pareti color giallo limone. Banchi da scuola con incisioni di studenti somari.
«Manlio Baleno. Mi manda qui Lucia, dalla libreria.»
«Oh signor Baleno, che piacere conoscerla. Aspirante scrittore, nevvero? Lucia una perla rara, se la tenga stretta. Nutre una certa simpatia per lei. Io sono Erminio. Professore di professione, un tempo almeno. Insegnavo italiano ed educazione civica. Poi anche supplenze assortite. A ogni modo..»
«Pensi di farlo anche parlare questo povero Cristo? Erminio, tu e la tua petulante logorrea. A proposito, io sono Osvaldo.» disse il secondo anziano.
«E io Amedeo» disse il terzo anziano, in sedia a rotelle.
«Centocinquant’anni di insegnamento, se sommiamo le nostre tre vite.» riprese Erminio.
«Bene Manlio, tagliamo la testa al toro. So da Lucia che lei sta scrivendo un libro, dal titolo Il Cetaceo. Buon titolo, solido, immaginifico. E che vuole vincere la Lontra d’Oro. Obiettivo ambizioso, ma badi bene, non impossibile. Si metta comodo. In piedi s’intende, ci hanno portato via le sedie, ma insomma ci racconti il libro come lo racconterebbe alla giuria del premio.»
«Grazie Erminio, e grazie anche Osvaldo e Amedeo, il piacere è mio.»
Manlio cercava di dare forma ai pensieri, che si intrecciavano come serpenti insidiosi.
«Praticamente..»
«No, Manlio, ogni volta che si inizia una frase con praticamente un dizionario d’ italiano muore. Per cortesia.» disse Erminio, con fare puntiglioso.
«Vuoi tacere? Dio santo Erminio, sei peggio di una vecchia zitella. Fallo parlare!» intervenne Osvaldo.
«Il Cetaceo è un libro di racconti. Parla di esseri umani alle prese con qualcosa di più grande di loro. Sono tanti frammenti apparentemente sconnessi, che uniti danno vita a un organismo vivente. Il cetaceo del titolo.»
«Magnifico!» esplose Erminio, balzando in piedi con un’agilità improbabile per la sua età.
«Sa cosa mi ricorda? I troubadour! I trovatori medievali avevano già capito tutto. L’antagonista non è mai una persona, è una forza! Il destino! Il mare! La donna irraggiungibile! E Dumas, ha letto Dumas? Il Conte di Monte Cristo non si vendica di un uomo, si vendica del mondo intero! E Don Chisciotte combatte contro la realtà! La realtà, Manlio! E il climax, senza climax non esiste niente, neanche la vita, e gli egiziani, sa che gli egiziani avevano già capito tutto con il culto di Iside, secoli prima di Aristotele. I Tropi Isiaci!»
«Perdiana Erminio, ma che c’entra il culto di Iside, quanti caffè hai già bevuto stamattina?» disse Osvaldo sconsolato.
Amedeo dal canto suo sembrava appisolato, con aria pacifica.
«C’entra, c’entra. In senso lato. E i caffè non sono mai troppi, al massimo troppi pochi.» disse Erminio, accendendosi un Toscano.
«In che senso lato?»
«Ma davvero devo spiegartelo? Osiride muore e risorge. Se non è un climax questo! È il climax originale dell’umanità!»
«Erminio.»
«Il climax è la vita stessa. E se pensate alla fornicazione, qual è il suo apice?»
«ERMINIO.»
Silenzio.
Osvaldo sospirò con la soddisfazione dell’interventista.
Manlio aprì la bocca per riprendere il filo.
«Però» disse Erminio «la questione dell’antagonista nella fabula»
«Erminio, per l’amor di Dio.»
«Ho solo detto»
«Ho sentito cosa hai detto. Anche il palazzo ha sentito cosa hai detto.»
Erminio si risedette, borbottando qualcosa sull’incomprensione dei contemporanei.
Fu allora che l’energia nella stanza cambiò di colpo, come un temporale estivo. Amedeo, che per tutta la conversazione aveva finto di sonnecchiare con la testa ciondolante sul petto, aveva aperto un occhio. Poi l’altro.
Si raddrizzò sulla sedia a rotelle con una lentezza regale.
Tutti lo guardarono.
«Senta, Baleno» disse Amedeo, con una voce sorprendentemente ferma. «Queste storie sull’antagonista, sul climax, va bene, va bene tutto. Ma non è la cosa più importante. Mi sembra che lei abbia una visione in testa, il che potrebbe anche bastare. Ma la sento un po’ fredda, questa visione, meccanica.»
Fece una pausa. Manlio non fiatò.
«La cosa più importante è che lei scriva con carne e sangue. Le storie vere non si costruiscono a tavolino, trasudano, percolano. Vengono fuori dai dettagli vissuti, dalle cose che le hanno fatto male, e anche quelle che le hanno fatto bene. Un lettore non sente la struttura. Sente se lei c’era, quando ha scritto, con l’anima e il corpo. O se era solo un compito fatto a puntino, per impressionare il pubblico. Per vincere un premio.»
Amedeo richiuse gli occhi. La testa tornò a ciondolare sul petto.
Erminio aprì la bocca.
«Taci, per favore» disse Osvaldo.
Erminio la richiuse.
Manlio si congedò dai tre con una stretta di mano silenziosa.
Percorse il corridoio, salutò il custode con un cenno, non ricambiato, e uscì nell’aria del mattino. Si accese una sigaretta e rimase fermo sul marciapiede per qualche minuto, guardando i viali alberati del Fante sciamanti di scolaresche.
Con il sangue e con l’anima.
E comprese finalmente che il Cetaceo non avrebbe preso forma dalla struttura, dall’osservanza delle regole. Forse anche quelle, ma solo se apprese e immediatamente superate. Doveva scrivere come se fosse questione di vita o di morte. Come se nessuno dovesse mai leggere quelle pagine. E come se dovesse leggerle il mondo intero.


I tre saggi, 2026

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<![CDATA[Dietro le quinte: il racconto incassato]]>https://www.albertoceresa.com/p/dietro-le-quinte-il-racconto-incassatohttps://www.albertoceresa.com/p/dietro-le-quinte-il-racconto-incassatoMon, 28 Sep 2026 10:19:00 GMTAccade talvolta d’incappare in racconti costruiti come scatole cinesi, o matrioske.
La trama procede linearmente, ma all’improvviso si apre una finestra, che porta dentro un altro racconto. Può essere un viandante, che di fronte a un focolare notturno rallegra (o terrorizza) i compagni di viaggio con ricordi del passato. Altre volte sono manufatti ritrovati: antichi libri che vengono alla luce dopo centinaia di anni. Le modalità sono molteplici, e questo meccanismo narrativo risponde al nome di racconto incassato.

Seguendo il filo della memoria in questa chiacchiera tra amici, mi vengono in mente dei casi rilevanti.

Capolista sicuramente Cervantes, che nel suo Don Chisciotte della Mancia inserisce un racconto, letto integralmente dai personaggi in più occasioni: Il Curioso Impertinente.
Ma non è da meno J.K. Rowling, che in Harry Potter affida un importante nodo della trama proprio a una serie di racconti: Le Fiabe di Beda il Bardo.
J.K. Rowling ricorre spesso al racconto incassato, che poi espande dando vita a nuove pubblicazioni come Il Quidditch attraverso i secoli.

Ma anche le serie sono spesso teatro di racconti incassati.

All’interno della serie tv The Office più volte viene citato il film segreto di Michael Scott, capo dell’ufficio e protagonista indiscusso della serie.
Dopo molte stagioni assistiamo finalmente alla proiezione del film, dal titolo Threat Level Midnight: una parodia spassosa dei film action americani.

E operando un lieve sfilacciamento del concetto, anche le canzoni rap ricorrono spesso alla stessa modalità.

Per esempio il collettivo newyorkese Wu-Tang Clan ha inserito con successo intere storie a tema kung fu negli intermezzi delle loro canzoni, creando un immaginario che ha resistito alla prova del tempo.

Non posso espandere troppo la questione altrimenti tradirei il formato snello di questa rubrica. Ma vorrei completare con un esempio personale, relativo a Sagrin.
Nel corso della terza stagione Manlio, il protagonista, decide di diventare scrittore, o aspirante tale. Una soluzione che ho fortemente voluto, pur prendendo qualche rischio: da detective a scrittore, una sterzata netta nel tono del racconto.
Tornando a Manlio, all’interno della serie ho inserito alcuni dei suoi racconti, estratti dal libro Il Cetaceo.
In questo caso si potrebbe parlare di mise en abyme (dall’araldica: gli stemmi spesso avevano al centro degli stemmi più piccoli identici, in un gioco infinito di specchiamenti).
Lo specchiamento nel mio caso è legato alle intenzioni del protagonista: diventare scrittore. E non è forse quello che io stesso sto cercando di essere, e di diventare?
Ho voluto mandare in avanscoperta il mio personaggio, a farsi parte attiva nel raggiungimento dei miei sogni e desideri.
Se può farcela lui a coronare i suoi sogni, perché non dovrei farcela anche io?


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<![CDATA[27. Il grande romanzo italiano]]>https://www.albertoceresa.com/p/27-il-grande-romanzo-italianohttps://www.albertoceresa.com/p/27-il-grande-romanzo-italianoMon, 21 Sep 2026 09:46:36 GMTLettrici e lettori,
in questo episodio il nostro amico Manlio si trova a che fare con una lingua a lui sconosciuta: il linguaggio delle emozioni. A proposito, anch'io ho deciso di misurarmi con un terreno nuovo, e aggiungere qualcosa alle molteplici sezioni del mio sito.
Da oggi oltre a quelle dedicate alle illustrazioni e ai personaggi, trovate una sezione dedicata al dietro le quinte della saga. Link sotto, e grazie per la fiducia!
Alberto



Manlio si trovava alla libreria Parole al Vento, che aveva raggiunto in volata dopo aver ricevuto un sms dalla libraia Lucia.
Corri da me…ho bisogno di parlarti di una questione che mi sta…a cuore. recitava il messaggio. Manlio si rigirava in testa quel pugno di parole, scandagliandole in cerca di significati nascosti.
Corri da me..puntini puntini puntini. Molti puntini, cosa vorranno dire? E poi cuore, come ultima parola. Tutto molto misterioso e seducente. Un nuovo caso per il famoso e affascinante Detective Sagrin!
Ridacchiò tra sé e sé per la gag, a dire il vero piuttosto fiacca. Lucia lo trovò così, impalato al centro della stanza a cincischiare con il cellulare in mano. Per qualche motivo inspiegabile quell’uomo le suscitava una grande tenerezza.
«Manlio! Beccato con le mani nella marmellata, a perdere tempo con i giochini del telefono.»
Manlio si vergognò come un ladro, e cacciò il telefono nelle braghe in un attimo.
«Ma quali giochini, figuriamoci! Stavo leggendo un importante bollettino della, ehm, polizia penitenziaria.»
Lucia sorrise divertita dalla bugia ingenua.
«Il lupo perde il pelo ma non il vizio! Ti ricordo che hai deposto la pistola a favore della penna. A tal proposito»
Lucia si fermò un attimo, cercando di calibrare al meglio le parole.
«Ho una buona notizia, e una cattiva. Da quale inizio?»
Manlio si grattò la fronte, soppesando le due alternative con gravità.
«Dalla brutta ovviamente. Così la buona sarà un dessert gradito dopo un pasto infelice.»
«D’accordo. Parto dall’inizio per darti un po’ di contesto. Devi sapere che noi librai siamo una piccola famiglia. Ci sosteniamo l’un l’altro vicendevolmente, d’altronde è un settore piuttosto difficile. Ecco, un mio conoscente ha una libreria in pieno centro, Le pagine della vita. Molto pretenziosa, stucchevole come il suo nome. Marmo di Carrara, tappeti persiani, zona lettura con divani in pelle e orrendi lampadari di finto oro. Eppure è sempre piena, le madame torinesi sgomitano per comprare lì. Che poi diciamocelo, cosa vuoi che leggano quelle galline?»
Manlio si schiarì la voce con forza, avendo già esaurito la dose giornaliera di pazienza per le chiacchiere.
«Certo certo, sto divagando. Per farla breve, il libraio ha ricevuto una richiesta per la presentazione in esclusiva di un libro. Pare che si tratti di un potenziale best-seller. Il libro al momento è in fase di stesura, ma gli hanno garantito che sarà terminato entro l’estate, e che ci sarà la coda fuori quando lo presenteranno.»
«Contento per il tuo amico libraio, ma francamente me ne infischio» rispose brusco Manlio.
«Già, ma manca un dettaglio. L’autore del libro è una persona che conosci. Quel tale dello spettacolo al Regio, Artemio. Se non sbaglio è un tuo amico, o almeno un conoscente. Per questo motivo ho pensato di avvisarti.»
«Ma..»
«Pazienta ancora un attimo Manlio, non ho finito. A quanto pare il tuo amico Artemio non è un asso con la scrittura, e quindi ha assoldato un autore affermato come ghostwriter, promotore, insomma: factotum.»
«GRECO!» tuonò Manlio.
Per una strana coincidenza del destino, il telefono di Manlio suonò proprio in quell’istante. Sul piccolo schermo del dispositivo apparve il nome Artemio. Rispose senza esitare, urlando nel ricevitore.
«Tu!! Continui a scherzare con il fuoco Artemio, e questa volta ti bruci. Come osi scrivere un libro? O meglio, fartelo scrivere, perché sei un analfabeta? I libri sono roba mia.»
«Buongiorno anche a te, caro Sagrin. Vedo che le voci corrono! Non riesco ancora ad abituarmi all’idea di essere così famoso. Ma bando alle frivolezze. Non ti sentivo da un pezzo e volevo darti io la buona novella. In realtà me ne frego dei libri, li trovo di una noia mortale. Come sai voglio fare l’imprenditore, questo è solo un divertissement. Ma a quanto pare il mio pubblico affezionato vuole un libro su di me, in effetti la mia vita è notevole. E chi sono io per rifiutare una valanga di quattrini? Quasi dimenticavo: visto che ogni tanto scribacchi qualche riga, volevo chiederti un parere sul titolo. Pensavo a: L’Applauso. Sintetico e ottimista, non credi?»
Manlio stava per eruttare con una nuova ondata di improperi, quando sentì sulla sua guancia un tocco delicato, morbido: le labbra di Lucia, chiuse in un bacio. La donna restò per un attimo a pochi centimetri dal suo viso, guardandolo con dolcezza. Manlio lasciò cadere il telefono, la testa girava, il cuore batteva come se stesse cercando di uscire dal petto per conto suo. Non si curò neanche di spegnere il telefono, con la farneticazione di Artemio che continuava in sottofondo.
«A pensarci bene, forse oggi avrei voluto dirti solo questo.» sussurrò Lucia.
Manlio cercò di dire qualcosa, ma la sfera sentimentale era per lui qualcosa di totalmente ignoto, oltre che potenzialmente pericoloso. Guardò Lucia per un attimo, e poi distolse lo sguardo di colpo: non riusciva a sostenere l’intensità di quello scambio. Seguì la scia di un raggio di sole che rimbalzando sulla vetrina si irradiava su uno scaffale, scomposto in mille colori. Lucia proseguì, coprendo il silenzio con le sue parole.
«E infine, la buona notizia. Ti ho iscritto a un concorso letterario.»
L’ex detective si ridestò, come se avesse ricevuto una scossa elettrica.
«Quale concorso? Ma se ho scritto poco più di due paginette striminzite!»
«Fidati di me, ho pensato a tutto. Il concorso si chiama La Lontra d’Oro, ed è il più importante riconoscimento nazionale per le opere prime di autori emergenti, senza limiti d’età. La premiazione è alla Mole Antonelliana.»
«Ci vuole del talento per scegliere dei nomi così brutti. La lontra non è quel topo bislungo?»
«Ma non pensare al nome. Il punto è che sotto la guida di Greco, Artemio punterà di sicuro a vincere il premio. Invece credo che questa sia la tua occasione.»
«Ma ci metterò una vita a finire il libro! Non ho dubbi che il mio sarà il grande romanzo italiano, ma sono troppo indietro, mancheranno almeno mille pagine per finirlo!»
«Attenzione Manlio, i tomi voluminosi di solito sono utili solo come ferma porte, con le dovute eccezioni ovviamente. Ad ogni modo, per il concorso non serve che il libro sia completato. Si compete con un estratto. Il premio è un finanziamento, per finire il libro e trovare una casa editrice.»
Manlio si sentiva sfinito, ma di quella stanchezza strana che assomiglia alla felicità.
Si avvicinò a Lucia, le spostò delicatamente una ciocca di capelli dal volto.
«Grazie di cuore, Lucia. Vincerò sicuramente.»
«Questo è lo spirito giusto! A tal proposito. Per aumentare le probabilità di vincita, dovresti incontrare tre persone davvero speciali. Tre luminari della letteratura. Preparati, sarà un incontro piuttosto bizzarro. Ti ho segnato l’indirizzo su questo foglietto. Non farti troppe domande, vai e basta. Ci conto.»
Manlio prese il foglietto, annuì e si congedò da Lucia con un sorriso che diceva goffamente tante cose che avrebbe voluto dirle a parole, senza riuscirci.


Lucia, 2026

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<![CDATA[Dietro le quinte: di contenitori e di limiti]]>https://www.albertoceresa.com/p/dietro-le-quinte-di-contenitori-ehttps://www.albertoceresa.com/p/dietro-le-quinte-di-contenitori-eThu, 17 Sep 2026 07:46:33 GMTScrivere per me ha molto a che fare con il concetto di limite, ed eventualmente, di superamento. Credo che i limiti rappresentino un acceleratore incredibile per la creatività.
Per la mia saga Sagrin, il limite principale è di tipo geografico.
L’azione, perlomeno quella principale, si concentra nella città di Torino, una versione della città che accosta landmark riconoscibili a luoghi di fantasia.
I personaggi talvolta si spingono oltre questo confine, ma in molti casi il gesto di valicare consiste in una loro definitiva uscita dai margini del racconto.
Un altro limite, nel mio caso, è costituito dal registro di scrittura: un bilanciamento difficile tra umorismo e profondità, che per me è indispensabile. Un eccesso in uno dei due sensi porterebbe la saga verso una direzione monodimensionale, che cerco di evitare. Manlio, ossia Sagrin, ha un carattere pieno di contrasti, ma difficilmente si abbandona all’entusiasmo. E in caso di difficoltà utilizza l’umorismo come ancora di salvezza. Ma non è mai crudele, gretto, avido o insensibile. Quando immagino degli episodi devo tenere conto di queste caratteristiche, e costruire l’episodio intorno al suo carattere. Infine un limite temporale: i miei racconti si concentrano in un periodo che va dagli anni ‘90 del novecento alla prima decade degli anni 2000. Quindi la tecnologia, la quotidianità, devono corrispondere a quegli anni. I computer sono poco più di calcolatrici potenziate, si comunica con il telefono fisso, e con altre modalità che sembrano appartenere a un passato lontano.

Ci sono innumerevoli esempi di felice connubio tra limiti e opere artistiche straordinarie, ma in questa sede mi limiterò a citarne due.

Controcorrente di Joris-Karl Huysmans, libro pubblicato nel 1884, e manuale del decadentismo.
Il protagonista rinuncia alla vita sociale per rifugiarsi all’interno della sua casa, e la trama si muove tra le strette mura senza uscirne.
Il racconto non può fare affidamento su esplorazioni esterne, e quindi trova il suo sviluppo all’interno della mente del protagonista, tra fantasticherie, ossessioni e una deriva che lo porta a confrontarsi con il senso stesso della vita.

In tempi più recenti The Office, la serie tv americana andata in onda tra il 2005 e il 2013, attraverso il registro del mockumentary segue la vita dei dipendenti di una azienda di provincia che vende carta. Nei circa 200 episodi, la maggior parte delle scene si svolge all’interno dell’ufficio, nonostante siano comunque presenti episodi che portano la trama verso l’esterno.
Ma questa limitazione ha portato gli sceneggiatori ad esplorare ogni possibile soluzione per creare situazioni nuove in un ambiente dato.
Un’esplorazione che passa attraverso il valore dei dialoghi, ma anche attraverso un movimento fisico verso l’alto (le scrivanie disposte a forma di torre, quasi a rompere il soffitto della scena), di lato (le pareti infrante a suon di pugni), e in basso (il magazzino come luogo di confine).

Quindi, ben vengano i limiti, se portano a delle fioriture artistiche così significative.

Ma non si può ignorare il costo dei limiti: per Sagrin, una esplorazione geografica maggiore mi avrebbe dato la possibilità di inserire nuove dinamiche, e forse anche interazioni diverse tra i personaggi. A conferma di questa tesi, mi sono accorto di come nel corso degli episodi la presenza fisica di Torino sfumi, sia meno protagonista: forse inconsciamente ho cercato di limare i confini, renderli meno pressanti.
E credo lo stesso valga per The Office: nel susseguirsi delle stagioni c’è un momento in cui le situazioni inevitabilmente perdono freschezza e spontaneità, e l’inventiva lascia il posto a una ripetitività che cerca di raggiungere, con risultati altalenanti, i fasti del passato.


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<![CDATA[Dietro le quinte: semino e pago]]>https://www.albertoceresa.com/p/semino-e-pagohttps://www.albertoceresa.com/p/semino-e-pagoTue, 15 Sep 2026 13:00:58 GMTHo pensato di scrivere una breve guida, rivolta a chi come me pubblica fiction su Substack. Non ha la pretesa di dare risposte certe, ma è una condivisione di quello che ho imparato lungo la strada, e sto ancora imparando.

La mia esperienza

I primi testi di fiction che ho pubblicato su Substack erano dei drabble (Drabble), ossia dei racconti di esattamente 100 parole. Un bel gioco che richiede disciplina e che consiglio a tutti. Ho scritto diversi drabble, ma nel tempo mi sono reso conto che l’aspetto tecnico stava prendendo il sopravvento sulla creatività. Avevo bisogno di sentirmi più libero. E così ho creato il mio primo personaggio, il burbero detective Sagrin. Avevo in mente un racconto che si sarebbe sviluppato nell’arco di qualche newsletter, ma l’idea non mi stancava, e ho sentito la necessità di espanderla. E così è nata la saga di Detective Sagrin. I primi episodi li scrivevo senza una scaletta, seguendo l’ispirazione del momento (e a posteriori, credo si noti). Ma in breve tempo, trattandosi di un noir, ho dovuto fare i conti con la costruzione dell’intreccio: Quando si risolve il mistero? Quali sono gli indizi? Non poteva essere una struttura abbandonata al caso. Nel tempo ho dato sfogo alla mia anima nerd, creando una vera e propria guida wiki di tutti i miei racconti e personaggi, in modo da preservare al meglio la continuità della storia.

Episodi autoconclusivi o collegati

Per le prime due stagioni di Detective Sagrin ho seguito una dinamica legata alla risoluzione dei casi: ogni stagione un caso. Quindi tutti gli episodi dovevano essere necessariamente collegati. Con la terza stagione della saga, grazie ad alcuni cambiamenti nella trama, ho potuto ragionare su modalità diverse. Il motivo principale era che notavo come la progressione della trama diventasse un ostacolo per i nuovi lettori. Iniziare a leggere una saga dall’episodio 15 può scoraggiare.
Ho cercato ispirazione nelle serie tv (fonte infinita di spunti, insieme ai libri) e il caso che più mi ha colpito è stato quello di Atlanta, la serie tv con e di Donald Glover. Atlanta è costruita a episodi singoli, autoconclusivi, ma mantiene una ossatura di fondo che porta la trama fino a una conclusione. Con la terza stagione - dal titolo Il Sagrin - sono partito con l’idea di attenermi al “modello Atlanta”, ma come succede spesso la realtà ha seguito un corso diverso. Ho mantenuto una progressione lineare del racconto, ma ho modificato il modo in cui costruisco il singolo episodio.
Ho introdotto la tecnica “semino e pago”. Semino e pago introduce una connessione tra gli episodi:

  • Semino: in ogni episodio inserisco qualcosa che fiorirà nei successivi.

  • Pago: ossia in ogni episodio succede qualcosa che è scaturito in episodi precedenti, che arriva alla conclusione.

Quindi il mio compromesso attuale è: ogni episodio ha (faccio del mio meglio) un valore individuale, ma è anche il tassello di un discorso più ampio. Che questo possa o meno piacere a nuovi lettori è al di fuori del mio potere.

Pregi e difetti della fiction su Substack

Scrivere a episodi su Substack mi ha aiutato molto a costruire una disciplina. Perché mi ha messo nella posizione di aver preso un impegno con i lettori: ogni due settimane la newsletter deve uscire, e nel mio caso, deve essere accompagnata da un’illustrazione. Ho passato momenti complicati per stare dietro alle scadenze (autoimposte), ma guardando al passato credo ne sia valsa la pena. Rispetto alla struttura: un limite che ho notato è che pubblicando racconti sotto forma di newsletter, il lettore si aspetta che ogni episodio abbia un peso specifico in termini di emozioni, di colpi di scena. Ma nell’economia di un racconto ci sono fasi che naturalmente servono come collante tra momenti più significativi. Ogni episodio è necessario, ogni episodio è diverso.

Newsletter vs libro pubblicato

Il mio obiettivo è di trasformare la saga che ho scritto in un libro. Posso dire che senza Substack non avrei mai avuto materiale per scrivere un libro. Ma sono consapevole che il fatto che la saga sia nata su internet, sia già stata condivisa pubblicamente potrebbe costituire un ostacolo rispetto alla pubblicazione.
Alcune case editrici chiedono materiale inedito. Vi saprò dire in futuro.

Altri casi

Su Substack sono in buona compagnia. Vado a memoria, citando autori con cui ho interagito negli ultimi tempi: con i suoi racconti di fantascienza, con la saga di vampiri Blutsauger, con Cam Boy, e per i fumetti con The Flight of the Condor. Chiedo perdono in anticipo a tutti gli altri validi esempi che non ho citato. E lascio la parola a voi. Come è stata la vostra esperienza con la fiction su Substack? Le vostre strategie per i racconti?


I bizzarri consigli per scrittori del Prof. Dott. Antonio Greco.

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<![CDATA[26. La scogliera]]>https://www.albertoceresa.com/p/26-la-scoglierahttps://www.albertoceresa.com/p/26-la-scoglieraMon, 07 Sep 2026 08:26:12 GMTCare lettrici, cari lettori,
eccomi di nuovo sul pezzo. Oggi invece del consueto saluto, vorrei fare un breve recap di questa stagione. Il nostro amico Sagrin, pardon Manlio, ex detective di fama - e di fame - pantagrueliche, si è messo in testa di diventare scrittore. Questa decisione avventata ma molto sentita lo ha portato a leggere dei libri di auto-aiuto di autori geniali come il Prof. Dott. Greco, a conoscere un’avvenente libraia, la giunonica Lucia, e perfino a partecipare a un campus per aspiranti scrittori. Ora lo troviamo alle prese con un nuovo racconto da scrivere, per alimentare il suo capolavoro (a detta sua): Il Cetaceo. Il grande romanzo italiano.
Buona lettura!
Alberto




Manlio era tornato alla quotidianità, alla routine piuttosto frammentata e scarna che viveva da quando non era più impegnato a lottare contro il crimine. Eppure non tutto era tornato al suo posto. L’incontro con il Prof. Dott. Greco aveva lacerato qualcosa in lui, anche se non riusciva a mettere a fuoco il motivo. Si ripeteva che sì, il mondo in cui aveva bazzicato per anni, fatto di farabutti, truffatori e perdigiorno, era rivoltante. Ma nella sua rozzezza aveva qualcosa di sincero. Rimpiangeva il fatto di avere l’odioso Artemio come antagonista: lo stava quasi rivalutando. In fondo era poco più di un prestigiatore dedito al crimine.
Ma Greco no.
Greco era sofisticato, seppur con un che di estremamente pacchiano, e le sue parole erano affilate come coltelli. E ora la scrittura gli sembrava una sorta di mercato del pesce, fatto di puzze indicibili, umori e decomposizione. Scacciò il pensiero con una mano.
Cazzate, tutte scuse per non fare il tuo unico lavoro: scrivere questo dannato romanzo.
Davanti a lui giaceva un foglio bianco, la penna in mano, ma la mente scivolava via in continuazione, rapita da altre farneticazioni.
Il pubblico è un male necessario. In fondo a questa storia devono esserci dei soldi, perché mi sto bruciando i risparmi. Ma le persone non mi conoscono, e io non voglio conoscerle. Voglio solo essere lasciato in pace.
Si alzò di scatto dalla sedia, rovesciandosi la cenere della sigaretta che stava fumando sul kimono sdrucito. Raggiunse il computer, ammonticchiato su una mensola in un delirio di fili, e iniziò a battere sulla tastiera.
Virgilio motore di ricerca. Invio. Cerca. Come si scrive un romanzo.
Scorse con gli occhi i risultati e si sentì ancora peggio. Una sequela di guide rigide, puntigliose, che scomponevano i libri in sezioni, capitoli, sotto capitoli. Storie costruite in modo chirurgico seguendo presunte ricette perfette e inviolabili.
Ne ho abbastanza.
Spense il computer di colpo, schiacciando a fondo il tasto di accensione, ossia il principale divieto impartitogli dal negoziante di Queen Computers: mai spegnere di colpo il computer. La macchina emise dei suoni sofferenti e si arrestò.
Manlio tornò alla scrivania, animato da una foga rabbiosa.
Iniziò a scrivere.


Il Cetaceo - Secondo racconto - Manlio Baleno

L’uomo scese dalla scogliera seguendo un sentiero appena accennato. Il paesaggio intorno a lui era maestoso, ma trasudava un’umidità greve, malsana, che copriva ogni cosa. Sdrucciolò fino alla riva e si fermò a osservare il movimento del mare, che si increspava e si distendeva a fasi alterne. Con il sopraggiungere della sera le onde iniziarono ad accanirsi sulla riva, mentre nelle profondità i pesci brulicavano senza sosta. Non aveva molto da fare in quel luogo, non si ricordava neanche bene perché fosse arrivato. Forse un litigio di troppo a casa, la necessità di sparire dal mondo, anche solo per un istante. Si mise a carponi sulla sabbia, ritornando con il pensiero a quando da bambino costruiva le piste di biglie con gli amici. Smuoveva la sabbia ammonticchiandola, creando fossati e salite impervie. Stava compattando la sabbia fino a formare una lunga spianata, quando la sua mano urtò contro qualcosa. Le dita percepirono una superficie liscia, quasi appuntita, perfettamente levigata. Si ritrasse d’istinto, ma poi inserì la mano sotto la sabbia fino a estrarre l’oggetto. Lo spolverò soffiandoci sopra, e iniziò a ruotarlo davanti a sé. Era una visione piuttosto inconsueta, vagamente inquietante: si trattava senza dubbio di un dente d’oro scolpito rozzamente, con proporzioni anormali, più bestiali che umane. Era troppo grande per essere un dente di un essere umano, questo era sicuro. Ed era anche una discreta quantità di oro, a dire il vero. Ne avrebbe ricavato una bella somma vendendolo. Con questo pensiero radioso tornò verso il centro abitato, le cui luci lampeggiavano nel buio. Raggiunse la locanda, da cui sentiva provenire canti e un vociare animato. Si sedette a un tavolo nell’angolo, e si sorprese a notare che da quando era entrato era calato il silenzio. Si guardò intorno e vide che ai tavoli sedevano persone che avevano l’aspetto d’essere pescatori. Gli abiti parevano confermare tale ipotesi. Prima piano, poi con un fragore, le persone sedute iniziarono a battere le mani, senza togliergli gli occhi di dosso. L’uomo era spaventato, ma aveva paura di muoversi e trovarsi un arpione conficcato nel collo. A uno a uno i pescatori si avvicinarono a lui, formando un cerchio. Poi gli sorrisero, spalancando le bocche ancora piene di cibo, e l’uomo notò qualcosa. A tutti i pescatori mancava un dente, lo stesso dente. Non poteva essere una casualità. Il più anziano del gruppo lo prese sotto braccio: nonostante l’età la sua presa era salda. Accompagnò l’uomo trascinandolo lungo la strada, seguito dagli altri pescatori che cantavano, battevano le mani. L’uomo si divincolava ma era tutto vano. Infine raggiunsero la piazza principale del paese. L’uomo non poteva credere ai suoi occhi. Al centro della piazza, più alta delle case, fino a sfiorare il campanile, giaceva una balena enorme. Le sue carni erano in putrefazione, le budella rovesciate sul selciato creavano dei coaguli. Miasmi si alzavano nell’aria, rendendola irrespirabile. L’anziano lasciò la presa, e guardò l’uomo con insistenza, mentre i pescatori si stringevano intorno a lui, senza lasciargli quasi spazio per respirare. L’uomo infilò la mano nella tasca, e tirò fuori il dente d’oro. Lo sollevò in alto e i pescatori iniziarono a battere le mani con ancora più forza, marcando un ritmo sincopato. Poi si disposero in due file, che conducevano in direzione dell’animale. L’uomo camminò lentamente verso la bocca della balena. Da vicino l’odore era quasi insostenibile. Guardò dentro alla cavità e scorse una voragine nelle gengive. Prese il dente e con una risolutezza che non sapeva di avere lo conficcò in profondità. Si girò e vide che i pescatori erano tornati alla quiete, e stavano lentamente rientrando verso la locanda.


Il racconto era finito, e Manlio era ancora elettrizzato.
Quando le parole uscivano dalla penna cambiavano forma: a volte il solo contatto con la carta ne polverizzava il significato, lasciandole vuote e spoglie. Ma non aveva importanza, perché la somma di tutte le parole creava qualcosa di prezioso, che prima non esisteva. Si accese una sigaretta e la aspirò lentamente, come se quello fosse il suo premio, un premio conquistato a fatica. Fuori era notte fonda. Greco poteva andare a quel paese.
Greco..pagliaccio variopinto.


La scogliera, 2026

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<![CDATA[Detective Sagrin - l'intervista]]>https://www.albertoceresa.com/p/detective-sagrin-lintervistahttps://www.albertoceresa.com/p/detective-sagrin-lintervistaThu, 30 Jul 2026 16:36:24 GMTCari amici,
eccomi con uno speciale estivo, totalmente e felicemente imprevisto.
The Raven Cat, uno dei miei luoghi letterari preferiti su Substack - il cui sottotitolo, The Dark Cabinet of Curiosities, rende bene l'idea - mi ha dato la possibilità di prendere parte ad una intervista. E i personaggi di Sagrin hanno preso il sopravvento, occupando con le loro personalità ingombranti lo spazio che avevo a disposizione.
Vi lascio all'intervista, la trovate qui sotto.
Buona estate,
Alberto

Intervista - Detective Sagrin

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<![CDATA[25. La sfida]]>https://www.albertoceresa.com/p/25-la-sfidahttps://www.albertoceresa.com/p/25-la-sfidaMon, 20 Jul 2026 05:22:48 GMTCompagni/e di avventura,
eccoci all’ultimo episodio prima della pausa estiva. Non vi abbandono per pigrizia, sia chiaro: è che anche Manlio ha diritto a una pausa, d’altro canto sta scrivendo il grande romanzo italiano, mica una robetta qualsiasi. Ci ritroveremo a inizio settembre, per nuove e mirabolanti avventure in salsa sagrin. Buona estate e buona lettura,
Alberto




Quella notte Manlio non aveva dormito. Aveva trascorso ore interminabili a girarsi in testa l’idea del gettone d’oro. Si sentiva preso in giro, ma una vocina dentro di lui gli diceva di abbassare le barriere difensive, di fidarsi per una volta del prossimo e, per dirla alla Greco, prepararsi a spiccare il volo. Si alzò con calma, i suoi compagni d’avventura erano già confluiti nella sala refettorio. Raggiunse la mensa e davanti ai suoi occhi si parò un assortimento di pentoloni, grandi mestoli di legno e inservienti dal grembiule bianco.
Curioso di scoprire che brodaglia mi propinano. Sperando che non risalga ai tempi dei monaci. Non vorrei trascorrere tutto il campus sul cesso.
Sbrigò la faccenda velocemente, ingollando una tazza di latte caldo, coperto da quella pellicola cremosa che si forma quando si scalda troppo. Completò il tutto con una tazza di caffè annacquato. Decise che quella sarebbe stata una giornata decisiva. Non c’era margine per sagrin di sorta. Stava per alzarsi quando sentì una conversazione concitata dall’altra parte della sala. A quanto pare Greco stava parlando con qualcuno al cellulare, ed era piuttosto arrabbiato. Manlio origliò la conversazione incuriosito.
«Ti ho detto che devi fare come dico io, hai capito? Non me ne frega niente delle tue scuse, non ti pago per sentire scuse. Trovami un’ospitata alla svelta, prima serata. E oltre ai soldi devono comprare almeno cento copie. Spilorci di merda.»
Greco chiuse la telefonata di colpo e si girò, sorprendendo Manlio a guardarlo. Manlio vide il volto rabbioso trasfigurarsi in un attimo, inondato da un sorriso affettato. Corrispose il sorriso con scarsa convinzione, poi si alzò e uscì, raggiungendo i compagni al centro del prato. Si mise di fianco a una signora dall’aria triste, dall’aspetto appassito. Si sentì in dovere di fare due chiacchiere.
«Anche lei aspirante scrittrice? Che bella opportunità questo Campus, non è vero?»
La signora rispose flebilmente.
«Sì beh, convengo con lei. Sì, mi diletto con la poesia. Ma non si dia pena di leggerle, sono piuttosto carenti. Che in fondo è la ragione per cui sono qui. Lei invece cosa scrive?»
Manlio si sentì preso alla sprovvista.
«Io? Ecco, io..sono un romanziere. Ma sono proprio all’inizio del mio libro.»
«Magnifico! Quante pagine ha già scritto? 400? 500?»
Manlio mentì automaticamente, senza quasi pensarci.
«Quasi, grossomodo.»
«Allora il gettone d’oro sembra fatto apposta per lei. Si affretti, oggi in mensa dicevano che ne resta solo uno. Non vorrà rimanere senza.»
Il gettone d’oro, Cristo santo. Per un attimo me ne ero dimenticato. Basta, mi tappo il naso e lo compro. Mica devo essere il più ricco del cimitero.
«Grazie signora, me ne stavo dimenticando.»
Manlio si congedò e accennò un passo di corsa fino a tornare in mensa.
Si rivolse alle inservienti, chiedendo di acquistare il gettone.
«Sono 200 euro, grazie.»
Consegnò la somma, con un enorme peso sul cuore.
Le giornate scorsero con una velocità impressionante, tante erano le attività che Greco aveva programmato.
I partecipanti si dilettarono con una corsa con i sacchi a rotta di collo, perché il successo è una corsa a ostacoli.
Testarono la fiducia nel prossimo lasciandosi cadere tra le braccia dei compagni a occhi chiusi, perché non si raggiunge il successo da soli, ma solo con una squadra di supporto.
E infine, il pezzo forte, camminarono sui carboni ardenti, con una coreografia musicale ad accompagnare il tutto. Manlio si sentiva bruciato da testa a piedi, e stanco come mai prima d’ora. In questo tour de force si era persino dimenticato di fumare, cosa che ora lo faceva sentire nervoso come una scimmia. Era esausto, ma non era finita. Dopo una cena mesta, li aspettava il momento del gettone d’oro.
Tutti i partecipanti avevano sborsato quella somma illogica per accedere all’incontro individuale con Greco, quindi sarebbe stata una serata piuttosto lunga, ad attendere il proprio turno.
Manlio attese fino alle 23:30: gli era stato assegnato l’ultimo turno.
Greco lo attendeva in una stanza piuttosto piccola, che doveva essere stata la cella di un monaco in precedenza.
Manlio entrò tenendo in mano il suo foglio, l’unico racconto scritto fino ad ora.
Greco lo accolse sorridendo e gli fece cenno di sedersi.
Poi prese parola.
«Caro Manlio, l’ho osservata attentamente in questi giorni. E ho notato che anche lei ha osservato me, con un certo sospetto. C’è qualcosa in lei che non riesco ad inquadrare. Mi ricorda un iceberg. Lascia intravedere solo una piccola parte di lei, mentre tutto il resto resta sotto la superficie dell’acqua.»
Manlio si sentì lusingato.
«Un iceberg? Mi hanno chiamato in tanti modi, spesso poco gentili, ma mai prima d’ora mi hanno paragonato a un iceberg. Grazie, credo.»
«Forza, caro mio, arriviamo al motivo del nostro incontro. Il suo manoscritto, me lo consegni, così lo scorriamo insieme.»
«Professore, in realtà io sono uno scrittore in erba. Ho scritto solo un racconto per adesso.»
Greco lo guardò con aria incerta, ma in un attimo ripristinò il suo sorriso amabile.
«Nessun problema Manlio, la qualità spesso non va a braccetto con la lunghezza. Mi basta una pagina per capire la direzione del racconto. Ora le chiedo un attimo di silenzio, voglio leggere con attenzione.»
Come già accaduto con Lucia, Manlio aspettava fremente.
«Le dispiace se fumo? Non amo le attese.»
«Faccia pure. Come si dice, ognuno sceglie il suo veleno.»
Incassato il via libera, Manlio si accese una sigaretta, gustandola con particolare piacere. Qualche minuto dopo, Greco era pronto per il verdetto.
«Magnifico Manlio, assolutamente magnifico.»
Manlio non credeva alle sue orecchie. Finalmente era giunto il momento che aspettava da tempo.
«Davvero, ma vuole che le dica di più? Che le racconti qualcosa sui retroscena, su come ho costruito il racconto?»
«No davvero, non è necessario. Le dicevo, magnifico, peccato..»
Quella parola colpì Manlio come uno schiaffo.
«Peccato? In che senso peccato?»
Greco scoppiò in una risata incontrollabile, che si accese e spense con una rapidità inconsueta.
«Manlio, lei mi fa tenerezza. Lei è totalmente a digiuno delle dinamiche del settore editoriale. Non sa niente di niente. Questo è il suo problema. Quello che scrive potrebbe anche funzionare, ma se lo scrivessi io. Non lei. Perché sa qual è la differenza tra me e lei?»
«No»
«Che io sono uno scrittore affermato. Lei un signor nessuno.»
«Ma per diventare conosciuto dovrò pur scrivere, no? Non si nasce famosi.»
«Sì e no, Manlio, sì e no. Vede, per diventare uno scrittore di successo deve avere una rete sociale alle spalle. Ecco il motivo dei giochi che abbiamo fatto, rinforzavano il senso di squadra. Deve diventare un personaggio. Deve andare alle ospitate in televisione. Deve essere ovunque, ovunque. Poi potrà anche scrivere una fesseria, e la sua aura sociale la renderà bellissima, mi creda. Si iscriva al Rotary, al Lions Club, al Gruppo Scout, a qualsiasi associazione di suo gusto. Ma deve entrare nella mappa sociale. Altrimenti si dimentichi di essere uno scrittore. Potrà essere un emerito sconosciuto, il migliore scrittore del mondo, e morire ignorato.»
Manlio era ammutolito. Perché una parte di lui sapeva che Greco aveva ragione.
Si era sbagliato sul suo conto, non era un truffatore, era un cinico, un ingranaggio oliato del sistema. E non sapeva scegliere cosa fosse più doloroso.
«Manlio, mi dispiace aver distrutto la sua favoletta, ma lo faccio per il suo bene. C’è qualcosa in lei che mi ispira simpatia, ho preferito darle un calcio in culo, mi passi il termine, prima che sia il mondo a darglielo. E ancora una cosa. Curi il suo aspetto. I colori sono il segreto, deve trasmettere positività, energia. La saluto, la nostra ora purtroppo volge al termine.»
Manlio annuì con il capo e uscì senza proferire parola. Il pullman riportò i partecipanti in Corso Ferrucci. Si erano create delle piccole amicizie nel gruppo, e il congedo fu piuttosto festoso. Manlio si allontanò senza salutare nessuno, sprofondato nei suoi pensieri, nei suoi dolori.


Carboni ardenti, 2026

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<![CDATA[24. Il Campus]]>https://www.albertoceresa.com/p/24-il-campushttps://www.albertoceresa.com/p/24-il-campusMon, 06 Jul 2026 10:14:13 GMTGentili ospiti, quando il caldo galoppa, cosa c'è di meglio che andare in villeggiatura?
E così questa settimana Manlio ci porta a spasso con lui. Poi ancora un episodio (in uscita il 20 luglio), prima di una meritata pausa estiva: torniamo a settembre. Buona lettura,
Alberto




Manlio aspettava seduto all’area partenze pullman di corso Ferrucci, a due passi dal Palazzo di Giustizia, dove tante volte in passato si era trovato per esigenze professionali. Lo stacco era brutale: da rappresentante della legge ad aspirante scrittore, sembravano due vite diverse, incastrate alla bene e meglio. Il suo bagaglio era leggero: una borsa piuttosto piccola, con l’occorrente per passare tre giorni fuori casa. Solo l’essenziale. Finalmente avvistò un pullman con un cartello che recitava: Campus Scrittori - Usseglio.
Manlio si affrettò, immaginava la calca di persone, voleva essere sicuro di prendere un posto in prima fila, evitando nausee assortite durante il viaggio. Ma lo scenario che si presentò davanti ai suoi occhi confutò in un attimo le sue ipotesi: i partecipanti, gli aspiranti scrittori per così dire, si contavano sulle dita di una mano, o poco più.
Li vide salire uno a uno: sette persone, di cui quattro donne di mezz’età e tre uomini leggermente più attempati. Si assicurò il posto in prima fila senza problemi, d’altronde c’era l’imbarazzo della scelta. I partecipanti avevano occupato i posti sul pullman secondo una scacchiera votata all’isolamento: il più lontano possibile l’uno dall’altro. Non volava una mosca, solo l’autista canticchiava un motivetto indistinguibile, battendo il pollice sul volante. Manlio era deluso dall’atmosfera mesta. Come al solito le sue aspettative nei confronti della vita lo ferivano. Aveva la tendenza a sovrastimare la felicità che avrebbero generato in lui le situazioni che viveva, con conseguenti delusioni, inevitabili. Forse era proprio quello il sagrin, aspettarsi troppo dalla vita e sentirsi tirare giù, in una bagna di mestizia.
Le ore di viaggio sembravano trascorrere al rallentatore, e così Manlio tirò fuori dalla sua borsa il suo telefonino Nokia, aggeggio che non capiva, non amava e non utilizzava mai. Scorse nella rubrica dei contatti. Duchessa, Artemio, Padre Pellegrino. Si rendeva conto di essere un pessimo amico, ma non poteva farci niente. La socialità per lui era una fatica. Sopportabile solo a minuscole dosi. Cercò di comporre un sms per Duchessa, ma dopo interminabili tentativi a vuoto lasciò perdere. Le sue mani erano troppo grosse per pigiare quei tasti minuscoli. Riuscì però a fare una piccola partita a Snake, il gioco che si trovava su tutti i telefoni Nokia. Distratto dal giochino, non vide sfilare fuori dal finestrino la città, che forse non avrebbe in ogni caso visto.
Come tutte le cose che si conoscono troppo bene, nel tempo diventano invisibili.


Il viaggio scorse via senza intoppi, e finalmente il pullman raggiunse Usseglio, un paese di poche anime incastrato nella Valle di Viù, a Nord-Ovest di Torino. Manlio scese dal veicolo caracollando, e si fermò per un attimo a inspirare l’aria fresca di montagna. Il paesaggio era maestoso. Montagne, prati a perdita d’occhio, di un verde così acceso da sembrare una colata di vernice. Intorno a lui i suoi compagni di viaggio, che non mostravano particolare entusiasmo.
Al diavolo. Branco di mummie. Facevate prima a stare a casa. L’umanità fa davvero schifo.
Il pullman sferragliò via alzando una nuvola di polvere. La loro destinazione era un gruppetto di edifici bassi, disposti a corte intorno a un grande prato, dove sorgevano due porte da calcio in rovina.
Tutto intorno il nulla.
La comitiva mosse i primi passi verso la corte, mentre in direzione opposta giungeva un gruppetto vociante di età mista: bambini e adulti, tutti insieme, capitanati da un prete. Quando i due gruppi si incontrarono a metà strada, il prete si fermò, con un grande sorriso.
«Benvenuti a Usseglio! Ci diamo il cambio, noi stiamo andando via. Siamo della Parrocchia di Santa Teresina di Torino. Abbiamo appena finito una settimana di catechismo con i bambini. Beati voi, questo posto è davvero un incanto! Ci dispiace partire. Beh, buona giornata.»
I suoi compagni biascicarono un saluto poco convinto, mentre Manlio cercava di figurarsi mentalmente la Chiesa di Santa Teresina.
Ah, ora ricordo. Quella specie di astronave che c’è in Crocetta. Brutta da piangere, gli intenditori dicono che è “architettura brutalista”. Sapranno loro.
Dopo che il gruppo della parrocchia si era allontanato, la comitiva si fermò al centro del prato, guardandosi intorno. Che fine ha fatto il Prof. Dott. Greco, sembravano chiedersi.
Finalmente da uno degli edifici arrivò correndo un uomo.
Manlio lo osservò avvicinarsi, e lo scrutò con grande attenzione, come un tempo osservava i sospettati, i criminali. Una cosa era certa: Greco non passava inosservato.
I suoi vestiti sfidavano la vivacità della natura, proponendo un caleidoscopio di colori sgargianti che quasi accecavano. Indossava una giacca patchwork in cui i colori pastello si mischiavano senza un filo logico. Pantaloni rosso acceso, una camicia verde pisello sovrastata da un foulard effetto optical. Montatura degli occhiali bicolore e infine l’accessorio più sfrontato: un sorriso a cento denti, che creava un effetto innaturale nel viso. Manlio era poco convinto di quello che stava vedendo, anzi, era realmente terrorizzato.
Questo pagliaccio agghindato a festa sarebbe l’esimio Prof. Greco? Sento puzza di fregatura.
Si guardò alle spalle alla ricerca del pullman, pronto a scappare, ma a quanto pare era incastrato lì, non c’era via di fuga.
Greco prese parola.
«Cari partecipanti, benvenuti alla decima edizione del Campus per Aspiranti Scrittori! Io sono il Professor Greco, ma in questi giorni potrete chiamarmi semplicemente Antonio. Ci aspettano delle giornate intense, piene di attività, ma per prima cosa lasciate che vi mostri il Campus.»
Il professore accompagnò il gruppo in giro per il Campus, se così si poteva chiamare.
La sensazione era di stare in un monastero, cosa che peraltro Manlio sospettava che fosse stato in un passato piuttosto recente. Attraversarono lo Spazio Polifunzionale, uno stanzone vuoto salvo alcune sedie disposte in modo disordinato ai lati della stanza, una lavagna di dimensioni importanti e un palco per spettacoli teatrali.
Proseguirono per l’area toilette, divise per maschi e femmine, con una schiera di bagni alla turca. Il refettorio, dove i pasti principali del giorno venivano serviti dallo staff.
E infine le camerate per dormire, anch’esse separate per uomini e donne, con letti a castello più adatti a bambini che ad adulti.
Finita la perlustrazione, Greco accompagnò nuovamente la comitiva al centro del grande prato.
«Cari scrittori, care scrittrici. Considerate questi giorni come un’opportunità straordinaria per mettere le ali alla vostra creatività. Non voglio svelare troppo ma dovrete sostenere delle prove che tempreranno il vostro spirito. Avete mai camminato sui carboni ardenti?»
Greco si fermò, sorridendo ai partecipanti e guardandoli a uno a uno negli occhi. Indugiò un istante di troppo su Manlio. Manlio notò quella pausa e si sentì a disagio: distolse rapidamente lo sguardo.
Greco riprese.
«Ecco, la mia solita lingua lunga. Vi ho già svelato uno dei segreti del Campus, la nostra prova più ardua. Ma lasciate che vi dica l’ultima cosa. Qui lavoreremo sempre in modo corale, sempre in gruppo, fianco a fianco. Ma se vorrete passare del tempo individualmente con me, mettere mano a testi che avete già scritto, farli salire di livello, per così dire, potete acquistare un gettone d’oro presso la mensa. Non è davvero d’oro, intendiamoci. Ma è il gettone che vi permetterà di accedere all’incontro individuale. Non è proprio economico, lo ammetto, ma è come fare dieci mesi di lavoro concentrati in una ora sola. Non è obbligatorio, comunque.»
Il gettone d’oro? Lo sapevo che ci avrebbe spillato dei soldi. Quando si dice che l’abito non fa il monaco. Cazzate, eccone una prova lampante.
Greco congedò il gruppo con un gesto ampio, teatrale.
«Per questa sera siete liberi. Domani mattina alle nove nello Spazio Polifunzionale, riposati e pronti. Ci aspetta una giornata importante.»
Detto questo, sparì nell’edificio da cui era arrivato, con la stessa velocità con cui era comparso. La comitiva rimase ferma al centro del prato, in silenzio, a guardarsi. Nessuno sembrava avere molto da dirsi.


Prof. Dott. Antonio Greco, 2026

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<![CDATA[23. La vergogna]]>https://www.albertoceresa.com/p/23-la-vergognahttps://www.albertoceresa.com/p/23-la-vergognaMon, 22 Jun 2026 09:31:47 GMTCari tutti,
questa settimana si parla di vergogna. A tal proposito vi confesso, con una certa vergogna, che in origine avrei voluto scrivere di un personaggio cool come James Bond, intelligente come MacGyver, dinamico come Indiana Jones. Alla fine mi sono arreso a Manlio.
Buona lettura, Alberto




Manlio era al settimo cielo. Non solo aveva scritto il suo primo racconto, ma, cosa ben più difficile, aveva in mente l’ossatura del libro. Non voleva scrivere uno di quei libri che le persone comprano per sentirsi intelligenti, per poi non leggere mai. Voleva scrivere qualcosa di importante. Un’opera che quando finisci ti lascia diverso.
Il Cetaceo sarà epico. Non ho ancora bene chiaro come, ma il suo segreto sarà la struttura. Intricata, complicata come un cubo di Rubik. Ti fa incazzare, ma se riesci a risolverlo... Tanti racconti tutti diversi, a ognuno corrisponde una parte del corpo del cetaceo. Le viscere, la testa. Vecchio mio, allora non sei buono solo a menare le mani.
Camminava verso la libreria tenendo in mano un foglio A4 con stampato il primo racconto, prodotto dopo una giornata di smanettamento furioso sul suo nuovo Intel Pentium IV. Un traguardo, anche quello: padroneggiare la tecnologia, stampare delle parole da un computer. Pura stregoneria moderna. Varcò la soglia della libreria Parole al Vento e vide Lucia che sistemava una pila di libri pesanti. Non faticava granché, d’altronde aveva spalle forti, mani robuste. Manlio si fermò. Lucia indossava un vestito a fiori, estivo, leggermente scollato. I capelli raccolti in una treccia. Quarant’anni forse, forse di più. Bella, con quella bellezza solida che a Manlio piaceva. Restò lì impalato, foglio in mano, a guardarla. Lucia alzò lo sguardo e lo riconobbe. Sorrise impercettibilmente.
«Manlio! Che piacere vederti. Cosa ti porta qui?»
Manlio, visibilmente in apnea dalla tensione, trovò ugualmente la forza di spiaccicare due parole.
«Ciao. Sì, ecco, io... avevo scritto una cosa.»
Tirò su il foglio che teneva in mano, che sembrava ora una pallina di carta, umida di sudore. Lucia aveva un’espressione sorpresa, lo guardava come se cercasse di decifrare un mistero.
«In che senso, Manlio? Che cosa hai scritto? Una multa? Forse ho violato qualche regola di buon vicinato con la libreria?»
Manlio era viola in volto.
Diamine, sta andando tutto a rotoli. Sono un ex detective, non una scolaretta timorosa. Tira fuori gli attributi.
Si schiarì la voce ed emise una sorta di ruggito.
«No, no. Ho scritto. Un racconto. Il libro di Greco, quello che mi hai consigliato... mi ha dato l’idea.»
Tese la mano per porgerle il foglio. Lucia sorrise, sinceramente contenta.
«Ma questo è magnifico! Ad averne di clienti come te. Hai letto un libro e hai saltato la barricata, diventando scrittore.»
«Si beh, non esageriamo. Più che altro un modo per ingannare il tempo.»
«Dai raccontami di cosa parla, anzi no, dammi qualche minuto per leggerlo. La libreria è tranquilla a quest’ora, e poi ho bisogno di un momento di pausa.»
Prese il foglio e andò a sedersi dietro al bancone.


Passarono venti minuti, un tempo che a Manlio sembrò un’eternità. In quel lasso di tempo Lucia non emise un suono. Nessuna reazione. Manlio si tormentava: stava leggendo davvero o fingeva per gentilezza? Forse aveva capito subito che il suo racconto era imbarazzante e ora cercava le parole giuste per dirglielo. Si guardò le mani. Tremavano. Le nascose in tasca, poi le tirò fuori. Nella vetrina della libreria vide il suo riflesso: un uomo vecchio, sudato, con i pochi capelli rimasti appiccicati alla testa, che aspettava il verdetto su due paginette scritte al computer. Per un secondo si vide come probabilmente lo vedeva Lucia. Un ex detective che gioca a fare lo scrittore. Ridicolo.
No. Il racconto è buono. Deve esserlo.
Finalmente Lucia si alzò e raggiunse Manlio. Manlio la guardò, cercando di celare l’apprensione che sentiva dentro sé.
«Allora Lucia, cosa ne pensi?»
La donna lo guardava con espressione incerta, quasi risentita. O almeno questa era la percezione di Manlio.
«È un racconto gradevole, sì. Davvero piacevole.»
Queste parole colpirono Manlio come un treno in corsa.
«Gradevole? Piacevole?»
Manlio sentì il sangue ribollire.
«Lucia, non... gradevole non significa niente. Piacevole? Le cose sono stupende o orribili, non piacevoli.»
Si interruppe. Lei lo guardava.
«No, aspetta, il sistema. Ogni organo del cetaceo è un genere. Il corpo, le budella, il grasso.»
«Manlio.»
«Ho capito che ci tieni. Ma non ho capito cosa vuoi dirmi.»
Manlio prese il foglio dalle sue mani.
«Sì. Certo. Greco capirebbe.»
Si girò verso l’uscita.
«Manlio, aspetta.»
Si fermò, mano sulla maniglia.
«Raccontami la storia. Quella che avevi in mente. Come se la spiegassi a un bambino.»
Manlio si voltò.
«Un paese. Vicino a Torino, forse. C’è un sindaco che... fa una balena. No, un palazzetto dello sport. A forma di balena. Pieno di gente che salta. E c’è una puzza indicibile. La bambina sente la puzza e il padre... lui nega, ma poi...»
Si interruppe.
«Non importa. È tutto nel racconto.»
Lucia lo guardava con gentilezza, ma anche con qualcosa che sembrava pietà.
«Dal racconto non si capisce dove vuoi arrivare. Sembra che manchi qualcosa.»
«Perché deve essere così. Non può essere altrimenti. La verità non è un elenco della spesa. È un tesoro nascosto in una grotta. Greco capirà. Lui sa.»
«Tieni.» Lucia gli tese un volantino. «C’è un campus per scrittori, in montagna. Non so se fa per te, ma Greco ci sarà.»
«Manlio...»
Ma lui era già uscito.


Camminò veloce per Via Po. Il cuore batteva forte. Le mani tremavano. Accese una sigaretta. Arrivò a casa sudato fradicio. Salì le scale, entrò nello studio. Indossò il kimono blu e guardò le tre lavagne appoggiate al muro. Le aveva comprate al Gran Balon giorni prima, per pochi spiccioli. Lavagne da scuola elementare, sostituite dall’introduzione dei computer. Le aveva appese a martellate, un po’ storte. Prese un gesso e iniziò a disegnare.
Il cetaceo. Grande, al centro della lavagna. Poi le parti: IL CORPO - REALISMO. LE BUDELLA - SANGUE. IL CUORE - ROMANTICO.
Cancellava, riscriveva. Frecce che collegavano tutto. Si toccò il naso, sporcandolo di gesso. Accese un’altra sigaretta. Contò i tiri: quindici. Sempre quindici, numero fortunato.
LE VISCERE - NOIR. IL GRASSO SOTTOCUTANEO - STORIE CHE NON ENTRANO.
Disegnava, fumava, cancellava. La polvere bianca si accumulava sul pavimento. Dopo un’ora si fermò. Esausto. Le tre lavagne erano piene di schemi, cancellature, collegamenti. Il cetaceo anatomico completo davanti a lui. Quasi completo.
LA MANDIBOLA era ancora vuota. Non sapeva cosa scriverci.
Si sedette sulla sedia. Le mani ancora sporche di gesso. Tirò fuori dalla tasca del kimono il volantino.
Campus per aspiranti scrittori. Usseglio, Piemonte. Quattro giorni di creatività senza filtri. Scopri la tua voce interiore, il tuo primo bestseller è dietro l’angolo. Con la straordinaria partecipazione del Prof.Dott.Greco.
Usseglio. Quattro giorni in montagna con Greco. Guardò le lavagne. Il sistema c’era, ma mancava qualcosa. LA MANDIBOLA. E forse altro che non riusciva a vedere. Greco glielo avrebbe detto. Appese il volantino sulla cornice della lavagna con una puntina. Sabato. Doveva solo resistere fino a sabato. Guardò di nuovo le lavagne. Gli schemi, le frecce, le cancellature. Un osservatore esterno avrebbe visto un pazzo. Lui vedeva l’unica cosa che aveva senso. Si alzò, andò alla finestra. Via Della Rocca era vuota, i negozi chiudevano. Da qualche parte là fuori Lucia stava pensando a lui. Forse con pena. Forse con preoccupazione. Si voltò verso le lavagne. Il cetaceo lo guardava dal centro della stanza, incompiuto. La mandibola vuota. Tornò alla sedia. Accese una sigaretta.
Quindici tiri. Sempre quindici.


L’ossessione, 2026

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<![CDATA[22. Uscita sul campo]]>https://www.albertoceresa.com/p/22-uscita-sul-campohttps://www.albertoceresa.com/p/22-uscita-sul-campoMon, 08 Jun 2026 10:19:26 GMTCari tutti,
questa lunga storia è arrivata all’episodio 22. Mica male!
E mi trovo a pensare al nome che accompagna le uscite: sagrin. In piemontese è cruccio, afflizione, dispiacere. Eppure è una parola a me cara. Per me il sagrin è una malinconia pratica: le cose non vanno mai come dovrebbero, perché in fondo siamo umani.
E forse è proprio questo quoziente di imprevedibilità a rendere le cose interessanti.
Buona lettura,
Alberto




Manlio uscì di casa alle sei del mattino. Si era preparato come per una spedizione: taccuino, penna Bic blu, due pacchi di sigarette, accendino, un fazzoletto, due caramelle alla menta. E il Nokia 3210. Quella scatola parlante. Il modo migliore per essere sempre a portata di scocciatori.
Si ripromise di non dare il suo numero a nessuno. Mai.
L’idea era semplice: sedersi in un bar e scrivere. Osservare le persone, cogliere gli umori. I veri scrittori abitano il mondo, no? Almeno questo diceva il Prof. Dott. Greco.
Manlio però stava tanto bene nel suo rifugio, lontano dal brulicare irritante dell’umanità.
Entrò al Caffè Fiorio, in via Po.
Drappi rossi pesanti. Specchi ovunque. Un posto che si faceva chiamare «storico», e quindi intrappolato in una miscela di lussuosità e decadenza. Scelse un tavolo appartato, in un angolo, e si fece portare un caffè doppio e un bicchiere d’acqua.
La pancia si faceva sentire ma voleva essere rapido, affilato, essenziale.
Aprì il taccuino, biro alla mano e si appostò.
Il primo gruppo a entrare furono quattro impiegati.
Cravatte, completi, camicie stirate di fresco. Brillantina nei capelli. Si sedettero al tavolo accanto e iniziarono a parlare forte. Uno dei quattro era particolarmente corpulento. Già sudato di prima mattina, rideva nervosamente e annuiva senza sosta.
Scommetto che questo è una mezza tacca. Vuole piacere ai capi, che in cambio lo considerano poco più di una blatta.
Manlio era molto infastidito. L’omone era così preso dalla situazione da non accorgersi che aveva invaso il suo tavolino. I piedi sbatacchiavano per terra nervosamente, muovendo entrambi i tavoli.
Si era tolto il soprabito, che ora cascava pericolosamente vicino al taccuino di Manlio.
La violenza non fa mai bene, soprattutto di prima mattina. Lascia correre, pensa al tuo libro. Pensa a Greco, non picchierebbe mai l’oggetto dei suoi studi.
Impugnò con maggiore forza il taccuino, e tese l’orecchio per sentire la conversazione tra gli impiegati. Uno dei quattro, secco e alto, si dava un’aria di importanza.
«Allora signori. Ieri avete visto la Formula 1? Ferrari davvero notevolissima, non credete? Un sorpasso al fulmicotone. Che vittoria ragazzi, la migliore del campionato. Quest’anno la rossa vola, ve lo dico io.»
L’omone sbracciò per sovrastare gli altri.
«Assolutamente, un… fulmicotone. Ah ah ah! La rossa vola!»
Il capo lo guardò come si guarda un cassonetto dell’immondizia, e poi schioccò la lingua. Gli altri due impiegati tacevano e sorridevano impacciati.
Questo deve essere il capo. Ce l’ha scritto in faccia.
Il capo proseguì.
«Cosa mi dite della bionda della contabilità? Farei volentieri due numeri con lei. Da circo.»
L’omone rise in modo sguaiato, sputazzando dei pezzi di brioche sul tavolo di Manlio.
Era la goccia che faceva traboccare il vaso. Manlio si alzò con aria minacciosa.
L’omone si alzò anche lui, pronto a cogliere l’occasione per mostrare dell’eroismo.
Ma Manlio era più grosso, e soprattutto, gli anni dedicati al crimine gli avevano lasciato addosso un’aria truce, pericolosa.
«Voi quattro, andate a lavorare. Ne ho abbastanza delle vostre cazzate. Fuori dai piedi. Questo è un bar storico, rispettabile.»
Il capo terrorizzato fece segno ai tre di andarsene.
Manlio li osservò uscire a passo spedito, intenti a mascherare una fuga precipitosa.
Solo l’omone si girò all’ultimo, mostrando il pugno a Manlio. Manlio diede un pestone a terra con il piede, e l’omone si dileguò.
Si sedette e osservò laconicamente il taccuino, vuoto.
Poi prese la biro e scrisse la sua prima frase.
Il bar, habitat naturale dei coglioni.


Passò una buona mezz’ora e Manlio si stava annoiando a morte.
L’esperimento della scrittura in presa diretta si stava rivelando un fiasco.
Poi arrivarono. Un padre con una bambina, capelli rossi, forse sei o sette anni.
Si sedettero al tavolo accanto. Manlio prese il taccuino. Qualcosa si mosse. Figli. Lui non ne aveva mai avuti. Forse meglio così. Che padre sarebbe stato? Probabilmente pessimo. Ma la bambina era interessante. Guardava tutto con occhi enormi.
Iniziò ad ascoltare la conversazione.
«Papà, oggi è venerdì? Quindi domani è domenica? Guarda conto i giorni sulle dita. Venerdì, domenica. Il dito dopo, è semplice.»
Il papà aveva la Gazzetta dello Sport in mano, ed era impegnato in un’impresa ardua: leggere i risultati del calcio fingendo di interessarsi a quello che diceva la bambina. Nel frattempo Manlio stava consumando il taccuino. Era preso da una frenesia inesauribile. Disegnava e contemporaneamente scriveva poche parole, come dei promemoria mentali.
I bambini usano le mani come un abaco.
Subito sotto un ritratto stilizzato della bambina.
«Papà, per il mio compleanno mi porti a Fantaland? Ci sono le giostre, i tappeti elastici. C’è la casa dei mostri marini. Non ho paura dei mostri, sono grande. Mi porti?» Il padre si rianimò e guardò distrattamente in direzione di Manlio. Vide i disegni della bambina, cercò di leggere le parole che aveva scritto. In un attimo diventò livido di rabbia.
«Tu, vecchio, cosa stai facendo? Sei un maniaco sessuale? Spii le persone? Non hai una vita tua? Ora chiamo la polizia, stai lontano da mia figlia.»
Si alzò di scatto e prese il taccuino di Manlio, per poi buttarlo a terra con violenza.
La bambina si mise a piagnucolare. «Papà, ho paura.»
Manlio era viola dalla vergogna. Iniziò a balbettare. «No.. si sbaglia, io sono.. sono uno. Io scrivo, sì, sono.. uno scrittore.»
«Non ti credo, hai un modo di fare viscido, cosa hai da nascondere? Ci stavi spiando. Ora chiamo la polizia.»
Manlio rimase pietrificato per un attimo, poi fece una cosa che non aveva mai fatto nella vita. Raccolse il taccuino e scappò a gambe levate, senza guardarsi indietro, senza pagare. Il padre lo inseguì per un breve tratto, apostrofandolo con violenza.


Manlio era sconvolto. Arrivò in studio a piedi, distrutto. Per tutto il tragitto si era sentito gli occhi delle persone addosso, come se tutti lo stessero giudicando.
Si accasciò sulla sedia. Cercò di ritrovare la calma fumando una sigaretta lentamente. Doveva ammettere che l’esperienza al bar era stata orribile, ma vitale. Aveva avuto suo malgrado a che fare con le persone, pagando il prezzo che questo a volte comporta. Quella bambina aveva avuto paura di lui. Come se fosse un mostro. Questo pensiero lo feriva a morte. In tutto ciò però si sentiva vivo. Il sangue gli bolliva nelle vene. Il volto era caldo, sudato, le mani gli tremavano. Era forse questo vivere?
Prese il foglio, questa volta risoluto, e iniziò a scrivere di getto.


Il Cetaceo - Primo racconto - Manlio Baleno

La bambina tirò il padre per il braccio, forte, fino a fargli male.
«Papà c’è troppa puzza. Voglio uscire, subito.»
Il padre la guardò per un attimo, poi tornò a osservare bambini, genitori, perfino anziani. Tutti saltavano sui tappeti elastici. Un bambino cadde. Si rialzò ridendo. Poi tossì due volte. Continuò a saltare. Senza scarpe, con i vestiti che si allungavano, si attorcigliavano. Il padre si portò una mano al naso, per poi riabbassarla.
«Mi bruciano gli occhi papà, portami fuori.»
Il soffitto sembrava arrivare fino al cielo, per poi formare una pancia azzurra.
Drappi colorati svolazzavano mossi da ventilatori a parete. Il sindaco osservava la scena senza dire nulla, dietro una vetrata. Aveva in mano un microfono. Il padre lo guardò, e il sindaco ricambiò lo sguardo. Dalle casse musicali uscivano suoni di zampilli di acqua. Poi si sentì un gong e tutte le persone smisero di saltare. Uscirono a turni, mentre fuori una fila di persone aspettava di entrare. Quando furono usciti tutti rimasero solo la bambina e il padre. Il padre guardò i tappeti vuoti. Le luci erano ancora accese. Sul soffitto azzurro c’era una macchia scura. Non l’aveva notata prima. La bambina tirò ancora il braccio. Il padre annusò l’aria. Annuì. Uscirono insieme. Fuori l’aria era fresca. Le persone in fila avevano cappelli colorati, a punta. La bambina osservò le case intorno. Piramidi, funghi, sfere. Il padre si voltò indietro. Il cetaceo era enorme. Dentro le luci si spensero. Le persone in fila si accalcarono ancora di più.


Il palazzetto dello sport. Sagrin, 2026

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<![CDATA[21. Il Cetaceo]]>https://www.albertoceresa.com/p/21-il-cetaceohttps://www.albertoceresa.com/p/21-il-cetaceoMon, 25 May 2026 08:48:32 GMTCari tutti,
la storia di Manlio avanza: ogni parola aggiunge un tassello a un mondo che un tempo esisteva solo dentro alla mia testa, e qualche tempo prima non esisteva affatto.
A volte mi trovo a pensare a cosa farebbe Manlio al posto mio, e a cosa fa quando non scrivo di lui. Ma forse è lui a scrivere di me, in uno specchiamento di ruoli. Buona lettura,
Alberto





Manlio si era dedicato anima e corpo a un’impresa ben al di là delle sue capacità: montare con il solo ausilio del manuale di istruzioni - diabolicamente in inglese - il suo nuovissimo personal computer: il famoso Intel Pentium IV. Famoso almeno per lui, che da mesi ritagliava volantini del negozio Queen Computer, ossessionato dalla ricerca del dispositivo più prestante. E ora davanti ai suoi occhi sorgeva la creatura del desiderio: un Pentium IV nuovo di pacca.
Osservava la sua scocca bianca dai riflessi giallastri con meraviglia, apprezzandone le dimensioni notevoli.
Pesa come un morto. Ma è giusto così, il futuro è affar serio, non è per i perdigiorno.
Si sedette di fronte al monitor a tubo catodico che troneggiava al centro della scrivania e schiacciò con forza il tasto di accensione. Dopo lunghi minuti di attesa, si sentì un suono: «Taaa-dan!», mentre sul monitor comparve sfarfallando l’immagine luminescente di un prato verde, sovrastato da un cielo azzurro abitato da nuvole vaporose. Gli veniva voglia di piangere dalla gioia. Quello doveva essere il paradiso. Ma non era il momento di perdersi in sentimentalismi. Prese il suo taccuino stropicciato e cercò diligentemente le indicazioni fornitegli dal commesso di Queen Computer.
Usa il mouse per muoverti. Su Word puoi scrivere. Ascolta la musica su Media Player.
La sua manona sovrastava interamente il mouse, occultandolo alla vista. Con il dito raspava sulla pallina ruvida, cercando di muovere i suoi primi passi nel mondo digitale. Schiacciò con forza brutale due volte e si aprì Windows Media Player. La sinfonia di Beethoven n. 9 partì gracchiando, la melodia ingarbugliata come se uscisse da una radio rotta. Sul monitor si materializzò una girandola di colori in movimento, che si intrecciavano creando visioni misticheggianti.
Che diavoleria è questa. Roba da matti, vedo le stesse cose di notte quando ho mangiato troppo pesante.
Schiacciò con forza il mouse e la musica cessò di colpo. Pestò nuovamente sul tasto e si aprì Word. Al fondo del monitor comparve il disegno di una clip di metallo con gli occhi fuori dalle orbite, che saltellava in modo idiota. Quella creatura lo fissava sorridendo.
«Ciao, io sono Clippy! Sembra che tu stia scrivendo una lettera! Vuoi che ti aiuti?»
Ma da dove salta fuori questo gnometto? Non sto scrivendo una lettera. Sto per scrivere il capolavoro del secolo. Fuori dai maroni, grazie.
«Sembra che tu stia scrivendo un curriculum» disse Clippy, con tono garrulo.
Dio bono, adesso lo stendo questo scherzo della natura.
Tirò un pugno fortissimo sul mouse, e tutte le finestre sul monitor si chiusero di colpo. La stanza tornò nel silenzio più assoluto.
Questa tecnologia mi sta già irritando. Ho comprato quintali di roba per poter essere uno scrittore vero. Per scrivere al computer. Ma mi sembra di essere al circo Orfei.
Liberò la scrivania, appoggiando con sforzo biblico il monitor a terra. Prese una coperta logora dall’armadio e la buttò sul computer.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Prese un foglio bianco e una matita e li dispose in modo ordinato sulla scrivania. Quel gesto gli riportò alla mente quando era un bambino delle elementari.
La maestra aveva convocato suo padre a scuola, per una faccenda della massima importanza. Si ricordava bene lo scambio di battute tra i due.
«Buongiorno, l’ho fatta venire a scuola perché suo figlio Manlio ha il dono della scrittura. Un dono che va coltivato. Se continuerà a esercitarsi potrà diventare uno scrittore di successo. Aiutatelo, ne va del suo futuro.»
Suo padre aveva risposto con un grugnito, ma arrivati a casa non glie l’aveva fatta passare liscia.
«Eccolo, il maestrino. Ti dai arie da professore, eh? E il tuo vecchio a rompersi la schiena. Ma non credere, anche tu finirai per diventare un mulo da soma. È questo il tuo destino.»
Dopo essersi buscato delle botte gratuite, Manlio aveva evitato rigorosamente la scrittura per il resto dell’infanzia. Scacciò quei pensieri con un gesto della mano, come se fossero mosche fastidiose.
Ci siamo. Concentrati, comincia il tuo libro. Ce la puoi fare.


Erano passati 30 lunghissimi minuti, e non aveva scritto neanche una parola.
In compenso aveva scarabocchiato una bandiera dei pirati, impreziosita da un teschio con gli occhi fiammeggianti. Aveva dato la caccia a una mosca, senza successo. E aveva fumato a mitraglia, infilzando i mozziconi con uno stuzzicadenti per creare una torre.
Non funziona, sta andando veramente male. Forse sbaglio qualcosa. Ci deve essere un trucco per farsi venire le idee.
Poi si ricordò del libro che aveva comprato alla libreria Parole al Vento, dalla splendida Lucia. Solo ripetere quel nome nella testa lo fece avvampare.
No caro mio, pensa al libro, non alle glorie di quella donna magnifica.
Prese il libro che giaceva abbandonato sul divano e rimirò la copertina, bofonchiando il titolo.
Da zero a Kafka: diventa uno scrittore in 7 giorni.
Forza Professor Dottor Greco, sono nelle tue mani. Fai di me uno scrittore vero.
Improvvisamente sentì il campanello alla porta suonare. Realizzò in un istante di essere impresentabile: barba sfatta, fiato da cantina infestata dai fantasmi, addosso solo la ridicola imitazione di un kimono giapponese comprata alla Standa. I pochi capelli sopravvissuti erano sparati verso l’alto.
Se li appiattì con le mani e andò ad aprire la porta.
Davanti a lui si parò una vecchina che lo guardava con gli occhi spiritati. Era così minuta da scomparire quasi alla vista.
«Maresciallo Sagrin, sono la signora del piano di sotto. La vedova Bertocchi.»
«Buongiorno signora, qual buon vento?»
La vecchina si guardò intorno, come a cercare il vento nell’appartamento di Manlio.
«Ossequi, Comandante. Però la devo redarguire: sono giorni che fa un gran fracasso a tutte le ore del giorno e della notte. Lei è delle forze armate, lo sa che dar fastidio agli anziani è un reato. E poc’anzi con quella musica del diavolo - non siamo mica in una balera, sa?»
«Beethoven? Oh, insomma, lasciamo stare. Mi ascolti bene, signora. Quel rumore che dice di sentire è una sua fantasia. Ma le dirò di più: lei sta intralciando un caso di importanza internazionale. Sto dando la caccia a un criminale che si accanisce proprio sulle anziane vedove. Un vero farabutto.»
Manlio trattenne a stento un sorriso compiaciuto per la sua trovata.
La signora finse di non scomporsi ma era visibilmente turbata.
«Capisco, Caporale, non la disturbo oltre. Ma veda di sbarazzarsi di quel gatto. Questo è un palazzo di persone per bene, non sono ammesse le bestie. Si sa che poi a volte qualcuna finisce stecchita, magari con una polpetta avvelenata.»
«Gatto? Ma di quale gatto parla? Qui non c’è traccia di animali, se non qualche topo.»
«Se lo dice lei» disse la vedova Bertocchi, chinandosi per sbirciare sotto al divano. «Badi bene, ora lei mi prende per una vecchia impicciona. Ma sono stata giovane anch’io, e piuttosto bella, mi creda. Avevo file di giovanotti che mi facevano il filo. Se la goda la vita: passa veloce come un lampo e resta solo un pugno di mosche.»
Schioccò le dita scheletriche.
Poi guardò velocemente la scrivania di Manlio, notando il foglio e la matita.
«Si diletta a scrivere? Anche un mio nipote scribacchiava. Era riuscito a pubblicare un articolo persino sull’Eco del Chisone. Finito male purtroppo, sempre attaccato alla bottiglia. Scrivere è un passatempo da ricchi, non adatto alle persone per bene. Detto ciò la saluto, ho il parroco che mi aspetta.»
Manlio la vide scomparire giù dalle scale, in un vorticare di ciabatte di plastica. Si chiuse la porta alle spalle con forza, provocando un boato sul pianerottolo.
Ci mancava il predicozzo della cariatide. Attaccato alla bottiglia? Il risultato di avere a che fare con una vecchia grama per tutta la vita.
Si sistemò alla scrivania.
Basta tergiversare.
Aprì il libro e si immerse nella lettura.


Splendide creature di luce dotate di pensiero, benvenuti a Da zero a Kafka.
Partiamo dalle statistiche, che non mentono mai: il 95% degli aspiranti scrittori fallisce miseramente, ma il 100% di chi ce l’ha fatta ha letto il mio libro.
Questa è la lezione 1, il primo passo della vostra vita da scrittori.
Cominciamo con un breve esercizio. Aprite la mano e datevi una botta sulla testa con tutta la forza che avete. Fatto? Bene. Come vi sentite ora? Intontiti? Certo, perché la testa è la casa dei pensieri. Nuotano come pesci nella scatola cranica. E ora avete smosso le acque.
Guardate la vostra stanza come se la vedeste per la prima volta. E come se fosse l’ultima, perché ora provvederemo a renderla irriconoscibile. Togliete ogni immagine o illustrazione, quadro o fonte di distrazione dalle pareti. Andate in un negozio di Belle Arti e comprate delle lavagne magnetiche, le più grandi che trovate. Le pareti della vostra stanza diventeranno un campo di gioco, dove costruiremo ambiziose mappe mentali per domare le storie, tenerle al guinzaglio e portarle fino alla meta. Spogliatevi: i vestiti imprigionano la creatività. Indossate solo un cappello, che protegge l’acquario dei pensieri. E infine, di getto, al mio tre: scrivete il titolo del vostro libro. Il titolo è il messaggero dell’opera. Esistono brutti libri con titoli belli, ma mai libri belli con titoli brutti. Uno, due, tre.


Manlio chiuse il libro.
Ma che stronzate. Darsi uno schiaffo in testa? Questo Greco mi prende per un cretino. Mi ricorda quel truffatore di Artemio.
Si guardò intorno. Il computer nuovo di zecca coperto come un morto. Il foglio bianco. I mozziconi di sigarette. Si sentì il petto stringere. Le mani che tremavano. La stessa sensazione di quando suo padre lo aveva picchiato.
Oh, al diavolo.
Si tolse il finto kimono e rimase in mutande e canotta. Si guardò il palmo della mano, contò fino a tre mentalmente, poi si diede un gran schiaffone sulla fronte.
Ancora dolorante si calzò il basco sulla testa.
Poi prese la matita, se la girò un paio di volte tra le dita e iniziò a scrivere. Scrisse grande, occupando quasi tutta la superficie del foglio con righe di matita così spesse da bucare quasi la carta.
Sollevò il foglio per osservarlo. Poi lesse a voce alta la parola che aveva scritto.
«Il Cetaceo.»
Esausto, si afflosciò sulla sedia.
Fuori, Torino sembrava dormire. Dentro, un uomo tentava di diventare qualcun altro.


Il futuro, Sagrin, 2026

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<![CDATA[20. Il Sagrin]]>https://www.albertoceresa.com/p/20-il-sagrinhttps://www.albertoceresa.com/p/20-il-sagrinMon, 11 May 2026 10:05:28 GMTDetective Sagrin era ambientato in una Torino fuori dal tempo. Ma il tempo passa anche nelle storie fuori dal tempo. Ci ritroviamo con un Manlio all’alba del nuovo millennio, un po’ invecchiato, ma con una voglia improvvisa di prendere la vita per il collo. Buona lettura, e grazie di essere parte di questa avventura.
Alberto.





Manlio aveva visto il millennio scomparire nello specchietto retrovisore della sua Fiat Marea, accartocciandosi fino a diventare un grumo di ricordi mal digeriti e aspettative ammaccate. Il Millenium Bug si era rivelato poco più di un singhiozzo, e i primi giorni del secolo nuovo avevano un sentore di nostalgia e novità. Manlio aveva aperto il cuore al cambiamento, era estatico. Al diavolo la franchezza del suo amico Pellegrino, le sue speranze erano radicate dentro di lui: sarebbe diventato uno scrittore. E non uno qualsiasi, il migliore scrittore che avesse mai calcato il suolo italico. D’altronde la promessa del nuovo millennio era la possibilità di avere carta bianca, ripensarsi, ma soprattutto vivere nel futuro. Sì, perché la tecnologia era entrata prepotentemente in tutte le case, e Manlio l’aveva accolta con una foga inaudita. Non aveva nessuna intenzione di trasformarsi in un rudere ambulante, voleva essere un pioniere, a dispetto dell’età anagrafica. Forte di questa determinazione si alzò dalla scrivania dello studio, dove sedeva in mutandoni e canottiera, e raggiunse l’armadio. All’interno un campionario sorprendente di uniformi militari in tutte le sfumature del beige, che aveva indossato con orgoglio per molti anni. Ma ora quel tempo era finito. Capitolo chiuso, almeno per adesso. Non avrebbe più indossato divise, ora era un intellettuale. La sua arma sarebbe stata la penna. Avrebbe comprato dei vestiti più adatti. Intanto indossò laconicamente un golf blu con pantaloni beige, la morte della fantasia. Ma con un twist: dall’armadio tirò fuori un cappello basco nero. Lo girò e rigirò in mano, interrogandosi sulla provenienza. Poi si ricordò di una festa di carnevale in caserma, dove l’aveva indossato per strappare una risata, con ottimi risultati.
Tutti i grandi scrittori hanno un cappello importante.
Se lo aggiustò sulla testa alla benemeglio. Aprì il portafoglio: vuoto. Ma per un giorno simile il portafoglio doveva essere stracolmo di denaro. Uscì in volata dallo studio verso la filiale della Banca Sanpaolo IMI più vicina. Entrò con il cappello ben piantato in testa, maltrattando la porta d’ingresso con la sua stazza. Il cassiere allo sportello lo guardò come si guarda una foca equilibrista al circo.
«Salve, mi fornisce gentilmente le sue generalità?»
«Buongiorno, il mio nome è Manlio, cognome… Baleno.»
Il cassiere abbozzò un sorriso.
«Davvero un cognome piacevole. Baleno, come… sarò da lei in un baleno!»
«No, più come la versione sgrammaticata del cetaceo. Alle elementari i miei compagni mi hanno fatto passare una vita d’inferno per questo cognome. Non aiutava che fossi un po’ forte di costituzione. Ossa grosse, diceva mia madre. Per fortuna poi mi sono asciugato crescendo.»
Manlio si accarezzò la pancia, trattenendo il respiro.
«Ad ogni modo, vorrei prelevare un bel po’ di denaro contante. Le scrivo la cifra sul foglio, non vorrei ci fosse qualche ficcanaso in ascolto.»
Manlio si guardò intorno per vedere se qualcuno stesse origliando, ma c’era solo una vecchina che si rigirava in bocca la dentiera come se fosse una caramella, canticchiando una litania indistinta. Il cassiere contò le banconote e le consegnò a Manlio, una busta stracolma, che l’ex-detective infilò rapidamente nella tasca dei pantaloni.
«Grazie, la saluto.»
«Arrivederla, signor Baleno.» disse il cassiere, con un sorrisetto mal celato.

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Manlio salì in macchina e sgommò via fino a raggiungere via Tirreno, poco distante dall’Ospedale Mauriziano. Parcheggiò l’auto e si voltò a guardare la sua destinazione. Un neon traballante incorniciava il nome del negozio: Queen Computers.
Entrò nel negozio. Scaffali metallici stracolmi di scatole con loghi sgargianti. Monitor catodici accesi che mostravano screensaver psichedelici. L’odore di plastica nuova e polvere di polistirolo. Il futuro aveva un odore sintetico.
Un commesso che sembrava uno spauracchio lo accolse, masticando una gomma.
«’Sera. Forse ha sbagliato negozio. Qui vendiamo computer. Personal Computer. PC. Non so se mi spiego.»
Manlio sentì il sangue dentro di lui trasformarsi in veleno di vipera. Pensò al piacere che avrebbe provato nello strozzare quel bamboccio con le sue manone - che non erano da scrittore, per dirla alla Padre Pellegrino - ma si trattenne, congratulandosi con se stesso per il magnifico autocontrollo.
«Esatto, sono qui per questa ragione. Voglio un computer, nuovo, nuovissimo. Il più potente. E un telefono cellulare. E voglio navigare sul World Wide Web.»
Il commesso scoppiò a ridere a crepapelle, sputacchiando un pulviscolo di saliva nell’aria. Manlio lo afferrò per il bavero piantandogli il muso a un centimetro. Lo fissò in silenzio, e poi mollò la presa.
Il commesso sbiancò terrorizzato, bofonchiando qualche parola sconclusionata: «no sa, ridevo, si dice internet, solo per quella ragione, comunque mi segua, troviamo tutto, il meglio per lei.»
Nell’arco di mezz’ora una catasta impressionante di scatole di cartone stracolme di tecnologia si ammonticchiò in prossimità della cassa. Manlio appoggiò il malloppo di banconote sul bancone, poi si diresse alla Fiat Marea, seguito dal commesso che con un carrellino cigolante trasportava i suoi acquisti.
«Arrivederla, signore. Vedrà che non è difficile montare tutto. Ci vuole solo un po’ di pazienza ma lei mi sembra… determinato.»
«La saluto, giovane.» esclamò Manlio, accendendosi una sigaretta.


Mancava solo una tappa per concludere la sua giornata.
Pochi isolati dopo, Manlio si fermò davanti alla libreria Parole al Vento. Si sentiva fuori dal suo habitat, tutti quei libri lo intimidivano.
Se voglio diventare uno scrittore, le librerie devono essere la mia seconda casa.
Entrò calcandosi il basco sulla testa, quasi come se cercasse di nascondersi.
La libraia si mosse verso di lui sorridendo. Manlio si sentì avvampare.
Diamine, che schianto di donna.
La squadrò da sotto il basco. Alta, piena, bella nel modo in cui sono belle le cose fatte per durare.
Una vera matrona romana. Per questa donna potrei fare follie.
La libraia prese parola.
«Come posso aiutarla? Cerca qualcosa per i suoi nipoti?»
Manlio sprofondò di mezzo metro nel pavimento.
«No aspetti, ma che dico, lei è… lei è il Detective Sagrin! Sono una sua grande ammiratrice, non mi sono persa neanche una rappresentazione al Teatro Regio. Grandioso, uno spettacolo mozzafiato. Io sono Lucia, comunque.»
Manlio la sbirciò da sotto il basco, poi trovò il coraggio di parlare.
«Guardi che si sbaglia, io sono Manlio, solo Manlio. E sono qui perché sto cercando un libro per… un amico. Vuole imparare a scrivere.»
Lucia sorrise affabile, divertita dalla presenza di quell’uomo bizzarro.
«Va bene, signor Manlio. Ho in mente un titolo che può fare al caso suo. Un libro brillante, divertente. Piuttosto originale, aggiungerei.»
«Perfetto, lo compro.»
Tirò fuori una banconota spiegazzata e la posò goffamente nelle mani di Lucia.
«Dritto al punto, un uomo risoluto. Ci sono persone che ci mettono un giorno intero per scegliere un libro, lei no.»
Manlio annuì, mentre si sentiva le guance avvampare.
«Arrivederla, gentile Lucia.»
«Arrivederci, Detective Sagrin! Questo è il biglietto della libreria, c’è il mio numero di telefono sopra. Se vuole parlare di libri… sa dove trovarmi.» disse Lucia, facendogli l’occhiolino.
«Come le dicevo io non sono… va bè, non importa.»
Manlio uscì dalla libreria senza voltarsi, con le gambe tremanti e il cuore in gola. Posò il sacchetto del libro sul sedile del passeggero.
Diamine, diamine. Che tripudio di donna. Non ho neanche letto il titolo del libro che ho comprato.


Tornato nello studio, Manlio sospirò.
Il futuro è oggi. Non pensavo che avrei vissuto fino a vedere il World Wide Web. I telefoni tascabili. I computer. Non voglio perdermi neanche un istante del nuovo millennio.
Le scatole intorno a lui formavano una Stonehenge di cartone, riempiendo completamente gli spazi angusti dello studio.
Finalmente Manlio estrasse il libro dal sacchetto. Lo osservò. Scoppiò a ridere.
Prof. Dott. Antonio Greco - Da zero a Kafka: diventa uno scrittore in 7 giorni. Che cialtronata mi ha rifilato Lucia. Ma se avesse ragione lei? Una settimana per cambiare vita. Per lasciarmi alle spalle la ruggine di questi anni spesi per strada, come un manifesto strappato a metà. Per essere la versione migliore di me stesso. Ho bisogno di crederci.
Si guardò per un attimo allo specchio, scrutando il cranio pelato. Poi lo coprì rapidamente con il basco, come a scacciare un pensiero sgradito.


Da zero a Kafka, 2026

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<![CDATA[Ep.19 Epilogo]]>https://www.albertoceresa.com/p/ep19-epilogohttps://www.albertoceresa.com/p/ep19-epilogoMon, 27 Apr 2026 10:24:19 GMTCari tutti,
oggi è un giorno particolare. Con questo episodio si chiude l’arco narrativo del Detective Sagrin: due stagioni, un sacco di guai, e una Torino percorsa in lungo e in largo con la Fiat Marea. Tira aria di malinconia, è vero. Ma non è ancora il momento dei saluti. Dopo tanto lavoro dietro le quinte, posso finalmente dirvi che l’universo di Sagrin si espanderà verso direzioni nuove e sperimentali. Ma lascio la parola al protagonista.
Appuntamento a lunedì 11 maggio. Vi aspetto, e grazie!
Alberto


Erano trascorsi sei mesi dal confronto tra il detective Sagrin e Ludovico al cimitero. Sullo spettacolo Illusioni Italiane orchestrato da Artemio era sceso definitivamente il sipario. Un trionfo senza precedenti che aveva permesso ad Artemio di entrare nel Pantheon dei protagonisti della cultura. Un riconoscimento che Artemio aveva accolto, per poi annunciare il suo ritiro definitivo dal mondo dello spettacolo. Aveva sorpreso i giornalisti con una miscela irresistibile di egocentrismo e lucidità: «Quando raggiungi l’apice del successo vale la pena fermarsi, guardare il panorama. E ritirarsi prima di rischiare di trasformarsi in un mediocre.»
In quanto a Sagrin, la stampa l’aveva fatto a pezzi.
Sagrin aveva dichiarato di non essere stato in grado di capire chi fosse il sabotatore, e aveva lasciato il caso nelle mani della polizia locale. Un gesto nobile per proteggere Falco, anche se in cuor suo non era sicuro che quell’ex critico si meritasse davvero una seconda possibilità. Per ciò che concerneva i rapporti tesi con l’opinione pubblica, Sagrin se ne infischiava, come sempre.
Ludovico si era ricongiunto con la sua amata Petunia, e avevano trascorso gli ultimi mesi a tubare come due colombe. Artemio passava le giornate a discorrere con il padre, con la foga di chi vuole recuperare il tempo perduto.
La Duchessa aveva finalmente trovato un appartamento tutto per lei, lontano dai fasti di una volta ma decoroso e piuttosto accogliente.
Falco era scomparso definitivamente, e in cuor suo Sagrin pensava anche, felicemente.
E ora si trovavano tutti insieme, Falco escluso, per la prima volta, seduti a tavola a casa di Ludovico, per un pranzo che profumava di commiato. Si era aggiunto alla combriccola anche Padre Pellegrino, che non rifiutava mai un pranzo in compagnia.

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Ludovico e Petunia avevano preparato una tavola semplice ma traboccante di leccornie, tutte tipicamente piemontesi. L’aria era carica di emozioni, e la felicità si mescolava alla tristezza, restituendo un sapore agrodolce all’incontro. In cuor loro tutti sapevano di essersi incontrati quasi per caso, e forse, che il loro tempo insieme era destinato a finire.
Sagrin era affamato come un lupo, e non vedeva l’ora di darsi da fare. Pertanto tagliò corto con i convenevoli e si sedette a tavola, si riempì un calice traboccante di vino e tirò fuori il suo taccuino degli schizzi. Infine si accese una sigaretta, che aspirava avidamente guardando in tralice gli altri invitati, intimandoli silenziosamente a sedersi e mangiare. A uno a uno i partecipanti si sedettero e iniziarono a gustare le pietanze. Si sentiva un gran rimestare di posate e piatti, ma le parole faticavano a uscire. Padre Pellegrino ruppe il ghiaccio.
«Allora Ludovico, ho sentito dire che lei è un appassionato di arte. Sta preparando qualcosa di nuovo?»
Ludovico si fermò per un attimo, si guardò intorno e infine rispose.
«Ho una certa età… anche la mente fa fatica. Ma le dico questo, Padre: a dire il vero ho in mente un nuovo progetto. Si intitolerà Arte dell’Ingombro. Sono delle scatole molto grandi, riempite completamente di oggetti. Il pubblico sarà invitato a inserire un gettone d’oro nella scatola. Il gettone andrà a saturare completamente lo spazio, facendo esplodere la scatola. Un po’ come la proverbiale mentina a fine pasto, quando si ha mangiato davvero troppo.»
Sagrin rise sguaiatamente, poi si ricompose vedendo la gravità con cui lo guardava Ludovico.
«Si beh, magari è un’idea un po’ bizzarra, ma ho deciso di proporla al MoMA di New York. Ho fatto abbastanza gavetta nella mia vita, voglio puntare in alto.»
Artemio si inserì nel discorso.
«Bravo papà, d’altronde in America dicono… Sky is the limit. E non si sbagliano.»
Padre Pellegrino sorrise ad Artemio, di cui apprezzava l’esuberante vitalità. E poi si rivolse a lui.
«Artemio, tu che programmi hai per il futuro? Sembra che la buona sorte ti faccia sempre compagnia nelle tue avventure.»
«Buona domanda, Padre. Dopo la parentesi nel mondo dello spettacolo, senza dimenticare quella nell’occulto con la nostra Duchessa, ho voglia di creare qualcosa di mio. Di essere il capo di me stesso, finalmente. Nello specifico, voglio diventare un imprenditore.»
«Una bella impresa, Artemio, con i tempi di crisi che corrono» disse Pellegrino.
«La crisi è la scusa preferita dei falliti, Padre. Il mondo è una tela da dipingere. Voglio vendere prodotti per la casa, ma con un sistema tutto nuovo. Una grande rete di venditori che si aiutano, si sostengono a vicenda, e costruiscono insieme una sorta di piramide. In America questo sistema va alla grande.»
«Va in Egitto, Artemio?» disse Sagrin, troppo intento a disegnare, bere e fumare per star dietro ai discorsi.
«Sì Sagrin, a dorso di cammello» rispose ridacchiando Artemio, consapevole che Sagrin non lo stesse minimamente ascoltando.
Pellegrino riprese parola.
«Petunia, e lei che programmi ha?»
«Gentile da parte sua chiedermelo, Padre. Ma vede, io sono una casalinga e una moglie devota. Mi occuperò dei due amori della mia vita, Ludovico e Artemio, come sempre.»
Pellegrino le sorrise amabilmente.
Duchessa intervenne nel discorso.
«Padre, le tolgo l’incombenza di finire il giro di tavola. Per quanto mi riguarda, presto vi saluterò, mi trasferisco definitivamente da Torino.»
Sagrin alzò gli occhi dal taccuino, improvvisamente attento.
«Vedete, a quanto pare il mio dono è diventato noto, e così mi hanno contattato da una grande società per fare previsioni di borsa. Mi trasferisco a Milano, lavorerò a Piazza Affari. Fare il bene dopo un po’ è noioso, ora ho voglia di divertirmi, e soprattutto guadagnare.»
Sagrin si alzò facendo cadere la sedia fragorosamente, per poi infilare una sequenza impressionante di bestemmie, sotto lo sguardo perplesso di Pellegrino che mimò un segno della croce con poca convinzione.
«Duchessa, quindi vai all’estero? Milano? Tu sei completamente pazza. Quello è un posto diabolico. L’inferno in confronto è una barzelletta. La terra dei ladri in giacca e cravatta.»
«Suvvia Sagrin, in treno è un attimo. Ti aspetto per una bella scampagnata al Duomo.»
Sagrin borbottò parole di sdegno, per poi sprofondare di nuovo nel taccuino.
La Duchessa si rivolse a Pellegrino.
«E lei, Padre?»
«Io mi dedicherò a una nuova sfida. Ai margini della città di notte ci sono dei tornei di corse clandestine con macchine truccate. Pare che alcune utilizzino anche delle bombole di gas per andare più veloce.»
«Davvero nobile, Padre, prendersi cura di situazioni così difficili e pericolose» rispose la Duchessa.
«No Duchessa, la velocità non è mai peccato. Voglio andare a vedere con i miei occhi queste auto così potenti. Il futuro è oggi.»


Il pranzo intanto volgeva al termine, e i commensali boccheggiavano sulla sedia, certamente sfamati e altrettanto appesantiti. Solo Sagrin sembrava particolarmente attivo, con il taccuino che veniva investito da un flusso continuo di segni di matita.
Artemio lo guardò con affetto, e poi parlò.
«Allora caro detective, è il tuo turno. Raccontaci che forma vuoi dare alla tua vita.»
Sagrin alzò lo sguardo e vide che l’intera tavolata si era fatta silenziosa, in attesa di una risposta.
«Beh, Artemio, non è semplice risponderti. Vedi, io sono diventato detective non per amore della giustizia. Non ho sentito nessuna chiamata. Un lavoro come un altro, a cui mi sono dedicato con diligenza e relativa passione. E con indiscutibile talento, aggiungerei. Ma forse la partita è chiusa. Non mi è mai interessato essere visto come un genio investigativo, la sfida era con me stesso. Risolvere enigmi sempre più intricati. E dopo tanti anni è una sfida che non mi appassiona più. Vincere diventa noioso. Forse è tempo di essere mediocre in qualcosa che mi piace davvero, piuttosto che essere fenomenale in qualcosa che non mi interessa.
Sai Artemio, a volte mi sento come se avessi sempre parlato la lingua della vita, senza però conoscere l’alfabeto.»
Artemio lo guardò sorpreso.
«Non ti seguo, cosa vuoi dire?»
«Non saprei, però suona davvero bene come frase.»
Duchessa si rivolse al detective.
«Ma Manlio, se non farai più il detective, cosa farai? Mica il pensionato?»
«Piano Duchessa, non ho detto che sono sicuro di volermi ritirare, ci sto solo pensando. Ma sento di dover tentare una nuova sfida. La scrittura. Voglio diventare uno scrittore. Voglio scrivere il grande romanzo italiano. Quello che resterà per sempre.»
Padre Pellegrino sentì che era il momento di intervenire.
«Manlio, mostrami le mani per favore.»
Sagrin, seppur sorpreso, seguì la richiesta dell’amico, mostrando le mani ai commensali.
«Ecco vedi, Manlio, quelle non sono mani da scrittore. Sono mani vissute, la vita tu la vivi in presa diretta, non la scrivi. Mani rosse, gonfie, piene di lividi. Con tutto il rispetto amico mio, non riesco a immaginarti. Ciononostante, segui l’istinto.»
Sagrin lo osservò con fare pensoso, poi tornò a disegnare, come se niente fosse.
Petunia si schiarì la voce e poi parlò.
«Detective, mi tolga una curiosità: che cosa ha disegnato per tutto questo tempo?»
Sagrin rise divertito.
«Voi, ho disegnato tutti voi. Messi insieme siete una bella banda di criminali, ci state bene nel mio taccuino.»
La tavolata esplose in una risata.


Pian piano gli ospiti si ritirarono, salutandosi calorosamente.
Sagrin tornò lentamente alla sua fidata Fiat Marea, mise in moto e cominciò a guidare per le vie della città.
Il pomeriggio era terso, il sole splendeva.
Sagrin si sentiva pronto per un nuovo capitolo della sua vita, ancora tutto da scrivere.

FINE


Epilogo, 2026.

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<![CDATA[Ep.18 I dimenticati]]>https://www.albertoceresa.com/p/ep18-i-dimenticatihttps://www.albertoceresa.com/p/ep18-i-dimenticatiMon, 13 Apr 2026 10:12:46 GMTMi sembra ieri che avevo in testa un detective grossolano, con i baffi e un cattivo umore molto significativo. Ed eccoci al diciottesimo episodio. Ci vuole ostinazione. E il vizio di non mollare anche quando sarebbe più ragionevole farlo. Sagrin lo sa bene, e anch’io ho imparato qualcosa, nel frattempo. Il caso volge al termine. Quasi. Appuntamento al 27 aprile per il finale di stagione! Grazie a chi legge questa saga bislacca. Senza di voi sarebbe solo una ruminazione solitaria.
Alberto


Per recuperare gli episodi precedenti:


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Il mattino dopo Sagrin si svegliò di buona lena. Nonostante il detective la mattina avesse sempre un cattivo umore molto significativo, questa volta fischiettava come un usignolo. Nel piccolo bagno cieco dello studio si sistemò i baffi, si aggiustò la divisa e sorrise allo specchio. Poi prese dalla scrivania un biglietto spiegazzato su cui era indicato l’indirizzo temporaneo della Duchessa: la casa di un’amica, che la ospitava in attesa di tempi migliori. Salì in macchina e guidò come un pazzo, sempre senza perdere il buonumore. Raggiunse infine la destinazione: un condominio di tre piani, in via Luisa del Carretto. Controllò ancora una volta il biglietto per leggere il cognome dell’amica, e poi suonò il citofono. La porta si aprì e Sagrin si sistemò nell’ascensore, pericolosamente stretto rispetto alla sua taglia. Arrivato al piano trovò ad attenderlo la Duchessa, con aria interrogativa e vagamente allarmata.
«Detective, a cosa devo la tua visita? E soprattutto, da cosa è dovuto il tuo insolito buonumore?»
«Buongiorno Duchessa. Ti racconterò tutto davanti a una tazzina di caffè, se hai piacere di offrirmela. In quanto al buonumore, ieri ho visto in televisione una trasmissione che diceva che il buonumore è il più potente afrodisiaco naturale. Contagioso, e molto sensuale.»
«Ma sei impazzito? Guarda che non sei un giovinastro in preda alla pubertà. Datti un contegno, suvvia.»
Il detective aggrottò le sopracciglia.
«Vedi, è il mondo che mi vuole di cattivo umore, io ce la metto tutta. Andiamo Duchessa, il caffè mi aspetta.»
Entrò senza tanti complimenti, cercando l’amica della Duchessa.
«In Chiesa, Sagrin. La mia amica è in Chiesa. Molto devota, ogni giorno va a confessarsi, dice che è meglio avere sempre l’anima pulita, alla nostra età.»
Seduti al tavolo della cucina, il detective sorseggiava il caffè con immenso piacere. Poi senza preamboli entrò nel vivo della questione.
«Duchessa, se sono qui questa mattina è perché ho bisogno del tuo aiuto. Ti ho raccontato tutto, Falco, Artemio, Ludovico. Le sculture di polvere e cenere. Il punto è che credevo di aver risolto il caso ma Ludovico è sparito nel nulla. Ho bisogno di trovarlo. Ho bisogno delle tue visioni. Per favore, si intende.»
«Sei un vero mascalzone, Sagrin. Se la nostra fosse una questione amorosa, ti direi che mi hai sedotta e abbandonata. Ma a ogni modo mi hai illuso che avremmo indagato insieme. Che saremmo stati una squadra. E invece mi telefoni solo quando hai bisogno di me.»
Sagrin abbassò un po’ lo sguardo, e si mise a giocherellare con la tazzina di caffè vuota.
«Sai Duchessa, ti confido un segreto. So di essere un uomo piacente, ho una bella stazza e una mente fina. Ma con le donne, ecco, ho qualche difficoltà. Non ho mai avuto un’amica. Non sono tipo da chiacchiere e scampagnate. Ma... mi dispiace, non era mia intenzione ferirti.»
Duchessa lo guardò ostentando serietà, ma avrebbe voluto saltargli al collo e abbracciarlo.
«Va bene, ma che non si ripeta. Scuse accettate.»
«Grazie, Duchessa.»
Sagrin si schiarì la voce e poi tornò serio.
«Duchessa, mi puoi aiutare a cercare Ludovico?»
Duchessa non rispose, aveva già gli occhi chiusi, le mani serrate sul tavolo. Duchessa iniziò a sussurrare, con una voce bassa e maschile.
«Vedo... vedo dei morti.»
Il detective stava per intervenire con una battuta, ma Duchessa continuò, con tono di voce estremamente potente.
«Delle lapidi senza nome. Anime senza pace, violate, che non trovano riposo.»
Duchessa aprì gli occhi all’improvviso, era di nuovo in sé.
«Detective, so dove si nasconde Ludovico. Al Cimitero Monumentale, devi cercare la sezione dei Rotoli Abbandonati.»
«Rotoli? Che rotoli?»
«Un nome antico, è la sezione dei morti senza nome. Sepolture di sconosciuti, senza parenti e amici. Persone non identificate.»
«Grazie Duchessa. Un giorno mi spiegherà il segreto delle sue visioni. Sorprendenti.»
«Mi piacerebbe Sagrin. Ma io non le controllo. Sono loro a controllarmi. E ora vai, mascalzone.»


Il detective salì sulla Marea. Si accese una sigaretta e decise che il viaggio meritava una colonna sonora adeguata. Sentiva che il caso volgeva al termine, tutti i nodi stavano venendo al pettine. Prese dal cassetto porta oggetti una musicassetta: Talking Heads, Speaking in Tongues. Inserì la cassetta nel mangianastri e la canzone This Must Be the Place (Naive Melody) si diffuse nell’abitacolo. Sagrin si sentì invadere da un’euforia incredibile, accennò un movimento di danza con il busto per poi ricomporsi in un attimo. Ingranò la marcia e partì sgommando.


Dopo un tragitto piuttosto breve raggiunse il cimitero. Sistemò la pistola nella fondina e si avviò con passo deciso tra i labirintici viali del cimitero.
Lo scenario era davvero deprimente, ma Sagrin canticchiava mentalmente i Talking Heads per tenersi vigile e ottimista.
Sei ancora vivo, vecchio mio. Sei al cimitero ma non è ancora la tua ora.
Il detective vagò per una buona mezz’ora senza riuscire a trovare la sezione a cui faceva riferimento la Duchessa. Incontrò un addetto che spazzava via le foglie secche con la cicca in bocca, che finalmente gli indicò l’area dedicata ai Rotoli Abbandonati. Mentre si avvicinava, Sagrin appoggiò la mano sulla pistola. Sapeva che non gli sarebbe servita, ma non voleva rischiare brutte sorprese. Finalmente vide uno spiazzo con una serie di lapidi senza iscrizione, disposte a comporre un cerchio perfetto.
Al centro, un uomo in ginocchio. Capelli bianchi, golf grigio, camicia bianca.
Era Ludovico. Il detective si avvicinò cautamente, fino a raggiungere l’uomo. Poi gli parlò con tono misurato.
«Ludovico, spero di non interromperla.»
L’uomo si girò e fissò Sagrin con aria affranta, mormorando un saluto di circostanza. Il detective tirò fuori dalla tasca della divisa un piccolo contenitore metallico. Lo stesso che aveva preso a casa di Ludovico. La scatola delle ceneri. Ludovico la fissò e sembrò impietrirsi. Lo sguardo si fece vitreo, i muscoli tesi. Poi a fatica sospirò rumorosamente. Si fece forza e parlò.
«Detective, a quanto vedo ha messo insieme quasi tutti i pezzi del puzzle. Si è persino introdotto a casa mia per farlo. Potrei denunciarla, lo sa?»
Sagrin scrollò le spalle, senza proferir parola.
«Cercherò di darle la mia versione della storia Sagrin. Non è un compito facile, ma ho bisogno che senta la mia verità. L’Arte Effimera... tutto è iniziato da una folgorazione. L’arte che si vedeva in giro in quegli anni era particolarmente noiosa. Cauta, politicamente corretta. Arte da salotto. Io cercavo di accendere una scintilla nella mente delle persone. Cercavo un innesco. E così pian piano ho iniziato a spogliare le mie creazioni dal superfluo. Come uno scultore che libera la forma dal marmo. Ma io mi stavo liberando anche della forma. E quando non rimane più nulla cosa rimane?»
Sagrin balbettò «polvere? cenere?» L’arte lo metteva sempre in soggezione.
«Esatto, detective. Ma non mi bastava. Volevo che ogni singolo frammento delle mie opere avesse un valore inestimabile. Non in termini economici. Valore spirituale. Che fosse intriso di vita. Che fosse esso stesso vita. Un giorno stavo vagando per questo cimitero, il giusto paesaggio per un’anima inquieta come la mia. Un guardiano mi fermò per far due chiacchiere, non sopportava più la solitudine di quel luogo. E così mi raccontò dei Rotoli Abbandonati. Per giorni non pensai ad altro che a quei morti senza nome. Nessuno li piangeva. Nessuno aveva mai messo dei fiori per loro. Erano cenere, cenere dimenticata. Così decisi che li avrei salvati. Tornai una notte e trafugai sei urne piene di cenere. E pian piano utilizzai quelle ceneri per le mie sculture, mischiandole con la polvere. Non sarebbero mai stati più soli. Il pubblico li avrebbe osservati per sempre con meraviglia. L’arte che dà nuova vita alla morte. In quei tempi si faceva un gran parlare delle mie opere, ero nel pieno del successo. Si prospettava la possibilità di fare una mostra al Castello di Rivoli, una vetrina incredibile. Una rampa di lancio per la mia carriera. Avevo conosciuto Falco, che mio malgrado mi aveva convinto a dare il fianco a manovre di speculazione. Una cosa ignobile, ma la verità è che avevo bisogno di soldi per me, per la mia famiglia. Per mio figlio Artemio. Accettai per mancanza di alternative. Ma poco prima dell’inaugurazione della mostra la mia coscienza mi presentò il conto. Quello che avevo fatto mi appariva finalmente ignobile, contro natura. Una cosa ripugnante, abietta. E così prima dell’inaugurazione fui io stesso a far sparire le opere, con un aspirapolvere industriale. Non un guardiano di sala, fui io. Il museo era così in imbarazzo che cercò solo di dimenticare tutto, di andare oltre. Falco sparì e io mi trovai senza soldi, senza arte, senza anima. È tutto detective, questa è la mia verità.»
Sagrin rimase in silenzio per qualche istante, poi si accese una sigaretta.
«Ludovico, lei parla di verità. Ma la verità è che il motore delle sue azioni è stato anche la vanità. La fama. Genio e sregolatezza, no? Gli artisti a volte si sentono al di sopra delle leggi, persino quelle della natura. E quando la vanità non bastava più, ha distrutto tutto. Ma loro sono rimasti morti. Dimenticati come prima.»
Ludovico abbassò lo sguardo.
«Lo so, detective. Per questo sono qui. Sono venuto a chiedere perdono. Ma i morti non parlano, comunicano attraverso il silenzio.»
«Ludovico, siamo noi a dover trovare un modo di vivere con quello che abbiamo fatto. Con il nostro passato, i nostri errori.»
L’uomo alzò gli occhi verso Sagrin.
«E lei come ci riesce, detective? Come si vive con il peso dei fallimenti?»
Sagrin tirò una boccata di fumo, guardando le lapidi senza nome.
«Si vive ricordando. Ogni giorno. È l’unica forma di onestà che ci resta. Io ho seppellito il mio vero nome per un errore. Lei ha rubato le spoglie altrui. Siamo entrambi colpevoli di qualcosa. Ma la differenza è che io mi sono alzato la mattina dopo e ho continuato ad andare avanti. Lei ha messo la testa sotto la sabbia.»
«Non so se ho la forza di farlo, ed è troppo tardi.»
«Suo figlio la sta cercando, Ludovico, ha bisogno di lei.»
L’uomo si irrigidì.
«Artemio merita un padre migliore di me. Io non ho saputo essere un genitore vero.»
Sagrin scrollò le spalle.
«Artemio ha solo bisogno di verità. Per il resto, la vita non fa sconti a nessuno, sa essere una vera carogna.»
Ludovico osservò la scatola metallica che Sagrin teneva in mano.
«Le dispiace se la prendo un attimo?»
Il detective gliela porse con delicatezza. Ludovico la aprì incerto, quasi intimorito di vedere il contenuto. La cenere era lì, dove l’aveva lasciata, inerte.
Si alzò in piedi e si avvicinò lentamente alle lapidi. Poi prese la cenere e la sparse su ogni tomba, sussurrando parole di commiato.
Sagrin restò a guardare, senza dire nulla.
Ludovico richiuse la scatola vuota, e poi si rivolse a Sagrin.
«Tornerò ogni settimana, fino a quando non sentirò di avere espiato la mia colpa.»
«Lei ha già pagato abbastanza, Ludovico. L’unica cosa che le resta da fare per onorare questi defunti è vivere la sua vita.»


Dietro una grande lapide a forma di angelo, una figura osservava la scena, facendo attenzione a non farsi vedere. Dario Falco era arrivato al cimitero seguendo Sagrin alla cieca, e ora era stupefatto dalla scena. Il suo unico interesse era di non finire in prigione, e di non avere brutte sorprese. Ma dopo aver ascoltato il dialogo, e aver visto Ludovico spargere la cenere, la verità lo colpì come un pugno allo stomaco. Era ora di andarsene lontano da lì, il suo tempo a Torino era finito, non c’era più niente da distruggere o vendetta da consumare. Restava solo la propria parte di colpa da portare, la sua avidità cieca e spietata. Falco si allontanò silenzioso tra le tombe, scomparendo nella nebbia autunnale. Nessuno lo vide andare via, e nessuno lo avrebbe mai rivisto.


Sagrin e Ludovico rimasero ancora qualche momento al cospetto delle tombe. Poi il detective disse: «Andiamo. La riporto a casa da sua moglie e suo figlio, la stanno aspettando.» Ludovico annuì.
Si avviarono lentamente verso l’uscita del cimitero.
I dimenticati avevano trovato chi li ricordasse.


I dimenticati. Detective Sagrin, 2026

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<![CDATA[Ep.17 Tre secondi]]>https://www.albertoceresa.com/p/ep17-tre-secondihttps://www.albertoceresa.com/p/ep17-tre-secondiThu, 02 Apr 2026 08:06:44 GMTCare lettrici e cari lettori,
questa settimana il Detective Sagrin torna in anticipo e con alcune novità.
Ho aggiunto una guida ai personaggi e una galleria delle illustrazioni, insieme alla lista degli episodi precedenti. Se è la prima volta che entrate in queste storie, qui trovate tutto per orientarvi. Grazie a chi mi sta accompagnando lungo questo percorso, anche con suggerimenti preziosi. Buona lettura,
Alberto





Falco sedeva inginocchiato di fronte alla bomba, in una posa che ricordava una sorta di redenzione arrivata in ritardo. Rovistando nello zaino aveva trovato una torcia frontale, che ora indossava quasi fosse uno speleologo alla ricerca di antichi reperti. Ma l’ordigno artigianale davanti a lui raccontava una storia diversa. Mancavano 20 minuti all’esplosione, e all’ex-critico tremavano le mani.
«Dannazione, che io sia maledetto.»
Sagrin osservava Falco in silenzio, a tre metri di distanza. Teneva la pistola puntata ma il braccio iniziava a stancarsi sotto il peso dell’arma, mentre nel cunicolo la puzza di ruggine e acqua stantia impregnava l’aria. Il detective non aveva umorismo caustico da dispensare. Il punto era che per la seconda volta, dopo il caso del bambino nel pozzo, si trovava a dover scegliere se seguire il protocollo o far di testa sua. Se rivolgersi ad artificieri e polizia, oppure confidare che tutto sarebbe andato bene, anzi meglio, lasciando che Falco risolvesse il problema.
«Detective, abbassi la pistola e venga ad aiutarmi. Mi faccia luce. Altrimenti tra venti minuti faremo la fine del topo.»

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In quel preciso momento, sopra le loro teste, Artemio saliva sul palco con aria trionfale dando il via alla tanto attesa serata speciale. Il pubblico applaudiva Artemio, ed era pronto a ricevere nuove dosi di intrattenimento, a ridere e piangere. Le signore in sala avevano indossato i capi più pregiati del loro guardaroba, e alcune sfoggiavano arditi cappelli dalle fogge strampalate. Gli uomini avevano optato in larga parte per abiti formali da cerimonia. Tutto indicava che questa fosse la sera più importante della carriera di Artemio. Le luci di scena erano puntate su di lui, lasciando in ombra il resto del palco, che appariva sgombro. Niente più di un proiettore e un telo.
Artemio si schiarì la voce, e iniziò il suo discorso introduttivo.
«Gentili spettatrici, cari spettatori. Sono qui per onorare una promessa. Una serata speciale su di me, sul mio passato. E sta per iniziare. Perdonate l’emozione e la voce tremante. Nonostante a volte me ne dimentichi, sono ancora un novellino sul palco. Fino a poco tempo fa ero il servo patetico di una vecchia megera.»
Il pubblico esplose in una risata, le mani battevano frenetiche.
Falco udì il boato degli applausi e capì che la serata era iniziata. Nella mente si figurava la marea di persone sopra di lui, e sudava freddo. Doveva muoversi, altrimenti li avrebbe avuti tutti sulla coscienza. Riprese ad armeggiare sull’ordigno con ancora più foga. Accompagnava la procedura borbottando una sorta di telecronaca delle fasi.
«La copertura viene via, ma se tiro con forza strappo tutto. Intravedo la canalina dei cavi, se rimuovo la vite potrò lavorare meglio.»
Sagrin strinse i denti. Gli veniva voglia di percuotere con il calcio della pistola Falco. Detestava quando la gente parlava troppo, soprattutto se a vanvera.
Quel silenzio pesava a Falco, che si sentiva sotto giudizio.
«Detective, si ricorda della promessa che mi ha fatto? Mi ha dato la sua parola. Io disinnesco la bomba, ma lei mi lascia andare. Ho bisogno di sapere se rispetterà il nostro patto, altrimenti mi tremano le mani.»
Sagrin guardò il timer. Il tempo passava inesorabilmente, e mancavano solo 15 minuti. Deglutì a fatica, aveva la sensazione che tutto stesse andando a rotoli.
«Lavori e basta. Il patto lo discuteremo dopo, se ci sarà un dopo.»
Falco annuì senza alzare lo sguardo. Poi tornò ad armeggiare sull’ordigno.
«Ci siamo. Sono arrivato alla bobina dei fili. Devo solo andare a ritroso, dividerli e mi troverò con l’innesco. Filo rosso e filo blu.»
Sagrin notò che l’ex critico stava sudando copiosamente. Fin troppo.
«Sa cosa sta facendo o no?»
Il detective tirò un calcio a un sassolino, e si cacciò in bocca un pezzo di liquirizia.
Poi si rivolse a Falco.
«Deve salvare quelle persone. Sono innocenti. Per quel che riguarda me, non ho paura di morire. La vecchiaia è la vita portata alle estreme conseguenze. Una forma di insistenza. Ci si ostina ad andare avanti, a vedere cosa succederà domani. E il domani, anche quello più remoto, arriva.»
Falco si girò di scatto.
«Cosa ha detto detective? Non ho afferrato.»
Sagrin si schiarì la voce, quasi infastidito.
«Niente, niente. Parlavo tra me e me. Stavo dicendo che lei è lento come una lumaca. Si sbrighi.»
Falco separò i fili rosso e blu, poi si bloccò di colpo.
«Cazzo.»
Il detective alzò lo sguardo, visibilmente preoccupato.
«Che c’è?»
«Il secondo innesco collegato in parallelo. Facile da montare, infernale da disattivare.»
Il detective sentì lo stomaco contrarsi.
«Che significa?»
«In sintesi significa che se sbaglio l’ordine, saltiamo in aria. Devo andare per tentativi.»
Il timer dell’ordigno ora segnava 8 minuti.
Falco riprese a lavorare, questa volta senza più parlare. Solo il rumore metallico delle pinze e il suo respiro affannoso riempivano il cunicolo.
5 minuti.
Sagrin si accorse che il braccio che reggeva la pistola gli tremava leggermente.
Non per paura. Per stanchezza. Si sentiva improvvisamente più vecchio.
Falco separò un altro passaggio dei fili, seguendoli con le dita fino a una scatola metallica laterale.
4 minuti.
Una goccia di sudore gli cadde sul naso. Se la asciugò con la manica.
3 minuti.
Dall’alto arrivò un boato ovattato di applausi. Artemio stava intrattenendo il pubblico, totalmente ignaro.
Sagrin pensò a quei quattrocento sconosciuti vestiti in abiti da festa seduti sopra le loro teste. Non meritavano di saltare in aria.
2 minuti.
Falco lavorava sempre più veloce. Pinze che scivolavano tra i fili. Dita che tremavano. Sagrin vide che aveva le nocche bianche per la tensione.
1 minuto.
«Rosso o blu.»
Falco parlava tra sé.
«Deve essere il blu.»
Pausa.
«O il rosso.»
30 secondi.
Sagrin strinse la mascella. Se doveva morire, almeno non in compagnia di un nevrotico che parlava da solo.
Falco sollevò le pinze. Le avvicinò al filo blu. Esitò.
«Fanculo.»
Tagliò il filo blu.
Il timer si bloccò a 3 secondi.
Silenzio assoluto nei sotterranei.
Poi, dall’alto, un’esplosione di applausi scroscianti. Artemio aveva appena finito il suo discorso introduttivo. Il timing era perfetto. Grottesco.
Falco crollò seduto contro il muro di cemento umido. Le mani gli tremavano così forte che non riusciva più a tenere le pinze. Gli scivolarono di mano e caddero con un tintinnio metallico. Respirava a fatica, occhi chiusi, testa reclinata all’indietro.
Sagrin lo osservò per lunghi secondi. Poi abbassò la pistola. Non disse nulla.
Si girò e salì le scale verso l’uscita, lasciando Falco solo nell’ombra dei sotterranei.
I suoi passi echeggiarono fino a scomparire.
Falco aprì gli occhi. Guardò la bomba disinnescata davanti a lui. Poi l’uscita buia dove Sagrin era sparito.
Era libero? O semplicemente dimenticato, come sempre?
Falco corse via, sparendo tra le ombre della notte.


Sagrin emerse dai sotterranei del Teatro Regio come un sopravvissuto da una trincea. Provato, ma intero.
I corridoi del teatro erano immersi nella penombra, e le Maschere erano intente a sbirciare lo spettacolo da uno spiraglio nella porta. In lontananza si sentivano ancora le voci ovattate del pubblico e Artemio che intratteneva la platea con la sua retorica ampollosa.
Il detective si appoggiò al muro, cercando di riprendere fiato.
Un addetto alle pulizie lo vide e si avvicinò.
«Detective Sagrin? C’è una donna che la sta cercando. Ha telefonato all’ufficio del direttore chiedendo espressamente di lei. Pare urgente.»
Sagrin seguì l’uomo fino a una piccola stanza piena di schedari e vecchi manifesti teatrali. Sul tavolo un telefono nero con la cornetta appoggiata di traverso. La sollevò con mano stanca.
«Duchessa, vedo che sta prendendo l’abitudine di telefonarmi mentre sono a teatro. Non è mica il mio ufficio!»
«Detective, non sono la Duchessa. Sono Petunia Bruni, la moglie di Ludovico.»
La voce era tesa, quasi spezzata.
«Detective, Ludovico non è tornato a casa. Mi aveva telefonato dicendomi che stava bene, che era tutto a posto. Ma non è mai arrivato.»
Sagrin sentì un peso scendere nello stomaco. Si passò una mano sul viso stanco.
«Arrivo subito, signora.»


Sagrin parcheggiò la Marea davanti al portone della casa dei Bruni. Suonò il citofono e poi prese l’ascensore, fino a raggiungere il piano dell’appartamento.
Petunia aprì la porta prima ancora che suonasse il campanello. Rispetto alla precedente visita la signora aveva un aspetto diverso. Più composta rispetto alla voce al telefono.
Sagrin studiò il volto della donna con attenzione. Aveva una sua dignità silenziosa. Capelli raccolti, occhi gonfi ma il portamento restava composto. Una signora vecchio stampo, con quella ritrosia tipicamente sabauda.
«Entri, detective.»
Il salotto parlava di una vita dedicata all’arte. Ogni angolo della casa era pieno di oggetti curiosi, perfettamente allineati, in una messa in scena che ricordava la sala di un museo più che una abitazione. Tutto ordinato, tutto al suo posto. Tranne Ludovico.
Sagrin rimase in piedi.
«Signora, ero con suo marito. L’avevo appena tolto da un impiccio piuttosto serio. Dario Falco, se lo ricorda? Lo voleva morto. A ogni modo, come le dicevo avevo sistemato tutto. Quindi mi chiedo dove diavolo sia suo marito. E ho il sospetto che solo lei possa saperlo.»
Petunia lo guardò con occhi che contenevano qualcosa di non detto.
«Ludovico negli ultimi giorni era diverso. Nervoso. Come se aspettasse qualcosa. O qualcuno.»
«Falco?»
Lei esitò, poi parlò con voce bassa.
«Ludovico ha sempre avuto un rapporto particolare con il passato. Non lo lascia mai andare. Torna sempre, come un’ossessione. Vive il presente come un fantasma, lo attraversa.»
Sagrin si sporse leggermente in avanti.
«Mi dica cosa sa, signora.»
«So che mio marito ha fatto cose di cui si vergogna. Cose legate a quelle sculture. Ma non me ne ha mai parlato. E io... non ho mai avuto il coraggio di chiedere.»
Si girò verso la finestra che dava sul Po.
«È sparito, detective. Come le sue sculture.»
Sagrin la osservò in silenzio. Poi si diresse verso la porta.
«Signora, con il dovuto rispetto, ma lei mi sembra troppo calma per avere un marito disperso. Lei sa, ma non vuole parlare. Se vorrà dirmi di più sa dove trovarmi.»
Petunia lo guardò in silenzio, per poi girarsi dall’altra parte.
Sagrin scese le scale e salì sulla Marea.
Le luci di Torino si riflettevano sul Po come stelle cadute in acqua. Il detective accese una sigaretta e guardò il fiume scorrere lento nella notte.
Sparito. Come le ceneri.
Mise in moto e si diresse verso Via Della Rocca. Lo studio. Doveva andare allo studio.
Bomba disinnescata, Falco uscito di scena, Ludovico sparito. Era tutto collegato, ma la testa non riusciva a mettere insieme i pezzi.
Parcheggiò la Marea davanti al portone. L’ascensore cigolò penosamente. Entrò nel monolocale buio, accese la lampada da tavolo.
Domani avrebbe chiamato la Duchessa. Lei vedeva cose che lui non poteva vedere.
Si sdraiò sul divano logoro senza togliersi il cappotto. Torino dormiva. Lui no.
Si accese una sigaretta e chiuse gli occhi.


Ordigno artigianale, Detective Sagrin, 2026

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<![CDATA[Ep.16 Fuochi d'artificio]]>https://www.albertoceresa.com/p/ep16-fuochi-dartificiohttps://www.albertoceresa.com/p/ep16-fuochi-dartificioMon, 23 Mar 2026 11:13:34 GMTCare lettrici e lettori,
questa settimana Sagrin scopre che nella vita ci sono momenti in cui si è costretti a fare la cosa giusta per le ragioni sbagliate. O le ragioni giuste per la cosa sbagliata.
È un gran guazzabuglio. L'atmosfera intanto si fa esplosiva.
Buona lettura, e grazie di essere parte di questa avventura.
Alberto.


Per leggere gli episodi precedenti:


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Dario stava dando da mangiare a Ludovico, ancora legato, una zuppa fetida di fagioli e cipolle. Una combinazione davvero greve, soprattutto se cucinata su un fornello da campo incrostato.
«Non è intelligente fare lo schizzinoso, Ludovico. Questo passa il convento. Ma ci farai l’abitudine. Vedrai che con il tempo troverai appetitosa e croccante persino una blatta. Lo dico per vita vissuta.»
Si sentì un fracasso.
Sagrin aveva spalancato la porta con un calcio e stava fermo in mezzo alla stanza, pistola in mano e Dario sotto tiro. L’odore dei rimasugli della cena lo colpì come uno schiaffo.
«Buonasera. Spero di non disturbare.»
Falco si girò di scatto. Sagrin notò il coltello nella mano destra.
«Ah, vedo che siete a tavola. Peccato, non ho portato il vino. Signor Falco, quel coltello lo metta per terra. Adesso. O le rovino la cena in modo permanente.»
«Ma lei...» Falco strinse gli occhi per mettere a fuoco. «Lei è il detective Sagrin. La riconosco dallo spettacolo. La facevo più...diciamo, diverso.»
Falco lasciò cadere il coltello con un tintinnio metallico.
La mascella serrata, gli occhi strizzati per la miopia, sembrava un cane randagio costretto all’angolo.
«Bene. Invece lei, Ludovico, sta bene? È ferito?»
Ludovico scosse la testa debolmente. Non era chiaro se rispondesse alla prima o alla seconda domanda, o a entrambe. Poi scivolò in uno stato catatonico, sguardo fisso nel vuoto.
Falco si fece avanti di un passo, come per fronteggiare la pistola. Poi prese parola.
«Detective, mi tolga una curiosità. Lo prenda come l’ultimo desiderio del condannato a morte. Vorrei sapere cosa diavolo ci fa lei qua. L’ha spedita quel verme di Artemio, a ficcare il naso?»
«Non sono un pacco postale, nessuno mi spedisce. Mi sono spedito da solo. Falco, lei è un critico d’arte, non un gangster da quattro soldi. Ha sabotato un teatro, rapito un vecchio e cucinato fagioli marci. Che carriera criminale sarebbe? Mani al muro, basta chiacchiere.»
Falco indietreggiò, come se avesse preso coscienza di essere in trappola.
Poi lentamente si girò e appoggiò le mani al muro.
Ludovico sembrò rianimarsi per un attimo.
«Detective, sia lodato il cielo. Lei è qui per salvarmi.»
Sagrin abbozzò un sorriso.
«Ecco il programma della serata, signori. Ora io slegherò Ludovico. Falco, lei proverà sicuramente a scappare. Ma prima che lei raggiunga la porta la trasformerò in uno scolapasta. Quindi mi faccia un favore, stia fermo e zitto.»
Armeggiò a fatica fino a completare la procedura, tirando un sospiro di sollievo.
Poi iniziò a perquisire il critico d’arte.
Un mazzo di chiavi, un portafoglio, un paio di caramelle alla menta.
Niente di rivelatorio. Il detective non lasciò trasparire la frustrazione.
Guardò Ludovico e notò che sembrava più presente. Stava tornando in sé.
Sagrin parlò.
«Bene. Ora è il momento di capire qualcosa di questa matassa intricata.
Cosa diavolo sta succedendo? Vi ascolto, abbiamo tutta la notte a disposizione. Cominciamo da lei, Falco, non era morto? Mi sembra vivo, almeno per adesso.»
«Sono vivo, ma se lei mi intralcia presto sarò morto, ma questo sarà il minore dei problemi per lei.»
Sagrin lo guardò perplesso.
«Non la seguo. Di certo la sbatterò in cella, ma prima vorrei capire perché ha rapito il signor Bruni.»
«Cercherò di mettergliela in termini semplici. Io e Ludovico anni fa eravamo in affari, o così almeno credevo. La sua arte mi avrebbe fruttato milioni, forse miliardi. Polvere e cenere, una vera poesia per il mio portafoglio. Ma purtroppo per qualche motivo stupido il signor Bruni ha pensato di distruggere le sue opere. Sabotarsi da solo.
E nel frattempo io avevo scialacquato soldi per le prossime dieci generazioni.
Debiti pesanti con gente che non dimentica. Se Artemio fa la sua serata, sveglia il can che dorme. Per questo ho rapito suo padre. Volevo spaventarli. Costringere padre e figlio alla ragione. Avrei rilasciato Ludovico dopo averlo torchiato un po’.
Se lei non fosse venuto a rompere le uova nel paniere.»
Il detective ponderò le parole, cercando di capire la logica contorta del critico.
«Si beh, non ha alcun senso, ma chi sono io per giudicare. Sentiamo l’altra campana. Ludovico, quest’uomo sostiene che lei avrebbe distrutto le sue opere. Ci illumini.»
Ludovico guardò il detective con occhi lacrimosi, poi parlò con un filo di voce.
«È passato così tanto tempo. Le opere le ho distrutte perché...avevo i miei motivi.
Era meglio così. Mi sentivo incastrato in un giro losco. Volevo ricominciare da capo.
E poi ero stufo della polvere, della cenere. Volevo più colore, più vita.»
«Stronzate!» urlò Falco, fuori di sé. «Avrebbe potuto passare il resto dei suoi giorni su un’isola caraibica a sorseggiare mojito. A dipingere conigli rosa, per quello che me ne frega. Stai mentendo!»
Sagrin intervenne.
«Calma, cerchiamo di non far salire i toni. Falco, non credo che la sua curiosità sarà appagata. Lasciamo il passato dov’è e pensiamo al presente. Chiudiamo qui questa storia. Falco, lei finirà in prigione, sicuramente. Però se la caverà in qualche anno, la giustizia italiana è una macchietta. Io parlerò con Artemio, gli spiegherò tutto per filo e per segno. Se ha buon cuore, cosa di cui dubito, magari ometterà di citare il suo nome durante la serata. Gli dirò di volare basso con la serata speciale.
Nessuna rivelazione compromettente. Ludovico torna a casa a godersi la vecchiaia. Vinciamo tutti, lei un po’ meno ma non gliel’ha ordinato il medico di fare il criminale improvvisato.»
«Vinciamo tutti?» Falco rise amaro.
«Detective, lei non capisce. Non c’è soluzione. Ho fatto qualcosa di irreversibile.»
Sagrin si irrigidì.
«Cosa?»
«Al Teatro Regio. Sotto il palco principale. Ho piazzato una bomba.»
Il silenzio calò come una lastra di piombo.
«Quando esplode?»
«Tra quaranta minuti. Forse meno.»
Falco alzò lo sguardo verso Sagrin.
«È complessa. Timer elettronico, triplo innesco, combinazione alfanumerica. Solo io so come disinnescarla. Sapevo di non potermi fidare di Artemio. Dovevo avere una garanzia.»
Fece una pausa, poi aggiunse:
«E adesso detective? Mi lascia qui a marcire mentre quella gente salta in aria? O facciamo un accordo?»
Sagrin sentì il sangue gelarsi. Centinaia di persone al teatro. Artemio. Il pubblico. Tutti ignari.
«Maledizione!»
Si passò una mano sul viso, la pistola tremava leggermente nell’altra.
«Lei è completamente fuori di testa. Una bomba. Ha piazzato una bomba.»
Guardò l’orologio. Quaranta minuti. Forse meno.
«Io non tratto con...»
Si interruppe. Cosa stava dicendo? C’erano vite in gioco. Centinaia di vite.
Guardò Falco con odio puro.
«Se mi sta mentendo, se questa è una trappola, la ammazzo con le mie mani. Lo giuro.»
Ludovico si alzò barcollando.
«Una bomba? Artemio...mio figlio è al teatro! Detective, la supplico, faccia qualcosa!»
«Non ha scelta, detective, è la verità. Le dico le condizioni. Io disinnesco la bomba. Artemio chiude quella boccaccia. E lei mi lascia tornare all’oblio, a essere un fantasma per sempre.»
Sagrin si sforzò di ritrovare il controllo.
«Non c’è tempo da perdere.»
Prese la corda che aveva legato Ludovico e si avvicinò a Falco.
«Mani davanti. Devo legarla, ma dovrà usarle per la bomba.»
Legò i polsi di Falco con un nodo stretto ma non paralizzante.
«Ludovico, lei resta qui. Chiami sua moglie tra un’ora, dica che sta bene. Io manderò qualcuno a prenderla.»
Ludovico annuì, ancora tremante.
«Faccia attenzione, detective. E salvi mio figlio.»
Sagrin spinse Falco verso la porta, la pistola puntata contro la sua schiena.
«Si muova. Abbiamo trentacinque minuti. Forse meno.»


Uscirono dalle OGR nella notte gelida.
Sagrin si diresse verso la Fiat Marea parcheggiata, mentre Falco camminava davanti a lui. La pistola puntata alla schiena.
Raggiunta l’auto Sagrin scortò Falco alla portiera sul lato destro.
«Salga. Lato passeggero.»
Falco obbedì. Sagrin gli puntò la pistola.
«Non si faccia venire idee balzane in testa. Questo non è un film di serie B. Le azioni stupide si pagano caro.»
Partirono sgommando.
Le strade erano quasi deserte. Sagrin guidava come un pazzo, saltando semafori rossi, sfiorando marciapiedi. La Marea protestava a ogni curva, il motore spinto al limite. Falco si aggrappava al cruscotto, gli occhi strizzati per la velocità.
«Detective, se ci schianta prima di arrivare...»
«Stia zitto.»
Piazza Castello deserta gli scivolò accanto in un lampo. Per un attimo il detective guardò il Dito di Mussolini, ricordandosi del caso delle sedute spiritiche.
Figliolo. Che bastardo quell’Artemio.
Il Teatro Regio era vicino, poteva quasi vederlo.
Sagrin guardò l’orologio. Ventotto minuti. Le mani gli sudavano sul volante.
Prese una sigaretta dal pacchetto e l’aspirò avidamente, il fumo che gli bruciava i polmoni.
Pensò ad Artemio sul palco, ignaro. Al pubblico. C’erano sicuramente bambini. Innocenti.
Non poteva fallire.
«Più veloce» mormorò tra i denti.
La Marea sfrecciava tra le vie di Torino.


Arrivarono al Teatro Regio con le ruote che fumavano.
Sagrin frenò brutalmente davanti all’ingresso laterale.
«Fuori. Subito.»
Sagrin si ricompose. Nascose la pistola in tasca, poi prese Falco sottobraccio con presa salda.
Raggiunsero l’ingresso principale del teatro e Sagrin si rivolse al bigliettaio.
«Sono il detective Sagrin, ingresso speciale per tutte le serate. Ospite d’onore. Questa sera sono con un caro amico.»
Il bigliettaio li guardò sospettoso, poi fece segno di entrare.
Trascinò Falco attraverso l’atrio principale.
Intorno a loro il pubblico elegante chiacchierava, champagne in mano, abiti da sera luccicanti sotto i lampadari di cristallo.
Nessuno sospettava. Il detective cercava di evitare gli sguardi: lo riconoscevano.
In altre occasioni avrebbe pagato per essere visto, per essere amato. Ma non ora.
Sagrin stringeva il braccio di Falco fino a fargli male, la mascella serrata.
Venticinque minuti.
Il contrasto era surreale: la normalità superficiale contro l’urgenza mortale che gli bruciava dentro.
Falco gli indicò con un cenno della testa la porta di servizio nascosta dietro un tendaggio rosso.
«Dove?»
«Sotterranei. Sotto il palco principale.»
Corsero giù per le scale. L’odore di muffa e legno vecchio riempiva gli spazi. I gradini erano ripidi, consumati dal tempo.
«Più veloce» sibilò.
Il corridoio sotterraneo si apriva davanti a loro, stretto e claustrofobico.
Tubature arrugginite correvano lungo il soffitto basso. Il suono dell’orchestra filtrava dall’alto, ovattato, irreale.
Falco rallentò per un attimo, esitante.
«È qui» disse con voce strozzata. «Dietro quella porta.»
Sagrin lo spinse avanti.
Restavano solo ventitré minuti.
Raggiunsero una porta metallica. Falco la aprì con le mani legate, le dita che tremavano sulla maniglia.
Si fermò sulla soglia.
«Detective, onorerà la sua promessa?»
«Apra quella porta. Adesso. Non ho tempo per le sue cazzate.»
Falco spinse la porta, livido dalla rabbia. Il cardine cigolò.
Dentro, nel buio, Sagrin vide la bomba.
Un piccolo zaino nero appoggiato contro una trave. Timer digitale rosso lampeggiava: 22:47... 22:46... 22:45...
Falco si inginocchiò davanti allo zaino, le mani legate che tremavano.
«Luce. Ho bisogno di luce.»
Sagrin accese l’accendino. La fiamma tremolante illuminò il volto sudato di Falco.
Sopra di loro, attraverso il soffitto, si sentivano i passi del pubblico che prendeva posto.
Lo spettacolo stava per iniziare.


Natura morta, Detective Sagrin, 2026

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<![CDATA[Ep.15 Grandi Riparazioni]]>https://www.albertoceresa.com/p/ep15-grandi-riparazionihttps://www.albertoceresa.com/p/ep15-grandi-riparazioniMon, 09 Mar 2026 10:40:26 GMTCare lettrici e lettori, un avviso: questa storia non è adatta ai deboli di cuore.
Falco è tornato, e non è venuto a portare fiori.
Il nostro coraggioso Detective è sprezzante del pericolo, ma comincia anche ad avere una certa età. Fai attenzione, Sagrin!
Buona lettura, e grazie di essere parte di questa avventura.
Alberto.


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Per leggere gli episodi precedenti:


Stazione di Porta Nuova, Torino, mezzanotte.
Ludovico arrivò alla stazione dopo un tragitto in taxi che gli sembrò interminabile.
Si sentiva a pezzi ancora prima di affrontare la situazione che si apprestava a vivere. Se davvero si trattava di Dario Falco non sarebbe stata un’allegra rimpatriata, questo era sicuro.
Raggiunse il binario 1 della stazione e si sedette su una panchina.
A parte un viavai modesto, la stazione sembrava riposare placidamente.
Si guardò intorno. Sarebbe stato in grado di riconoscere Falco dopo tutti questi anni? A un certo punto sentì un tocco sulla spalla, si girò e vide alle sue spalle un uomo di mezza età, il volto coperto da una barba scura e intricata, gli occhi piccoli e nervosi, mai fermi su un solo punto. Sentì l’ansia divampare dentro di lui.
«Dario, sei davvero tu?»
Falco rispose.
«Ben trovato, Ludovico. Non sei cambiato di una virgola, nonostante gli anni. Chissà perché ti immaginavo più vecchio. È passata una vita. Una vita orribile, nel mio caso, per merito tuo.»
«Dario, sei vivo. Non riesco a capacitarmene. Ti pensavo morto. Ma come hai potuto entrare a casa mia? La cenere, non ti serve a nulla, restituiscimela! Mi fa pensare agli sbagli che ho commesso.»
«Di cosa stai parlando, quale casa, quale cenere? Ora andiamo, non possiamo fermarci oltre, devo mostrarti qualcosa.»
Prese sotto braccio Ludovico, serrandolo in una stretta che non ammetteva repliche. Camminarono per una buona mezz’ora, senza parlare. Ludovico pensò a fuggire, ma infine decise che tanto valeva affrontare quello che lo aspettava.
Raggiunsero Porta Susa, per poi proseguire oltre, fino allo stabilimento abbandonato che un tempo rispondeva al nome Officine Grandi Riparazioni - OGR.
Della grandezza non rimaneva traccia, coperta da uno strato di oblio e ruggine impossibile da rimuovere. Falco fece strada sotto la recinzione, a tratti interrotta. Superarono un cortile sovrastato da erbacce e arbusti sghembi, per poi passare attraverso una finestra priva di vetri, sprangata solo per metà.
«Questa è la mia casa, Ludovico. Il mio rifugio da quando sono tornato. Ampia metratura, immersa nel verde. Basta chiudere un occhio sulla totale mancanza di comfort. Quindici anni nascosto, e sono finito qui. Grazie a te. E ora sarà anche la tua casa, per sempre.»


Camminarono all’interno dell’edificio abbandonato. Maestosi spazi con soffitti altissimi, che un tempo ospitavano i treni in riparazione. E poi ancora refettori per le maestranze, spogliatoi, aree comuni. Un labirinto che un tempo non conosceva quiete e silenzio, e ora giaceva immoto.
Raggiunsero quello che doveva essere un tempo un ufficio, nel cuore dell’edificio. Falco l’aveva attrezzato con un fornello da campo, un sacco a pelo. Qualche provvista, lo stretto necessario per presentarsi al mondo senza sembrare un senzatetto.
Indicò un tavolo, coperto da vecchi giornali, ritagli, documenti. Un caos ordinato che parlava la stessa lingua: Castello di Rivoli, la mostra sulla polvere. Dario finalmente si fermò, e fissò intensamente Ludovico negli occhi.
«Sai Ludovico, la cosa che mi fa uscire di testa è che per un attimo abbiamo rischiato di diventare ricchi. Così ricchi da non sapere neanche cosa farsene dei soldi.
Era tutto perfetto. La tua arte non era di certo brillante, ma aveva in sé i codici per decifrare il periodo storico che stavamo vivendo. La fine del secolo, la festa che finisce, e cosa resta? Solo polvere. Ero giovane ma avevo le idee chiare. Le tue opere erano già vendute ancora prima di andare in mostra. Avevo incassato anticipi da compratori forti, internazionali. Spesi tutti. Avevo il vizio del gioco, e una passione viscerale per l’eccesso. E sapevo che i soldi sarebbero stati l’ultimo dei problemi. Mancava solo l’ultimo tassello. L’asta truccata. I compratori avrebbero finto una trattativa all’ultimo sangue, facendo schizzare alle stelle le quotazioni. E trovandosi così già in casa opere di valore inestimabile. Vincevamo tutti, no? Ma le opere sono andate distrutte. Un guardiano zelante, vero?»
«Proprio così, è stata una tragedia. Non solo la tua vita è andata distrutta, anche la mia. Tutti abbiamo pagato delle conseguenze.»
Falco rovesciò il tavolo con una violenza inaudita.
«No, serpente velenoso. Sbagliato. Perché le opere le hai distrutte tu. Come lo so? Lo so e basta. Ti conoscevo troppo bene, stupido vecchio. Ma non riesco a immaginare una sola ragione valida per farlo. Ti strozzerei con le mie mani ora, ma mi servi vivo. Perché oltre a essere tu una pianta infestante, hai dato vita a un figlio che è un insulto alla vita. Uno scherzo della natura. E che non trova niente di meglio da fare che organizzare una serata speciale per indagare sulla mostra. Ho fatto affari con gente pericolosa, Ludovico, se scoprono che sono vivo ci penseranno loro a farmi fuori sul serio. Quindi devi fermare tuo figlio.»
Ludovico provò a rispondere, ma Falco lo interruppe.
«Stai zitto.»
Tirò fuori una corda dallo zaino. Afferrò Ludovico e lo spinse contro una tubatura arrugginita lungo il muro.
«Non fare storie.»
Gli legò i polsi dietro la schiena, stretti intorno al tubo. Ludovico provò a divincolarsi ma la corda stringeva. Falco si allontanò verso la porta.
«Hai tempo per pensare. Quando tornerò, mi dirai come fermare tuo figlio. O questa diventerà la tua tomba. Se non lo fermerai ci penserò io, ma sarà un inferno.»
Uscì. La porta si chiuse con un tonfo metallico. Ludovico rimase al buio, solo con il rumore del suo respiro affannato.


La mattina successiva Artemio provò a telefonare a suo padre. Era una tradizione consolidata che ogni settimana il figlio accompagnasse il padre a giocare a Burraco, l’ultimo baluardo di socialità che Ludovico si concedeva. Ma il telefono dava sempre occupato, impossibile prendere la linea.
Decise di andare di persona, la sua mente si stava affollando di scenari tragici. Mezz’ora dopo era in Lungo Po Antonelli, intento a suonare il campanello con insistenza. Finalmente sua madre Petunia aprì la porta. Gli occhi gonfi, un’aria derelitta.
«Sei tu, Artemio. Dimmi che è solo un brutto sogno. Mi sento morire.»
«Calma mamma, cosa succede. Sono qui, non sei da sola.»
«Tuo padre… è uscito ieri ma non è tornato. Non mi ha detto nulla, non è da lui. Svanito, come se non fosse mai esistito.»
«Dove è andato, ti avrà detto qualcosa no?»
«Mi ha detto che doveva andare da un amico del Burraco, aveva dimenticato qualcosa a casa sua. Qualcosa di importante.»
«Ma il Burraco è oggi, non ha alcun senso. Hai chiamato la polizia?»
«Stamattina. Dicono di aspettare 24 ore. Ma sono troppo preoccupata, non riesco ad aspettare.»
La donna si accasciò su una sedia, singhiozzando. Artemio la accarezzò e non rispose. Perlustrò la casa, tutto in ordine. Nessun biglietto, nessuna traccia.
Cosa diavolo è successo?
Dall’ingresso arrivò una voce flebile, impastata.
«Artemio, un’altra cosa. L’altra sera…»
«Cosa mamma? Cosa devo ancora sapere?»
«Niente, era una stupidaggine, non ti crucciare ulteriormente.»
Artemio imprecò silenziosamente, poi dal telefono di casa compose il numero di Sagrin.
«Detective. Mio padre è scomparso. Ho bisogno di lei.»


Poco dopo Sagrin fu dentro l’appartamento di Ludovico, seduto sul divano con Artemio e la madre. Lo sguardo del detective si posò per un attimo sul porta riviste, e lo allontanò da sé con un calcio trattenuto. Una piccola vendetta.
«Bene signora, di nuovo a casa sua. Spero di vederla in circostanze migliori la prossima volta. Artemio, trascorrere del tempo con lei è sempre una pena, ma ci sto facendo il callo. Ma arriviamo al dunque. Ludovico Bruni, scomparso. Il Burraco è davvero un gioco pericoloso.»
Artemio rispose piccato.
«Il Burraco non c’entra un fico secco.»
Petunia prese parola.
«Detective, mio marito è uscito a tarda sera, ma il punto è che non esce mai. Sembrava nervoso. Da giorni era strano.»
«Neanche una parola sulla destinazione? A parte la bugia del Burraco, ben inteso.» rispose Sagrin.
«No, niente.»
«Bene, ho tutto quello che mi serve. Ora ispezionerò l’appartamento in cerca di indizi. Vi ringrazio per il vostro prezioso aiuto.»
Sagrin controllò metro per metro la casa, anche se sapeva che le uniche tracce che avrebbe trovato erano della sua stessa infrazione. Si fermò a pensare.
Ludovico è scomparso. Coincidenza? No. È tutto collegato. Deve essere per forza Falco. Questo vecchio non ha altri fantasmi nella vita. Deve averlo rapito.
Il detective si congedò poco dopo dall’appartamento, aveva una telefonata urgente da fare.


Sagrin uscì dall’appartamento con la testa che girava a mille. Si sedette nella Marea e accese una sigaretta, cercando di fare ordine nei pensieri.
Falco ha rapito Ludovico. Ma dove lo ha portato? Dove si nasconderebbe qualcuno che deve restare mobile ma invisibile?
Raggiunse la cabina telefonica più vicina e tirò fuori una manciata di gettoni.
Poi compose il numero del suo amico più fidato, Padre Pellegrino. Dopo qualche trillo l’amico rispose.
«Pellegrino, sono io. Come stai vecchia volpe? Quale anima stai salvando in questo periodo?»
«Sagrin, sentirti è sempre musica per le mie orecchie stanche. Ho per le mani un’anima bella, luminosa come il sole. Una Ferrari Dino, giallo limone. Una meraviglia del creato. Passa in officina, ci facciamo un giro.»
«Sai che di macchine ci capisco poco. E poi non vorrei che la Marea si ingelosisse, se mi lascia a piedi sono fritto.»
«Dimmi tutto amico mio, su che caso stai lavorando? Ho perso le tue tracce negli ultimi tempi, dopo la vicenda degli Spiriti.»
«Non saprei da dove iniziare. Vado dritto al punto, mi serve il tuo aiuto. Oltre alle macchine so che ti occupi dei senzatetto, di quelli che la società considera scarti.
Non ne parli, ma lo so che hai un animo caritatevole.»
«Vero Sagrin. Il bene si fa in silenzio, lontano dai riflettori. Sto seguendo casi problematici nelle case popolari. L’eroina è dappertutto negli ultimi tempi.»
«Mi dispiace. Allora ti faccio un piccolo quiz. Mettiamo per assurdo che io voglia sparire, nascondermi in città, ma in bella vista. Vicino alle stazioni, ai servizi, ai supermercati. Dove potrei stare? Lontano dalla polizia e da sguardi indiscreti?»
«Seguendo questa ipotesi balzana ti direi che le case popolari non farebbero per te. Polizia un giorno sì e un giorno no. Campagna no, troppo lontano. In città. Vediamo. Ci sono un paio di posti che mi vengono in mente. Grandi casermoni industriali abbandonati, poco distanti dal centro. C’è il Palazzo del Lavoro, so che ci vive dentro nascosta una comunità.»
«Dimenticavo, vorrei stare da solo. Niente gente tra i piedi.»
«Ci sono altri spazi per chi ama la solitudine. Le Officine Grandi Riparazioni - OGR, oppure l’ex carcere. Posti adatti per i misantropi.»
«Sei un genio, Pellegrino. Se fossi qui ti bacerei. Che tu sia benedetto.»
«Sei il solito salame Sagrin, ti saluto.»
Il detective riagganciò, un sorriso di giubilo gli illuminava il volto.
Le OGR suonavano perfette. Enormi, derelitte, a pochi passi dalla stazione.


Si fece sera. Sagrin parcheggiò la Marea a qualche isolato dalle OGR.
Edifici immensi si stagliavano nel buio, incorniciati da finestre vuote come occhi ciechi. Ispezionò il perimetro fino a trovare un varco nella recinzione.
Si infilò dentro, impigliandosi qua e là con la divisa.
Il cortile aveva qualcosa di sinistro e selvatico, la natura faceva del suo meglio per occultare l’edificio con tutte le sue forze. Trovò una finestra senza vetri e si issò dentro. All’interno l’oscurità era quasi totale, e gli odori di ruggine, umidità e abbandono sembravano ancora più amplificati.
Sagrin avanzava piano nel dedalo di corridoi, ogni passo un’eternità.
Dopo un po’ di giri a vuoto, nell’angolo più remoto vide una luce fioca provenire da sotto una porta. Si fermò, rimanendo in ascolto. Nell’aria un olezzo di fagioli in scatola e cipolle bruciate. Udì delle voci soffocate. Una più debole, tremante. L’altra più dura, metallica. Ludovico. E qualcun altro. Sagrin mise la mano sulla pistola.
Ci siamo. Fine della corsa. Spero non ci scappi il morto. E soprattutto, che non sia io il morto.
Si avvicinò alla porta, trattenendo il respiro.


Grandi Riparazioni, Detective Sagrin, 2026.

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